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NOTIZIE ED EVENTI

Carols Natalizi: ASACERT contro lo sfruttamento del lavoro minorile
Continua l’impegno di ASACERT contro lo sfruttamento del lavoro minorile in collaborazione con l’associazione Forte? Fortissimo! in occasione del concerto
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Patrimonio & Sostenibilità con GBC Historic Building™: ASACERT a Ferrara come sponsor dell’evento
“O città bene avventurosa la gloria tua salirà tanto ch’avrai di tutta Italia il pregio e ‘l vanto.” Ludovico Ariosto
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Ddl anti-corruzione: le proposte per le aziende
Per prevenire, monitorare e contrastare il fenomeno della corruzione e per gestire la responsabilità amministrativa in caso di reato è
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Risk Management: i dieci rischi più temuti dalle imprese italiane
Quali sono i rischi aziendali che fanno più paura alle imprese? Il 6° Osservatorio Nazionale del Risk Management ha stilato
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Novità per il Piano Impresa 4.0
È stato messo a punto dal Governo Conte il nuovo Piano Impresa 4.0, ora al vaglio del Parlamento. Molte sono
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ASACERT al Convegno ANRA 2018 per parlare di sostenibilità
Il convegno annuale dell'Associazione Nazionale dei Risk Manager è ormai diventato un appuntamento fisso per confrontarsi sull'evoluzione dei rischi e
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Rendere il luogo di lavoro più salubre e sicuro con la norma UNI ISO 45001
Sono stati da poco pubblicati sul sito INAIL i dati delle denunce di infortunio e di malattia professionale relativi ai
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“Bilancio di sostenibilità” e Sistemi di Gestione al Convegno ANRA 2018
Nel corso del 19° Convegno ANRA, che si terrà al MiCo di Milano i prossimi 13 e 14 novembre, il
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La Legge di Bilancio punta in alto: 97,5 miliardi di euro per strade, scuole e strutture sanitarie
Nel disegno della Legge di Bilancio 2019 sono previsti ingenti investimenti destinati all’edilizia pubblica: non soltanto nuove costruzioni, ma anche
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Prevenire è meglio che curare: Anti-bribery management system
La necessità di una certificazione come la ISO 37001 per la prevenzione della corruzione risulta tanto più evidente in un
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Ecobonus: l’importanza dell’efficientamento energetico
Mentre già si attende la pubblicazione della nuova Legge di Bilancio 2019, sono da poco state presentate dall’Agenzia delle Entrate
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Dichiarazione Non Finanziaria: non solo cifre nel bilancio aziendale
La nuova normativa introdotta con il D. Lgs. 254/2016 prevede l’obbligo da parte delle grandi società di presentare una rendicontazione
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Dall’Industria all’Impresa 4.0, nuovi orizzonti per la produzione italiana
Il Piano Nazionale “Impresa 4.0” è stato confermato dal Governo Conte: continua quindi la marcia dell’Italia verso la quarta rivoluzione
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Infrastrutture strategiche e prioritarie: presentato il nuovo rapporto
È di pochi giorni fa la presentazione dell’ultimo Rapporto sulle Infrastrutture Strategiche e Prioritarie all’VIII Commissione “Ambiente, Territorio e Lavori
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ASACERT UK promuove il protocollo ITA0039 | 100% Italian Taste Certification agli English Italian Awards
Domenica 7 ottobre ha avuto luogo il Gala Final degli English Italian Awards al Princpal Hotel di Manchester. ASACERT UK
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Nelle scorse settimane Wide Group ha ottenuto la certificazione di qualità ISO 9001:2015 per l’attività di erogazione di servizi e consulenze in ambito assicurativo. La certificazione ISO 9001 di Wide Group è stata rilasciata da Asacert UK, la branch inglese del Gruppo Asacert.

Fonte: Intermedia

Articolo Originale

Liuzzi (M5S): “Le piccole imprese potranno beneficiare di un credito d’imposta del 50% per adeguare le competenze del proprio personale, le medie un credito del 40% e le grandi del 30%”.

Fonte: Key4biz

Articolo Originale

L’articolo 95 dello schema di Dlgs non risolve il nodo del «se e come» le imprese in procedura possa proseguire contratti o partecipare a gare

A causa della prolungata crisi del settore dell’edilizia e delle grandi opere sono sempre più numerose le imprese che negli ultimi anni sono state assoggettate a procedure concorsuali. Tale grave situazione, che ha coinvolto, com’è noto, anche alcuni tra i maggiori Gruppi italiani, ha avuto pesanti ripercussioni pure sulle procedure di affidamento di contratti pubblici e, a valle, sulla prosecuzione dei contratti già affidati, con conseguenti ritardi nei lavori o addirittura col fermo dei cantieri.

In tale ambito, sono note agli operatori del settore le problematiche sorte a causa del mancato coordinamento delle disposizioni del Codice dei contratti pubblici con la vigente Legge Fallimentare in merito all’ammissione delle imprese sottoposte a procedure concorsuali alle gare per l’affidamento di tali contratti.

L’Anac ha tuttora in corso la procedura di consultazione relativa alla bozza delle Linee Guida di attuazione del Decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, recanti “Requisiti aggiuntivi delle imprese fallite o ammesse al concordato ai sensi dell’articolo 110, comma 5, lettera b) del Codice”. La predetta norma, difatti, apre alla possibilità che anche l’impresa fallita, purché autorizzata all’esercizio provvisorio (art. 104 della Legge Fall.), analogamente a quella in regime di concordato con continuità aziendale (articolo 186 bis L.Fall.), partecipi alle procedure di affidamento di appalti e concessioni, sia destinataria di subappalti ed esegua i contratti già sottoscritti, previa autorizzazione del giudice delegato.
In alcuni casi tassativi, l’Anac può subordinare tale partecipazione a un avvalimento obbligatorio, c.d. “rinforzato”, attraverso il quale l’impresa ausiliaria si impegna, sia nei confronti della stazione appaltante che nei confronti dell’impresa concorrente, a mettere a disposizione le risorse per l’esecuzione del contratto e al successivo subentro, laddove l’impresa ausiliata non sia più in grado di eseguire correttamente l’appalto o la concessione. Tale disciplina, tuttavia, ha incontrato non pochi problemi interpretativi a causa del mancato coordinamento tra le due normative (contratti pubblici / fallimento).

Lo schema del “Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza”, attualmente al vaglio delle Commissioni competenti del Parlamento per i necessari pareri, ed in particolare l’art. 95, non sembra, tuttavia, aver pienamente risolto le criticità evidenziate da Anac circa il perimetro applicativo dell’articolo 110 del Codice dei contratti pubblici e il coordinamento con altre disposizioni del Codice e la Legge Fallimentare (si veda l’articolo 95, alla pagina 60 del file pdf).

Anche l’Ance, dal canto suo, sia in occasione della procedura di consultazione avviata da Anac che in sede di audizione presso la Commissione Giustizia del Senato nell’ambito dell’iter del Decreto Legislativo di riforma delle procedure concorsuali, ha evidenziato, tra le altre cose, la necessità di un maggior coordinamento tra le due discipline anche al fine di evitare fenomeni distorsivi della concorrenza e del principio di parità di trattamento.

Sarebbe, dunque, quanto mai opportuno che si intervenisse sullo schema del Decreto Legislativo al fine di risolvere le anzidette criticità tenendo tuttavia conto della necessità di bilanciare, da un lato, lo spirito della riforma sulla Crisi d’impresa, che mira ad evitare la dispersione delle capacità produttive, mantenendo le componenti positive delle imprese in crisi, anche nell’interesse de creditori, e a garantire la tutela dei livelli occupazionali, e dall’altro, la necessità, evidenziata da più parti, di scongiurare che l’assoggettamento delle imprese affidatarie ad una procedura concorsuale possa pregiudicare il puntuale perseguimento dell’interesse pubblico alla corretta esecuzione dell’appalto o della concessione.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

L’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 84/E ha fornito chiarimenti relativi alla cessione del credito corrispondente alla detrazione spettante per interventi di riqualificazione energetica degli edifici e per quelli finalizzati alla riduzione del rischio sismico.

Fonte: Infobuild

Articolo Originale

Ampliati gli spazi per l’appalto integrato. Alla fine sembra che il Governo si sia deciso a rivedere, in parte, l’idea iniziale di limitare il ricorso al c.d. appalto integrato.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Dello Buono: «Dopo un anno di prova vedremo il da farsi, potremmo decidere di sanzionare enti e funzionari inadempienti»

«L’Ainop deve diventare il Google delle opere pubbliche – sostiene Dimitri Dello Buono, capo della segreteria tecnica del Mit – uno strumento per collegare informaticamente tutte le informazioni già esistenti, un collegamento in tempo reale tra le banche dati».

Sì, va bene, ma che succede se gli enti gestori non inseriscono i dati? Nel decreto Genova non sono previste sanzioni. «Bella domanda – risponde Dello Buono – Sì è vero, per ora non abbiamo previsto sanzioni. Stiamo cambiando il modus operandi della pubblica amministrazione, lasciamo un anno di “volontariato”, vediamo che succede, le difficoltà tecniche che ci saranno, mettiamo a sistema le varie banche dati, anche quelle già esistenti come quelle di Anas e Rfi, o i sistemi informatici delle varie Regioni. Ci faremo un’idea delle difficoltà tecniche ma anhe dell’atteggiamento collaborativo o menio dei vari oggetti. Poi dopo un anno potremo decidere che è finito il periodo di prova e pensare ad istituire sanzioni a carico di enti o funzionari inadempoenti».

«Stiamo lavorando al decreto attuativo – spiega Dello Buono – con un tavolo tecnico con soggetti come Cnr, ordini professionali, Mit, Difesa, Protezione civile, Consiglio superiore dei lavori pubblici, Anas, Università. E un tavolo per la parte informatica. Il testo è quasi pronto, lo manderemo prima possibile alla Conferenza unific.

«Per ora non abbiamo visto nulla – spiega Giuseppe Rizzuto, direttore di Itaca, organo tecnico delle Regioni in materia di opere e appalti pubblici – ma sull’obiettivo generale siamo assolutamente d’accordo. Lo strumento è interessante, anche se il lavoro da fare è imponente. Credo sia necessario procedere per step. La parte informatica tutto sommato mi sembra la meno complessa, la parte difficile è decidere e uniformare le informazioni da raccogliere, e sulla base di quale tipo di rilievi (di approfondimento tecnico) si devono basare tali rilievi. Siamo pronti a collaborare quando arriverà la bozza di decreto».

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Previsto dal decreto Genova. Quasi pronta la bozza di decreto attuativo. Dello Buono: «Entro il 30 aprile un primo screening»

Una nuova banca dati nazionale sulle infrastrutture pubbliche (strade, ferrovie, porti, dighe, aeroporti, metropolitane, edifici pubblici) che contenga per la prima volta non solo dati amministrativi e finanziari sulle opere in corso o programmate, ma anche dati fisici sullo stato di conservazione e manutenzione delle opere già esistenti. L’Ainop, l’Archivio nazionale informatico delle opere pubbliche, previsto dall’articolo 13 del decreto Genova , è in fase di avvio al ministero delle Infrastrutture. Facciamo il punto della situazione con Dimitri Dello Buono, capo della segreteria tecnica del Ministro Danilo Toninelli. «Stiamo lavorando al decreto attuativo previsto dall’articolo 13 comma 5 – spiega Dello Buono – la bozza è quasi pronta, poi dovrà andare all’intesa in Conferenza unificata. Stiamo facendo di tutto per emanare queste istruzioni operative in tempo per rispettare il termine fissato dal Dl Genova (dal 15 dicembre l’inserimento dei dati nell’Ainop, ndr), ma alla peggio si potrà partire a gennaio. L’importante è che l’inserimento dei dati avvenga entro il 30 aprile, come previsto sempre dall’art. 13 c. 5».

L’obiettivo di fondo dell’Ainop è avere una mappatura dello stato di conservazione delle infrastrutture pubbliche in Italia, che oggi a livello nazionale non c’è (ogni gestore ha – o non ha – la sua), per poi programmare l’eventuale necessità di ulteriori rilievi tecnici e/o di interventi di manutenzione straordinaria o di demolizione/ricostruzione nei casi più gravi. «Tutto nasce dopo il crollo del Ponte – spiega Dello Buono – cercavamo informazioni sul ponte Morandi ma erano sparse, non coordinate, non disponibili on line, o non disponibili per nulla. Oggi ci sono mille problemi nello scambio di informazioni sulle opere pubbliche, anche quando a chiederlo è il Mit. A volte sono problemi tecnici, a volte del tutto pretestuosi. Vogliamo invece che tutte le informazioni siano inserite dagli enti gestori di ogni opera in un’unica piattaforma informatica, e siano condivisi e scambiabili. Stiamo ragionando se l’Ainop, una volta raccolti i dati, debba avere una parte aperta a tutti e una riservata alle amministrazioni pubbliche. Fosse per me metterei tutto aperto. L’Ainop deve diventare il Google delle opere pubbliche».

Il nodo però è “quali informazioni” sono effettivamente ad oggi disponibili. E soprattutto la diversa qualità delle informazioni disponibili, ad esempio tra quelle che manderanno Anas e Rfi e quelle delle Province o dei piccoli Comuni sulle loro strade ed edifici. Il decreto Mit in preparazione definirà i contenuti tecnici e amministrativi da inserire, compresa una sorta di “classificazione” circa «lo stato e il grado di efficienza» dell’opera, come previsto dal Dl Genova. «Stiamo definendo un livello minimo di informazioni necessarie – spiega Dello Buono – tutti dovranno inserire i dati ma è chiaro che il piccolo ente inserisce quello che ha, anche solo le informazioni di base e i documenti in pdf. Poi dopo questo primo screening, da maggio in poi, potremo capire cosa e quanto serve per approfondire le conoscenze e poi per intervenire con la manutenzione straordinaria. Vedremo quanti soldi serviranno e poi ci porremo il problema di dove reperirli». I nuovi fondi per gli investimenti inseriti nella legge di Bilancio, 97 miliardi di euro in 15 anni, dovrebbero fornire una capienza sufficiente.

Ma facciamo un passo indietro.

Cos’è l’Ainop, quali opere censisce 
Il decreto Genova (decreto legge 28 settembre 2018, n. 109, convertito dalla legge 16 novembre 2018, n. 130) prevede l’istituzione presso il Ministero delle infrastrutture e dei
trasporti dell’Archivio informatico nazionale delle opere pubbliche, composto da nove sezioni (cioè le tipologie di opere):
a) ponti, viadotti e cavalcavia stradali; 
b) ponti, viadotti e cavalcavia ferroviari; 
c) strade archivio nazionale delle strade, di seguito ANS; 
d) ferrovie nazionali e regionali, metropolitane; 
e) aeroporti; 
f) dighe e acquedotti; 
g) gallerie ferroviarie e gallerie stradali; 
h) porti e infrastrutture portuali; 
i) edilizia pubblica. 

L’ultima voce è pressoché illimitata, sembra cioè comprendere tutti gli edifici realizzati da soggetti pubblici, dalle scuole i Municipi, gli edifici sanitari, le sedi di ministeri ed enti pubblici, le case popolari, etc…

Quali informazioni per ogni opera 
È sempre il decreto Genova a indicare quali informazioni devono essere inserite nell’Ainop, per ogni opera: 

a) i dati tecnici, progettuali e di posizione con analisi storica del contesto e delle evoluzioni territoriali; 
b) i dati amministrativi riferiti ai costi sostenuti e da sostenere; 
c) i dati sulla gestione dell’opera anche sotto il profilo della sicurezza; 
d) lo stato e il grado di efficienza dell’opera e le attivita’ di manutenzione ordinaria e straordinaria, compresi i dati relativi al controllo strumentale dei sistemi di ritenuta stradale in acciaio o in cemento; 
e) la collocazione dell’opera rispetto alla classificazione
europea; 
f) i finanziamenti; 
g) lo stato dei lavori; 
h) la documentazione fotografica aggiornata; 
i) il monitoraggio costante dello stato dell’opera anche con applicativi dedicati, sensori in situ e rilevazione satellitare; 
l) il sistema informativo geografico per la consultazione, l’analisi e la modellistica dei dati relativi all’opera e al contesto territoriale. 

Il coordinamento con le banche dati esistenti. La Bdap 
Il decreto Genova stabilisce che «i dati e le informazioni» che dovranno confluire nell’Ainop, «già rilevati dalla banca dati delle amministrazioni pubbliche (BDAP)» dovranno essere «forniti dalla Bdap all’Ainop». La Bdap è gestita dal Ministero dell’Economia e principalmente rileva la spesa sui progetti in corso, sui progetti di investimento (nel caso delle infrastrutture le nuove opere o le manutenzioni straordinarie). Tradizionalmente la Ragioneria dello Stato è gelosa dei dati della Bdap e poco propensa a condividerli “in automatico” con altre banche dati pubbliche. Dopo anni di insistenza solo nell’agosto scorso il Dipe (Presidenza del Consiglio) è riuscito a firmare con la Rgs un accordo per condividere sulla stessa piattaforma i dati della Bdap (Mef) e del Cup (Dipe).

Il caricamento dei dati e l’aggiornamento 
L'”alimentazione” dell’Ainop, con i dati sopra previsti e gli aggiornamenti, deve essere fatto dagli enti gestori delle diverse infrastrastrutture: le Regioni, le Province autonome di Trento e di Bolzano, gli enti locali, l’Anas, Rete Ferroviaria Italiana, i concessionari autostradali, i concessionari di derivazioni, i Provveditorati interregionali alle opere pubbliche, l’ente nazionale per l’aviazione civile, le autorità di sistema portuale e logistico, l’Agenzia del demanio e i soggetti che a qualsiasi titolo gestiscono o detengono dati riferiti a un’opera pubblica o all’esecuzione di lavori pubblici. 
Sulla base dei dati forniti, l’Ainop dovrà generare un codice identificativo della singola opera
pubblica (Iop), «riportandone le caratteristiche essenziali e distintive quali la tipologia, la localizzazione, l’anno di messa in esercizio e l’inserimento dell’opera nell’infrastruttura».
Da scioglilingua questo passaggio del decreto Genova sul dialogo tra banche dati: «L’AINOP, attraverso la relazione istituita fra Codice IOP e CUP, assicura
l’interoperabilita’ con la BDAP».

Il decreto Mit 
Un decreto del Ministero delle Infrastrutture deve definire le modalità con gli enti gestori delle infrastrutture inseriscono i dati nell’Ainop, o rendono disponibili i dati informatici già caricati sulle infrastrutture nelle eventuali già esistenti banche dati informatiche. Il Dm – che deve avere l’intesa nella conferenza unificata – deve precedere l’avvio operativo dell’Ainop, ma i tempi sono stretti, perché il Dl Genova stabilisce che il caricamento deve cominciare dal 15 dicembre, per concludersi entro il 30 aprile 2019.

Il monitoraggio costante 
Il Dl Genova stabilisce che l’Ainop deve essere «sviluppato tenendo in considerazione la necessita’ urgente di garantire un costante monitoraggio dello stato e del grado di efficienza delle opere pubbliche, in particolare per i profili riguardanti la sicurezza». Una volta costituito la prima volta, entro aprile, l’Ainop deve cioè essere costantemente aggiornato con le informazioni circa lo stato di manutenzione e sicurezza delle infrastrutture.

Sistema di monitoraggio dinamico 
L’articolo 14 del Dl Genova stabilisce che il Mit dve curare «la realizzazione e gestione, in via sperimentale, di un sistema di monitoraggio dinamico da applicare alle infrastrutture
stradali e autostradali, quali ponti, viadotti, rilevati, cavalcavia e opere similari, individuate dal Ministero stesso con apposito decreto, che presentano condizioni di criticita’ connesse al
passaggio di mezzi pesanti». Il riferimento è a sensori e altri sistemi di monitoraggio strumentale in tempo reale, anche tramite il Bim. 
È prevista una sperimentazione di 12 mesi, poi il Mit dovrà stabilire se e come rendere automatiche e obbligatorie queste rilevazioni.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Martini (Cgil): «L’attuale codice combatte la corruzione e tutela il lavoro. Non è vero che blocca il mercato». Macale (Filca): «Sbagliato allargare massimo ribasso e procedura negoziata»

Duro comunicato della Filca (sindacato edilizia della Cisl) contro le politiche del governo in materia di infrastrutture ed economia. Esplicito il titolo: «Su grandi opere, appalti, pensioni e fisco il governo sta sbagliando tutto».

Pesanti critiche al decreto legge sul Codice appalti (oggi in consiglio dei ministri anche dalla Cgil). «Conseguenze disastrose» e «arretramento della legislazione sugli appalti pubblici». Sono i rischi che deriveranno dall’approvazione del Dl semplificazioni con le modifiche al codice appalti, secondo il segretario confederale della Cgil Franco Martini. Per Martini non c’è «nulla di più falso» del «mantra secondo cui il nuovo Codice avrebbe bloccato il mercato degli appalti pubblici». «Il nuovo Codice Appalti – ricorda il dirigente sindacale – dopo una lunga gestazione, recepisce tre direttive europee che hanno come elemento centrale: la trasparenza, la legalità, la lotta alla corruzione, la tutela dei diritti dei lavoratori». «Tutti elementi innovativi – aggiunge – che escono notevolmente impoveriti e azzerati dalle nuove proposte del Governo». Per questo, Martini chiede «che vengano ascoltate le organizzazioni sindacali affinché si impediscano scelte sbagliate e negative per il nostro Paese».

Così invece il segretario nazionale della Filca Cisl Stefano Macale: «I provvedimenti attuati o annunciati su materie come le grandi opere, il Codice appalti, le pensioni e il fisco sono uno schiaffo a quei principi di legalità, giustizia sociale, sviluppo e rispetto dei diritti che sono alla base della società e sono propedeutici al rilancio del Paese». 
«Le grandi opere – aggiunge Macale – sono forse il simbolo di questa maggioranza giallo-verde: sul Terzo valico c’è il disco verde anche da parte di chi ha curato l’analisi costi-benefici, ma tutto è chiuso in un cassetto del ministero dei Trasporti. Sulla Tav, invece, il governo ha deciso di tergiversare, forse per non innervosire i No Tav, che manifesteranno sabato. Con buona pace dell’economia del Paese e delle decine di migliaia di lavoratori edili impegnati in quei cantieri».

«La ricetta del governo per la modifica del Codice appalti – prosegue il segretario nazionale della Filca Cisl Stefano Macale – è invece sbagliata e pericolosa: alzare a 5,5 milioni di euro la soglia per il massimo ribasso significa alimentare il lavoro nero, aumentare i rischi per i lavoratori, visto che i costi per la sicurezza sono i primi ad essere sacrificati, e avere opere di pessima qualità, e quindi pericolose per la collettività. Aumentare a 2,5 milioni di euro la procedura negoziata senza bando, che quindi interesserebbe oltre il 90% delle gare, è invece un incentivo alla corruzione e alla mancanza di trasparenza del mercato. Sulle pensioni – prosegue Macale – chiediamo di rafforzare l’Ape sociale: la quota 100 per i lavoratori edili è un sogno, vista la peculiarità del loro lavoro. Infine il fisco: la Cisl ha raccolto oltre mezzo milione di firme per una riforma equa. Si parta da quella proposta, altro che flat tax!», ha concluso il segretario nazionale della Filca.

Rincara la dose la Cgil
– “Si chiama Decreto Semplificazioni, ma è un vero e proprio stravolgimento con conseguenze disastrose e di arretramento della legislazione sugli appalti pubblici. Il mantra, per giustificare questa scelta, è che il nuovo Codice avrebbe bloccato il mercato degli appalti pubblici, nulla di più falso. La questione vera è che questo Governo, con in testa il Ministero delle Infrastrutture, utilizzando la giustificazione della valutazione costi-benefici, ha bloccato la realizzazione delle grandi opere e sospeso l’avvio di quelle strategiche che avevano l’autorizzazione per essere messe a gara”. È quanto dichiara il segretario confederale della Cgil Franco Martini.
“ll nuovo Codice Appalti – ricorda il dirigente sindacale – dopo una lunga gestazione, recepisce tre direttive europee che hanno come elemento centrale: la trasparenza, la legalità, la lotta alla corruzione, la tutela dei diritti dei lavoratori attraverso l’applicazione corretta dei contratti di lavoro e il contrasto al lavoro nero e al dumping salariale”. Inoltre, sottolinea “insieme a Cisl e Uil abbiamo posto l’attenzione sulla riduzione e qualificazione delle stazioni appaltanti; sulla trasparenza nell’iter delle gare pubbliche; sul contrasto al subappalto e al proliferare della trattativa privata, oltre alla centralità dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Tutti elementi innovativi del nuovo Codice, che escono notevolmente impoveriti e azzerati dalle nuove proposte del Governo”.
“Con il Decreto Semplificazione – avverte Martini – si produce un ulteriore passo indietro. Si dà la possibilità di procedere all’appalto senza un progetto esecutivo, ma sulla sola base di una semplice relazione. Si consente di dilatare all’inverosimile la procedura di trattativa privata senza bando di gara alimentando la discrezionalità. Diviene marginale il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa ripristinando la procedura al massimo ribasso entro la soglia di 5.500.000 euro”. Il segretario confederale evidenzia poi un ulteriore aspetto negativo “viene cancellata l’obbligatorietà di indicare in fase di gara le imprese a cui affidare il subappalto, una decisione devastante che indebolisce il contrasto alla penetrazione delle mafie nel sistema degli appalti”.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Progettisti e sindacati temono ‘effetti devastanti’ per il ritorno all’appalto integrato e l’aumento di procedure negoziate e aggiudicazioni con massimo ribasso.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Tra le principali criticità emerse nel corso di questi primi 30 mesi di applicazione delle nuove regole per i lavori pubblici in Italia hanno riguardato il numero “abnorme” di provvedimenti attuativi, necessari per completare la riforma di cui al D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti).

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Continua oggi all’8a Commissione del Senato l’indagine conoscitiva sull’applicazione del Codice dei contratti con l’audizione dei rappresentanti della CNA (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa) mentre tra martedì e mercoledì si sono svolte quelle

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Il sistema gestionale del futuro rappresenta un’evoluzione del concetto di ERP deve combinare le tecnologie di ultima generazione a competenze di settore.

Fonte: Key4biz

Articolo Originale

Un anno per sostituire il codice, entro l’anno successivo il regolamento attuativo. Al bando i «rinvii a strumenti di normazione secondaria»

Nuovo codice appalti entro un anno, seguito, entro un altro anno, dal regolamento esecutivo e attuativo, ed eventualmente entro i due primi anni di vigenza gli ulteriori correttivi o integrazioni. A prevederlo è lo schema di Ddl delega sulle Semplificazioni predisposto dal governo che oggi dovrebbe essere approvato dal Consiglio dei ministri insieme alle prime norme urgenti di modifica, inserite nel Dl Semplificazioni, anche questo all’esame del Cdm di oggi. Il nuovo codice, si legge nel testo, sarà adottato «con uno o più Dlgs», «sentita l’Anac» e previo parere di Consiglio di Stato e Conferenza unificata entro un anno dall’entrata in vigore del Ddl delega. Le disposizioni attuative, da emanare con uno o più Dpr, dovranno arrivare «entro 24 mesi», sempre dall’entrata in vigore del Ddl delega, che in un solo articolo condensa una serie di indicazioni. Una prima indicazione è una più stretta aderenza alle direttive comunitarie. Si prevede che la rubrica di ciascun articolo del nuovo codice debba indicare «il corrispondente articolo delle direttive europee di cui è data attuazione». La seconda indicazione è di rendere il codice il più immediatamente esecutivo possibile «limitando i livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive europee». 

Ma soprattutto, il nuovo codice suona come un ben servito alla soft law. Tra i «principi e criteri direttivi» indicati c’è infatti la raccomandazione di «eliminare i rinvii a strumenti di normazione secondaria diversi da quelli di cui al comma 3», cioè i decreti legislativi. 
La conferma della volontà di cancellare la stagione delle linee guida dell’Anac arriva dalla lista di materie che il Ddl indica come prioritarie per la definizione del regolamento attuativo del codice appalti. Il regolamento dovrà disciplinare, le seguenti materie: nomina, ruolo e compiti del responsabile del procedimento; progettazione di lavori, servizi e forniture, e verifica del progetto; sistema di qualificazione e requisiti degli esecutori di lavori e dei contraenti generali; sistemi di realizzazione dei contratti e selezione delle offerte; categorie di opere generali e specializzate; direzione dei lavori e dell’esecuzione; esecuzione del contratto, contabilità, sospensioni e penali; collaudo e verifica di conformità; tutela dei lavoratori e regolarità contributiva; affidamento dei contratti di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato, formazione e gestione degli elenchi di operatori economici; requisiti degli operatori economici per l’affidamento dei servizi di architettura e ingegneria; lavori riguardanti i beni culturali; contratti da svolgersi all’estero.

Non passa inosservato che alcune di queste materie sono state già regolamentate dall’Anac o dal ministero delle Infrastrutture. È il caso, per esempio della guida dell’Anac sul Rup, della direzione lavori e dell’esecuzione del contratto, oggetto di un decreto Mit. Anche il sottosoglia è stato regolamentato nel dettaglio dall’Anac con le linee guida n.4. E sulle categorie (generali e specialistiche) si è intervenuto con il decreto sulle cosiddette categorie “superspecialistiche”. Anche le norme attuative sui beni culturali sono già state regolate con un provvedimento ad hoc, in vigore. 
Si è inoltre lavorato – senza che però provvedimenti o linee guida siano ancora usciti – anche sul tema della progettazione: lo schema di Dm Mit sui livelli di progettazione è al rush finale (in un comitato ristretto insediato al Mit), mentre il decreto ministeriale “collegato” sulla progettazione semplificata (fino a 2,5 mln) viene di fatto superato dal Dl Semplificazione che introduce le prime modifiche sul codice appalti. 

Nuovi sono invece il tema della «tutela de lavoratori e regolarità contributiva» e quello dei «lavori all’estero», che il nuovo regolamento dovrà affrontare. Un tema che invece il regolamento non affronterà – perché non indicato nel Ddl delega – è quello della qualificazione delle stazioni appaltanti, una delle grandi incompiute dell’attuale codice, e – al momento – grande assente del prossimo codice. 

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Bianchi, vicepresidente dei costruttori, in audizione al Senato: colpa del nuovo codice la frenata degli investimenti negli ultimi due anni

«Riparametrare il reato d’abuso d’ufficio». È una delle proposte avanzate dall’Associazione nazionale costruttori (Ance)nel corso di un audizione sulla riforma degli appalti davanti alla Commissione Lavori pubblici del Senato. «Se il Paese è bloccato – ha detto Edoardo Bianchi, vicepresidente dell’associazione con delega ai lavori pubblici – è anche perchè per un amministratore o un funzionare oggi è più facile non firmare che mandare avanti un progetto. Il reato d’abuso d’ufficio, è uno di quei reati contestati molto di frequente a monte, ma poi non così frequentemente confermato a valle. Per questo pensiamo che vada riparametrato, anche se non cancellato». Altra richiesta per «permettere alla Pa di agire» è quella di riformare il ruolo del Cipe nell’approvazione dei progetti. «Tra un passaggio e un altro abbiamo calcolato che possono passare più di tre anni e mezzo».

Sulle modifiche al codice l’Ance ha ribadito la richiesta di poter contare da subito su un provvedimento ponte, con 4-5 modifiche dall’impatto immediato per far ripartire gli investimenti e poi una riforma complessiva «e profonda» del Dlgs 50/2016. Una linea che il Governo sembra peraltro aver sposato con le correzioni al codice inserite nel Dl semplificazioni e il Ddl deleghe che prevede anche il mandato al Governo per una riforma più complessiva da portare avanti entro un anno. «In 10 anni il settore ha perso il 47% degli investimenti – ha detto Bianchi – il calo degli ultimi due anni è imputabile alle difficoltà di applicazione del nuovo codice».

Tra i punti da correggere Bianchi ha citato i vincoli sul subappalto, l’offerta economicamente più vantaggiosa ma soprattutto il massimo ribasso, «che deve essere espunto dal nuovo codice» almeno per le opere fino a 5,5 milioni (soglia europea per i lavori) per le opere che non rivestono interesse transfrontaliero . La proposta dell’Ance in questa direzione è quella di applicare il criterio dell’esclusione automatica delle offerte anomale, sorteggiando solo dopo la presentazione delle offerte il criterio di calcolo delle medie economiche (metodo antiturbativa). Tra gli altri vari punti su cui intervenire, secondo l’Ance, inoltre, «è necessario eliminare la possibilità di far partecipare alle gare imprese fallite o in concordato in continuità», dal momento che «la partecipazione alle gare di imprese fallite o in concordato in continuità costituisce un fenomeno distorsivo del mercato, che penalizza le imprese sane».

«Purtroppo – ha sottolineato Bianchi – ai tempi ha cominciato lo Stato ha dare il cattivo esempio creando una bad company per Alitalia. Ora ci provano tutti. Le imprese saltano, fanno una bad company e dopo due anni ce le ritroviamo sul mercato senza il fardello dei debiti. È facile fare l’imprenditore scaricando ogni cinque anni il contatore dei debiti»

Ultimo punto l’abolizione dello split payment. Con in subordine l’estensione del meccanismo del «reverse charge» anche per i fornitori e non solo per i subappaltatori, in modo da rendere l’Iva neutra per i costruttori che acquistano i materiali per eseguire i lavori. «Con lo split payment un costruttore esegue lavori per 100 e si vede pagare 78 perché la Pa trattiene l’Iva- ha concluso Bianchi -. A valle però succede che l’impresa deve pagare l’Iva per gli acquisti sui materiali e può compensare l’Iva non ricevuta a monte solo con i subappaltatori grazie al meccanismo del reverse charge». Per questo l’Ance propone di «abrogare lo split payment o, comunque, rendere l’Iva una partita contabilmente neutra prevedendo, per le imprese soggette a monte allo split payment, l’applicazione del reverse charge a valle anche sulle forniture».

Fonte: Edilizia e Territorio

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La delega elimina le linee guida vincolanti, ma mantiene l’interpretazione sull’applicazione del codice.Rimane la vigilanza, più spazio al precontenzioso

L’Anac rischia di perdere i gradi di Autorità di regolazione del mercato degli appalti, resteranno però i poteri di vigilanza sul mercato e verranno rafforzati quelli di «consulenza» di pubbliche amministrazioni e imprese attraverso l’attività di precontenzioso . La bozza di Ddl deleghe che include il mandato al Governo per riformare il sistema degli appalti chiude l’esperimento soft law e il tentativo di creare una vera attività di regolazione del mercato. L’Autorità Anticorruzione torna così all’era pre-Cantone, almeno sul fronte dell’attività “normativa” vincolante per Pa e imprese. Un ridimensionamento che, almeno secondo le prime indiscrezioni, non avrebbe comportato reazioni eccessivamente negative ai piani alti di Via Minghetti, dove verrebbe considerato comunque molto importante aver mantenuto, e in prospettiva rafforzato, il ruolo di accompagnamento del mercato da svolgere attraverso le linee guida non vincolanti e i pareri su richiesta.

Con l’arrivo del regolamento governativo spariranno invece gli atti con forza cogente nei confronti delle amministrazioni. Addio alla regolazione “flessibile”. Si tornerà al modello in auge ai tempi del codice del 2006, con un regolamento unico emanato dal governo in forma di Dpr, dopo aver ricevuto il parere del Consiglio di Stato.

Quanto alle linee guida già prodotte è possibile che non tutto il lavoro fatto dall’Autorità vada perduto. La bozza della delega, che potrebbe essere discussa già oggi in Consiglio dei ministri insieme al Dl semplificazioni, lascia già intravedere che su punti specifici (affidamenti sottosoglia, nomina dei Rup) almeno nei contenuti, alcune linee guida dell’Anac potranno essere recuperate dal nuovo regolamento. Tutte le altre dovrebbero invece conseguentemente perdere efficacia. E visto che nel frattempo sono andate in Gazzetta, come un qualunque altro atto normativo, c’è chi si chiede se per decretarne il fine vita servirà anche un provvedimento di abrogazione espresso.

Stando a quanto c’è scritto nella bozza di legge delega l’Autorità non dovrebbe invece perdere tutti gli altri poteri di vigilanza e controllo sul mercato che il nuovo codice ha reso molto più penetranti rispetto al passato. Dovrebbero restare dunque i controlli sulle varianti, le verifiche sugli appalti in house, la gestione dell’albo dei commissari i gara e soprattutto il potere di raccomandazione e successiva impugnazione dei bandi irregolari. Non sarebbe in discussione neppure il potere di proporre il commissariamento delle imprese a rischio corruzione, peraltro previsto da una legge diversa dal codice appalti: il Dl 90/2014. Insomma resterebbe in piedi tutto quel sistema di controlli che, secondo i detrattori, ha reso l’Anac uno “spauracchio” talmente temuto dai funzionari pubblici, da paralizzarne l’attività. Questo almeno in teoria. Nella delega si stabilisce infatti che l’Autorità deve perdere i poteri di regolazione vincolante, ma c’è alcun paletto che impone, riscrivendo il codice, di mantenerne tal quali come oggi i poteri di controllo sul mercato.

Quanto all’attività di risoluzione delle controversie prima di arrivare alle Aule dei tribunali (precontenzioso), la delega spinge verso un estensione dell’attività svolta dall’Anac, ma non è chiaro se attraverso pareri vincolanti, come in qualche caso accade oggi, o meno.

Semplificazione «massima» sottosoglia 
Anac a parte un altro punto della delega che merita di essere sottolineato riguarda gli appalti sotto soglia europea (5,5 milioni per i lavori, 221mila euro per i servizi). Qui la delega spinge molto sulle esigenze di semplificazione. Il nuovo codice dovrà prevedere un disciplina tutta nuova e «opportunuamente differenziata» rispetto alle norme applicabili al resto degli affidamenti. Soprattutto la spinta è nella direzione della «massima semplificazione» delle procedure che dovranno essere imporontate alla massima «rapidità». Per proporre correttivi ci saranno poi due anni di tempo, periodo raddoppiato rispetto a quanto accaduto con il codice del 2016, rimasto peraltro ancora oggi largamente inattuato.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Tra le modifiche contenute nel Dl Semplificazioni all’esame del Cdm previsto oggi, c’è «l’inversione procedimentale» (opzionale) nel sottosoglia

Eliminare il dispendio di tempo necessario per la verifica amministrativa dei requisiti di tutti i partecipanti alle gare di lavori servizi e forniture. È questo lo scopo di una modifica al codice che riguarda le procedure aperte nelle gare sottosoglia introdotta dal Dl Semplificazioni. Lo schema di decreto legge, salvo imprevisti, dovrebbe essere approvato oggi dal Consiglio dei ministri insieme al disegno di legge delega che riguarda, tra le altre cose, anche la riforma del codice appalti. 

La novità in arrivo (se il testo sarà confermato) riguarda l’introduzione della possibilità di invertire rispetto ad oggi l’ordine delle due fasi della procedura, anticipando cioè l’esame delle offerte tecniche rispetto alla verifica dei requisiti amministrativi, in analogia con quanto è consentito nei settori speciali. La stazione appaltante potrà scegliere di adottare questa soluzione – peraltro contenuta e prevista all’articolo 56 della direttiva 2014/24/Ue – ma dovrà indicarla nel bando di gara. E dovrà indicare nel bando anche «le modalità della verifica sugli offerenti, anche a campione, della documentazione relativa dell’assenza dei motivi di esclusione e del rispetto dei criterio di selezione». 

La nuova opzione offerta alla stazione appaltante è indicata nel nuovo comma 5-bis che si inserisce dopo il comma 5 dell’articolo 36 del codice dedicato appunto ai contratti sottosoglia. Ecco il testo integrale del comma (come indicato nella bozza di entrata in Cdm del decreto legge Semplificazioni: «5-bis. Nelle procedure aperte, le stazioni appaltanti possono decidere che le offerte siano esaminate prima della verifica dell’idoneità degli offerenti. Tale facoltà può essere esercitata se specificamente prevista nel bando di gara o nell’avviso. Se si avvalgono di tale facoltà, le amministrazioni aggiudicatrici garantiscono che la verifica dell’assenza di motivi di esclusione e del rispetto dei criteri di selezione sia effettuata in maniera imparziale e trasparente, indicando nei documenti di gara le modalità della verifica sugli offerenti, anche a campione, della documentazione relativa dell’assenza dei motivi di esclusione e del rispetto dei criteri di selezione. Nel caso di applicazione dell’articolo 97, comma 8, sulla base dell’esito di detta verifica, si procede a ricalcolare la soglia di anomalia».

La nuova norma specifica che nel caso di affidamenti al massimo ribasso, andrà ricalcolata la soglia di anomalia (che potrebbe essere modificata a seguito dell’eliminazione delle offerte di concorrenti che non hanno passato il vaglio delle successive verifiche sui requisiti amministrativi indicati all’articolo 80). Non è chiarissimo cosa succede se una stazione appaltante che decide di affidare un appalto sottosoglia con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa vogli anche approfittare dell’inversione procedimentale. In questo caso sembra perdere di significato il riferimento all’articolo 97, comma 8. A meno che, l’intero comma 5-bis, nell’intenzione del legislatore – sia pure non chiaramente espressa – debba applicarsi alle sole procedure aperte sottosoglia con aggiudicazione al massimo ribasso. 

Fonte: Edilizia e Territorio

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Consiglio di Stato: in questo caso non vale la regola che permette di sostituire la ditta ausiliaria con un’altra in possesso dei requisiti

Qualora nell’ambito dell’avvalimento l’impresa ausiliaria abbia rilasciato una dichiarazione mendace, omettendo di indicare un reato commesso da un ex amministratore, l’ente appaltante deve procedere all’esclusione del concorrente che aveva intenzione di avvalersi della suddetta impresa ausiliaria. 

Non è infatti applicabile alla fattispecie la previsione normativa che consente, a fronte della riscontrata carenza dei requisiti generali in capo all’impresa ausiliaria, di sostituire quest’ultima senza incorrere nella sanzione dell’esclusione. 

Inoltre relativamente alla commissione di reati va tenuta distinta l’ipotesi delle fattispecie di reato espressamente indicate come causa di esclusione da quelle in cui sussiste a carico del concorrente solo un onere di denuncia, lasciando all’ente appaltante ogni valutazione al riguardo, specie sotto il profilo della sussistenza del grave illecito professionale. Ciò tenendo presente che comunque la presentazione di documenti o dichiarazioni non veritieri costituisce di per sé causa di esclusione dalla gara. 

Sono queste le principali affermazioni contenute nella sentenza del Consiglio di Stato, Sez. V, 19 novembre 2018, n. 6529, che da un lato si occupa del profilo specifico degli oneri dichiarativi nell’ambito dell’avvalimento, dall’altro offre lo spunto per individuare i criteri che devono guidare i concorrenti a fronte della eventuale commissione di reati. 

Il fatto 
Un ente appaltante aveva svolto una procedura aperta per l’affidamento di un appalto integrato di progettazione ed esecuzione di lavori. A fronte dell’intervenuta aggiudicazione l’impresa seconda classificata proponeva ricorso contestando, tra le altre cose, che l’aggiudicataria aveva presentato una dichiarazione poi risultata non veritiera in relazione ai requisiti dell’impresa ausiliaria di cui la prima intendeva avvalersi. In particolare nella dichiarazione risultava omessa l’intervenuta condanna penale nei confronti dell’ex direttore tecnico dell’impresa ausiliaria per un reato relativo alla gestione di rifiuti non autorizzata. 
Il Tar Lazio, investito della controversia, ha respinto il ricorso anche con specifico riferimento alla censura sopra indicata. Il giudice amministrativo ha infatti ritenuto che, pur trattandosi di una dichiarazione oggettivamente non veritiera, essa si riferisse a una condanna penale che non influiva in alcun modo sulla moralità professionale dell’impresa ausiliaria, trattandosi di un reato di scarsa rilevanza e che risultava commesso in epoca molto risalente nel tempo rispetto al momento di indizione della gara.

La decisione del giudice di primo grado è stata oggetto di appello presso il Consiglio di Stato che, nel riformare la sentenza del Tar, si è in particolare soffermato proprio sul profilo da ultimo segnalato.

La dichiarazione mendace dell’impresa ausiliaria 
Il punto di partenza della fattispecie in esame è che l’impresa ausiliaria, pur avendo il suo ex direttore tecnico commesso un reato legato alla gestione dei rifiuti, ha omesso ogni riferimento allo stesso nella dichiarazione rilasciata. 
Secondo il Consiglio di Stato questa omissione è di per sé causa di esclusione dalla gara, a prescindere dall’indagine sulla qualità e gravità del reato di cui si tratta. 
Questa conclusione viene fondata sulla considerazione che la dichiarazione mendace costituisce un’autonoma fattispecie di esclusione dalla gara, a prescindere dal possesso o meno dei requisiti generali – e quindi a prescindere dall’indagine sul rilievo del reato in questione come integrante un’ipotesi di esclusione – in quanto viene a minare il rapporto fiduciario tra ente appaltante e concorrente.

Una conferma in questo senso si troverebbe anche nel dato testuale della norma. L’articolo 89, comma 1 del D.lgs. 50 stabilisce infatti che nell’ambito dell’avvalimento l’impresa principale deve presentare, tra le altre cose, una dichiarazione sottoscritta dall’impresa ausiliaria attestante il possesso dei requisiti generali. Nel caso di dichiarazioni mendaci si procede all’esclusione del concorrente e all’escussione della garanzia.

In realtà il punto sta proprio nello stabilire quando una dichiarazione possa considerarsi mendace. La norma sembra collegare la dichiarazione mendace al possesso dei requisiti generali, per cui una dichiarazione può essere considerata tale solo se nasconde un fatto o una circostanza che ha rilievo ai fini del possesso di detti requisiti.

Va poi tenuta nella debita considerazione anche la previsione contenuta nel comma 3 dell’articolo 89, secondo cui l’impresa ausiliaria nei cui confronti sussistono cause di esclusione deve essere sostituita. Questa previsione mal si concilia con quella contenuta al precedente comma 1, che sancisce l’esclusione del concorrente nel caso di dichiarazioni mendaci dell’impresa ausiliaria. In altri termini la dichiarazione mendace dell’impresa ausiliaria dovrebbe produrre contestualmente due effetti, tra loro contrapposti: da un lato l’esclusione del concorrente (e dell’impresa ausiliaria), dall’altro la sostituzione dell’impresa ausiliaria.

Questa contraddizione è stata superata nella pronuncia in commento sulla base di un ritenuto rapporto di specialità della previsione del comma 3 rispetto a quella del comma 1. Si tratta in verità di una conclusione tanto netta quanto debole nella sua argomentazione, non essendo del tutto chiaro come si venga a definire il dichiarato rapporto di specialità tra le due previsioni.

La questione si arricchisce poi di ulteriori elementi se si esaminano anche le previsioni contenute all’articolo 80 in materia di requisiti generali ovvero di cause di esclusione dalle gare. Infatti al comma 5 è stata inserita dal Decreto correttivo (Dlgs 56/2017) la causa di esclusione consistente nel fatto che l’operatore economico abbia presentato in sede di gara documentazione o dichiarazioni non veritiere. In realtà anche in questo caso occorre valutare quando una dichiarazione può considerarsi non veritiera, nel senso che va delimitato il campo di quello che ragionevolmente deve formare oggetto di dichiarazione.

I reati e le dichiarazioni mendaci 
Proprio con riferimento al rapporto tra commissione di reati e dichiarazioni mendaci la pronuncia del Consiglio di Stato svolge alcune importanti considerazioni.

Secondo il giudice amministrativo la dichiarazione non veritiera è sanzionata in via generale, in quanto circostanza che incide negativamente sull’affidabilità del futuro contraente, e ciò a prescindere da ogni considerazione su fondatezza, gravità e pertinenza degli episodi non dichiarati. Il legislatore ha inteso sanzionare la reticenza in sé considerata, in attuazione dei principi di lealtà e affidabilità, che devono indurre gli aspiranti contraenti alla più totale correttezza e trasparenza.

Sotto altro profilo l’eventuale condanna può assumere rilievo in quanto espressione del grave illecito professionale, dovendosi ritenere tale qualsiasi condotta legata all’esercizio dell’attività professionale che abbia dato luogo a fattispecie penali. 
Inoltre, sotto il profilo degli effetti, vanno tenute distinte le condanne penali relative agli specifici reati elencati al comma 1 dell’articolo 80 da quelle che possono avere influenza ai fini di configurare il grave illecito professionale. Nel primo caso l’esclusione è un atto vincolato, discendendo direttamente dalla legge, mentre nel caso del grave illecito professionale la valutazione sulla rilevanza del reato quale causa di esclusione è rimessa alla stazione appaltante, fermo restando che il concorrente non può compiere alcuna autonoma valutazione in merito alla rilevanza dei reati che devono essere comunicati all’ente appaltante.

Questo insieme di affermazioni estende in maniera molto ampia i contenuti dell’obbligo dichiarativo dei concorrenti in relazione ai reati commessi. L’impostazione non sembra fare differenza in relazione alla tipologia di reati e alla loro gravità: qualunque reato va dichiarato, restando poi in capo all’ente appaltante la valutazione ultima sulla loro effettiva incidenza ai fini di consentire o meno la partecipazione alla gara del concorrente.

I reati e le cause di esclusione 
Le considerazioni svolte consentono di operare qualche ulteriore riflessione in merito al rapporto tra commissione di reati e cause di esclusione dalle gare, con riferimento all’estensione dell’obbligo informativo che grava sul concorrente.

Vi sono delle tipologie di reati il cui accertamento con sentenza passata in giudicato o decreto penale di condanna o sentenza patteggiata producono di per sé l’esclusione del concorrente dalla gara. Si tratta dei reati puntualmente elencati all’articolo 80, comma 1, e che sono ritenuti di una gravità tale da comportare l’automatica esclusione, senza che residui alcun apprezzamento discrezionale in capo all’ente appaltante. 
In questa ipotesi è evidente che sussiste un obbligo informativo a carico del concorrente, che più ragionevolmente condurrà lo stesso alla rinuncia alla partecipazione alla gara.

Diverso è il discorso per gli altri reati che non rientrano nell’elencazione sopra richiamata. In questo caso la commissione del reato può incidere negativamente sulla “moralità professionale” del concorrente. L’articolo 80, comma 5, lettera c) prevede infatti che il concorrente sia escluso qualora lo stesso si sia reso colpevole di gravi illeciti professionali, tali da rendere dubbia la sua integrità o affidabilità, che l’ente appaltante può dimostrare con mezzi adeguati. Rispetto a questa ipotesi si tratta di stabilire quanto esteso sia l’obbligo informativo a carico dei concorrenti.

Vi è al riguardo una tesi estensiva, fatta propria dalla giurisprudenza prevalente e a cui si richiama anche la sentenza in commento, secondo cui il concorrente sarebbe tenuto a dichiarare qualunque reato, a prescindere dalla sua tipologia, gravità e periodo più o meno risalente nel tempo in cui è stato commesso. Ciò in aderenza al principio secondo cui non spetta al concorrente operare alcun tipo di valutazione, dovendosi egli limitare a registrare il fatto storico, sulla cui rilevanza solo l’ente appaltante può esprimersi.

La conseguenza ultima è che se il concorrente omette di dichiarare un reato, qualunque esso sia, egli incorre nella causa di esclusione di cui al comma 5, lettera f- bis, che sanziona la documentazione o dichiarazione non veritiera presentata nella procedura di gara. 
In realtà questo approccio interpretativo non convince del tutto. Infatti, essendo la commissione del reato legata all’eventuale sussistenza del grave illecito professionale, i reati che vanno dichiarati sono solo quelli che attengono a tale ipotesi, che sono cioè in grado di incidere sulla moralità ed affidabilità del concorrente.

Evidentemente appare corretto ritenere che il concorrente debba muoversi con criteri prudenziali, e quindi nel dubbio in merito alla rilevanza di un reato debba dichiararlo lasciando la valutazione ultima all’ente appaltante. Nel contempo sembra ragionevole escludere dall’onere dichiarativo quei reati che per tipologia non hanno alcuna attinenza con l’illecito professionale e la cui conoscenza risulta quindi del tutto indifferente per l’ente appaltante.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, n.14 del 16 gennaio 2018, è stato adottato il “Regolamento recante procedure e schemi-tipo per la redazione e la pubblicazione del programma triennale dei lavori pubblici, del programma biennale per l’acquisizione di forniture e servizi e dei relativi elenchi annuali e aggiornamenti annuali” in attuazione dell’articolo 21, comma 8, del d.lgs. 50/2016.

Fonte: Lavori Pubblici

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Quando è legittimo il ricorso al soccorso istruttorio operato dalla stazione appaltante in sede di valutazione delle offerte? A rispondere a questa domanda ci ha pensato la Sezione Terza del Consiglio di Stato con la sentenza n. 6752/2018 con la quale ha respinto il ricorso presentato per l’annullamento di una decisione di primo grado che aveva ritenuto illegittimamente applicato lo strumento del soccorso istruttorio.

Fonte: Lavori Pubblici

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Ampliati gli spazi per l’appalto integrato. Alla fine sembra che il Governo si sia deciso a rivedere, in parte, l’idea iniziale di limitare il ricorso al c.d. appalto integrato.

Fonte: Lavori Pubblici

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Se queste sono le proposte del Governo del cambiamento per semplificare e per riformare il codice, possiamo tranquillamente dire che i progettisti possono prepararsi a chiudere“.

Sono queste le parole del Presidente OICE Gabriele Scicolone in riferimento alle proposte di modifica al D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti) contenute nell’art. 17 della bozza del D.L. Semplificazioni che il Governo sta preparando.

Fonte: Lavori Pubblici

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Con la conversione in Legge del decreto sicurezza introdotta una nuova modifica per l’invio notifica preliminare cantieri e introdotte nuove disposizioni relative al piano di emergenza interno per gli impianti di stoccaggio e lavorazione dei rifiuti.

Fonte: Punto Sicuro

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Un nuovo studio prevede i rischi che si prospettano per la salute e la sicurezza: intelligenza artificiale, robot collaborativi, realtà virtuale e aumentata, piattaforme online e altre innovazioni sono destinate a cambiare le modalità di lavoro.

Fonte: Punto Sicuro

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Un intervento al convegno SAFAP 2018 presenta alcune procedure di ispezione e verifica di impianti ed attrezzature in ambienti sospetti di inquinamento o confinati. L’accesso agli ambienti confinati, i risultati e le check list.

Fonte: Punto Sicuro

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Segmentazione delle risposte fra pubbliche amministrazioni, professionisti e aziende private, articoli del Codice Appalti più commentati, numeri sulle proposte di abrogazione, modifica o conferma. I dettagli sulla consultazioni ministeriale.

Fonte: Agenda Digitale

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Le linee di indirizzo del Civ per la redazione del bando Isi per il 2018.

Gli incentivi Inail per la sicurezza del lavoro dovranno andare anche alle imprese che adottano modelli organizzativi e di responsabilità sociale.

Fonte: Italia Oggi

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«Necessario un intervento dell’Autorità per meglio cadenzare l’entrata in vigore della previsione e definirne modalità di applicazione più funzionali»

L’attuale dibattito sull’efficacia della soft law nel settore della contrattualistica pubblica rischia – a breve – di arricchirsi di un ulteriore caso concreto che, se non corretto in tempo, potrebbe determinare un sostanziale blocco delle gare d’appalto.

Al pesante calo delle gare d’appalto (oltre il 40%) che si sta già registrando a causa dell’obbligo per le Pa di effettuare comunicazioni solo per posta elettronica (da cui consegue la necessità di effettuare le procedure concorsuali attraverso una piattaforma telematica), si dovrebbe aggiungere il sistema di estrazione a sorte dei commissari di gara, di cui agli articoli 77 e 78 del codice dei contratti e della linea guida n. 5(delibera 648 del 18 luglio 2018) con cui sono state diramate le istruzioni operative per l’iscrizione all’Albo dei Commissari. 
Bisogna però dire che, l’entrata in vigore dell’Albo dei commissari – fissata per il 15 gennaio 2019 – non deriva direttamente dall’articolo 216 c.12 del Codice (quindi non è dipesa dal legislatore), ma da provvedimenti dell’Anac. Tali provvedimenti hanno regolato la fase transitoria in attesa dell’entrata in vigore dell’Albo dei commissari.

In particolare, con la linea guida n. 5 (Punto n. 1.2) del 10 gennaio 2018, si prevede che «l’Autorità con ulteriori linee guida disciplini i termini del periodo transitorio da cui scatta l’obbligo del ricorso all’Albo».

Quindi, con la delibera 648 del 18 luglio 2018 (che per la precisione non è formalmente una linea guida, ma un Comunicato del Presidente dell’Anac) si prevede che «ai fini dell’estrazione degli esperti, l’Albo è operativo, per le procedure di affidamento delle quali i bandi e gli avvisi prevedono termini di scadenza della presentazione dell’offerte a partire, dal 15 gennaio 2019».

Ne deriva che per tutte le gare in cui viene prevista l’offerta economicamente più vantaggiosa e nelle quali il termine per la presentazione dell’offerta sia successivo al 15 gennaio 2019, le stazioni appaltanti dovranno obbligatoriamente attingere da tale Albo sia per la nomina dei commissari di gara sia per la nomina del presidente di commissione. 
Questo vale per tutti gli appalti di lavori superiori a 1 milione di euro, nonché per i servizi e le forniture superiori alla soglia comunitaria.

Occorre osservare, peraltro, come, ad oggi, facendo delle ricerche sul portale dell’Anac siano riscontrate circa 1.100 iscrizioni nell’Albo dei commissari, un numero che appare palesemente insufficiente a fronteggiare le esigenze delle varie amministrazioni su tutto il territorio nazionale (si possono in media calcolare un numero di gare mensili di oltre 500, con almeno tre componenti la commissione di gara: quindi 1500 commissari al mese!). E ciò, senza neppure considerare le iscrizioni di soggetti non effettivamente interessati o, ancora peggio, che – spaventati dalle responsabilità – decidano di non accettare l’incarico!

Se si aggiungono anche: le inevitabili e fisiologiche lungaggini conseguenti alla richiesta da parte delle amministrazioni all’Anac; il tempo di risposta di quest’ultima; la necessaria effettuazione del sorteggio; il recapito dell’invito ai commissari sorteggiati; la fissazione delle date per i diversi incontri della commissioni di gara, ecc., ben si comprende come il pericolo di totale blocco sia oggettivo e reale.

Ma v’è di più!

Occorre anche prendere in considerazione che, in questo modo si introduce nel procedimento di scelta del contraente un subprocedimento legato alla scelta dei commissari di gara, con tutte le conseguenze anche in tema di ricorsi davanti al giudice amministrativo e di contestazioni che possono ripercuotersi anche sulle procedure di aggiudicazione.
Appare evidente, allora, la delicatezza del tema. 

Evidentemente, chi ha ipotizzato questo meccanismo ha preso in considerazione soltanto i sacrosanti principi dell’anticorruzione senza preoccuparsi delle negative ricadute di tale regolamentazione sul sistema degli appalti. Ancora una volta, sorge la domanda se sia corretto e possibile sacrificare il sistema produttivo del Paese in nome dell’esigenza di combattere la corruzione, o se non vi siano, quanto meno, strumenti che valorizzino l’operato e l’efficacia della pubblica amministrazione non corrotta, vale a dire la gran parte della stessa.

Tornando alla scadenza del 15 gennaio 2019, siamo ancora in tempo per intervenire ed evitare i pericoli di blocco dell’attività. Auspichiamo, pertanto, che l’Anac intervenga con immediatezza per meglio cadenzare l’entrata in vigore della previsione e definirne modalità di applicazione più funzionali.

Questo non significherebbe affatto perdere autorevolezza ed efficacia nell’azione da parte dell’Anac, ma al contrario, evitando il blocco delle gare, porterebbe ad un incremento della fiducia di tutti gli operatori nel suo ruolo istituzionale di reale controllo.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Nel decreto che andrà in Consiglio dei ministri questa settimana l’alleggerimento delle procedure di gara sotto i 5,5 milioni

Sarà necessariamente una risposta interlocutoria quella che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, darà domani sulla Torino-Lione ai comitati «Si Tav», invitati a Palazzo Chigi dopo la manifestazione di Torino. Inevitabile per il governo attendere l’analisi costi-benefici commissionata dal ministro delle Infrastrutture Toninelli in stretto raccordo con ilvicepremier Di Maio e attesa per la fine del mese. Al tempo stesso il premier vorrà rimarcare come il suo governo lavora per la crescita, per gli investimenti e per il rilancio delle infrastrutture piccole e grandi. Per dare credibilità a questa posizione Conte non si limiterà a promettere qualche norma aggiuntiva nella legge di bilancio e a ricordare i 15 miliardi in più già stanziati in quel provvedimento. Annuncerà lo sblocco del terzo valico Genova-Milano, prima opera per cui arriva la “pagella” dei tecnici, e la riapprovazione nel Consiglio dei ministri di mercoledì o giovedì di un decreto legge semplificazioni potenziato. In particolare, nel decreto è stato inserita la prima tranche della riforma del codice degli appalti, che modifica e alleggerisce le procedure di gara per le piccole opere «sottosoglia», quindi inferiori ai 5 milioni di euro. Nella stessa riunione del governo dovrebbe essere varato il disegno di legge delega che rimette mano complessivamente al codice degli appalti varato dal governo Renzi e correttto già una volta dal governo Gentiloni. Una profonda riforma del codice appalti è quello che chiedono anche le imprese.

Dopo due mesi nel “congelatore” riapproderà dunque questa settimana (forse già domani) al consiglio dei ministri il decreto semplificazioni che era stato approvato «salvo intese» lo scorso 15 ottobre. Tra le novità, rispetto alle norme già annunciate, c’è la proroga per il rimborso del prestito Alitalia (nel termine di 30 giorni dal completamento della cessione degli asset). Ma c’è anche l’abolizione del Sistri, il sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti. Non ci saranno nuove proroghe della concessione ai privati e si studia un sistema la cui gestione sarà effettuata direttamente dal ministero dell’Ambiente. Fino alla definizione del nuovo sistema, dal 1° gennaio 2019 i soggetti su cui ricade l’obbligo potranno usare il tradizionale metodo “cartaceo” oppure la modalità telematica consentita in base al Codice dell’amministrazione digitale. Spunta anche la modifica alle norme sull’esecuzione immobiliare per proteggere dal pignoramento degli immobili gli imprenditori in crisi a causa di crediti non saldati dalla Pubblica amministrazione. Confermate le altre misure: dai 50 milioni al Fondo di garanzia a difesa proprio degli imprenditori che hanno crediti con la Pa, alle nuove semplificazioni per le startup, alla validità giuridica per la tecnologia blockchain. Non c’è invece – almeno secondo le ultime bozze – la norma sull’Rc auto “equa” fortemente voluta dai Cinque Stelle e dal ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio per ridurre i costi soprattutto nelle aree del Sud più penalizzate. Finora avrebbe pesato il secco “no” della Lega.

Sul fronte lavoro, in bilico le due norme che “correggono” il decreto dignità. Con la prima si prova a dare maggior peso alla contrattazione nazionale nel gestire le causali che sono tornate obbligatorie nei contratti a termine. Con la seconda, si era ipotizzata la cancellazione del contributo aggiuntivo, 0,5%, in caso di rinnovi dei contratti interinali e stagionali.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Si va dalla gronda di Genova, che vale 5 miliardi, al completamento dell’ospedale Morelli diReggio Calabria che ne costa 114,9.

Sono 27 le grandi opere italiane di importo superiore a 100 milioni ferme, in bilico o congelate e valgono un investimento complessivo di 24,6 miliardi. Il monitoraggio stavolta lo ha fatto l’Ance, l’associazione nazionale dei costruttori, con il proprio sito sbloccantieri.it che ha per obiettivo censire a tutto campo le opere bloccate. Si va dalla gronda di Genova, che vale 5 miliardi, al completamento dell’ospedale Morelli diReggio Calabria che ne costa 114,9.

Le grandi opere ferme sono concentrate maggiormente al Nord (si veda la mappa pubblicata in alto): 16 opere per un totale di 16 miliardi di euro di investimento.

Questo spiega perché proprio dal “Nord produttivo” siano partite la contestazione più dura al governo e la richiesta di un rilancio immediato dei cantieri bloccati. Il tema delle infrastrutture bloccate o a rilento non è certo una novità attribuibile solo a questo governo. E in effetti nella protesta delle imprese c’è un allarme più generale, che va dalle leggi farraginose ai passaggi infiniti di approvazione delle opere dalla burocrazia infinita all’eterna riprogrammazione delle priorità a seconda del colore politico si scagliano ora le imprese unite. Il grande male che tutti promettono e nessuno riesce a risolvere.

Non c’è dubbio, però, che il bersaglio delle imprese sia anche il governo attuale in modo puntuale. L’accusa è quella di fare poco o nulla per la crescita, sia nella manovra, dove si tagliano gli incentivi per industria 4.0, sia proprio per le infrastrutture. Un governo che a parole vuole rilanciare gli investimenti pubblici ma poi si attarda nel fare per l’ennesima volta l’analisi alle singole opere. Con un conflitto interno fortissimo fra la Lega che le opere infrastrutturali vuole farle di corsa e i Cinque stelle che hanno nel proprio dna costitutivo movimenti come i “no Tav” capaci di orientare pesantemente il consenso pro o contro il Movimento nelle regioni dove operano. Un conflitto che genera paralisi quando le stesse ricette di politica economica del governo richiederebbero che sullo sblocco di grandi e piccole opere si corresse.

Le opere ferme, per altro, non si trovano soltanto al nord perché anche nel centro-sud il monitoraggio Ance ha individuato numerose opere: quattro al centro per un investimento di 5,3 miliardi e sette nel Mezzogiorno per 3,1 miliardi di euro. L’Ance calcola l’effetto che produrrebbe uno sblocco di tutte le opere ferme: impatto sull’economia (comprteso l’indotto) per 86 miliardi e 380mila posti di lavoro.

L’altro argomento che usa l’Ance rigurarda i fondi Ue per le infrastrutture prioritarie. L’Italia si colloca al terzo posto, con un aiuto di 1,5 miliardi (su un investimento di 3,8), fra i paesi europei beneficiari dopo Germania e Francia. La Torino-Lione è la prima opera beneficiaria con 451 milioni. «Mettere in discussione il progetto – dice Ance – significa mettere a rischio i finanziamenti europei, oltre a rischiare una penale».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Completare le opere strategiche programmate e iniziate è priorità per cittadini e imprese: no a nuove incompiute“. È l’appello lanciato dai vertici Ance riuniti a Torino per il Consiglio di Presidenza nazionale allargato al Comitato di Ance Torino e ai Presidenti territoriali di Ance Piemonte in vista degli Stati Generali delle Associazioni di impresa che si terrà nel capoluogo piemontese.

Fonte: Lavori Pubblici

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Un documento presenta una raccolta di sentenze sul tema della responsabilità penale del responsabile del servizio di prevenzione e protezione. Le definizioni dell’RSPP e il collegamento funzionale con il datore di lavoro.

Fonte: Punto Sicuro

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Una tecnologia di manifattura additiva in grado di realizzare prodotti a elevate prestazioni in materiale composito: anche quest’anno l’Industria 4.0 l’ha fatta da padrone al Premio nazionale dell’innovazione, il concorso legato a idee e business plan del mondo universitario. Ad aggiudicarsi il premio assoluto è stato il progetto Moi, vincitore della Start Cup Lombardia.

«Si tratta di un sistema all’avanguardia – ha spiegato il capogruppo Gabriele Natale – che prevede l’utilizzo di una macchina a controllo numerico in grado di depositare delle fibre continue impregnate di resina termoindurente al fine di creare oggetti a elevate prestazioni orientando le fibre in funzione del carico che dovranno sopportare».

Il Pni – a cui concorrono i migliori progetti d’impresa innovativa vincitori delle 15 competizioni regionali (StartCup) che coinvolgono le 47 università e incubatori associati, oltre a numerose istituzioni – ha visto quest’anno la partecipazione di 2.388 neoimprenditori, per un totale di 797 idee d’impresa e 315 business plan presentati. I vincitori sono stati selezionati tra le 59 startup finaliste da una giuria composta di esponenti del mondo dell’impresa, della ricerca universitaria e del venture capital, sulla base di criteri come originalità dell’idea imprenditoriale, realizzabilità tecnica, interesse per gli investitori, adeguatezza delle competenze del team, attrattività per il mercato. Il montepremi complessivamente erogato è stato pari a un milione di euro, di cui 400mila in denaro e 600mila in servizi offerti dagli atenei e dagli incubatori.

«Per il secondo anno consecutivo il vincitore del Pni è una startup che contribuisce al filone di Industry 4.0 – commenta Giovanni Perrone, presidente di PNICube – Questo a testimonianza dell’attualità della ricerca e delle applicazioni innovative delle università italiane che, attraverso le loro idee imprenditoriali, possono attivamente contribuire alla crescita e all’innovazione di uno degli asset fondamentali dell’economia del Paese, la manifattura».

Per quanto riguarda gli altri premi , quello dedicato al Cleantech&Energy è andato a InnovaCarbon, dalla StartCup Calabria, con una tecnologia per la depurazione di acque contaminate da sostanze organiche attraverso un filtro assorbente composto da nanomateriali dalle altissime performance. Quello per l’Ict è stato aggiudicato a Ofree (StartCup Veneto) con una provocatoria applicazione che permette alle persone di convertire il tempo speso giocando ai videogiochi in donazioni, in modo coinvolgente. A vincere il premio Life Sciences è stato Relief (StartCup Toscana) che ha sviluppato uno sfintere endouretrale per il ripristino della continenza urinaria: scarsa invasività e facilità di utilizzo le caratteristiche salienti della soluzione.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Ordine Architetti Roma: ‘i minimi sono giustificati da ragioni di interesse pubblico’. Promuovere la sicurezza negli appalti equiparando i corrispettivi dei professionisti della sicurezza ai costi della sicurezza tradizionalmente intesi.

Fonte: Edilportale

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Tutte le novità del testo approvato dal comitato tecnico-scientifico sulla prevenzione incendi, destinato a sostituire il Dm del 1998

È stato approvato nella seduta del 28 novembre del Comitato centrale tecnico scientifico per la prevenzione incendi (Ccts) del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, l’attesa bozza di decreto con la quale vengono aggiornati i criteri per la valutazione del rischio antincendio e la gestione delle emergenze nei luoghi di lavoro. Si tratta, nello specifico, del regolamento destinato a sostituire lo “storico” decreto 10 marzo 1998. L’emanazione del provvedimento era stata prevista, dieci anni fa, dal cosiddetto “testo unico” sulla sicurezza, ossia dal Dlgs 81 del 2008. Più volte, negli anni, si era arrivati ad abbozzarlo, ma negli ultimi mesi il testo è stato elaborato e poi emendato, fino ad arrivare in pochissimo tempo alla versione concordata del 28 novembre. Un’accelerata che il provvedimento non aveva mai conosciuto. 

La bozza, ormai delineata dai Vigili del Fuoco, stabilisce i criteri da seguire sia per valutare il rischio incendio all’interno dei luoghi di lavoro che per stabilire le conseguenti misure da adottare per ridurre la probabilità di innesco e per contenere le conseguenze in caso di incendio. Sono comprese, ovviamente, le misure organizzative e gestionali da attuare, che comprendono l’eventuale stesura del piano di emergenza e la designazione e la formazione degli addetti al servizio antincendio. Rispetto alla versione della bozza di decreto presentata nella seduta del 10 luglio scorso, in sede di Ccts, la struttura del testo è stata molto semplificata, passando da 60 a 42 pagine. In particolare, vengono accorpati in un unico capitolo i criteri di prevenzione incendi e le misure di protezione per le attività non normate (prive di regola tecnica), soggette o non soggette al controllo da parte dei Vigili del Fuoco. Va ricordato che le cosiddette “attività soggette” sono quelle individuate dal Dpr 151 del 2011 (allegato I). 

L’iter nel comitato tecnico e i prossimi step
La semplificazione della bozza è arrivata in sede di Ccts con il pressing delle categorie professionali «unite e solidali», afferma Marco Di Felice, componente del Ccts e membro del gruppo di lavoro “Sicurezza” del Consiglio nazionale degli ingegneri. Proprio per mezzo del suo gruppo di lavoro, guidato dal consigliere Gaetano Fede, il Cni aveva portato avanti una contestazione radicale del testo, inviando a settembre una lettera al Capo del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, Gioacchino Giomi. Oltre alla semplificazione del testo, si chiedeva che il decreto andasse a inglobare i metodi e i principi più moderni propri del Codice di prevenzione incendi (Dm 3 agosto 2015). Seppure la bozza di regolamento conservi un’impostazione prescrittiva, qualche apertura, seppure scarsa, verso concetti più moderni c’è stata (si veda oltre). Oltre ad una struttura più snella, inoltre, vengono meglio precisati alcuni concetti chiave, come il rapporto tra la nuova norma e le attività dotate di regola tecnica. In pratica, escludendo le sole attività con «spiccate finalità impiantistiche», se un’attività ha la sua regola tecnica di prevenzione incendi va seguita quella, salvo poi riferirsi al nuovo decreto per ciò che riguarda le misure gestionali. «Laddove il luogo di lavoro coincida con una attività normata (o rientri nell’ambito di una attività normata) – si legge nella bozza – devono essere applicate le regole tecniche pertinenti, integrate con le misure gestionali dell’allegato III». «Era un concetto quasi implicito, ma non era sancito chiaramente, abbiamo voluto che fosse scritto bene», riferisce ancora Di Felice. Tale principio va a incidere pesantemente sul campo di applicazione del nuovo Dm, considerando che nel novero della attività normate, oltre a quelle dotate di regola tecnica prescrittiva, vanno aggiunte le attività che rientrano nel campo di applicazione del Codice, comprese le 34 “ex non normate”. Ora la bozza di Dm deve passare al vaglio del ministero del Lavoro (si tratta di un decreto interministeriale), che dovrebbe sovrintendere al coordinamento col Dlgs 81 del 2008. 

I contenuti/1. Campo di applicazione 
In linea con quanto previsto dall’attuale normativa, il futuro decreto interministeriale si applicherà ai luoghi di lavoro. Questi sono intesi come luoghi interni alle aziende, alle unità produttive e alle relative pertinenze, accessibili ai lavoratori (la definizione è quella dell’articolo 62 del Dlgs 81 del 2008). Non solo, limitatamente alle disposizioni che riguardano la nomina degli addetti antincendio e la loro formazione (capitolo che riserva corpose novità), è prevista l’applicazione del Dm anche ai cantieri e agli stabilimenti a rischio di incidente rilevante. Rispetto al Dm 10 marzo 1998, una delle novità risiede nell’aver previsto misure per la progettazione delle vie di esodo, per l’estinzione degli incendi e per l’individuazione dei sistemi di segnalazione e di allarme, da applicare anche alle attività soggette a controllo da parte dei Vigili del Fuoco e non dotate di specifica norma antincendio (per queste attività il Dm 10 marzo costituiva comunque un riferimento). Si tratta di una categoria che con l’entrata in vigore del Codice si è assottigliata. Dunque, per quanto riguarda i criteri di prevenzione e le misure di protezione inserite nel nuovo testo, questi trovano nelle attività “non soggette e non normate”, ossia quelle a minor rischio incendio, il loro campo principale di applicazione.

I contenuti/2. Impianti e depositi
Rispetto alle attuali disposizioni, un’altra novità riguarda i luoghi di lavoro che hanno soprattutto finalità impiantistiche, non frequentati assiduamente dai lavoratori, ma oggetto solo di «sporadiche operazioni di controllo/verifica». Si tratta di una macro-categoria, che include, ad esempio, depositi e impianti per la produzione o il trasporti di gas e liquidi infiammabili, impianti per la produzione di calore o per la produzione (o trasformazione) dell’energia elettrica. A queste attività la bozza riserva particolare attenzione, in quanto stabilisce che le regole di prevenzione incendi ad esse applicabili vanno integrate, non solo con le disposizioni relative alla gestione della sicurezza, ma anche con le quelle di prevenzione e protezione che la stessa bozza riserva alle attività non normate. 

I contenuti/3. Piano di emergenza (anche con meno di 10 lavoratori)
La redazione del piano di emergenza resta obbligatoria per tutte le attività soggette a controllo da parte dei Vigili del Fuoco e per i luoghi di lavoro con meno di 10 lavoratori. Indipendentemente dal numero dei lavoratori, il piano di emergenza diventa un obbligo nei luoghi di lavoro aperti al pubblico «caratterizzati dalla presenza contemporanea di più di 50 persone». Per tali attività, purché non rientranti tra quelle elencate nel Dpr 151 del 2011, viene previsto un piano di emergenza semplificato nei contenuti. 

I contenuti/4. Valutazione del rischio incendio da aggiornare entro 5 anni
Per i luoghi di lavoro esistenti alla data di entrata i vigore del nuovo decreto, la valutazione del rischio incendio (parte integrante del Dvr) andrà aggiornata alla nuova normativa nel caso si verifichino le condizioni in base alle quali il Dlgs 81 del 2008 (art. 29 comma 3) impone la revisione della valutazione dei rischi. Questo sempre che le eventuali modifiche al processo produttivo o all’organizzazione del lavoro, gli eventuali infortuni o il grado di evoluzione tecnica, e le altre condizioni citate nell’articolo 29 del “testo unico”, riguardino il rischio incendi. In ogni caso, stando alla bozza, l’aggiornamento della valutazione del rischio incendio e il conseguente adeguamento delle misure preventive, protettive e gestionali, va fatto entro cinque anni dall’entrata in vigore del nuovo decreto.

I contenuti/5. La formazione: in arrivo requisiti ad hoc per i docenti
Innovazioni di rilievo arrivano sul fronte della formazione. Per la prima volta vengono definiti i requisiti e i titoli che devono possedere i docenti dei corsi di formazione e di aggiornamento per addetti antincendio. In particolare, per i formatori nasce un’abilitazione ad hoc, che si raggiunge frequentando corsi tenuti dal Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e superando i relativi esami. Di norma, per ricoprire il ruolo di formatori per la parte teorica e pratica dei corsi per addetti antincendio, il percorso prevede la frequenza (con esito positivo) di un corso di 60 ore. Per insegnare la sola pratica, le ore di formazione per i docenti si riducono a 28 ore. I contenuti minimi dei corsi abilitanti sono definiti nel dettaglio nella bozza di decreto. Sono esonerati dai corsi di 60 e 28 ore coloro che abbiano una documentata esperienza di formatori. In particolare, per essere dispensati, bisogna avere all’attivo almeno 90 ore di formazione in qualità di docenti in corsi antincendio. Uno “sconto” arriva anche per i professionisti iscritti nelle apposite liste del Viminale. Questi possono “di diritto” tenere corsi teorici, senza cioè doversi abilitare, ma, per trasmettere agli addetti i contenuti pratici, devono accumulare ore di formazione, in tutto 12 (erano 28 nel testo presentato a luglio). Abilitarsi, però, non basta: i docenti, compresi quelli dispensati dal percorso abilitante, devono aggiornarsi con cadenza almeno quinquennale. In cinque anni i docenti dei corsi teorico-pratici devono accumulare 16 ore di formazione. Per chi insegna solo la parte teorica tali ore scendono a 12. Diventano otto nel caso di docenti abilitati all’erogazione dei soli moduli dal contenuto pratico. I corsi e i seminari per il mantenimento dell’iscrizione all’elenco del ministero dell’Interno sono validi per conservare l’abilitazione alla docenza dei soli moduli teorici del corso per addetti antincendio.

I contenuti/6. I corsi di aggiornamento per addetti antincendio
Resta fissata a 4, 8 e 16 ore la durata minima dei corsi per addetti antincendio, variabile, dunque, a seconda del rischio incendio derivante dal Dvr. Nelle tre tipologie di corso, compresi quelli di 4 ore, è obbligatoria l’esercitazione pratica per l’utilizzo di mezzi estinguenti. Ad esclusione di ciò, i contenuti minimi dei corsi di formazione per addetti antincendio non variano. La novità maggiore risiede nell’aver definito i contenuti minimi dei corsi di aggiornamento per gli addetti al servizio antincendio, che, in relazione al rischio, possono durare due, cinque o otto ore. L’aggiornamento va completato almeno ogni cinque anni.

I contenuti/7. Il rischio zero e i metodi prestazionali
Come suggerito dagli Ingegneri, la bozza di Dm recepisce alcuni concetti prelevati dal Codice. Sono le cosiddette ipotesi fondamentali poste alla base della normativa prestazionale del 2015, riassunte in due concetti: il rischio di incendio di un’attività non può essere ridotto a zero; e, in condizioni ordinarie, l’incendio di un’attività si avvia da un solo punto di innesco. Riguardo alla normativa prestazionale, un’importante apertura all’innovazione viene introdotta rispetto alla bozza di luglio. In particolare, quanto alle attività non normate, è possibile utilizzare metodologie prestazionali per definire la strategia di prevenzione incendi e per progettare le vie di emergenza nel caso le misure contenute nel decreto che andrà a sostituire il Dm 10 marzo 1998 non possano essere rispettate (per la definizione del numero e della larghezza delle uscite di piano e delle scale, il decreto conserva il metodo per moduli contenuto nel Dm 10 marzo 1998).

Fonte: Edilizia & Territorio

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L’Anac contro la Pa che interpreta in modo parziale l’articolo 35 del codice, disapplicandolo ai contratti sottosoglia

È illegittima la norma del bando che prevede di non assegnare all’impresa aggiudicataria l’anticipazione finalizzata all’avvio del cantiere. Lo afferma senza mezzi termini l’Anac in un parere di precontenzioso – approvato con la delibera n.1050/2018 – promosso congiuntamente dall’impresa e dalla stazione appaltante. 
La vertenza riguardava un appalto da poco più di un milione di euro a base d’asta mandato in gara dalla provincia di Cuneo e aggiudicato al termine di una procedura ristretta e con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa (all’impresa Verardi & C). 

Secondo la stazione appaltante è indubbio che l’anticipazione sia dovuta all’impresa per gli appalti di importo superiore alla soglia comunitaria. Per gli appalti sottosoglia e affidamento con procedura ristretta, l’amministrazione propende per l’interpretazione opposta, e cioè che «non è dovuta l’anticipazione del prezzo e non trova applicazione l’art. 35 co. 18 del Codice dei Contratti». A sostegno di questa tesi si afferma che «il divieto di anticipazione del
prezzo inserito nel capitolato speciale d’appalto relativo alla gara in oggetto sarebbe pienamente valido alla luce di un’interpretazione sistematica del testo di legge. Infatti, l’art. 35 che prevede, al comma 18, l’obbligo di corresponsione dell’anticipazione da parte della stazione appaltante all’appaltatore riguarda le procedure sopra soglia comunitaria e sembrerebbe non applicarsi alla procedura di cui all’oggetto che invece è di importo inferiore a tale soglia e quindi disciplinata dal successivo art. 36 in cui dell’anticipazione del prezzo non si fa menzione».

Tocca invece all’Anac ricordare che è invece obbligatorio «in tutte le procedure di gara», l’accreditamento dell’anticipazione «all’impresa, indipendentemente dalla sua richiesta, entro sei mesi dalla data dell’offerta». L’anticipazione del 20%, ricorda l’Anac, «è subordinata alla costituzione di garanzia fideiussoria bancaria o assicurativa di importo pari all’anticipazione maggiorato del tasso di interesse legale applicato al periodo necessario al recupero dell’anticipazione stessa secondo il cronoprogramma dei lavori».

La norma contrarie a questa conclusione, rintracciabili nel decreto legge n.79/1997, sono da considerarsi, secondo l’Anac, tacitamente abrogate «per incompatibilità con la nuova disciplina, peraltro di grado gerarchicamente superiore». Di più: «La collocazione della norma nell’ambito dell’art. 35 rubricato “Soglie di rilevanza comunitaria e metodi di calcolo del valore stimato degli appalti” è stata giudicata “infelice e inconferente” dalla dottrina, mostrandosi come una scelta erronea e non sorretta da adeguata motivazione». 

Prevale insomma «la portata generale» dell’obbligo di corrispondere l’anticipatore all’appaltatore individuato con procedura competitiva. Obbligo in linea con «la ratio che sorregge il principio di anticipazione delle somme erogate dall’amministrazione al fine di dare impulso all’iniziativa imprenditoriale, assicurando la disponibilità delle stesse nella delicata fase di avvio dei lavori e di perseguire il pubblico interesse alla corretta e tempestiva esecuzione del contratto». «Non avrebbe quindi senso – prosegue l’Anac – precludere tale facoltà di accesso all’anticipazione per affidamenti di importo inferiore che spesso vedono protagoniste imprese di dimensioni medio piccole e maggiormente tutelate dal legislatore».

Conclusione: «l’art. 35 D.lgs. 50/2016 va considerato dunque una norma di carattere generale che detta disposizioni in ordine alle modalità di calcolo del valore dell’appalto e non una norma specifica relativa ai contratti sopra soglia in contrapposizione alla successiva di cui all’art. 36» e «la disposizione del Capitolato che prevede il diniego all’erogazione dell’anticipazione del prezzo deve ritenersi illegittima in quanto contraria alla normativa di settore».

Fonte: Edilizia & Territorio

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La Camera dei Deputati ha approvato la settimana scorsa in via definitiva il disegno di legge, già approvato dal Senato, di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, recante disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Delega al Governo in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle Forze di polizia e delle Forze armate.

Fonte: Lavori Pubblici

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La dichiarazione mendace presentata dall’operatore economico, anche con riguardo alla posizione dell’impresa ausiliaria, comporta l’esclusione dalla gara.

Fonte: Lavori Pubblici

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Entro i primi mesi del 2019 verrà realizzato un portale unico nazionale per la pubblicità delle procedure di gara e di programmazione. La decisione è frutto di un incontro al Mit in cui è stato condiviso con le Regioni e le Province autonome sul tema un modello di “cooperazione applicativa”.

Fonte: Lavori Pubblici

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Oggi non basta progettare e installare correttamente un impianto di sicurezza, è necessario garantire che la manutenzione di questo impianto sia sempre di ottimo livello. Per questa ragione sono state pubblicate numerose norme afferenti a questo delicato

Fonte: Punto sicuro

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Un documento Inail sui lavori elettrici in bassa tensione si sofferma sulla valutazione del rischio, sulla sicurezza degli operatori, sulle prescrizioni di sicurezza, sulle responsabilità delle figure professionali e sulla valutazione del personale.

Fonte: Punto sicuro

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Incompatibilità successiva non solo per i dipendenti apicali

Divieto di pantouflage ad amplissimo raggio per le pubbliche amministrazioni. Il nuovo Piano nazionale anticorruzione che l’Anac ha messo in consultazione estende praticamente a tutti i livelli degli operatori pubblici il divieto introdotto dall’art. 1, comma 42, lettera l), della legge 190/2012, cioè la «incompatibilità successiva», nota anche appunto come pantouflage. La norma, che ha inserito il comma 16-ter nel corpo dell’art. 53 del dlgs 165/2001, impone ai dipendenti pubblici, che negli ultimi tre anni di servizio abbiano esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni, il divieto di svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell’attività dell’amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri. A rafforzare il sistema sanzionatorio per contrastare l’incompatibilità successiva, il divieto dispone la nullità dei contratti conclusi e degli incarichi conferiti ai dipendenti pubblici. Lo schema di nuovo Piano nazionale anticorruzione si sofferma sulla questione dell’identificazione del concetto di esercizio di poteri autoritativi e negoziali, considerando che il divieto di pantouflage riguarda i dipendenti che dispongano ed esercitino detti poteri. Le indicazioni dell’Anac sono molto interessanti, perché evidenziano non solo i presupposti per l’applicazione delle regole anti pantouflage, ma anche perché aiutano ad identificare con precisione l’estensione dei poteri autoritativi, utile anche per la fissazione di regole su competenze, flussi procedurali e ulteriori misure anticorruzione. Secondo l’Anac in prima battuta sono da considerare come dipendenti che dispongono di poteri autoritativi e negoziali coloro che li esercitano concretamente ed effettivamente con «l’emanazione di provvedimenti amministrativi e il perfezionamento di negozi giuridici mediante la stipula di contratti in rappresentanza giuridica ed economica dell’ente». Dunque, l’esercizio di poteri deve necessariamente sfociare nell’adozione di provvedimenti, atti e decisioni tali da costituire, regolare, modificare o estinguere situazioni giuridiche nei confronti di soggetti terzi. L’incompatibilità successiva è voluta dal legislatore proprio allo scopo di evitare la tentazione che soggetti privati possano condizionare le decisioni dei dipendenti pubblici, allettandoli con incarichi successivi alla conclusione del rapporto di lavoro pubblico. Lo schema di Pna fornisce un elenco esemplificativo dei soggetti che dispongono degli effettivi poteri autoritativi e negoziali: si tratta dei dirigenti, anche incaricati a contratto ai sensi dell’art. 19, comma 6, del dlgs 165/2001 o dell’art. 110 del dlgs 267/2000, nonché «coloro che esercitano funzioni apicali o a cui sono conferite apposite deleghe di rappresentanza all’esterno dell’ente (cfr. orientamento Anac n. 2 del 4 febbraio 2015)». Ma non basta. Il rischio di conflitto di interessi, secondo lo schema di piano, si estende anche «al dipendente che ha comunque avuto il potere di incidere in maniera determinante sulla decisione oggetto del provvedimento finale, collaborando all’istruttoria, ad esempio attraverso la elaborazione di atti endoprocedimentali obbligatori (pareri, perizie, certificazioni) che vincolano in modo significativo il contenuto della decisione». Quindi, il divieto di pantouflage non riguarda esclusivamente i dipendenti inquadrati nei vertici organizzativi che dispongono di poteri di azione e decisione, ma si estende «a coloro che abbiano partecipato al procedimento». È evidente che la portata del divieto, così inteso, è estesissima. Come molto ampia è anche l’elencazione dei provvedimenti tipici dell’esercizio dei poteri autoritativi e negoziali: si tratta di contratti per l’acquisizione di beni e servizi, come anche dei provvedimenti che incidono unilateralmente, modificandole, sulle situazioni giuridiche soggettive dei destinatari, nonché degli atti di concessione di vantaggi o utilità al privato, come autorizzazioni, concessioni, sovvenzioni, sussidi e vantaggi economici di qualunque genere.

Fonte: Italia Oggi

Quando un’impresa subentra a un’altra in un contratto di appalto, l’appaltatore uscente deve mettere a disposizione, in modo completo e trasparente, le informazioni sul costo del personale; è sempre necessario predisporre un «piano di compatibilità» o un «progetto di assorbimento». Sono queste alcune delle indicazioni che fornisce all’Anac il Consiglio di stato parere (21 novembre 2018, n. 2703) rispetto alle linee guida (non vincolanti) in materia di clausole sociali, previste dall’art. 50 del codice dei contratti pubblici, messe in consultazione prima dell’estate scorsa. Si tratta delle linee guida sugli affidamenti dei contratti di concessione e di appalto di lavori e servizi diversi da quelli aventi natura intellettuale, con particolare riguardo a quelli relativi a contratti ad alta intensità di manodopera (più del 50% dell’importo del contratto), per promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato; per questi casi si prevede l’applicazione da parte dell’aggiudicatario, dei contratti collettivi di settore di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81. Con il parere, di carattere «semplicemente interpretativo», i magistrati della sezione consultiva premettono di non condividere la scelta compiuta dall’Anac di trattare nelle linee guida le «clausole sociali» e le «clausole sociali diverse» perché «solleverebbero problematiche a sé stanti, il cui rilievo richiederebbe, se mai, di predisporre linee guida ad esse specificamente dedicate». Da qui la richiesta di espungere dalla bozza l’intero capitolo 6 intitolato «le clausole sociali diverse dal riassorbimento del personale» e di mantenere soltanto il rinvio generale alla loro liceità e possibilità. Nel merito, il parere ha precisato innanzitutto che occorre eliminare «l’asimmetria informativa fra i potenziali imprenditori entranti, l’imprenditore entrante e l’imprenditore uscente, che è titolare, nell’ambito che interessa, di una posizione dominante, o comunque di vantaggio informativo». L’obiettivo è mettere in condizione il concorrente di essere nella stessa condizione dell’appaltatore uscente cosicché il primo possa formulare una «offerta sostenibile». Se poi l’impresa uscente non mettesse a disposizione (anche tramite la stazione appaltante) tutte le informazioni questo comportamento potrebbe costituire anche «grave errore professionale». Ottenute le informazioni il Consiglio di stato ha prescritto che i concorrenti predispongano un «piano di compatibilità o progetto di assorbimento» dal quale si evinca come «concretamente l’offerente intenda rispettare la clausola sociale, o, detto altrimenti, spiegare come e in che limiti la clausola sia compatibile con l’organizzazione aziendale da lui prescelta». Nel parere si suggerisce alle stazioni appaltanti anche di valutare questi piani «assegnando tendenzialmente un punteggio maggiore, per tale profilo, all’offerta che maggiormente realizzi i fini cui la clausola tende». Rispetto al rapporto fra clausola sociale e contratti collettivi il parere ha precisato che se una impresa non ha firmato il Ccnl deve applicare la clausola sociale, ma se lo ha firmato dovrà invece applicare la clausola sociale prevista nel contratto.

Fonte: Italia Oggi

È illegittimo escludere da una gara un consorzio di produzione e lavoro se una consorziata perde i requisiti; è sufficiente la sua sostituzione con altra impresa consorziata e la perdita dei requisiti è irrilevante per il consorzio. Lo ha affermato il Consiglio di stato sezione quinta con la sentenza del 23 novembre 2018, n. 6632 che ha analizzato la fattispecie in cui una società consorziata appartenente ad un consorzio di cooperative di produzione e lavoro era stata posta in liquidazione coatta amministrativa. La stazione appaltante aveva disposto l’esclusione dalla gara del consorzio e degli altri soggetti raggruppati, ma il consorzio aveva promosso ricorso. Respinto in primo grado, in appello i giudici hanno dato ragione al consorzio premettendo che i consorzi di cui alla legge 422 del 1909 «sono soggetti giuridici a se stanti distinti, dal punto di vista organizzativo e giuridico, dalle cooperative consorziate che ne fanno parte. Infatti partecipano alla procedura di gara utilizzando requisiti loro propri, e, nell’ambito di questi, facendo valere i mezzi nella disponibilità delle cooperative che costituiscono articolazioni organiche del soggetto collettivo». Pertanto, in virtù di questo rapporto, l’attività compiuta dalle consorziate è imputata unicamente al consorzio, così come il concorrente è solo il consorzio, mentre non assumono tale veste le sue consorziate, nemmeno quella designata per l’esecuzione della commessa. Da ciò consegue che l’impresa che esegue la commessa all’occorrenza può sempre essere estromessa o sostituita senza che ciò si rifletta sul rapporto esterno tra consorzio concorrente e stazione appaltante. Inoltre, dicono i giudici, la circostanza che anche la consorziata indicata quale esecutrice debba dichiarare il possesso dei requisiti di partecipazione di ordine generale (oltre che speciale), non è idonea a giustificare una diversa conclusione, atteso che il detto possesso è richiesto al solo fine di evitare che soggetti non titolati possono eseguire la prestazione. Quindi la perdita dei requisiti da parte della consorziata esecutrice (sottoposta nel caso di specie a liquidazione) comporta semplicemente l’onere di estrometterla o sostituirla con altra consorziata, ma non incide sul possesso dei requisiti di partecipazione del consorzio concorrente.

Fonte: Italia Oggi

Certificazione Iso 14001 o Emas per l’impresa appaltatrice

Aggiornate le Faq del ministero dell’ambiente sui criteri ambientali minimi (Cam) da inserire nelle gare di appalto; libertà delle stazioni appaltanti di inserire Cam «nuovi o più stringenti» come elementi premianti; prima della gara per i lavori il progetto esecutivo deve essere già conforme ai Cam. Sono questi alcuni dei passaggi dell’aggiornamento del 15 novembre (il precedente era di giugno) delle Faq (Frequently asked questions) del ministero dell’ambiente sui criteri ambientali minimi (Cam). Si tratta dei requisiti ambientali definiti per le varie fasi del processo di acquisto, utili a individuare la soluzione progettuale, il prodotto o il servizio migliore sotto il profilo ambientale lungo tutto il ciclo di vita dell’opera. Gli aggiornamenti riguardano i criteri ambientali minimi per la fornitura e il servizio di noleggio di arredi per interni quelli per l’affidamento di servizi di progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione di edifici pubblici e quelli per le forniture di articoli tessili. Relativamente ai Cam per progettazione e lavori di edifici pubblici, il ministero ha precisato che il codice appalti (art. 71) stabilisce che i bandi di gara contengano i criteri ambientali minimi di cui all’articolo 34. Inoltre, relativamente ai criteri progettuali, cioè alle specifiche tecniche, i Cam vanno inseriti nel capitolato speciale d’appalto. In base al comma 2 dello stesso articolo 34 anche i criteri premianti sono da tenere in considerazione e «la stazione appaltante può quindi inserire nella documentazione di gara uno o più dei criteri premianti presenti nel documento Cam ma non ignorarli, fermo restando che può elaborarne di nuovi e più stringenti». In ogni caso la stazione appaltante «deve mettere a gara il progetto esecutivo o, in caso di lavori, deve avere un progetto esecutivo già conforme ai Cam».

L’appaltatore «deve eseguire quanto previsto dal progetto esecutivo esistente e a suo carico può rimanere l’esecuzione di disegni di dettaglio come i particolari costruttivi». Nelle nuove Faq si legge anche che il computo metrico estimativo e l’elenco prezzi unitari «dovrebbero comprendere tutte le voci di spesa previste dal progetto approvato e messo a base di gara; se così non è, la stazione appaltante non può ribaltare i maggiori oneri derivanti dagli adempimenti di norma, non solo in merito ai Cam, direttamente sull’impresa senza fare alcuna verifica economica. A questo fine la stazione appaltante deve svolgere un’adeguata analisi dei prezzi anteriormente alla pubblicazione di un bando di gara per lavori e non può scaricare sugli offerenti costi non previsti nel progetto esecutivo». Va ricordato che le Faq contengono anche risposte a specifici quesiti come, ad esempio, sulla certificazione Iso 14001 o Emas o equivalenti è stato chiesto se essa sia richiesta anche al gruppo di progettazione. A tale proposito il ministero ha precisato che «trattandosi di sistemi di gestione ambientale il criterio si riferisce alla ditta appaltatrice che esegue i lavori. Potrebbe riferirsi anche agli studi di progettazione in caso di offerta per gara di progettazione, ma comunque il criterio non è obbligatorio ai sensi del codice appalti e sta alla stazione appaltante decidere se
inserirlo nella documentazione di gara». Per quel che attiene al criterio 2.6.1 (Capacità tecnica dei progettisti) le Faq chiariscono che per «professionista accreditato» si deve intendere un professionista che ha sostenuto e superato un esame di accreditamento presso organismi di livello nazionale o internazionale accreditati secondo la norma internazionale Iso/Iec 17024.

Fonte: Italia Oggi

Cantone, Anac: ‘entro fine anno un decreto con 3-4 novità’. Dal Ministero delle Infrastrutture gli esiti della consultazione.

Fonte: Edilportale

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Oltre 1.900 proposte di modifica (e richieste di abrogazione) al codice dei contratti, riassunte nel report statistico del Mit

Aggiudicazione al massimo ribasso, subappalto, soglia di anomalia e affidamenti sottosoglia. Sono questi i temi più gettonati dagli “stakeholders” nella consultazione pubblica sul codice appalti realizzata tra l’8 agosto e il 10 settembre. Gli oltre 1.900 contributi pervenuti sono stati elaborati dal Mit che ne ha dato conto in un report. Va subito detto che si tratta di un report puramente statistico, nel senso che il documento analizza le varie proposte e «criticità» da un punto esclusivamente quantitativo, deludendo le aspettative di chi si aspettava un’analisi più contenutistica e qualitativa. 

Le indicazioni vanno pertanto lette tra le righe o – per meglio dire – tra i numeri. Uno dei temi più ricorrenti è per esempio quello del massimo ribasso (articolo 95, commi 4 e 5), che ha raccolto più di una segnalazione su dieci. La maggioranza ha chiesto al Mit di modificare la norma (62%) mentre circa un terzo delle proposte è per cancellarla (31%). Impossibile poter dire di più. Peraltro, la scheda è accompagnata da una sibillina glossa del Mit per segnalare che «tuttavia gli interventi vertono sull’offerta economicamente più vantaggiosa». 

C’è anche una rilevante quota di proposte (7,3% del totale) per intervenire sui criteri che determinano la soglia di anomalia nelle gare, e in particolare il criterio di calcolo per determinarla in relazione alle offerte presentate. La pressoché totalità delle richieste è per mantenere il meccanismo ma apportando modifiche. 

Ancora più successo, per così dire, ha avuto il subappalto, che ha riguardato l’8,4% delle proposte inviate al Mit. I temi caldi, segnala il Mit, hanno riguardato, i limiti al subappalto, sia in riferimento alla quantità che alla categoria di lavori, servizi o forniture. Le proposte, aggiunge il report, hanno riguardato anche l’indicazione della terna dei subappaltatori in sede di offerta, i limiti di affidamento del subappalto «anche con riferimento alle imprese che abbiano partecipato infruttuosamente alla stessa gara», il pagamento diretto e « la rilevanza, ai fini della qualificazione dell’appaltatore, di una quota dei lavori, servizi e forniture affidati in subappalto». Tra le poche indicazioni chiare segnalate dal report c’è la richiesta, a larga maggioranza (54% degli interventi), di cancellare sia il limite al subappalto per le imprese che hanno partecipato alla stessa gara senza vincerla, sia l’indicazione della terna dei subappaltatori. In netta minoranza (7%) gli interessati a mantenere lo status quo. Il resto (39%) propone modifiche e/o integrazioni. 

A proposito di abrogazioni, il tema che in assoluto ha raccolto più “haters” attiene al capitolo della trasparenza e riguarda in particolare la pubblicazione degli atti relativi alle procedure di affidamento sui diversi siti (art. 29, commi 1 e 2): l’89% delle proposte sono per cancellare la norma dal codice, l’11% per modificarla, nessuno ha chiesto di conservarla. Appena più moderati gli “abrogazionisti” intervenuti contro l’avvalimento e i meccanismi di sostituzione delle imprese ausiliarie che perdono i requisiti (settori speciali inclusi): il 76% delle proposte ne chiede l’eliminazione dal codice. 

Sono state molto attenzionate anche le norme sugli affidamenti sottosoglia (art. 36), che hanno raccolto – nell’ambito dei “temi liberi” – l’8,1% delle proposte. Proposte che in larghissima maggioranza esprimono una richiesta di riforma normativa (87%) e solo in minima parte di cancellazione (10%). 

E per finire un po’ di statistica complessiva. Il documento del Mit tiene conto di 1.908 contributi che sono stati inviati a partire dal 9 agosto ma che hanno visto un’impennata a ridosso della scadenza, con oltre la metà dei documenti (1.114 documenti) inviati negli ultimi cinque giorni, di cui ben 669 l’ultimo giorno. Il maggior numero di contributi (369) riguarda il capitolo collettaneo definito “altre tamatiche”, dove si trovano in prevalenza proposte sui contratti sottosoglia (art.35), criteri di aggiudicazione (art.95) e livelli di progettazione (art.23). La componente più propositiva degli “stakeholders” è quella delle imprese private, con una quota di partecipazione del 56,76% alla consultazione. Seguono le pubbliche amministrazioni (30,08%) e i liberi professionisti (12,74%). 

Fonte: Edilizia e Territorio

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La possibilità di cedere la detrazione prevista dal Decreto-Legge n. 63/2013 (c.d. Sismabonus) riguarda tutti i soggetti che sostengono le spese in questione, compresi coloro che, in concreto, non potrebbero fruire della corrispondente detrazione in quanto l’imposta lorda è assorbita dalle altre detrazioni o non è dovuta. La cessione riguarda, inoltre, i soggetti IRES nonché i cessionari del credito che possono, a loro volta, cedere il credito ottenuto.

Fonte: Lavori Pubblici

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Quali sono gli aspetti più importanti della norma UNI ISO 45001 sui sistemi di gestione? Cosa devono fare le aziende entro l’11 marzo 2021? Si dovrà modificare il Testo Unico? Ne parliamo con Lucina Mercadante della Contarp Inail.

Fonte: Punto Sicuro

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Il 22 gennaio 2019 a Brescia un corso permetterà di acquisire le conoscenze e capacità necessarie per redigere correttamente le Schede di Dati di Sicurezza (SDS) ai sensi del regolamento REACH.

Fonte: Punto Sicuro

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Crescono gli investimenti delle imprese italiane per l’innovazione digitale e nel 2019 è previsto un incremento medio del +2,6% del budget ICT, con investimenti concentrati nella dematerializzazione dei documenti, Big Data Analytics e sistemi ERP. La ricerca dell’Osservatorio Startup Intelligence e Academy Polimi.

Fonte: EconomyUp

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Per il Consiglio di Stato prevale quella del contratto del subentrante, se prevista. Da rimuovere l’asimmetria di informazioni tra impresa uscente ed entrante

La clausola sociale contenuta nei contratti “leader” vincola i soggetti che subentrano in un appalto pubblico solo se le intese collettive già applicate da tali soggetti non disciplinano in alcun modo l’istituto. Questo il parere del Consiglio di Stato (osservazioni numero 2703/2018) sulle linee guida redatte da Anac in merito al nuovo codice degli appalti (Dlgs 50/2016).
L’articolo 50 del codice impegna le stazioni appaltanti a inserire nei bandi di gara per appalti di servizi l’obbligo per l’aggiudicatario di garantire la stabilità occupazionale del personale impiegato (rinviando alle clausole previste dai contratti collettivi firmati da soggetti comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale).
La norma, secondo i giudici amministrativi, va letta tenendo conto del complessivo assetto in cui si inserisce la libertà sindacale nel nostro ordinamento. In tale ottica, la clausola sociale inserita in un bando di gara per iniziativa della stazione appaltante può essere efficace, nel suo assetto concreto, solo in via suppletiva, ossia nel caso in cui l’imprenditore offerente non abbia sottoscritto alcun contratto collettivo, ovvero sia parte di un contratto collettivo che delle clausole sociali si disinteressa.
Se, invece, l’impresa ha sottoscritto un contratto collettivo che disciplina una clausola sociale, i contenuti che devono essere osservati sono quelli previsti dal contratto collettivo stesso.
Questa lettura, ove fosse accolta dall’Anac, depotenzierebbe molto la finalità della norma, che è quella di valorizzare le clausole stabilite dai cosiddetti contratti leader, cioè quei «contratti collettivi di settore di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015 numero 81» stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale (o dalle loro rappresentanze aziendali).
Il Consiglio di Stato rileva poi l’esigenza di rimuovere l’asimmetria di informazioni che si può creare tra impresa uscente e quelle che intendono subentrare in un servizio, rinforzando il diritto di queste ultime di chiedere informazioni sulle attività oggetto della gara.
Se tali informazioni sono in possesso della stazione appaltante, è applicabile l’istituto generale del diritto di accesso, che consente all’interessato di averne conoscenza. Se, invece, si tratta di informazioni di cui è in possesso solo l’imprenditore uscente, secondo il Consiglio di Stato è rintracciabile nel sistema un obbligo di renderle note che prescinde da specifiche disposizioni contrattuali, derivante dalla previsione degli articoli 1375 (il contratto deve essere eseguito secondo buona fede) e 1175 del codice civile (le parti devono comportarsi secondo correttezza).
Infine, i giudici amministrativi raccomandano di prevedere che l’offerta contenga un vero e proprio “piano di compatibilità” o “progetto di assorbimento”, nel senso che essa deve illustrare in quale modo concretamente l’offerente, ove aggiudicatario, intenda rispettare la clausola sociale. Con questo piano, quindi, il concorrente dovrebbe spiegare come, e in che limiti, la clausola stessa sia compatibile con l’organizzazione aziendale da lui prescelta.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Pubblicata sul sito dell’Agenzia delle Entrate la Guida “Ristrutturazioni Edilizie: le agevolazioni fiscali”, con con gli ultimi aggiornamenti che riguardano in particolare l’attivazione del portale Enea per la comunicazione dei lavori effettuati

Fonte: Infobuild

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È nulla la clausola presente in un bando di gara che impone a pena di esclusione che, in caso di avvalimento, l’impresa ausiliata debba essere in possesso di propria attestazione SOA.

Fonte: Lavori Pubblici

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Le linee guida ANAC di natura “non vincolante”, previste genericamente al comma 2 dell’art. 213 del D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti), non risultano idonee a rappresentare parametro di legittimità/illegittimità delle determinazioni adottate dalle singole stazioni appaltanti nella fissazione delle regole di gara.

 Fonte: Lavori Pubblici

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In esclusiva i dati principali illustrati a Milano. Quest’anno solo +2% per il ritmo lento di edilizia non residenziale e opere pubbliche

La ripresa del settore delle costruzioni, dopo dieci anni di crisi, è già cominciata. È quel che emerge dal Rapporto annuale del Cresme (la principale società indipendente di ricerca nel settore dell’edilizia) presentato ieri a Milano. Per quest’anno il Cresme prevede una crescita del 2,0% in valori reali degli investimenti in costruzioni, con una ripresa significativa soprattutto nell’edilizia residenziale privata (+1,5%), sia nuova (+3,4%) che di rinnovo (+1%), e nell’edilizia non residenziale privata (+3,4%), sia nuova (+5,6%) che rinnovo (+2,2%). 
Anche le opere pubbliche, dopo dieci anni di calo pressoché senza soste, e una perdita del 37% in valori reali dal 2007 al 2017, quest’anno dovrebbero secondo i dati Cresme far registrare il primo segnale di inversione, con un +1,5% rispetto al 2017. Si tratta però di un dato modesto, e soprattutto distante da quel +4,8% che il Cresme prevedeva (per le opere pubbliche nel 2018) basandosi sulla quantità di risorse stanziate dai precedenti governi, che però nel 2018 non si sono ancora trasformate in cantieri. 
Questo “ridimensionamento” del settore pubblico spiega in parte la diversa previsione 2018 del Cresme rispetto a un anno fa , da +2,5 a 2,0%. L’altro fattore è l’edilizia non residenziale privata (commerciale e uffici), che ha risentito del rallentamento della crescita economica, e dunque anziché crescere come previsto (+3,4% nel 2017 e nel 2018) ha rallentato il ritmo: +2% nel 2017 (rispetto al +2,9% nel 2016) e +1,7% quest’anno.

Il Cresme è comunque convinto che la ripresa sia partita, in uno scenario medio per i prossimi anni che preveda ancora tensioni con l’Unione europea, ma senza rotture, e una crescita forse più bassa di quella prevista dal governo, ma comunque moderata e costante. 
«Nel quadriennio 2019-2022 – scrive il Cresme – tutti i motori delle costruzioni dovrebbero essere accesi, e determinare una crescita del settore con tassi superiori al 2% tra il 2019 e il 2021, ma con dinamiche calanti: +2,5% nel 2019, +2,3% nel 2020, +2,1% nel 2021. Nel 2022 si doverbbe scendere sotto il 2%». 
Nel 2019-2021 dovrebbero essere in particolare le nuove costruzioni a trainare il mercato, nel residenziale, non residenziale e anche opere pubbliche. 

Anche con la crescita, comunque, il settore delle costruzioni in Italia resterrebbe ridimensionato rispetto al primo decennio degli anni duemila. Oggi il settore (investimenti in nuovo e rinnovo) vale il 29% in meno rispetto alla media 2005-2007, dopo la crescita prevista dal Cresme avrà nel 2023 un valore del 23% inferiore (sempre in valori reali) rispetto alla media 2005-2007. Anni di crescita economica, boom immobiliare e grandi opere che non torneranno più per l’edilizia, nonostante il recupero residenziale, i bonus fiscali, gli investimenti in infrastrutture previsti.

Il Cresme non può peraltro non immaginare scenari anche più avversi, cioè quelli di una perdurante incertezza nei rapporti con l’Europa o ancor peggio di crisi del debito pubblico modello Grecia. In quel caso “addio alla crescita” anche in edilizia, un settore che risente molto della fiducia nel futuro, del costo dei mutui, della capacità di spesa di famiglie e imprese.

LA METAMORFOSI DEL SETTORE 
Interessante il confronto con dieci anni fa. Nel 2008 il recupero (che negli anni novanta era sotto la metà sel settore) valeva il 57% del totale (investimenti e manutenzione ordinaria), mentre oggi vale il 73,8%. 
Nelle opere pubbliche da alcuni anni si insiste nella necessità di fare più manutenzione: ebbene, nel 2008 la manutenzione straordinaria rappresentava il 43% degli investimenti in opere pubbliche, oggi è già salita al 52%.

 Fonte: Edilizia e Territorio

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Dopo i picchi positivi di questa estate si torna ai livelli di marzo. Peggiorano sia i giudizi per i piani di costruzione, sia le prospettive sull’occupazione

Diminuzione generalizzata dell’indice della fiducia delle imprese, con un brusco passo indietro soprattutto per quelle che operano nel settore delle costruzioni. Le tendenze, relative al mese di novembre, sono registrate dall’Istat. Per quanto riguarda le imprese in generale l’indice della fiducia, sottolinea l’Istat, «diminuisce per il quinto mese consecutivo, passando da 102,5 a 101,1». Il peggioramento riguarda tutti i settori, incluso quello delle costruzioni, dove il calo è particolarmente marcato – da 138,9 di ottobre si passa a 132,5 di novembre – e nettamente superiore alle flessioni registrate nei settori manifatturiero (da 104,9 a 104,4) e dei servizi (da 103,6 a 101,8). Fa eccezione il commercio al dettaglio, che invece migliora le aspettative, passando da 101,6 di ottobre a 102,0 di novembre.

In particolare il settore delle costruzioni, il peggioramento del clima di fiducia ha riguardato sia i giudizi sugli ordini (con un saldo di -17,5), sia le aspettative sull’occupazione (con un saldo di -7,5) e ha trainato al ribasso l’indice complessivo della fiducia che, in un solo mese, ha visto un brusco calo di 6,4 punti. Di fatto, dopo il picco positivo toccato nei mesi di luglio e agosto (rispettivamente 139,9 e 139,3) si è tornati al livello di marzo (132,6), mettendo a segno il terzo livello più basso dell’anno, superato solo da gennaio (129,2) e febbraio (132). 

Tutti i tre segmenti indagati dall’Istat sono stati caratterizzati da forti arretramenti del clima di fiducia nel mese di novembre, rispetto al precedente mese di ottobre. La componente “costruzione di edifici” è passata da 124,7 a 117,2, con saldi negativi sia per i piani di costruzione (-31,9), sia per l’occupazione (-10,1). La componente “ingegneria civile” è passata da 108,4 a 105,5, con saldi negativi sia per i piani di costruzione (-17,6), sia per l’occupazione (-22,1). La componente “lavori di costruzione specializzati” è passata da 154,5 a 147,7, con saldi negativi sia per i piani di costruzione (-9,7), sia per l’occupazione (-2,4). 

IL COMUNICATO DELL’ISTAT 

LA SERIE STORICA

Fonte: Edilizia e Territorio

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La diffusione della cultura dell’innovazione lungo l’intero ciclo formativo, dalla scuola all’università è necessaria all’economia e può stimolare l’occupazione giovanile. Ecco perché bisogna sperare che gli emendamenti alla Manovra correggano i tagli agli incentivi in Formazione e alle ore di Scuola-Lavoro.

Fonte: Agenda Digitale

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Gli emendamenti al Decreto Fiscale approvati dalla Commissione Finanze del Senato. Oggi il testo va in Aula

È stato approvato dalla commissione Finanze del Senato l’emendamento presentato dal relatore Emiliano Fenu (M5S) che apre una rete di sicurezza contro il rischio di revoca dei fondi delle grandi opere finanziate dal decreto Sblocca Italia del 2014. Il decreto, da convertire entro il prossimo 22 dicembre, dovrebbe andare in Aula già oggi.

Salvagente per i fondi delle opere Sblocca Italia 
L’emendamento approvato dalla Commissione introduce il decreto 22-bis al testo del decreto Fiscale. La norma concede più tempo per appaltare o avviare i lavori senza incorrere nel rischio di perdere i finanziamenti. Tra le opere interessate figurano il tunnel del Brennero, l’Alta velocità Verona Padova, il Terzo Valico, l’asse autostradale Trieste-Venezia, il corridoio ferroviario adriatica da Bologna a Lecce e anche la tratta Colosseo-Piazza Venezia della linea C della metro di Roma, il completamento della linea 1 della metropolitana di Napoli, la tranvia di Firenze e il Quadrilatero Umbria-Marche e anche un adeguamento della Salerno-Reggio Calabria. In particolare. si interviene sul termine previsto dal decreto del 2014 prevedendo che le condizioni di appaltabilità e canteriabilità delle opere, a cui in caso di ritardi è legata la revoca dei fondi, si realizzano quando gli adempimenti già indicati con decreto delle Infrastrutture, vengono completati entro il 31 dicembre dell’anno «successivo» (questa è la novità dell’emendamento) a quello in cui le risorse sono rese effettivamente disponibili.

Rottamazione e Durc 
Ha un impatto sulle imprese che operano nel campo degli appalti anche un altro emendamento presentato dal relatore e approvato dalla Commissione di Palazzo Madama. la novità riguarda l’articolo 3 del decreto legge, dove al comma 10, si inserisce la lettera f-bis: tra i vantaggi dell’adesione alla rottamazione ter arriva anche quello del rilascio del Durc (il documento unico di regolarità contributiva) alle imprese, necessario per chi lavora in appalti e subappalti pubblici. La norma prevede che in caso di adesione alla definizione agevolata delle pendenze l’impresa ottiene il diritto al rilascio del Durc. Questo diritto viene meno, con conseguente perdita della regolarità contributiva, in caso di mancato «ovvero di insufficiente o tardivo versamento dell’unica rata ovvero di una rata di quelle in cui è stato dilazionato il pagamento delle somme dovute».

Fonte: Edilizia e Territorio

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È disponibile la guida aggiornata al 23 novembre 2018 dell’Agenzia delle Entrate “Ristrutturazioni edilizie: Le agevolazioni fiscali” nella quale sono stati inserite le ultime novità relative alle proroghe, ai beneficiari e alla comunicazione all’Enea dei lavori effettuati.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

La valutazione delle offerte tecniche è espressione della discrezionalità della commissione giudicatrice e per questo sindacabile dal giudice amministrativo nei limiti del travisamento dei fatti, palese illogicità o manifesta irragionevolezza. Ma la richiesta di verifica della conformità dell’offerta in riferimento alle prescrizioni della lex specialis impone al giudice amministrativo delle valutazioni che attengono alla fase di individuazione dei legittimi concorrenti alla procedura, cui segue, quando la cerchia dei partecipanti alla procedura è definito, la valutazione tecnica della commissione.

Fonte: Lavori Pubblici

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Il Tar Lombardia contro il comune di Milano che non ha verificato i contenuti del contratto. I giudici: l’impresa doveva essere esclusa

Se non viene a crearsi una «entità dotata di una propria autonomia organizzativa ed economica funzionalizzata allo svolgimento di una attività volta alla produzione di beni e servizi» non si può parlare di affitto di ramo d’azienda valido ai fini dell’espletamento di un appalto pubblico. 
È questo il verdetto del Tar Lombardia – con la pronuncia n.2546/2018 – che è costato all’impresa l’annullamento dell’aggiudicazione definitiva di un appalto integrato da oltre 20 milioni di euro. Si tratta, più precisamente dell’appalto mandato in gara dalla città metropolitana di Milano per la “progettazione esecutiva e realizzazione dei lavori di riqualifica e potenziamento della strada provinciale ex SS. 415 «Paullese», 2° Lotto, 1° stralcio, tratto «A»”, un appalto del valore a base d’asta pari a 22,741 milioni, che l’impresa si è aggiudicata offrendo poco più di 16,52 milioni di euro. Il Tar Lombardia ha inoltre disposto il subentro a favore del secondo classificato (un Rti guidato dall’impresa Turchi Cesare), che aveva anche promosso il contenzioso di fronte al giudice di primo grado. 

Secondo quanto riporta la pronuncia del Tar, l’impresa aggiudicataria aveva stipulato un contratto di affitto di ramo d’azienda allo scopo di dimostrare il possesso del requisito di fatturato del migliore quinquennio (che il bando indicava in 56,385 milioni di euro). Sempre da quanto emerge dalla sentenza, il contratto tra i due operatori prevedeva «la consegna della documentazione per comprovare i requisiti posseduti che consentiranno di ottenere l’attestazione Soa», oltre ad alcuni beni (una «baracca», una «pompa varisco», un «laser», tre «ventose», e un miniescavatore). Tuttavia, secondo i giudici «il contratto stipulato tra Gi.Ma.Co. (aggiudicataria, ndr) e Lucchini Artoni (impresa locatrice, ndr), a dispetto del nomen iuris adoperato dalle parti, non può essere qualificato come affitto di ramo d’azienda» .

Il contratto, spiegano i giudici, «non ha ad oggetto il trasferimento di un complesso di beni che oggettivamente si presenta quale entità dotata di una propria autonomia organizzativa ed economica funzionalizzata allo svolgimento di un’attività volta alla produzione di beni o servizi, limitandosi a contemplare – oltre alla consegna della documentazione sopra indicata – la consegna di alcuni beni (in tutto solo sette) che risultano trasferiti nella loro autonoma individualità, come se fossero oggetto di un contratto di noleggio di mezzi e attrezzature o altre analoghe tipologie contrattuali, anziché essere trasferiti nella loro funzione unitaria e strumentale in quanto destinati all’esercizio dell’impresa, come sarebbe invece necessario ai fini della configurabilità di un contratto di affitto di ramo di azienda». «In altri termini – concludono i giudici – la lettura del contratto non consente di ritenere che, al di là della cessione dei singoli beni sopra individuati, le parti abbiano convenuto il trasferimento in affitto di un vero e proprio ramo d’azienda quale sotto-organizzazione intesa nel suo complesso». 

LA PRONUNCIA DEL TAR LOMBARDIA 

Occorre aggiungere inoltre che l’impresa locataria era in stato di liquidazione e che il via libera al contratto di cessione di ramo d’azienda è stato disposto dal giudice delegato della procedura di concordato. Queste circostanze, tuttavia – cioè l’autorizzazione del giudice e il parere favorevole del commissario giudiziale – non sono rilevanti, in quanto «rispondono a finalità del tutto estranee alla verifica del possesso dei requisiti di partecipazione alle procedure ad evidenza pubblica». La verifica del possesso dei requisiti, è un compito che spetta invece alla stazione appaltante che però, in questo caso, non ha lavorato bene. Infatti, concludono i giudici, la stazione appaltante invece di aggiudicare l’appalto – prima in via provvisoria e poi confermandolo con l’aggiudicazione definitiva – avrebbe dovuto escluderla dalla gara «in quanto priva del relativo requisito» (cioè la cifra d’affari). 

Fonte: Edilizia e Territorio

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I segnali non si traducono in cantieri, 2018 a +1,5% Manca il 30% sul 2006 Per le opere pubbliche un aumento del 3,2% e del 3,9% entro due anni

«Il 2018 non è l’anno delle opere pubbliche. Almeno in termini di investimenti. Lo saranno, sulla base dei dati delle aggiudicazioni, dei bandi di gara e delle potenzialità di spesa, il 2019, il 2020 e il 2021». Lo scrive il Cresme nella sua Relazione congiunturale sul «mercato delle costruzioni 2019» che sarà presentata oggi a Milano. E le opere pubbliche – che nel 2018 farebbero registrare una modesta crescita dell’1,5% composta da un -0,7% della Pa in senso stretto e un +2,8% delle grandi società partecipate – sono lo specchio di un settore che da tempo prova ad accelerare, per recuperare dieci anni di crisi durissima, ma si ferma a una crescita modesta del 2%. E in termini reali manca ancora un 30% per tornare ai livelli di investimento del 2006.
Certo, non mancano i segnali che una nuova fase di mercato – sia sul versante del settore pubblico che delle nuove costruzioni private – potrebbe aprirsi, ma -avverte il Cresme – solo «se il clima non degenera e non si cade nel baratro». Se cioè si ricompone la frattura con l’Unione europea e lo spread scende a livelli più fisiologici, in modo da garantire stabilità e condizioni favorevoli agli investimenti, allora dal settore delle costruzioni può venire un contributo importante per il ritorno alla crescita. La previsione dell’istituto di ricerca parla di un +2,5% a prezzi costanti nel 2019 (+3,2% per le opere pubbliche) e +2,3% per il 2020 (+3,9% per le opere pubbliche).
Le potenzialità di una crescita robusta ci sono e lo ammette la stessa Unione europea se è vero – come sottolinea il Cresme – che dall’European Economic Forecast di Bruxelles, fresco di stampa, arriva una previsione di crescita del 2,6% nel 2019 e addirittura del 4,4% nel 2020. È la previsioni più alta fra tutte quelle elaborate quest’anno dai vari centri di ricerca per il settore. A conferma che i programmi di rilancio degli investimenti presentati dal governo italiano vengono presi sul serio, almeno su questo fronte.

I segnali delle potenzialità di crescita per l’anno prossimo ci sono ma sono sulla carta e sottoposte a troppe condizioni. Marcia la macchina di carta di bandi nelle opere pubbliche e permessi nel settore privato senza che ancora si traducano in mattoni e cantieri. Sul fronte delle nuove abitazioni, per esempio, già quest’anno si è registrato un +3,5% (ma è poca cosa se negli anni della crisi si è perso oltre il 70% degli investimenti in termini reali) mentre i permessi di costruire rilasciati ammontano a +11,3% nel 2017 e +8,7% nel primo trimestre 2018. E sul fronte del «non residenziale» la superficie autorizzata con i permessi è cresciuta rispettivamente del 28,8% e del 53%. Sul campo delle opere pubbliche i bandi per i lavori sono cresciuti del 34%, quelli per le progettazioni del 67% e le aggiudicazioni di lavori dell’83%. Tutta carta, certo, che non si traduce ancora a sufficienza in posti di lavoro, ma prova a segnare il senso del risveglio in un orizzonte sempre ambivalente. La crisi delle imprese – e soprattutto ormai delle grandi imprese – non si ferma e il Rapporto Cresme quantifica in 11,2 miliardi il buco nero di «fatturato massimo perso» nel periodo 2007-2017 con la scomparsa di 110 imprese della classifica top del settore fra cessazioni, liquidazioni, conocrdati o in amministrazione straordinaria. Il dato è una stima massima in quanto per ogni società si sceglie il livello di fatturato più alto nel decennio. In questo universo di crisi in parte arrivate al capolinea, in parte ancora in corso, spiccano i nomi storici da Condotte a Mantovani, da Tecnis a Unieco a Mazzi.
Sul versante dell’offerta la nuova stagione pone anche il tema della «metamorfosi delle costruzioni», che si è vista per esempio nell’uso micro dei bonus fiscali sul risparmio energetico ma non decolla sul fronte macro della riqualificazione urbana. Si aprono finestre interessanti, qua e là, ma la nuova edilizia fa fatica a diventare dominante. Il Cresme ci crede e ritiene che le tre parole-chiave per il rilancio del settore siano sostenibilità (ambientale, sociale, economica), digitalizzazione e automazione. «È una sfida epocale per un settore fortemente tradizionale e conservatore ma con una forte capacità di attivazione occupazionale, che richiede una politica industriale con l’obiettivo di migliorare la qualità del proprio capitale fisso edilizio e infrastrutturale».

Fonte: Il Sole 24 Ore

L’impatto del passaggio generazionale sui rischi di continuità dell’impresa è uno dei temi più delicati della media impresa italiana, in quanto si stima che circa 2 milioni di imprese familiari lo affronteranno nei prossimi dieci anni. Ridurne le criticità è uno degli obiettivi del risk management. Tre sono le principali azioni suggerite. Prima di tutto occorre distinguere, nell’impresa familiare, diverse sfere da analizzare separatamente e gestire congiuntamente nel momento della successione: la sfera familiare e degli affetti, la sfera della proprietà, la sfera del management aziendale. La definizione di regole nell’interesse della continuità dell’impresa, unita alla gestione anticipata rispetto alla data prevista di passaggio, rappresentano una prima misura efficace per ridurre il rischio. Come disse Marchionne: «Non fare nulla per la famiglia, non fare nulla senza la famiglia». Una seconda misura utile nel passaggio di testimone può essere il coinvolgimento di competenze esterne a livello manageriale o di consiglio di amministrazione. Infine, l’affidamento della gestione a un manager esterno dell’impresa familiare che apporti competenze organizzative e capacità di sviluppo deve essere bilanciato dall’esercizio da parte della famiglia del ruolo attivo di azionista professionale.
Mentre esistono scuole di management, vi è poca formazione disponibile per preparare al ruolo di azionista. Pertanto tra i rischi di un’impresa bisogna considerare quelli fondamentali che nascono dalla sua organizzazione e dalla sua evoluzione, determinati dalle sue regole di governance e dal suo assetto proprietario. Il secondo tema più presente nel risk management sono ovviamente i rischi operativi delle imprese. Uno studio elaborato dall’Osservatorio Cineas-Mediobanca sottolinea l’importanza dello sviluppo di una gestione integrata, presidiando in modo nuovo i rischi conosciuti ed evidenziando quelli nuovi relativi al patrimonio immateriale di impresa. Le imprese che gestiscono efficacemente il rischio sono anche quelle che presentano i migliori risultati economici. Per essere adeguata la gestione deve essere coerente e integrata, ovvero svolta in modo da analizzare nel loro insieme i rischi operativi e le loro interazioni. La percentuale di imprese che possiede una gestione integrata dei rischi è più che raddoppiata negli ultimi due anni e raggiunge il 37% del campione elaborato dallo studio. I rischi verso i quali esiste maggiore sensibilità da parte delle imprese manifatturiere restano la sicurezza sul lavoro e la difettosità del prodotto. Occorre tuttavia guardare a nuove e più efficaci modalità per gestire questi rischi. Prendiamo ad esempio il settore chimico, che presenta un livello di incidenti sul lavoro di molto inferiore a quello della media dell’industria manifatturiera.
Una delle misure adottate dalle imprese di questo settore è stata quella di non limitarsi all’analisi degli incidenti effettivamente avvenuti, ma di rilevare ed esaminare nel dettaglio anche le situazioni anomale senza conseguenze, i near miss, e rivedere le misure di sicurezza anche se non vi è stato incidente. Nelle imprese l’attenzione al rischio si concentra sulle attività di produzione, ma molti rischi emergenti colpiscono a monte, ossia la ricerca e sviluppo, o a valle, ossia il marketing e le relazioni con il cliente. Parliamo di fenomeni sempre più frequenti quali il furto della proprietà intellettuale, il cybercrime, le violazioni della privacy ed altri ancora, che impattano sul patrimonio immateriale e sulla reputazione dell’impresa. Di fronte a questi rischi la ricerca dimostra che gli imprenditori si sentono impreparati e non conoscono gli strumenti di difesa a disposizione. In particolare, sfuggono le nuove offerte nate dal settore assicurativo. In un ambiente competitivo sempre più complesso e articolato è evidentela necessità di alimentare la cultura del rischio e la conoscenza dei nuovi pericoli. Da qui la necessità di elaborare competenze che favoriscono un’efficace gestione del rischio – anticipazione degli eventi futuri, valutazione degli impatti potenziali e predisposizione della organizzazione più appropriata – per competere nei mercati in continua evoluzione: è per questo che chi gestisce meglio il rischio presenta risultati migliori. Gli imprenditori sono sempre più informati e coscienti del fatto che la gestione del rischio è necessaria e sempre più propensi a dotarsi delle competenze di risk management. Tuttavia la gestione del rischio è vissuta ancora molto spesso solamente in chiave difensiva. Mentre una buona difesa è assolutamente essenziale; l’imprenditorialità si esprime anche nell’affrontare e nel gestire attivamente il rischio e soprattutto nel ricavare esperienza per meglio organizzare e proteggere l’impresa dai rischi e sui mercati.

Fonte: Milano Finanza

La legge di Bilancio per il 2019 prova a razionalizzare il sistema degli appalti pubblici a livello locale.

Il comma 4 dell’articolo 16 modifica infatti l’articolo 37 del Codice appalti stabilendo, che – in attesa (da quanto tempo ormai!) della qualificazione delle stazioni appaltanti – le Province e le Città metropolitane operino obbligatoriamente come centrali di committenza di lavori pubblici per tutti i Comuni non capoluogo.

La soluzione, corretta e ispirata alla logica di valorizzare l’esistente, è altresì confortata dai risultati dello studio realizzato dall’Accademia per l’autonomia in collaborazione con Promo Pa Fondazione e l’Università di Roma Tor Vergata, che analizza 58 Stazioni uniche appaltanti (provinciali e di area metropolitana) e 865 Centrali uniche di committenza comunali, proponendo un modello organizzativo nel quale Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni possano individuare, all’interno di una stessa area territoriale, ambiti di complementarietà e specializzazione e dove le province si configurano come centri strategici di aggregazione e di innovazione nel sistema degli acquisti a livello locale.
Così si andrebbe verso il raggiungimento di un duplice obiettivo: ridurre il grado di estrema centralizzazione degli appalti dell’ultimo decennio che così tanto male ha fatto alle piccole imprese e al loro potenziale di crescita ma al contempo garantire quella razionalizzazione (sinora mai avvenuta) necessaria tramite l’eliminazione di un numero congruo di punti ordinanti, in particolare quelli troppo piccoli quanto a volumi delle loro gare, che hanno il solo effetto di distorcere la domanda pubblica verso decisioni spesso poco coordinate con l’indirizzo generale di politica industriale per il Paese.

In mancanza di un quadro normativo chiaro sui livelli di qualificazione – che sperabilmente rivoluzioni anche le carriere del procurement officer e ne valorizzi le competenze acquisite sul campo anche con riconoscimenti pecuniari e di carriera – lo studio ritiene appunto auspicabile che sui territori i diversi soggetti possano trovare forme di collaborazione basate sulla capacità/possibilità di svolgere alcune funzioni piuttosto che altre e che, in particolare, «le Stazioni uniche appaltanti a livello di area vasta (Provincia o Città metropolitana) potrebbero puntare a un livello di qualificazione che le consentano di gestire appalti sopra una certa soglia e specializzarsi nella gestione di gare di lavori che per dimensione non sarebbero accessibili a enti locali di piccola-media
dimensione».
Infatti il comma 4 può aprire interessanti spazi di manovra nel momento in cui si stanno rilanciando gli investimenti pubblici con la possibilità, prevista dal Ddl della finanziaria in discussione, di utilizzare liberamente gli avanzi di amministrazione appunto per investimenti, liberando risorse per decine di miliardi di euro. Il ruolo affidato alle Province potrà dunque essere determinante, a patto però che si agisca sul versante delle competenze e delle risorse umane, indebolite dalla riforma Delrio, come dimostra un’analoga ricerca condotta sul tema sempre dall’Accademia per l’autonomia.
Gli uffici tecnici delle Province vanno perciò messi in grado di far fronte alle nuove funzioni previste dal comma 4, nonché di predisporre in tempi rapidi i bandi necessari a sbloccare gli investimenti e realizzare le opere. É necessario pertanto da un lato, prevedere un processo di aggiornamento e formazione del personale delle Province in materia di appalti pubblici e dall’altro, reperire rapidamente nuove figure professionali da immettere nel sistema. Mentre sul primo punto esiste un’offerta formativa già presente e diffusa sul territorio, per la selezione d’ingresso è auspicabile pensare a concorsi a livello regionale, che possano rispondere in modo più efficace alle esigenze dei territori.

Fonte: Il Sole 24 Ore

La norma è per monitorare i consumi ma prevede le stesse procedure del 65%

La nuova comunicazione all’Enea degli interventi di risparmio energetico non qualificato e dei grandi elettrodomestici, detraibili dall’Irpef al 50% (si veda «Il Sole 24 Ore» del 22 novembre) è stata introdotta ai fini del monitoraggio e della valutazione del risparmio energetico conseguito. Tuttavia, cosa succede se si omette la comunicazione?
La norma istitutiva prevede infatti la comunicazione avvenga in analogia a quanto già previsto per le detrazioni Irpef e Ires del 50%, 65%, 70% e 75% per la riqualificazione energetica qualificata degli edifici della legge 296/2006. In questo caso la mancata comunicazione all’Enea, entro 90 giorni dalla fine dei lavori, della scheda informativa degli interventi realizzati e dell’attestato di certificazione energetica, comporta la decadenza del beneficio fiscale.

La decadenza del «qualificato»
Il motivo di questa decadenza, non sta in una norma specifica, ma nel fatto che l’omesso invio di questa comunicazione può essere sanato con l’istituto della “remissione in bonis” (circolare 7/E delle Entrate), cioè pagando la sanzione di 258 euro, accompagnato dall’invio tardivo (entro il 31 ottobre 2019 per i lavori ultimati dopo il 2 agosto 2018) della comunicazione. In generale, infatti, questa sanatoria di adempimenti fiscali è possibile solo per quelle pratiche, che, se non vengono effettuate, comportano la decadenza dal beneficio o dal regime opzionale. Conseguentemente, l’omesso invio all’Enea di questa documentazione (non sanata con la remissione in bonis) comporta la decadenza dell’agevolazione. Si segnalano, comunque, alcune sentenze di senso contrario, a favore del contribuente (Ctr di Milano del 16 maggio 2018, n. 2181 e Ctr di Milano del 9 marzo 2015, n. 853, si veda «Il Sole 24 Ore» del 14 giugno 2018 e del 28 maggio 2015).
La remissione in bonis si perfeziona con il pagamento della sanzione di 258 euro e con l’invio della comunicazione entro il termine di presentazione della prima dichiarazione dei redditi che scada
successivamente al termine previsto per effettuare la comunicazione ovvero eseguire l’adempimento stesso (circolare 28 settembre 2012, n. 38/E, paragrafo 1.2). Non più sanabili, invece, le omesse comunicazioni all’Enea relative ai lavori ultimati fino al 2 luglio 2018.

Decadenza del«non qualificato»
Anche per il risparmio energetico non qualificato, la decadenza non deriva espressamente dalla norma, ma dalla possibile applicabilità allo stesso della remissione in bonis, analogamente a quanto accade al”qualificato”.
Pertanto, se questo istituto fosse applicabile anche all’omessa comunicazione dei dati dei grandi elettrodomestici e degli interventi per il risparmio energetico non qualificato, il suo mancato invio, senza la successiva “remissione in bonis” comporterebbe la decadenza del beneficio fiscale.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Costruttori e Comuni chiedono di ridurre i tempi di realizzazione, che arrivano a 15 anni

Molte prescrizioni non sono volute dalla Ue Non si era mai visto finora che l’Anci, l’associazione dei Comuni, e l’Ance, quella dei costruttori, arrivassero a stilare una proposta unica di modifica del codice degli appalti. Eppure i due soggetti, che di solto stanno su opposti fronti della barricata, essendo gli uni i committenti e gli altri gli esecutori, hanno effettivamente creato un documento inviato al governo con le proposte per snellire e rilanciare le infrastrutture. Al contempo, anche Utilitalia, l’associazione delle utility, ha elaborato tre proposte minime per uscire dalle secche: la principale è l’abolizione dell’articolo 177, non previsto dalla normativa comunitaria, che ha introdotto l’obbligo per le utilities di affidare tutte le attività interne di gestione a soggetti esterni con gara, con implicazioni sull’occupazione e l’efficienza dei processi e senza una comprensibile logica nella prospettiva degli appalti.
Ma il punto è che oggi, per un motivo o per l’altro, è tutto bloccato. «Il problema vero spiega Gabriele Buia, presidente dell’Ance – è il fattore tempo. Non è possibile pensare che ci vogliano 15 anni per completare un’opera dal momento dell’autorizzazione». Inoltre, poiché i Comuni per spendere i soldi devono attendere di riceverli, e ci vuole molto tempo, il presidente dell’Ance propone «di creare un Fondo rotativo nazionale che permetta agli enti locali più efficienti di mandare avanti le opere». C’è poi il caso Anac, l’authorithy anticorruzione: nel corso del tempo, da ente che controlla si è trasformato in ente che introduce norme: «I funzionari pubblici hanno paura e domandano all’Anac pareri su pareri – dice Buia – . Secondo noi deve limitarsi a un ruolo di vigilanza, non regolatorio». Una posizione condivisa anche da altri. Il tema più importante sarebbe infine quello di far finanziare le infrastrutture dagli investitori istituzionali, non solo italiani: «Ma per far questo – dice Federico Merola, docente di International project finance alla Luiss – occorre intervenire con una visione strategica chiara passando ad un nuovo PPP istituzionale e sociale e superando le riserve degli investitori internazionali, modificando le norme di conseguenza».

Fonte: Affari e Finanza

Il Commissario straordinario per la ricostruzione del viadotto Polcevera dell’autostrada A10 Marco Bucci con il decreto n. 7 del 19 novembre 2018 ha avviato una procedura negoziata senza pubblicazione di bando ai sensi dell’art. 32 Direttiva 2014/24/UE Parlamento europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014 al fine di individuare due super-consulenti a cui affidare:

  • i servizi di assistenza tecnica/direzione lavori;
  • i servizi di verifica della progettazione (preventiva e in corso d’opera).

Fonte: Lavori Pubblici

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Lo sostiene il Consiglio di Stato nel parere sulle linee guida dell’Anac. In più i bandi di gara devono prevede l’obbligo di corredare l’offerta con «piani di riassorbimento» degli addetti

Nei cambi di appalto il vecchio gestore deve dare al l’impresa subentrante tutte le informazioni i proprio possesso su costi e organizzazione dei lavoratori. Inoltre le stazioni appaltanti devono prevedere l’obbligo di corredare l’offerta con un «piano di compatibilità» o «progetto di assorbimento» dei lavoratori impiegati dalla vecchia impresa. Sono le due indicazioni chiave contenute nel parere del Consiglio di Stato, varato il 21 novembre,sulle linee guida Anac relative all’applicazione della clausola sociale negli appalti. Un parere molto articolato – e in diversi passaggi assai critico – che contiene le maggiori novità proprio nei punti in cui prova a spiegare come superare concretamente le difficoltà legate all’obbligo di riassorbire il personale, contemperando questa esigenza con quella più generale e insuperabile che tutela la libertà di organizzazione dell’impresa.

Informazioni ai concorrenti 
Per applicare la clausola sociale travalicare i limiti della libertà di impresa, per il Consiglio di Stato bisogna innanzitutto eliminare «l’asimmetria informativa fra i potenziali imprenditori entranti, l’imprenditore entrante e l’imprenditore uscente, che è titolare, nell’ambito che interessa, di una posizione dominante, o comunque di vantaggio informativo». In pratica, dice Palazzo Spada il gestore dell’appalto uscente conosce tutti gli aspetti relativi al costo e all’organizzazione del personale utilizzato nell’appalto. Sa di quante persone c’è bisogno, di quale prestazione chiedere a ciascuno e soprattutto quali sono i veri costi in gioco. Tutte informazioni che i concorrenti devono essere in condizione di conoscere per «concorrere alla gara con un’offerta sostenibile».

Per il Consiglio di Stato non servono nuove norme per obbligare il gestore uscente a fornire queste informazioni. Nelle norme dell’ordinamento è già rintracciabile un sistema di regole che permette di affermare che «dal contratto tra stazione appaltante ed impresa sorgono obblighi di informazione a favore delle imprese che partecipano alla gara». Dunque l’appaltatore uscente – è questa l’indicazione fornita all’Anac che dovrà rimettere mano alle linee guida – deve mettere queste informazioni a disposizione dei concorrenti, anche attraverso la stazione appaltante.

Di più, un eventuale rifiuto, si legge nel parere, potrebbe configurare l’ipotesi (e la sanzione) del «grave illecito professionale» ed essere sanzionato con l’esclusione da successivi appalti pubblici. «In base a quanto detto finora», si legge nel parere, Palazzo Spada «suggerisce di modificare» le linee guida «nel senso che il bando debba comunque indicare gli elementi rilevanti per formulare l’offerta nel rispetto della clausola sociale, chiarendo che la stazione appaltante e l’appaltatore uscente sono tenuti a comunicare agli interessati, su loro richiesta, le informazioni relative».

Il «progetto di riassorbimento» del personale 
L’altra novità il Consiglio di Stato la riserva ai concorrenti interessati a sostituire il vecchio gestore dell’appalto. Una volta ottenute le informazioni dovranno corredare l’offerta con un «piano di compatibilità o progetto di assorbimento» mirato a illustrare in che modo «concretamente l’offerente, ove aggiudicatario, intenda rispettare la clausola sociale, ovvero, detto altrimenti, spiegare come e in che limiti la clausola stessa sia compatibile con l’organizzazione aziendale da lui prescelta». Secondo il Consiglio di Stato, inoltre, questo piano dovrebbe spingersi fino a contenere informazioni sul tipo di contratto che la nuova impresa intende stipulare con i vecchi lavoratori. «Infatti, se la clausola comporta un obbligo, sia pure limitato, di riassunzione, l’impresa secondo logica è tenuta formulare una proposta che contenga gli elementi essenziali del nuovo rapporto in termini di trattamento
economico e inquadramento, unitamente all’indicazione di un termine per l’accettazione».

I giudici suggeriscono anche di invitare le stazioni appaltanti a inserire nel bando di gara punteggi specifici per la valutazione di questi piani di riassorbimento del personale «assegnando tendenzialmente un punteggio maggiore, per tale profilo, all’offerta che
maggiormente realizzi i fini cui la clausola tende». Si tratta, tuttavia, di una scelta che il parere rimette alla «discrezionalità della stazione appaltante».

Clausola sociale e contratti collettivi 
L’ultima indicazione arriva sul rapporto tra clausole sociali e contratti collettivi. Per il Consiglio di Stato la clausola sociale prevista in un bando di gara vale solo nel caso in cui l’impresa vincitrice dell’appalto non abbia firmato alcun contratto collettivo di riferimento ovvero faccia parte di una categoria priva di contratti nazionali. «Viceversa, nel caso in cui l’interessato abbia sottoscritto un contratto collettivo che in materia dispone, i
contenuti della clausola sociale che egli dovrà osservare saranno quelli previsti dal
contratto collettivo stesso». 

Fonte: Edilizia e Territorio

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Con il decreto direttoriale n 89 del 2018, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha aggiornato l’elenco dei soggetti abilitati ad effettuare le verifiche periodiche delle attrezzature di lavoro. Il dicastero riepiloga inoltre gli adempimenti cui sono tenuti i soggetti autorizzati.

Fonte: Ipsoa

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Il Consiglio di Stato con la sentenza 14 novembre 2018. n. 6423 torna sulla distinzione tra “miglioramenti” e “varianti” al progetto posto a base di gara nelle gare con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Torniamo nuovamente sul principio di rotazione contenuto nell’articolo 36 del D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti pubblici) che attende da molti mesi quelle modifiche ritenute necessarie da tutti gli operatori del settore ma, ad oggi, lontane da un approdo sicuro.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

A settembre 2018 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione nelle costruzioni cresca dell’1,3%% rispetto al mese precedente.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

L’applicazione Condomini+ 4.0 permette di supportare i tecnici nella diagnosi energetica e nelle valutazioni strutturali

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

In un appalto pubblico è legittimo, in caso di errore materiale sulla comunicazione dei costi della manodopera, applicare il soccorso istruttorio. L’ha stabilito, in un parere di precontenzioso (delibera 30 ottobre 2018), l’Autorità nazionale anticorruzione per una gara relativa all’affidamento del servizio di ripristino delle condizioni di sicurezza stradale compromesse a seguito del verificarsi di incidenti stradali. Era accaduto che il soggetto vincitore, pur avendo indicato separatamente nell’offerta economica (in attuazione dell’art. 95, comma 10 del dlgs n. 50/2016) i costi della manodopera, li aveva determinati in una somma molto più bassa (6.800 euro) rispetto alla stima compiuta dalla stazione appaltante pari a 33.500 euro). Il vincitore della gara aveva poi spiegato che aveva indicato il costo relativo a ciascuna annualità e non il costo relativo all’appalto nella sua globalità. La stazione appaltante e l’impresa, congiuntamente, hanno però chiesto all’Anac di chiarire se sia ammissibile consentire all’operatore economico di chiarire il costo della manodopera indicato nell’offerta e se la stazione appaltante possa quindi effettuare la valutazione di congruità rispetto alla somma così precisata. In precedenti pareri (n. 417 e n. 420 del 2018) l’Anac ha ritenuto che il costo della manodopera costituisca una componente essenziale dell’offerta economica e che non sia pertanto possibile procedere ad alcuna integrazione della stessa in sede di soccorso istruttorio. L’Anac, innanzitutto, ha precisato che, diversamente dai precedenti casi, la problematica segnalata è diversa in quanto riguarda l’errata indicazione di tali costi: l’operatore economico è infatti incorso in un errore materiale avendo indicato i costi della manodopera (6.800 euro) che prevede di sostenere per ciascun anno di affidamento, e non la somma complessiva relativa alla durata triennale del contratto (che ammonterebbe a 20.400 euro), senza tuttavia specificare l’unità di misura utilizzata (ovvero il costo annuale). In ogni caso, ha detto l’Anac, il prevalente orientamento giurisprudenziale in materia di omessa indicazione degli oneri di sicurezza aziendali formatosi sulla base della pronuncia dell’Adunanza plenaria n. 19/2016, la stazione appaltante può chiedere di chiarire successivamente, nell’ambito delle offerte economiche già formulate e da ritenersi non suscettibili di alcuna modifica, la parte di importo imputabile ai costi della manodopera. Infatti, così facendo non si pone in discussione il computo dei costi nella manodopera nella formulazione dell’offerta, ma si contesta soltanto che l’offerta non specifica la quota di prezzo corrispondente ai predetti costi, la carenza non è sostanziale, ma solo formale e, in assenza di una espressa previsione nella lex specialis di gara che richieda la puntuale indicazione del costo della manodopera. Pertanto, in caso di errata indicazione dei costi della manodopera può essere consentito all’operatore economico di fornire l’indicazione separata del costo della manodopera successivamente, a seguito di legittima richiesta di chiarimenti in tal senso da parte della stazione appaltante.

Fonte: Italia Oggi

Niente elenchi tassativi per vincolare le amministrazioni
Basta un provvedimento esecutivo di un giudice per escludere da un appalto un’impresa per grave illecito professionale; l’Anac deve chiarire i mezzi di prova cui possono fare riferimento le stazioni appaltanti ai fini dell’esclusione degli operatori economici dalle procedure di appalto; no ad elenchi tassativi di errori e irregolarità. È quanto ha affermato la commissione speciale del Consiglio di Stato con il parere 2616 del 13 novembre 2018 sul documento dell’Autorità nazionale anticorruzione intitolato «Indicazione dei mezzi di prova adeguati e delle carenze nell’esecuzione di un precedente contratto di appalto che possano considerarsi significative per la dimostrazione delle circostanze di esclusione di cui all’art. 80, comma 5, lett. c) del Codice» che aggiorna le linee guida n. 6. L’aggiornamento della linea guida rappresenta l’occasione per fornire indicazioni precise alle stazioni appaltanti che da tempo chiedono di avere riferimenti certi per escludere legittimamente i concorrenti per grave illecito professionale. Sul tema della tassatività delle fattispecie di esclusione il parere ha precisato che si prende atto che «la soluzione proposta dall’Anac conferma le indicazioni fornite nelle linee guida vigenti, specificando, se del caso, il rapporto che intercorre, nell’ambito dell’art. 80, tra fattispecie generale e fattispecie tipizzanti. Come emerge dall’ampia rassegna, contenuta nella relazione illustrativa, della più recente giurisprudenza amministrativa formatasi nella materia, resta ineliminabile, e opportuno, per quanto si dirà, un margine significativo di discrezionalità ovvero di apprezzamento della stazione appaltante nel valutare in concreto, con riguardo alla singola fattispecie trattata, i comportamenti idonei a costituire gravi illeciti professionali, tali da rendere dubbia la sua integrità o affidabilità». Risulta quindi impossibile, «pena un eccessivo irrigidimento del sistema con potenziale vanificazione delle finalità della norma, vincolare l’amministrazione a un elenco tassativo e automatico di casi di esclusione». Ciò detto, però, i giudici chiedono all’Autorità uno sforzo di integrazione per individuare quali siano i mezzi di prova. Sulla questione inerente ai provvedimenti giudiziari rilevanti ai fini dell’esclusione, il parere si sofferma se siano necessarie le sentenze passate in giudicato giudizio o anche provvedimenti esecutivi, aderendo alla tesi Anac per cui basterebbe un «provvedimento esecutivo»: si tratta di una scelta utile perché «chiarisce che gli accertamenti del grave illecito professionale, per avere effetto escludente, devono essere contenuti in provvedimenti o atti della stazione appaltante non contestati o, nel caso di contestazione in giudizio (più frequentemente dinanzi al giudice civile), che non siano stati sospesi nella loro efficacia». Altro punto delicato è se si possa escludere una impresa nei confronti della quale sia stata disposta la risoluzione del contratto a sua volta oggetto di impugnativa ma non ancora decisa dal giudice. Il parere condivide la scelta dell’Anac di avere riguardo alla risoluzione «non contestata o confermata all’esito di un giudizio anche non definitivo». Per il Consiglio di stato si tratta di «un ragionevole punto di equilibrio tra l’esigenza degli operatori economici di evitare esclusioni basate esclusivamente su atti unilaterali privi di fondamento delle stazioni appaltanti e quella delle stazioni appaltanti di non vedere sostanzialmente vanificata la causa di esclusione sulla base della sola contestazione (anch’essa non meno unilaterale e priva di fondamento) dell’operatore economico».

Fonte: Italia Oggi

Giuffré: rischi sistemici dalla applicazione della 231/2001 al settore bancario
«È nelle società commerciali di grandi dimensioni che risultano commessi i reati in grado di incidere sia sulla salute, sia sul risparmio dei cittadini, sia, infine, sulla libertà di mercato (corruzione); dalla Parmalat all’Ilva di Taranto, passando per i più recenti crac bancari, i crimini suscettibili di colpire duramente la collettività sono proprio quelli alla portata di realtà complesse e organizzate, i colossi manifatturieri, bancari e assicurativi». La proposta di legge giallo-verde (iniziativa dei deputati Grimoldi, Ribolla, Lucchini) sulla riforma della 231 – responsabilità della persona giuridica -, che è stata presentata a fine giugno alla Camera con queste parole d’esordio, è passata quasi inosservata. Eppure nei suoi contenuti è dirompente, col rischio di produrre effetti esattamente opposti a quelli che si vorrebbero ottenere. Propone in sostanza due cose: esentare dall’ambito di applicazione delle disposizioni le imprese con meno di 15 dipendenti e considerare banche, assicurazioni e intermediari finanziari come le Sgr – che sono soggetti a una regolamentazione specifica di settore – alla stregua di qualsiasi altra azienda sotto il profilo delle sanzioni.
La legge oggi prevede che di determinate condotte risponda non solo la persona fisica, ma anche la società-datore di lavoro laddove la condotta censurabile sia nell’interesse e/o a vantaggio dell’ente giuridico stesso. Adottando un determinato modello organizzativo, con l’istituzione di un organismo di vigilanza di provata efficacia, la società a certe condizioni può essere esentata da responsabilità. In questo contesto banche, assicurazioni e intermediari sono soggetti, per la valenza sistemica che rivestono, a un trattamento particolare che prevede il presidio e l’intervento di Banca d’Italia, Ivass e Consob. La 231 prevede, a carico dell’ente giuridico, sanzioni patrimoniali e sanzioni interdittive: interdizione all’esercizio dell’attività e sospensione o revoca della licenza. Oggi le sanzioni interdittive sono applicabili anche ai soggetti finanziari sottoposti a vigilanza, ma non in via cautelare – prima che si sia arrivati cioè a sentenza – come nel caso delle società “generiche”.
È da quando è nato il decreto legislativo 231/2001 che si discute di riformarlo, osserva Bruno Giuffré, country manager partner di DLA Piper Italia e presidente dell’associazione dei componenti degli organismi di vigilanza, ma la legge «ha avuto una sua validità». In particolare si discute di esonerare da disposizioni gravose e complesse le imprese di piccole dimensioni, ma osserva Giuffré, il criterio del numero dei dipendenti non è adeguato a garantire che si tratti veramente di “piccole imprese”. Ma soprattutto è l’approccio della proposta di legge ai poco popolari soggetti finanziari a costituire un rischio per la collettività. Si può ben immaginare cosa succederebbe nel caso in cui a una banca fosse tolta la licenza prima che si siano accertati in via definitiva i fatti o cosa succederebbe con un commissario giudiziale a capo di un’azienda bancaria. Ci sarebbe la fila agli sportelli a ritirare i depositi e di crisi di liquidità le banche muoiono. «La valutazione del rischio sistemico salterebbe», sintetizza Giuffrè. Ma evidentemente “saltare per aria” non sarebbe solo un concetto teorico.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Tutto pronto per l’invio delle comunicazioni relative ale detrazioni fiscali degli interventi di ristrutturazione edilizia finalizzati al risparmio energetico (c.d. ecobonus).

Fonte: Lavori Pubblici

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Il Tribunale amministrativo dell’Emilia Romagna chiarisce che se lo sforamento è evidente non c’è bisogno di aspettare la fase esecutiva

Qualora un concorrente dichiari di voler subappaltare parte della prestazione esibendo a corredo della dichiarazione un preventivo che superi il 30% dell’importo consentito dall’art. 105 del Codice dei contratti pubblici (di seguito «Codice»), la stazione appaltante deve chiedere ai sensi dell’art. 97 (offerte anormalmente basse) chiarimenti dettagliati su come il concorrente intenda limitare l’utilizzazione delle prestazioni del subappaltatore per rimanere all’interno della percentuale consentita dal codice, fermo restando che nel caso in cui i chiarimenti siano insufficienti il concorrente non potrà risultare aggiudicatario della gara (Tar Emilia Romagna, Sez. I, 8 ottobre 2018, n.746).

Con questa pronuncia i giudici amministrativi felsinei hanno annullato una gara d’appalto indetta dal Comune di Cesenatico per l’affidamento dei lavori di ripristino di una condotta sottomarina di un impianto di sollevamento di acque bianche (categoria prevalente OG7- Opere marittime e lavori di dragaggio). Gara che la stazione appaltante aggiudicava a un concorrente che aveva dichiarato di voler subappaltare la posa della condotta a mare per un importo che sforava di gran lunga il 30% dell’importo complessivo del contratto. Anomalia che la stazione appaltante non aveva ritenuto ostativa ai fini dell’ammissione dell’offerta («le questioni inerenti il sub appalto che influiscono sull’ammissibilità di un’offerta [devono ] essere valutate nella fase esecutiva dell’appalto»). Di qui il ricorso della concorrente seconda classificata che denunciava la violazione degli artt. 105 (« l’eventuale subappalto non può superare la quota del 30 per cento dell’importo complessivo del contratto di lavori, servizi o forniture») e dell’art. 95 (« gli operatori economici forniscono, su richiesta della stazione appaltante, spiegazioni sul prezzo o sui costi proposti nelle offerte se queste appaiono anormalmente basse»).

In concreto, a dire dell’impresa ricorrente, la stazione appaltante avrebbe dovuto chiedere (senza attendere la fase esecutiva dell’appalto) attraverso quale riduzione di costi si sarebbe rispettata la percentuale prevista dall’ art. 105, dal momento che il preventivo del sub appaltatore per quel tipo di prestazione richiedeva circa 60.000 euro a fronte di un importo complessivo dell’appalto circa 97.000 euro.

Tesi che il Tar ha accolto senza “rinnegare” l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui la dichiarazione di subappalto può limitarsi alla mera indicazione della volontà di avvalersene nelle ipotesi in cui il concorrente sia a propria volta in possesso delle qualificazioni necessarie per eseguire in autonomia le prestazioni oggetto dell’appalto (ex Consiglio di Stato, sez. III, 4 settembre 2013, n. 4431). Con la conseguenza che eventuali violazioni del limite del 30% possono valere solo nella fase esecutiva del rapporto senza comportare l’esclusione del concorrente dalla gara ma, al più, l’esclusione del subappalto in caso di aggiudicazione (Tar Lazio- Roma, Sez. II, 8 agosto 2017, n. 9260).

Ciò che il Collegio “sanziona” è l’acritica applicazione di tale indirizzo dinanzi a un palese superamento della citata soglia del 30 per cento. «Si può attendere la fase esecutiva – si legge nella sentenza – quando la dichiarazione di avvalersi di un subappaltatore è meramente
eventuale e comunque non è evidente quale sia l’importo della prestazione di quest’ultimo, ma nel caso in esame era macroscopicamente chiaro al momento della verifica dell’anomalia, che la percentuale del costo dell’opera del subappaltatore era pari ad oltre il 60% dell’offerta dell’aggiudicataria».

«A fronte di un preventivo del subappaltatore che per quel tipo di prestazione richiedeva 60.000 euro circa – continua la sentenza -, la stazione appaltante avrebbe dovuto chiedere in dettaglio attraverso quale riduzione di costi si sarebbe rispettata la percentuale massima di cui all’art. 105 citato. Mancando quest’approfondimento la verifica dell’anomalia è lacunosa e di conseguenza l’aggiudicazione è illegittima poiché si è omesso di verificare un dato che era emerso e che, se non rettificato, comportava l’affidamento di un appalto ad una ditta che aveva già evidenziato che avrebbe superato il limite percentuale del subappalto senza bisogno di attendere la fase esecutiva per verificare lo sforamento».

Limiti al subappalto alla Corte Ue 
Sul punto occorre precisare che ilTar Lombardia (ordinanza n. 148 del 19 gennaio 2018)ha sottoposto il citato art. 105 all’esame della Corte di Giustizia dell’UE, per sospetta violazione di principi di libertà di stabilimento e di libera prestazione di servizi, di cui agli artt. 49 e 56 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) nonché dell’art. 71 della direttiva 2014/24 del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014 ( Direttiva appalti), evidenziando che: 
– la previsione di un limite per il subappalto, con riferimento all’importo complessivo del contratto, sia per il contratto di lavori, sia per quello di servizi e forniture, può rendere più difficoltoso l’accesso delle imprese agli appalti pubblici, « precludendo agli stessi acquirenti l’opportunità di ricevere offerte più numerose e diversificate»; 
-tale limite (non previsto dalla Direttiva appalti) impone una restrizione alla facoltà di ricorrere al subappalto per una parte del contratto «fissata in maniera astratta in una determinata percentuale […], a prescindere dalla possibilità di verificare le capacità di eventuali subappaltatori».
Peraltro la stessa giurisprudenza della Corte di Giustizia ammette che una restrizione alla libertà di stabilimento e alla libera prestazione dei servizi «può essere giustificata qualora essa persegua un obiettivo legittimo di interesse pubblico e purché […] tale obiettivo e non vada oltre quanto è necessario» (sentenza del 5 aprile 2017, causa C-298/15, punto 51).

Fonte: Edilizia e Territorio

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Sono solo 26.500 i costruttori interessati alle opere pubbliche, nel 2006 erano 42.500. Crollato anche il numero dei nuovi ingressi al mercato gestito dalle Soa (ridotte da 67 a 18)

Il vecchio Albo nazionale costruttori (il famigerato Anc) ne contava 85mila. Troppe. E di certo diverse migliaia dovevano essere semplici scatole vuote. Ma ora l’emorragia di costruttori interessati ai lavori pubblici comincia ad assumere i contorni preoccupanti di una vera e propria fuga dal mercato, sia pure in gran parte forzata dalla crisi che incombe sul settore da almeno dieci anni. Va detto che per quanto grave, il declino del numero di costruttori usciti (o espulsi) dal mercato è un fenomeno in atto da tempo. La vera novità, che la dice lunga sull’appeal che questo settore è ancora in grado di esercitare, arriva dai dati che fotografano l’andamento delle nuove imprese che bussano alla porta del malridotto club dei cantieri pubblici, silenziosamente crollati nel corso degli ultimi mesi.

Andiamo ai numeri, consegnati in Parlamento da Unionsoa, una delle associazioni più rappresentative delle società private autorizzate dall’Anac a qualificare le imprese edili.

Dal 2006 a oggi (i dati sono aggiornati al 30 settembre di quest’anno) sono spariti dal mercato sedicimila costruttori. Le 42.500 imprese qualificate dodici anni fa sono diventate 26.500. La diminuzione è di oltre il 37 per cento. Una impresa su tre non c’è più. Lo scivolamento verso il basso degli ultimi anni è avvenuto in modo costante, a un ritmo compreso tra le circa 1.500 e le 3.500 imprese in meno ogni dodici mesi. Senza neppure un tentativo di inversione di tendenza.

A pesare però non è soltanto l’uscita coatta dei costruttori che non trovano più sufficienti commesse pubbliche per restare a galla. Non c’è solo il fenomeno dell’uscita dal mercato delle vecchie imprese stritolate dalla crisi. A preoccupare di più, in prospettiva, è il mancato ingresso di nuovi imprenditori interessati al mercato pubblico.

Consultando i dati di Unionsoa si scopre infatti che le «nuove attestazioni», cioè le richieste di certificazione avanzate da imprese che non hanno mai lavorato nel mercato “qualificato” dei lavori pubblici (provenienti dal mercato privato o dai piccoli appalti sotto i 150mila euro), già in flessione, hanno subito un crollo quasi verticale negli ultimi mesi.

Nel 2017 i “nuovi ingressi” erano 1.755, nel 2018 1.383, quest’anno (nei primi nove mesi) soltanto 605. Insomma, la “stampella” del ricambio si fa sempre più debole. E rischia di mettere in dubbio le stime di chi credeva che arrivati alla soglia delle 26mila imprese l’emorragia dei costruttori pubblici si sarebbe arrestata. Anche gli addetti ai lavori che pensavano questa soglia “proporzionata” al mercato rischiano di doversi ricredere.

Di certo oggi non ci sono più le scatole vuote del passato. Anche perché – su questa patologia specifica – dalla fine del 2014 ha cominciato a produrre effetti il nuovo manuale sulla qualificazione, varato dall’Anac all’epoca da pochi mesi in mano da Raffaele Cantone. Con le nuove regole sono diventate molto più rigide le norme sui certificati lavori privati (in passato concessi con una certa disinvoltura) usati per accreditarsi nel mercato pubblico ed è arrivata la stretta finale sulla “prassi” della cessione di ramo d’azienda, al centro di tante inchieste, grazie all’obbligo di far stimare e indicare nella perizia dei tribunali personale, organico e fatturato minimo dei rami oggetto di scambio. Innescandosi sulla scia della crisi, alla lunga ha pesato molto anche l’obbligo di esibire Durc regolare (pagamento dei contributi) e certificato di assenza di pendenze con il Fisco al momento della richiesta di un’attestazione Soa.

Anche queste ultime società, peraltro, hanno dovuto subire i colpi del mercato. All’indomani della cancellazione dell’Anc erano quasi 67. Ne sono rimaste 18 (di cui una, Attico Soa, “sub iudice,”in quanto colpita da un provvedimento di decadenza dell’Anac e rimessa in attività da una sospensiva del Tar, fino all’udienza di merito fissata a gennaio). Solo quattro Soa hanno all’attivo contratti con più di duemila costruttori (Cqop Soa: 5.249, La Soatech: 3.282, Bentley Soa: 2.468 e Esna Soa: 2.402). Altrettante viaggiano nella fascia compresa tra mille e duemila contratti. Tutte le altre sopravvivono, spesso a fatica, sotto questa quota.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Le principali novità del testo approvato alla Camera. Ora si passa al Senato

Daspo a vita per corrotti; agente sotto copertura anche negli appalti; stop alla prescrizione dopo il primo grado; più rigore per le rendicontazioni dei partiti, movimenti e fondazioni e associazioni ad essi collegate. Sono le principali novità del Ddl anti-corruzione approvato alla Camera, che ora passa al Senato dove M5S e Lega sono d’accordo per eliminare la riforma del peculato inserita con un emendamento passato a voto segreto contro il parere del governo. Anche a costo, assicurano, di ricorrere al voto di fiducia . 

Daspo a vita per corrotti e corruttori 
Si allarga la platea di reati per i quali è prevista anche la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. A peculato, concussione, corruzione propria e corruzione in atti giudiziari, si aggiungono corruzione impropria e propria aggravata, induzione indebita a dare o promettere utilità, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio, corruzione attiva; istigazione alla corruzione; reati di corruzione nelle sue diverse forme commessi da membri della Corte penale internazionale, da organi e funzionari dell’Unione europea o di
Stati esteri. Inoltre le condanne per i reati di peculato, corruzione in atti giudiziari e traffico di influenze illecite commessi in danno o a vantaggio di un’attività imprenditoriale comportano l’incapacità di contrattare con la Pa. Per i corrotti non saranno possibili pene alternative al carcere.

Agente sotto copertura 
Estesa la disciplina delle operazioni di polizia sotto copertura. L’agente potrà essere usato per contrastare reati contro la Pa come la corruzione, ma anche di turbata libertà degli incanti e di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. Si esclude la punibilità per gli ufficiali di polizia giudiziaria che, al solo fine di acquisire elementi di prova, abbiano condotte che costituirebbero reato. Si esclude la punibilità per gli ufficiali di polizia giudiziaria che, al solo fine di acquisire elementi di prova, abbiano condotte che costituirebbero reato.

Le cause di non punibilità 
Non è punibile chi commette reati di corruzione se li denuncia volontariamente, se fornisce indicazioni utili e concrete per assicurare la prova del reato e
per individuare gli altri responsabili, a patto che confessi prima che il suo nome sia iscritto nel registro degli indagati, e, comunque, entro 4 mesi dal fatto. Da questa norma è escluso
il traffico di influenze illecite per evitare che sindaci e amministratori locali possano essere oggetto di “delazioni”.

Prescrizione 
Il corso della prescrizione viene sospeso dalla data di pronuncia della sentenza di primo grado (sia di condanna che di assoluzione). La norma entra in vigore il 1 gennaio 2020.

Stop alle coop 
Le cooperative sociali non potranno finanziare i partiti politici in qualsiasi forma. 

Il nuovo peculato 
L’emendamento dell’ex M5S Catello Vitiello, passato a voto segreto, inserisce nel codice una nuova fattispecie di abuso d’ufficio nel quale dovrebbero rientrare casi di peculato, ossia l’appropriazione o l’utilizzo di beni della P.A.. La maggioranza è già d’accordo sulla cancellazione di questa norma in seconda lettura al Senato.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Nell’ambito del Protocollo d’intesa stipulato, nel 2017, tra il Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) e l’Associazione Nazionale Costruttori Edili (Ance), è stata affrontata la problematica della sicurezza sul lavoro nelle forniture di calcestruzzo in cantiere ed elaborato, in collaborazione con Atecap (Associazione tecnico economica del calcestruzzo preconfezionato), un “focus” con l’obiettivo di evidenziare l’importanza del coordinamento tra i vari soggetti che operano nei cantieri edili, per garantire adeguati livelli di sicurezza.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Rimandate al mittente le linee guida recanti la disciplina delle clausole socialipreviste dall’art. 50 del D.Lgs. 18 aprile 2016 n.50 (c.d. Codice dei contratti) come modificato dal D.Lgs. 19 aprile 2017 n.56 (c.d. Decreto correttivo), che l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) aveva messo in consultazione dal 14 maggio 2018 al 13 giugno 2018.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Previsti nuovi punti di raccolta per i rifiuti edili per aumentare il riciclo e garantire maggiore trasparenza. 

Fonte: Alternativa Sostenibile

Articolo Originale

Come applicare il divieto di frazionamento dei servizi di punta e accertare i requisiti dei componenti dei raggruppamenti.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Fino al 31 dicembre 2018 è possibile inviare progetti, cofinanziabili dalla Fondazione Aifos, per lo sviluppo della cultura della sicurezza negli ambienti di vita e di lavoro.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Come si articola il Piano Nazionale Edilizia? Che risultati ha avuto? Quali sono le future attività di supporto per le aziende? Ne parliamo con Antonio Leonardi, coordinatore del Gruppo Tecnico Interregionale SSL in materia di edilizia.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Indicazioni sulla delega di funzioni nel Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Le finalità, i principali requisiti e i problemi ricorrenti. 

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

La “maggiore esperienza del lavoratore” e le responsabilità per l’infortunio causato al collega più inesperto: “l’assunzione di fatto di un ruolo di tutela”. Analisi di una recente sentenza e principi giurisprudenziali.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Exploit gare in ottobre ma progettisti preoccupati per la ‘Centrale per la progettazione delle opere pubbliche’.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

La mancata indicazione separata del costo della manodopera (e degli oneri di sicurezza) determina immediatamente e incondizionatamente l’esclusione del concorrente, senza possibilità di soccorso istruttorio?

Fonte: Lavori Pubblici

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Enea e Mise hanno annunciato il varo del portale per la compilazione e l’invio della dichiarazione di detrazione» per le opere di recupero edilizio

Le comunicazioni sul risparmio energetico possono partire. Mercoledì 21 novembre Enea e Mise hanno annunciato il varo del portale (https://ristrutturazioni2018.enea.it ) dedicato a «compilazione e invio della dichiarazione di detrazione» per le opere di recupero edilizio (articolo 16 del Tuir) che possono generare risparmio energetico. Si conclude, così, l’iter di un provvedimento che avrebbe dovuto vedere la luce prima dell’estate (legge 205/2017, articolo 1, comma 3), ma che ha un’importanza strategica per il monitoraggio dell’efficienza energetica degli interventi.

A Enea e Mise, infatti, sfuggiva sinora la classificazione e l’inquadramento statistico delle opere che beneficiano della detrazione del 50% (prevista per i lavori non “qualificati”) mentre il quadro è chiaro per quelli che sfruttano il 65% e più, dato che da sempre va inviata una relazione tecnica.

La presentazione è stata fatta da Domenico Prisinzano dell’Enea, che ha spiegato che la norma ha stabilito che la nuova comunicazione vada fatta «in analogia con quanto già si fa con il 65%», quindi sarà trasmessa solo in via telematica entro i 90 giorni dall’ultimazione dei lavori iniziati nel 2018. Per quelli già finiti entro ieri si veda l’articolo nella pagina.

Ma quali sono gli interventi (va ricordato che stiamo parlando di opere non di risparmio energetico qualificato, per le quali la detrazione è ora del 50 per cento) che rientrano nell’obbligo di comunicazione? Soprattutto strutture opache, serramenti e infissi, impianti di solare termico, caldaie a condensazione ad acqua, generatori ad aria calda a condensazione, e anche acquisto di elettrodomestici, ma solo se collegati a ristrutturazioni fatte dal 2017. L’elenco completo è nel portale dedicato, ha spiegato Prisinzano, cui si accede con le credenziali già utilizzate per beneficiare dell’ecobonus del 65% oppure creandosi un account per chi accede per la prima volta, con i propri dati anagrafici. Si procede poi con la descrizione di edificio, immobile e degli interventi e poi si trasmette la comunicazione. «Tutti i criteri – ha detto Prisinzano – sono quelli dell’opuscolo delle Entrate sul 65 per cento, già online e scaricabile anche dal sito Enea. Ma abbiamo fatto anche una nostra guida rapida, scaricabile, con le istruzioni per la compilazione».

Di fatto l’informazione indispensabile che occorre procurarsi è la superficie in metri quadrati delle pareti “toccate” dall’intervento e (ma la mancanza non blocca la comunicazione) la trasmittanza prima e dopo. «In caso non venga trasmessa – ha precisato Prisinzano – interviene Enea applicando il valore minimo di legge».

Alla fine della procedura telematica c’è una scheda con i dati catastali e poi la pratica riceve il numero della ricevuta elettronica. «In una pagina speciale – promette Prisinzano – forniremo assistenza». L’obbligo rimane senza sanzione per quanto riguarda il beneficio fiscale, ma è comunque un dovere imposto dalla legge.

«Il portale – ha detto il presidente di Enea, Federico Testa deriva dallo sforzo di rendere possibile e facile l’accesso a questi strumenti anche al cittadino senza speciali competenze».

Davide Crippa, sottosegretario al Mise che ha seguito il lavoro dell’Enea, ha evidenziato che «questo non è un tentativo di controllo ma di dimostrare che gli interventi producono effettivamente efficienza energetica, in modo da poter realizzare una politica degli incentivi aderente alle reali esigenze». E ha ricordato l’open day con il seminario formativo aperto a tutti che Enea organizza giovedì 28 novembre a Roma, dove sarà illustrato il portale.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Possibile sforare i 30 giorni solo in casi oggettivamente giustificati dalle circostanze

Tagliare al minimo i tempi di tutti i passaggi burocratici che portano, negli appalti pubblici, dall’esecuzione di un lavoro all’emissione della fattura e al successivo pagamento. È questo, in sintesi estrema, l’obiettivo dell’emendamento alla legge europea 2018, firmato dal presidente della commissione Politiche Ue del Senato, Ettore Licheri e approvato ieri pomeriggio.

La norma, come anticipato da questo giornale, modifica le regole contenute nel Codice appalti e, come spiega la relazione di accompagnamento, è stata predisposta dal Governo per risolvere la procedura di infrazione a carico dell’Italia per il mancato rispetto della direttiva 2017/2090, in materia di lotta ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

Con l’assetto attuale, i certificati di pagamento relativi ai cosiddetti «acconti del corrispettivo di appalto» (che sono, in pratica, le somme versate all’impresa durante l’esecuzione dei lavori) sono emessi «nel termine di trenta giorni» dal momento in cui il direttore lavori firma il Sal, lo stato di avanzamento dei lavori. Il certificato di pagamento, rilasciato dalla Pa, è essenziale perché l’impresa possa emettere la sua fattura. Quindi, al momento, l’impresa deve aspettare un mese dall’esecuzione del lavoro solo per inviare la fattura; dovrà, poi, aspettare altro tempo per vedersi accreditare materialmente il denaro.

Con l’emendamento si punta, allora, a riportare la prassi degli appalti pubblici entro confini compatibili con le direttive europee che, va ricordato, prevedono un termine massimo di trenta giorni dall’emissione della fattura, salvo casi eccezionali, nei quali si può arrivare a sessanta. I certificati di pagamento, sia per gli acconti che per il saldo dei lavori, dovranno allora – dice la relazione – «essere rilasciati in un termine massimo di sette giorni, che è comunque compreso in quello di trenta per l’effettivo pagamento».

Una volta emesso il certificato, le tutele previste dal Codice appalti si rafforzano ulteriormente, perché si prevede che «i pagamenti relativi agli acconti del corrispettivo di appalto sono effettuati nel termine di trenta giorni decorrenti dall’adozione di ogni stato di avanzamento dei lavori, salvo che sia espressamente concordato nel contratto un diverso termine». Andare oltre il termine di trenta giorni, però, dovrà essere «oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Buia: «Non ci arrendiamo al declino e valorizziamo le esperienze». «Ma il governo deve fare di più sul fronte delle semplificazioni»

Si è svolto ieri al Palazzo del Ghiaccio di Milano il Fidec, il primo Forum italiano delle costruzioni, ideato e organizzato dall’Ance per far emergere le esperienze di cambiamento e di trasformazione dei protagonisti della filiera dell’edilizia. 
«Un format innovativo – spiega l’Ance – pensato per dare voce a chi crede veramente nella possibilità di ripartire». Oltre alla giornata di incontri di ieri, il Fidec si articolerà nel tempo attraverso la piattaforma digitale della filiera delle costruzioni che sarà il trait d’union tra gli eventi, che avranno cadenza annuale e gli appuntamenti di carattere locale che si genereranno sui territori.

Fidec punta a mettere insieme tutta la filiera del settore: architetti, ingegneri, geometri, professionisti e imprese della manifattura. Fidec non è un singolo evento, né la classica fiera, ma un’iniziativa nata per connettere tutti i protagonisti delle costruzioni attraverso una piattaforma digitale di lavoro e un luogo di relazioni permanenti. Un vero e proprio “hub del pensiero”, che consente a tutti i partecipanti di raccontare la propria esperienza, condividere temi e problemi reali affrontati nell’attività quotidiana, incontrare i protagonisti del cambiamento e allacciare o rafforzare rapporti di business.

«Non vogliamo arrenderci al declino – dichiara il presidente dell’Ance, Gabriele Buia – il Fidec dimostra la voglia di voltare pagina e di contribuire a rendere più efficiente e vivibile il nostro Paese». 

«Anche la politica e il legislatore – aggiunge Buia – devono però fare la propria parte per dare una spinta alla ripresa del settore e quindi alla crescita dell’economia nazionale». A cominciare dalla semplificazione delle regole e delle procedure che devono sbloccare le infrastrutture e la rinascita delle città: «Dobbiamo dare subito il segnale che l’Italia può tornare a crescere ai ritmi degli altri paesi europei. Non perdiamo ancora una volta il treno della legge di bilancio: senza strumenti adeguati per ridare liquidità alle imprese e far partire i lavori di manutenzione e di riqualificazione delle nostre città gli obiettivi di crescita indicati per il 2019 non potranno essere raggiunti», commenta Buia. «Sono convinto che dando maggiore concretezza al capitolo sugli investimenti anche molte delle critiche espresse dall’Europa sulla nostra manovra verrebbero meno».

Fonte: Edilizia e Territorio

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I sequestri della Guardia di Finanza sono stati compiuti in 120 società di 14 regioni: 220 i soggetti coinvolti, un centinaio gli indagati

Quando gli investigatori della Guardia di Finanza hanno avviato indagini su un gruppetto di imprese friulo-veneto che si aggiudicava numerosi appalti, poi puntualmente eseguiti da piccole aziende locali, non si aspettavano di scoperchiare il tradizionale vaso di Pandora. Il procuratore di Gorizia, Massimo Lia, sceglie parole d’effetto: questo gruppo «da queste regioni ci ha poi portato in giro per l’Italia utilizzando sempre lo stesso sistema», la spartizione di appalti fatta a tavolino.

«In giro per l’Italia» si traduce nei 400 finanzieri del Comando Fvg sguinzagliati in tutta Italia per acquisire atti, perquisire e sequestrare su disposizione della Procura di Gorizia. Obiettivo è trovare testimonianze in enti pubblici e società private su appalti di opere pubbliche per un miliardo.
Avendo per oggetto di indagine ponti, viadotti, cavalcavia, sottopassi, gallerie, piste aeroportuali costruiti «utilizzando materiali difformi» oppure materiale appropriato ma in quantità inferiori a quanto si dovrebbe, il procuratore Lia fuga subito la principale preoccupazione: «Non ci sono pericoli dal punto di vista della sicurezza». E «non sono registrate infiltrazioni mafiose»; è «escluso al momento coinvolgimento di politici».

L’inchiesta per ora non intende mettere in ginocchio l’economia del Paese: le opere oggetto di indagine «non sono tutte concluse ma non ci sono provvedimenti di blocco o sequestri di cantieri, di lavori». Tuttavia, se conforta l’assenza della mafia, il Comandante Fvg della GdF, generale Giuseppe Bottillo, è tagliente: dopo 18 mesi di indagini parla di un sistema di corruzione paragonabile a «metastasi» e invoca «indignazione».
Tanto palese erano le intese di «cartello» che i’inchiesta ipotizza non solo il reato di turbativa d’asta tra le imprese coinvolte, e frodi nella realizzazione delle opere ma anche l’associazione per delinquere.

Nessun arresto ma gli indagati sono tanti: un centinaio, tra cui funzionari delle stazioni appaltanti. Non è il solo numero impressionante dell’operazione Grande Tagliamento: sono 150 le gare d’appalto che sarebbero state alterate, tra le quali opere e strade da realizzare nell’Italia centrale colpite dal sisma del 2016.

I sequestri sono stati compiuti in 120 società di 14 regioni; 220 sono i soggetti coinvolti. Si va da Autostrade per l’Italia all’Anas, dalla Veneto strade Spa al Commissario emergenza mobilità A4, le società di gestione degli scali di Trieste (Aeroporti Friuli Venezia Giulia Spa), Treviso (Aer Tre Spa), Venezia (Save Spa), Verona (Aeroporto Valerio Catullo Spa), fino a realtà di Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna.

Autostrade, Save, Cav, Anas, Autovie Venete, Aeroporto Fvg hanno fatto sapere di essere parte offesa o comunque di aver operato onestamente.
Infine, la GdF ha ravvisato anche la costituzione di associazioni e raggruppamenti temporanei meramente cartolari, l’utilizzo di contratti di subappalto per quote superiori al limite normativo del 30%, danni ambientali.
Il governatore del Veneto Luca Zaia auspica che «non si vada alle calende greche», così come il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, si augura che «l’indagine non fermi i lavori», ma occorreranno almeno un paio di mesi per analizzare quanto sequestrato.

Fonte: Edilizia e Territorio

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La struttura gestirebbe un fondo di rotazione per finanziare la prima fase della progettazione. Stringono i tempi per ‘smontare e riscrivere’ il Codice.

Fonte: Edilportale

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Ieri gli eurodeputati della commissione affari legali hanno approvato una proposta di direttiva per garantire un’equa protezione in Europa per chi segnali le violazioni del diritto Ue in materia di evasione fiscale, corruzione, protezione dell’ambiente e della salute e sicurezza pubblica. La protezione dei whistleblower all’interno dell’Ue è attualmente frammentata: solo dieci stati, di cui anche l’Italia, garantiscono determinate garanzie verso chi denuncia le irregolarità. Una mancanza di garanzie che, secondo uno studio della commissione europea, ha portato una perdita di potenziali benefici negli appalti pubblici tra i 5,8 e 9,6 miliardi di euro ogni anno all’interno dell’Unione. Il testo approvato dagli eurodeputati ha così stabilito l’estensione delle stesse misure di protezione anche per chi assiste il soggetto segnalante, come ad esempio un giornalista. Per assicurare un’efficace protezione contro eventuali ritorsioni o intimidazioni, secondo il testo, dovranno essere adottati sistemi di segnalazione sia interni che esterni, sia all’interno del settore pubblico che privato. I tempi di risposta dovranno essere certi: entro una settimana dovrà arrivare la notifica di pervenuta segnalazione, mentre il risultato di accertamento dell’irregolarità dovrà avvenire entro due mesi. Inoltre, all’interno del testo viene stabilita la creazione di un’autorità in ciascuno Stato membro che fornisca gratuitamente informazioni e consulenza, nonché assistenza legale, finanziaria e psicologica. Una volta che la plenaria del Parlamento europeo avrà approvato il mandato negoziale, il testo sarà oggetto di negoziazione con i ministri dell’Ue all’interno del Consiglio, dove verrà approvato il testo definitivo della direttiva.

Fonte: Italia Oggi

Il costo della manodopera è una componente essenziale dell’offerta economica che non integrabile in sede di soccorso istruttorio, ma al contempo, nell’ambito di offerte economiche già formulate e non suscettibili di alcuna modifica e in assenza di una espressa previsione nella lex specialis di gara che richieda la puntuale indicazione del costo della manodopera, la stazione appaltante può chiedere di specificarli successivamente.

Fonte: Lavori Pubblici

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Nel disegno di Legge di Bilancio 2019 nessuna traccia della norma che rafforza l’equo compenso ampliando l’obbligo di riconoscimento a tutti i committenti.

Fonte: Edil Tecnico

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Per il 2018 il bonifico va rifatto, mentre per il 2017 si può presentare una dichiarazione integrativa per beneficiare delle detrazioni edilizie.

Fonte: Edil Tecnico

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Avviato il ciclo di audizioni al Senato sulla riforma del codice del 2016. I progettisti chiedono anche paletti su accordo quadro e appalto integrato

Promossa l’idea di tornate a un regolamento attuativo unico, bocciata quella di mettere in piedi una centrale di progettazione con la legge di Bilancio. È cominciato ieri, con i rappresentanti della Rete delle professioni tecniche, il ciclo di audizioni promosso dalla commissione Lavori pubblici del Senato in vista della riforma del codice appalti cui sta lavorando il Governo e che potrebbe vedere la luce nel giro di poche settimane.

Ai senatori della commissione i progettisti hanno evidenziato punti critici e aspetti da salvare del codice del 2016, «che va rivisto, ma non completamente buttato a mare – ha sottolineato Rino la Mendola, rappresentante del Consiglio nazionale architetti con la delega ai lavori pubblici -.le gare di progettazione stanno finalmente ripartendo in modo consistente, questo vuol dire che qualcosa funziona dopo la batosta dei primi mesi di applicazione».

Anche se esula dalla proposta di riforma, visto che è inclusa nella legge di Bilancio, i professionisti non hanno mancato di esporre tutta la loro contrarietà alla creazione della nuova Centrale di progettazione. «A parte tutti i problemi legati alla sua attuazione – ha detto il presidente di Rpt e del Consiglio nazionale degli ingegneri, Armando Zambrano -, questo Paese ha bisogno di una Pa in grado di programmare e controllare l’esecuzione degli interventi, non di progettisti pubblici». Zambrano ha promosso invece l’idea di tornare a un regolamento unico di attuazione del codice archiviando la strategia della «soft law»: «Ha creato decine di atti di regolamentazione secondaria scritti da mano diversa, con compiti diversi arrivando a generare confusione, duplicazione di atti e anche errori evidenti».

Per i progettisti andrebbe invece recuperata l’impostazione originaria del codice sull’appalto integrato che imponeva di assegnare i lavori su progetto esecutivo, senza concessioni all’appalto integrato «che – ha detto Zambrano – incide pesantemente sui costi finali di realizzazione delle opere». Stesso discorso per l’accordo quadro. «Accorpare gli incarichi – ha obiettato La Mendola – significa dare la possibilità di lavorare solo a pochi. Con questo spirito, per assurdo, si potrebbe finire di appaltare con una sola gara tutti i progetti di manutenzione degli ospedali o delle scuole italiane. I requisiti salgono e si chiudono le porta alle realtà più piccole. Strategia contrari a quella prevista dalle direttive europee».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Le proposte dei costruttori alla Commissione Giustizia del Senato sul Dlgs varato dal consiglio dei ministri l’8 novembre

Serve una maggiore armonizzazione tra la riforma complessiva della legge fallimentare e le norme del codice appalti, prevedendo, per esempio, forti restrizioni alla possibilità di far partecipare alle gare imprese fallite (o in amministrazione straordinaria o in concordato in continuità); ma soprattutto vanno meglio tutelate le imprese che nei raggruppamenti sono associate come mandanti all’impresa capogruppo che entra in stato di crisi. 

Sono questi i principali suggerimenti che una delegazione dell’Ance ha illustrato alla commissione Giustizia del Senato in un’audizione svolta ieri in vista del parere al decreto legislativo sul “codice della crisi di impresa e dell’insolvenza” varato dal governo lo scorso 8 novembre (in via preliminare) in attuazione della legge delega 19 ottobre 2017, n.155. Più precisamente, sottolineano i costruttori dell’Ance, la possibilità di far partecipare alle gare pubbliche imprese in difficoltà economica «altera una sana concorrenza nel mercato». Pertanto, occorrerebbe «eliminare la possibilità di far partecipare alle gare imprese fallite o in concordato in continuità – con l’eccezione dell’ipotesi in cui sia stato presentato, ai fini dell’ammissione alla continuità, un piano di rientro che preveda la soddisfazione del 60% dei crediti chirografari – o in amministrazione straordinaria». 

IL TESTO DEL DLGS SULLE CRISI D’IMPRESA APPROVATO DAL CDM 

Inoltre, nei raggruppamenti di imprese, l’Ance chiede di tutelare le imprese sane associate alla capogruppo che va in difficoltà. Più precisamente si chiede di evitare che i crediti maturati dall’impresa mandante e riscossi dall’impresa capogruppo (o consortile) finiscano nel perimetro del passivo fallimentare o si confondano con il patrimonio della mandataria. Inoltre, «i pagamenti successivi all’assoggettamento della mandataria alla procedura dovrebbero avvenire direttamente in capo alle mandanti». Allo stesso modo i costruttori vorrebbero il pagamento diretto alle mandanti anche «ove ricorrano reiterati e significativi ritardi nei pagamenti della mandataria nei confronti delle mandanti, anche nella fase di allerta e composizione assistita, accertate dalla stazione appaltante, per il contratto di appalto in corso». Sempre nel caso dei raggruppamenti temporanei o nella costituzione di consortili, l’Ance propone di prevedere «che la restituzione al curatore dei finanziamenti effettuati alla suddetta società da parte delle imprese dell’Ati avvenga solo dopo il completamento dell’opera ed il pagamento dei creditori della società consortile». 

Nella riforma della legge fallimentare, inoltre, secondo l’Ance occorrerebbe chiarire meglio le responsabilità che attengono all’entrata in crisi dell’impresa, distinguendo «fra insolvenza dovuta ad una situazione economica generale straordinaria rispetto all’insolvenza prodotta a seguito di negligenza nell’attività degli amministratori». «Conseguentemente – aggiunge – occorre definire con maggiore chiarezza le ipotesi di responsabilità degli amministratori, che sarebbero perseguite solo in caso di effettivi e comprovati comportamenti illeciti, a fronte invece della completa esclusione da qualsiasi addebito nel caso in cui il dissesto dell’impresa sia stato causato da fattori economici oggettivi e non da una gestione patrimoniale colpevolmente incauta». 

Infine, si suggerisce di valutare «l’opportunità di prevedere la rimodulazione dei privilegi erariali, mediante l’attenuazione della natura privilegiata per i crediti vantati dallo Stato e dagli enti locali (per imposte dirette, indirette, tra cui l’Iva, e per i tributi locali), nonché l’introduzione di una soglia predeterminata entro la quale tali crediti si considerano privilegiati».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Le proposte delle società di attestazione dei costruttori in audizione al Senato

Dotare le Soa di accesso alle banche dati pubbliche (inclusa la banca dati nazionale antimafia) per semplificare le verifiche iniziali sulle imprese; prevedere un “fascicolo virtuale” curato dalle stesse società di attestazione, dove raccogliere tutti i dati salienti della qualificazione dell’impresa (a disposizione di stazioni appaltanti e Autorità; estendere il sistema di qualificazione delle imprese, oggi limitato ai lavori pubblici anche al settore dei servizi e delle forniture.

Sono, in estrema sintesi, le principali proposte avanzate dalle Soa (rappresentate dalle associazioni Unionsoa e General Soa) alla commissione Lavori pubblici del Senato, nel corso dell’audizione in programma ieri sulla riforma del codice appalti.

Le aziende private incaricate di certificare i requisiti dei costruttori interessati al mercato dei lavori pubblici non chiedono rivoluzioni. Anzi. Per le Soa, sul fronte della qualificazione, il codice del 2016 ha fatto il suo dovere. Inutile aggiungere che l’ipotesi di sperimentare sistemi di qualificazione alternativi «peraltro già percorsa senza successo dai soggetti istituzionali preposti» sarebbe vista come fumo negli occhi. «Se malauguratamente intrapresa – hanno spiegato i rappresentanti di Unionsoa – potrebbe rappresentare un ulteriore ostacolo al funzionamento dei meccanismi che si pongono a monte del materiale avvio delle opere pubbliche già finanziate, allontanando ulteriormente la ripresa economica del paese».

Fonte: Edilizia e Territorio

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La Regione Lombardia ha aggiornato la modulistica edilizia unificata e standardizzata. È stata, infatti, pubblicata sul B.U.R.L n. 47 del 19 novembre 2018 la D.G.R. 12 novembre 2018, n. XI/784 recante “Aggiornamento e sostituzione della modulistica edilizia unificata e standardizzata approvata con deliberazione n. 6894 del 17 luglio 2017, in attuazione di norme di settore comunitarie, nazionali e regionali”.

Fonte: Lavori Pubblici

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Con l’entrata in vigore delle nuove regole per gli appalti pubblici (D.Lgs. n. 50/2016) e la conseguente previsione di porre a base di gara il progetto esecutivo (salvo pochi casi in cui è ancora possibile utilizzare il c.d. appalto integrato), il mercato della progettazione ha avuto risultati molto positivi sia in termini di numero che di valore.

Fonte: Lavori Pubblici

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L’ANAC (Autorità Nazionale AntiCorruzione) ha pubblicato, il 19 novembre 2018 sul sito dell’Autorità stessa, alcuni chiarimenti al Bando tipo n. 3 relativo allo “Schema di disciplinare di gara per l’affidamento di servizi di architettura e ingegneria di importo pari o superiore ad € 100.000 con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo” entrato in vigore il 26 agosto 2018.

Fonte: Lavori Pubblici

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Un documento Inail si sofferma sul sistema di primo soccorso in azienda. L’organizzazione del primo soccorso, gli obblighi e le indicazioni per la designazione, nomina e formazione degli addetti. Come fare una formazione efficace.

Fonte: Punto Sicuro

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Dal Ministero dell’Ambiente chiarimenti su miglioramento delle prestazioni del progetto e utilizzo dei materiali recuperati o riciclati.

Fonte: Edilportale

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La Cassa: anticipare i soldi ai creditori dello Stato
Comincia a delinearsi il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti come braccio armato per lo sviluppo secondo la visione del governo Lega-M5S. Il piano industriale in fase di elaborazione da parte del neo amministratore delegato, Fabrizio Palermo, 47 anni, che deve essere approvato dal consiglio di amministrazione a inizio dicembre, prevederebbe alcune funzioni di sostegno finanziario allo Stato, a cominciare dall’anticipazione dei pagamenti dei crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione nonché dei fondi strutturali nazionali ed europei.
Tra gli altri elementi del piano — anticipati ieri dall’agenzia Agi — rientrerebbe, secondo alcune bozze, la nascita di un «acceleratore per le infrastrutture», ovvero un’unità a sostegno della pubblica amministrazione per lo sviluppo dei piani infrastrutturali — acqua, trasporto pubblico locale, rifiuti — e di riqualificazione urbana delle grandi città, anche attraverso la preparazione e la gestione dei bandi di gara e la «valorizzazione delle opportunità offerte dai fondi Ue per la mobilizzazione di investimenti pubblici e privati».
Nei piani c’è anche la creazione di una sgr per finanziare le startup (misura anticipata nei giorni scorsi dal sottosegretario pentastellato alla presidenza del Consiglio, Stefano Buffagni, agli Stati Generali del credito a Milano), nonché la nascita di fondi di private equity per attrarre capitali privati. Il piano prevede inoltre la creazione di una cabina di regia pubblica per indirizzare gli investimenti e l’aumento delle risorse.
Si tratta della declinazione in senso industriale di quello che politicamente, secondo il «contratto di governo» tra Lega e Cinquestelle, deve essere il ruolo di Cdp come «banca pubblica degli investimenti», sia pure nell’ambito dei vincoli di statuto della Cassa — che non può essere banca in senso stretto per non rientrare nei vincoli patrimoniali propri degli istituti di credito — della protezione dei soci di minoranza, cioè le Fondazioni, che hanno il 16% circa, e soprattutto a tutela della ricchezza più grande della Cassa, che è il risparmio postale.
È un punto fermo su cui le Fondazioni non intendono cedere, come ha ribadito venerdì Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo e dell’Acri: «Noi vogliamo che la Cassa svolga la sua funzione, il suo ruolo nel rispetto dello statuto e senza andare in operazioni avventurose. Abbiamo detto no ad Alitalia perché lo statuto lo vieta: la Cdp non può entrare in aziende che sono in perdita e che possono avere un effetto negativo per la Cassa», come perdite o rischi futuri.

Le infrastrutture
Il sostegno agli enti locali per lo sviluppo delle reti idriche, trasporto e rifiuti

All’interno di questi paletti, la Cdp targata Palermo sta studiando le possibilità di potenziare l’intervento sul territorio e a favore della crescita. Per esempio, una delle ipotesi è che Cdp sostenga la pubblica amministrazione attraverso un «aumento degli strumenti finanziari» che comprenderà «lo sviluppo del servizio di tesoreria, l’anticipazione dei fondi strutturali e l’anticipazione del pagamento dei debiti della PA».
Si tratta di indicazioni dalle slide della bozza del piano industriale 2019-2023 di Cdp circolate ieri. L’ente presieduto da Massimo Tononi e controllato dal Tesoro prevede inoltre «un ampliamento dei servizi di supporto per la gestione dei fondi pubblici nazionali ed europei» e «l’individuazione di opportunità di ottimizzazione nella gestione dei bilanci degli enti» pubblici. Si punta infine su un «sostegno al processo di digitalizzazione dei pagamenti da e verso la Pubblica Amministrazione».
Cdp inoltre elaborerà piani di riqualificazione urbana per almeno sei grandi città (Genova, Torino, Venezia, Roma, Napoli e Palermo) da realizzare in collaborazione con la Pubblica Amministrazione. Prevista anche la riqualificazione degli immobili di proprietà della Cdp e il sostegno alla realizzazione di infrastrutture locali.

Le grandi città
Per Genova, Palermo, Torino, Napoli, Venezia, Roma previsti piani di riqualificazione urbana

Il piano dovrà inoltre chiarire il ruolo di Cdp nelle partite politicamente più calde come le privatizzazioni – si è parlato nei giorni scorsi del passaggio sotto Cdp di Leonardo, Enav e del 3,3% di Eni in mano al Tesoro – l’ipotesi dell’acquisto degli immobili di Stato e la possibile nascita di una società unica della rete in fibra ottica tra Tim (di cui Cdp ha il 5%) e Open Fiber, a metà tra Cassa Depositi e Enel.

Fonte: Corriere della Sera

La società pubblica non può delinquere. È questo il principio che sembra, ad una prima lettura, sotteso al Dlgs 231/2001, che, nel sancire che anche gli enti «possono delinquere» esclude lo Stato, gli enti pubblici territoriali, gli altri enti pubblici non economici e gli enti che svolgono funzioni costituzionali. Eppure, di segno contrario appare la giurisprudenza penale, che ha aperto all’applicazione del decreto alle società pubbliche.

La materia del contendere avrebbe potuto cessare con il Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica (Dlgs 175/2016). Ma dall’articolo 6 non si evincono coordinate di lettura. Argomenti sistematici si possono, tuttavia, trarre dalla riconduzione al diritto privato, compiuta dal Testo unico, della materia delle società pubbliche. Se queste ultime sono società come tutte le altre, tese allo scopo-mezzo dell’esercizio in comune di un’attività economica, e allo scopo-fine della realizzazione di utili, esonerarle dal decreto 231 comporterebbe ingiustificati sbilanciamenti, forieri di risultati irragionevoli. La ratio preventiva del decreto 231 vale per tutte le società, non potendo la natura pubblica comportare differenziati binari.

Quanto detto non muta nell’ottica dell’interesse pubblico. L’articolo 1, comma 2- bis della legge 190/ 2012 (la cosiddetta legge Severino) consacra, infatti, il connubio tra modello 231 e misure anticorruzione, definendo queste ultime integrative del primo.
Alla domanda sul se adottare il modello, seguono i quesiti sul come della sua applicazione. Le risposte non si rinvengono nel Testo unico, che, ai tipi societari che descrive, non fa corrispondere regimi normativi differenziati né, tanto meno, filtrate e calibrate applicazioni del modello 231. Eppure, sia dall’articolo 18 della legge 124/2015 (cosiddetta legge Madia), sia dalle determinazioni (n. 8 del 2015 e 1134 del 2017) dell’Anac sembra derivare il criterio della differenziazione della disciplina.

Già nella determina n. 8 del 2015, l’Authority ha, infatti, evidenziato come la distinzione tra società a controllo pubblico e altre società partecipate conformerebbe l’applicazione della normativa anticorruzione, in ragione del diverso grado di coinvolgimento delle amministrazioni pubbliche all’interno dei due diversi tipi societari.
Per analoghe ragioni, i profili differenziali che connotano le società pubbliche dovrebbero indurre all’adeguamento del modello 231, non solo nell’ottica di selettivamente disapplicare le norme del decreto delegato, per ovviare ad ostacoli all’esercizio delle pubbliche funzioni, ma anche al fine di coordinare le misure 231 con i presidi 190, la cui contestuale applicazione potrebbe sortire effetti distorsivi. La diversa linea, o meglio l’assenza di linea del Testo unico rischiano di condurre a superfetazioni o disfunzioni di dubbia compatibilità con i canoni di efficacia, efficienza ed economicità dell’azione amministrativa. Come l’assoggettamento delle società in house all’azione della Procura contabile e a quella fallimentare, così il non regolato cumulo delle misure 190 e del modello 231 porta con sé, non solo un potenziale aggravio dei costi, ma anche la perniciosa paralisi di quella buona amministrazione che, proprio in forza dei controlli, si sarebbe voluta promuovere.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Di fronte ai pregi e ai difetti messi in luce dal D.Lgs. 81/2008 a dieci anni dalla sua emanazione, è necessaria qualche modifica. Cosa cambiare? Ne parliamo con il Prof. Paolo Pascucci, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Urbino.

Fonte: Punto Sicuro

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Basta che non si «alterino i caratteri essenziali delle prestazioni richieste dalla lex specialis onde non ledere la par condicio tra i concorrenti»

Quando la gara è affidata con il criterio dell’offerta più vantaggiosa i concorrenti hanno sempre la possibilità di presentare offerte migliorative del progetto: basta che le soluzioni proposte non alterino il progetto sconfinando nell’ipotesi di una variante.

È quanto precisa il Consiglio di stato con la sentenza n.6423/2018, depositata il 14 novembre. Il caso nasce dal ricorso presentato da un impresa di costruzioni contro l’aggiudicazione a un’impresa che aveva incluso nell’offerta alcune proposte migliorative dei lavori messi a gara. Il ricorso era stato accolto dal Tar. Di qui la chiamata in causa del Consiglio di Stato che ha ribaltato la decisone dei giudici di primo grado, che hanno ribadito la differenza tra «variazioni migliorative» del progetto, sempre ammesse quando è in ballo un contratto da aggiudicare con l’offerta più vantaggiosa dalle vere e proprie varianti che invece devono essere autorizzate dalle stazioni appaltanti con esplicita indicazione nel bando di gara.

«Anche in mancanza dalla previa autorizzazione di varianti (prevista dall’art. 95 cit.) -si legge nella sentenza – , deve comunque ritenersi insita nella scelta del criterio selettivo dell’offerta economicamente più vantaggiosa la possibilità, per i partecipanti, di proporre quelle variazioni migliorative rese possibili dal possesso di peculiari conoscenze tecnologiche, purché non si alterino i caratteri essenziali delle prestazioni richieste dalla lex specialis onde non ledere la par condicio tra i concorrenti».

Ma come si fa a distinguere le migliorie dalle varianti? I giudici provano a spiegarlo: «Le soluzioni migliorative si differenziano dalle varianti perché le prime possono liberamente esplicarsi in tutti gli aspetti tecnici lasciati aperti a diverse soluzioni sulla base del progetto posto a base di gara ed oggetto di valutazione dal punto di vista tecnico, rimanendo comunque preclusa la modificabilità delle caratteristiche progettuali già stabilite dall’amministrazione; le seconde, invece, si sostanziano in modifiche del progetto dal punto di vista tipologico, strutturale e funzionale, per la cui ammissibilità è necessaria una previa manifestazione di volontà della stazione appaltante, mediante preventiva previsione contenuta nel bando di gara e l’individuazione dei relativi requisiti minimi che segnano i limiti entro i quali l’opera proposta dal concorrente costituisce un “aliud” rispetto a quella prefigurata dalla pubblica amministrazione».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il ministero dell’Ambiente ha aggiornato le indicazioni sui criteri ambientali minimi nel settore edilizia. In vista una revisione dei Cam

Il ministero dell’Ambiente ha aggiornato le Faq ai quesiti sulla corretta applicazione dei i criteri ambientali minimi nel settore edilizia che sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale ormai più di un anno fa. L’ultima versione delle Faq è quella che porta la data del 15 novembre 2018, che aggiorna le precedenti risposte pubblicate a giugno. 

Impianti di riscaldamento e condizionamento 
Uno de quesiti riguarda gli impianti di riscaldamento e, segnalando in particolare che nel testo dei criteri ambientali minimi per l’edilizia si fa riferimento a due decisioni Ecolabel non più in vigore. Nel quesito si chiede pertanto «come ci si deve comportare rispetto alla verifica del criterio che richiede che “Il progettista deve prescrivere che in fase di approvvigionamento l’appaltatore dovrà accertarsi della rispondenza al criterio utilizzando prodotti recanti il marchio Ecolabel UE o equivalente”». 
«I criteri ecologici stabiliti dalle due decisioni 742 del 2007 e 314 del 2014 citate al comma 2.4.2.13 Impianti di riscaldamento e condizionamento del Decreto 11 ottobre 2017, non più in vigore rispettivamente dal 31 dicembre 2016 e dal 28 maggio 2018 – risponde il ministero dell’Ambiente – vengono attualmente superati e sostituiti dai requisiti minimi previsti dai regolamenti di eco progettazione ed etichettatura energetica vigenti per le pompe di calore e gli altri sistemi di riscaldamento che sono quindi, ai fini della verifica della rispondenza al requisito, l’unico riferimento normativo valido». Nell’ultima parte della risposta il ministero lascia pensare che sia alle viste un restyling degli stessi Ca, quando dice che «Nell’ambito della prossima revisione del testo dei Cam sarà predisposta una modifica di tale criterio».

Sostanze pericolose
Aggiornamenti operativi anche in tema di sostanze pericolose, dove il ministero dell’ambiente pubblica due chiarimenti in risposta ad altrettanti quesiti. 

Nel prima domanda «si chiede se al punto 3, “Sostanze o miscele classificate o classificabili con le seguenti indicazioni di pericolo”, si intenda escludere le singole sostanze a prescindere dalla concentrazione nella miscela oppure se ci si riferisca alla sostanze solo se in concentrazione superiore a quanto previsto dal Clp per la classificazione delle miscele».
«No – rispondono i tecnici dell’Ambiente – non si intende escludere le singole sostanze. In questo contesto per “Sostanze” si intende riferirsi alle sostanze che siano presenti in concentrazione tale da comportare la classificazione di una miscela ai sensi del Reg. (Ce) n.1272/2008 (Clp) e s.m.i. secondo una delle indicazioni di pericolo elencate di seguito nel criterio».
Nel secondo quesito si se segnala che nel Cam edilizia si specifica che «nei componenti, parti o materiali usati non devono essere presenti sostanze e miscele classificate ai sensi del Regolamento (Ce) n.1272/2008 (Clp)». E si chiede come mai le successive «frasi di rischio» riportate nei Cam edilizia «non sono tutte quelle pericolose previste dal regolamento». A questa domanda il ministero risponde che «è stata fatta una scelta tra tutte le frasi di rischio riportando solo quelle ritenute più critiche ai fini del documento Cam».

Decaduti i Cam per i serramenti
Infine, il ministero dell’Ambiente, precisa che «i Cam serramenti non sono più in vigore essendo stati sostituiti dai Cam edilizia fin dalla edizione del gennaio 2017 (vedi decreto 11 gennaio 2017 “Adozione dei criteri ambientali minimi per gli arredi per interni, per l’edilizia e per i prodotti tessili”)».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il decreto Genova istituisce la banca dati digitale delle opere pubbliche: vediamo come funziona e a cosa serve, mentre la Riforma del Codice Appalti slitta al 2019 in attesa dell’indagine conoscitiva del Senato. E l’Anac esclude l’obbligo telematico per le gare sotto i mille euro

Fonte: Agenda Digitale

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Il Tar Campania – con argomenti convincenti – va contro la “linea dura” dell’Anac sul principio di rotazione nelle procedure negoziate. Pro e contro

Ai fini dell’affidamento di un appalto di servizi sottosoglia il gestore uscente può legittimamente essere invitato alla relativa procedura negoziata, non essendo di ostacolo l’esistenza del principio di rotazione previsto dal legislatore. In questi termini si è espresso il Tar Campania, Sez. I, 5 novembre 2018, n.1574, con una pronuncia che si pone in controtendenza rispetto alla giurisprudenza prevalente secondo cui l’applicazione del principio di rotazione comporta che l’invito al gestore uscente riveste carattere eccezionale, essendo limitato alla ricorrenza di specifiche condizioni e dovendo comunque essere accompagnato da una motivazione stringente.

Il fatto
Un ente appaltante aveva bandito una procedura negoziata ai sensi dell’articolo 36, comma 2, lettera b) del D.lgs. 50/2016 per l’affidamento del servizio di fornitura di bevande e alimenti attraverso distributori automatici, di importo inferiore alla soglia comunitaria. 

A fronte dell’intervenuta aggiudicazione a favore del gestore uscente, il concorrente secondo classificato proponeva ricorso davanti al giudice amministrativo adducendo la ritenuta violazione del principio di rotazione che, se correttamente applicato, avrebbe dovuto comportare il non invito del gestore uscente medesimo. 

La posizione del Tar Campania
La tesi del ricorrete è stata respinta dal giudice amministrativo, che ha conseguentemente rigettato il ricorso. Nella sentenza si afferma che il principio di rotazione non può comportare la regola generalizzata del divieto di invito del gestore uscente, dovendo piuttosto essere interpretato come obbligo di non favorire quest’ultimo. 

Nel caso di specie non vi è stato alcun trattamento di favore nei confronti del gestore uscente. Infatti, in primo luogo la procedura negoziata è stata aperta al mercato, essendovi stato un avviso pubblico con cui si invitavano gli operatori a manifestare il loro interesse all’affidamento dell’appalto. In secondo luogo, a fronte delle manifestazioni di interesse pervenute, vi era stato un sorteggio pubblico dei cinque concorrenti da invitare a formulare la loro offerta, con un meccanismo che, proprio perché basato sul sorteggio, risultava ispirato alla massima imparzialità. 

Se c’è un sorteggio, non si giustifica il mancato invito dell’operatore uscente
Una volta adottate queste modalità di svolgimento della procedura non può trovare spazio, secondo il giudice amministrativo, la tesi secondo cui il principio di rotazione deve necessariamente comportare il mancato invito del gestore uscente. Un’interpretazione di questo tipo, di tipo rigido e avulsa dal quadro complessivo di funzionamento della procedura negoziata, si pone in contrasto con il principio della tutela della concorrenza, su cui è incentrato tutto il sistema di disciplina degli appalti pubblici. 

Il principio di rotazione, cosa dice il codice e cosa dice l’Anac 
Nell’ambito dell’articolo 36 del D.lgs. 50 il principio di rotazione viene evocato più volte. 

Il comma 1 stabilisce in termini del tutto generali che l’affidamento e l’esecuzione dei contratti di importo inferiore alle soglie comunitarie devono avvenire, tra l’altro, nel rispetto del principio di rotazione degli inviti e degli affidamenti. Il medesimo principio di rotazione viene poi richiamato alle lettere b) e c) del comma 2 in relazione agli inviti alla procedura negoziata, essendo stabilito che la consultazione debba avvenire tra un numero minimo di concorrenti (cinque o dieci, a seconda dell’ importo del contratto da affidare), individuati sulla base di indagini di mercato o tramite elenchi, ma sempre nel rispetto del criterio di rotazione degli inviti. 

La problematica relativa all’invito del gestore (o contraente) uscente si trova disciplinata non nella legge ma nelle Linee guida Anac n.4, nella versione aggiornata al 1 marzo 2018, relative agli affidamenti dei contratti sottosoglia. Nelle richiamate Linee guida viene indicata la regola secondo cui il gestore uscente non può essere invitato alla procedura negoziata finalizzata all’affidamento del nuovo contratto avente il medesimo oggetto né, a maggior ragione, può rendersi affidatario diretto di tale contratto. Il divieto di invito o di affidamento nei confronti del gestore uscente può subire deroghe solo in casi eccezionali, e fornendo un onere motivazionale particolarmente stringente. Nell’ambito di tale onere motivazionale assumono particolare rilievo la specifica struttura del mercato che denota assenza di alternative nonché le circostanze legate a un elevato grado di soddisfazione maturato nel precedente rapporto, unite alla competitività del prezzo offerto. 

LE LINEE GUIDA ANAC SUGLI APPALTI SOTTOSOGLIA 
È significativo, come si accennava, che tali regole siano indicate nelle Linee guida Anac, che sostanzialmente interpretano il divieto di invito del gestore uscente come una derivata del principio di rotazione. La mancanza di un’esplicita indicazione in questo senso nella norma consente di operare un’analisi critica delle affermazioni contenute nelle suddette Linee guida. Essa va condotta in maniera distinta in relazione alla rotazione negli affidamenti diretti ovvero nell’ambito dello svolgimento di procedure negoziate, al fine di individuare gli aspetti condivisibili e quelli più critici. 

La rotazione negli affidamenti diretti: la regola
In base alla previsione contenuta all’articolo 36, comma 2, lettera a) è consentito ricorrere all’affidamento diretto per i contratti di importo inferiore a 40mila euro. La norma non contiene alcun riferimento al principio di rotazione. Tuttavia occorre considerare la previsione del precedente comma 1 che parla di «principio di rotazione degli inviti e degli affidamenti». Di conseguenza la rotazione trova applicazione anche agli affidamenti diretti. Si deve ritenere, seguendo l’impostazione delle Linee guida, che una coerente applicazione del principio di rotazione comporti il divieto di affidare il contratto al gestore (contraente) uscente. Questa indicazione appare ragionevole, essendo diretta a evitare che attraverso ripetuti affidamenti operati sempre nei confronti del medesimo soggetto si consolidino posizioni di esclusiva o addirittura di monopolio. Detto altrimenti, si vuole evitare che l’affidamento di un determinato contratto sia sottratto per troppo tempo alla regola del confronto concorrenziale. 

La rotazione negli affidamenti diretti: i limiti applicativi
Questa regola è soggetta tuttavia ad alcuni limiti, indicati anch’essi nelle Linee guida. In primo luogo per far scattare il divieto di affidamento del gestore uscente vi deve essere identità di oggetto (inteso come medesima categorie di opere, stesso settore merceologico o settore di servizi) tra il contratto precedente e quello oggetto di nuovo affidamento.

In secondo luogo, il divieto opera con riferimento all’affidamento immediatamente successivo, il che implica che il gestore uscente potrà se del caso rendersi legittimamente affidatario di un contratto di cui sia già stato titolare in passato, purché non vi sia continuità tra vecchio e nuovo affidamento. A completamento del quadro occorre considerare infine un’altra indicazione contenuta nelle Linee guida Anac secondo cui ogni ente appaltante può suddividere gli affidamenti in fasce di importo e limitare il divieto di affidamento al gestore uscente unicamente nell’ambito di una medesima fascia. 

La rotazione nelle gare a inviti
Più problematica si presenta l’applicazione del principio di rotazione agli inviti alla procedura negoziata. Rispetto al gestore uscente le Linee guida Anac prevedono che l’invito è di norma vietato e la deroga al divieto riveste carattere eccezionale, essendo legata al ricorso delle particolari condizioni sopra ricordate. Lo stesso trattamento è riservato a chi è già stato invitato alla precedente procedura, anche se non è risultato aggiudicatario. 

La giurisprudenza si è concentrata sull’invito al gestore uscente e, conformemente a quanto indicato nelle Linee guida, ha ribadito la legittimità del divieto di invito. A supporto di questa soluzione sono state generalmente individuate due ordini di ragioni. In primo luogo la necessità – comune anche alla precedente ipotesi dell’affidamento diretto – di evitare il consolidamento di posizioni in violazione del principio di concorrenzialità. In secondo luogo la volontà di evitare qualunque alterazione della procedura, che potrebbe derivare dal fatto che il gestore uscente ha un bagaglio informativo in merito al contratto oggetto di affidamento sicuramente superiore a quello degli altri concorrenti. 

Il concorrente uscente ha una posizione di vantaggio concorrenziale?
La prima motivazione suscita perplessità. Infatti l’eventuale consolidamento di posizione non è il frutto di una scelta discrezionale dell’ente appaltante – come nell’ipotesi di affidamento diretto – ma rappresenta eventualmente l’esito di una procedura concorrenziale in cui il gestore uscente si è confrontato con altri operatori. In sostanza l’eventualità che il gestore uscente si veda rinnovato il contratto è legata a una valutazione della sua offerta che viene messa a confronto con quella di altri soggetti. In questo senso tale rinnovo difficilmente può essere considerato come un illegittimo consolidamento di una posizione, essendo piuttosto il risultato di un’ordinaria dinamica concorrenziale.

Quanto contano le informazioni in possesso del concorrente uscente? 
Quanto alla seconda motivazione relativa al divario informativo di cui il concorrente uscente godrebbe, essa appare debole in relazione alle conseguenze che ne derivano. L’esclusione dalla procedura per il solo fatto di avere un bagaglio informativo più ampio rispetto agli altri concorrenti appare frutto di un peso eccessivo che viene dato a questo elemento. E ciò suscita perplessità considerando che comunque il divieto di invito rappresenta una limitazione all’iniziativa economica privata. 

Conviene impedire alla Pa il ricorso a un operatore che ha lavorato bene?
Oltre a quanto detto occorre inoltre considerare da un punto di vista strettamente operativo che imporre un divieto di invito del gestore uscente significa impedire in via aprioristica all’ente committente di continuare a servirsi di un contraente che per ipotesi ha svolto le sue prestazioni con grande efficacia, soluzione che appare anche contraria ai principi di buona amministrazione. 

È giusto non invitare chi è già stato invitato in passato?
Le perplessità illustrate sussistono – e anzi si accentuano – anche in relazione all’altra ipotesi presa in considerazione dalle Linee guida. Ci si riferisce al divieto di invito nei confronti di chi è stato già invitato nella precedente procedura. In questo caso sicuramente non sussiste la motivazione legata al più ampio bagaglio informativo, ma anche quella relativa al possibile consolidamento di posizioni appare debole, posto che l’invitato alla procedura precedente non è titolare di alcuna posizione contrattuale.

Una rivisitazione del principio di rotazione ? 
L’applicazione del principio di rotazione secondo la lettura offerta dalle Linee guida Anac suscita dunque più di una perplessità. Occorre riflettere se vi siano altre modalità di applicazione, tenendo peraltro presente che il principio in questione non trova spazio nella normativa comunitaria. Si deve ritenere che le indicazioni contenute nelle Linee guida possano essere quanto meno attenuate nella loro rigidità, dando maggiore spazio alle valutazioni degli enti appaltanti nei singoli casi. E in questo senso assumono un valore significativo pronunce come quelle del Tar Campania che, discostandosi dalla giurisprudenza dominante, assumono una posizione non pregiudizialmente contraria nei confronti del contraente uscente.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Una riflessione sul D.Lgs. 81/2008 a dieci anni dalla sua emanazione, e sui ritardi in materia normativa. Indicazioni su criticità, importanza e prospettive future dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.

Fonte: Punto sicuro

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Fuoco incrociato contro l’Ufficio speciale per la progettazione di opere pubbliche, recentemente istituito nella Regione Siciliana. Dopo Inarsind e OICE, anche Architetti e Ingegneri contro la scelta di centralizzare i servizi di progettazione.

Fonte: Lavori Pubblici

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Ok allo schema di Dpcm sulla “riclassificazione” di varie tratte in Emilia Romagna, Veneto, Lombardia e Toscana che tornano ad Anas. Per il Piemonte serve più tempo

Accordo fatto, ieri in conferenza unificata, tra governo, regioni e comuni sulla “riclassificazione” di circa 2.800 km, di rete viaria in quattro regioni: Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Lombardia. In una fase successiva si aggiungerà anche il Piemonte, la cui verifica sulla rete richiede più tempo. Complessivamente, il bilancio chilometrico tra strade cedute e strade acquisite vede l’Anas acquisire (nuovamente) 2.713 km di rete. Cifra che potrà registrare delle variazioni, in seguito a verifiche più puntuali sulle tratte. Peraltro lo stesso schema di Dpcm, approvato ieri, mette le mani avanti, indicando che «eventuali imprecisioni nei dati contenuti nelle tabelle allegate al presente decreto possono essere apportate d’intesa fra le amministrazioni interessate in sede di redazione e sottoscrizione dei verbali di consegna». Dopo l’ok dell’unificata, sul testo dovrà pronunciarsi il Consiglio superiore dei lavori pubblici e anche il Parlamento, attraverso le commissioni competenti di Camera e Senato.

Mit, copertura dal contratto di programma con Anas 
Sulle risorse necessarie a gestire la presa in carico della rete da parte dell’Anas,nei giorni scorsi la Ragioneria aveva chiesto chiarimenti al Mit. Ieri i tecnici delle infrastrutture hanno ribadito che costi aggiuntivi saranno quantificati ex post. «La quantificazione dei maggiori oneri connessi al rientro della rete stradale rientrante dalla Regioni nella competenza di Anas – si legge in un documento del Mit inviato ai tecnici del Tesoro – non potrà che avvenire a consuntivo delle attività previste. Solo successivamente all’approvazione da parte del Cipe dell’atto di aggiornamento del Contratto di programma 2016-2020, ai sensi dell’art. 6, comma 7 del medesimo Contratto, si potrà constatare l’eventuale incapienza della totalità delle somme resesi disponibili ai sensi della legge 3 agosto 2009, n.102 art. 19, comma 9-bis (sul canone da corrispondere ad Anas, ndr), integrate dalle economie derivanti dai ribassi d’asta sugli appalto relativi ai servizi di che trattasi, il cui impiego dovrà essere disciplinato all’interno del medesimo Contratto aggiornato». Secondo il Mit, non c’è, nell’immediato alcun problema di risorse. «A valle delle considerazioni sopra esposte, alla luce delle quali non è immediato quantificare in dettaglio l’impatto finanziario sulla contabilità Anas della gestione delle strade “di rientro” – si legge ancora nel documento del Mit – è necessario sottolineare che i maggiori costi si produrranno solamente dall’esercizio 2019 in poi, posto che i primi trasferimenti di parte della nuova estesa, a favore di Anas, sono stati avviati a decorrere dal mese di settembre 2018». E in ogni caso, questi costi, precisa il Mit, fino al 2020 riguarderanno le sole strade delle 11 regioni che sono già state trasferite con il precedente Dpcm 20 febbraio 2018. 

Le verifiche sulla rete di Emilia Romagna, Veneto e Piemonte
Un primo chiarimento è stato recepito già ieri, correggendo in corsa le tabelle del Mit che riguardavano la rete dell’Emilia Romagna. Per le verifiche in Piemonte serve invece più tempo, anche per risolvere alcune questioni sollevate dai comuni dell’Anci (che hanno chiesto di escludere la Sp 23 dall’elenco delle strade di interesse nazionale) e dalla Città metropolitana di Torino. L’altra verifica ha riguardato il Veneto dove gli enti locali hanno segnalato «criticità» relativamente ai tratti della SR11, della SR14bis e della Sr53, il cui trasferimento «significherebbe – segnalano i Comuni – una riduzione della percentuale di rete regionale riferito al territorio metropolitano del 27,4%». Segnalazioni si cui appunto è stato tenuto conto.

Regioni: rivedere le concessioni del sistema Pedemontano
Dal canto loro, le Regioni hanno chiesto di integrare il trasferimento includendo la strada umbra n.257 Apecchiese e la strada marchigiana n.360 Arceviese. Ieri le Regioni hanno anche sollecitato il governo ad «avviare il percorso operativo per la revisione della convenzione di concessione del sistema viabilistico pedemontano tra Cal Spa e Autostrdada Pedemontana Lombarda Spa attraverso un apposito terzo atto integrativo alla stessa». 

Il Mit: la rete in gestione all’Anas sale a 32.844 km
«Grazie all’intesa raggiunta oggi in Conferenza Unificata, verranno riclassificate come strade di interesse nazionale, e dunque a gestione Anas, 2.713,466 Km di tratte regionali e provinciali. Allo stesso tempo verranno invece declassificati circa 100 km di strade», spiega una nota del Mit diffusa ieri. La nota aggiunge che la riclassificazione ha escluso «le strade di proprietà dell’area metropolitana di Venezia». Complessivamente, tornano alla gestione dell’Anas 872,755 km di strade in Emilia Romagna, 1.075,606 km in Lombardia, 39,827 Km in Toscana e 725,278 Km in Veneto, per un totale di 2.713,466 Km. La rete, ricorda sempre il Mit, si aggiunge ai 3.601,024 Km già tornati sotto la gestione statale con il Dpcm del 20 febbraio 2018. «Con l’intesa di oggi, dunque, la consistenza della rete in gestione Anas passa dai 26.529,385 km al 31/12/2017 a 32.843,875 km». 

LE STRADE RICLASSIFICATE IN EMILIA ROMAGNA 

LE STRADE RICLASSIFICATE IN LOMBARDIA 

LE STRADE RICLASSIFICATE IN TOSCANA 

LE STRADE RICLASSIFICATE IN VENETO (sono escluse quelle dell’area metropolitana di Venezia)

Fonte: Edilizia e Territorio

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Votato dai delegati di 62 Paesi, in vigore il 20 maggio 2019

 

E’ stato approvato il nuovo Sistema Internazionale delle unità di misura (Si): l’ok è arrivato dai rappresentati di 62 Paesi riuniti a Versailles, nella Conferenza generale su pesi e misure (Cgpm), e il risultato è stato accolto con una standing ovation da parte dei partecipanti. I delegati hanno votato a favore dei nuovi parametri che entreranno in vigore il 20 maggio 2019 e che ridefiniscono le sette unità di misura: chilogrammo, metro, secondo, ampere, kelvin, mole e candela.

Lo faranno in termini di costanti fondamentali della fisica, anziché sulla base di oggetti fisici che possono cambiare nel tempo. Si dirà addio, per esempio, al chilogrammo di platino-iridio conservato da 130 anni in Francia, nell’Ufficio Internazionale Pesi e Misure di Sèvres. “Siamo molto contenti perché si innova tutto il sistema”, ha detto all’ANSA Maria Luisa Rastello, direttore scientifico dell’Istituto nazionale di ricerca metrologica (Inrim), unica italiana nel Comitato internazionale pesi e misure che si è riunito a Versailles.

Fonte: Ansa

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Le principali decisioni emesse dal Consiglio di Stato nell’ultima settimana in tema di contratti pubblici, edilizia privata, urbanistica

Appalto pubblico – Revisione dei prezzi – Obbligo per la PA di attenersi all’indice Istat – Deroga – Solo cause straordinarie ed eccezionali – Nuovo CCNL – Aumento degli oneri contributivi – Non è circostanza eccezionale.

La Pubblica Amministrazione deve attenersi all’indice Istat, affinché le operazioni di revisione del prezzo siano conformi a criteri oggettivi anche quanto alla soglia massima, al fine di scongiurare squilibri finanziari nel bilancio, alla stregua della riconosciuta ratio dell’istituto della revisione prezzi, volta a tutelare la prosecuzione e la qualità della prestazione ma, prima ancora, volta a tutelare l’esigenza della Pa di non sconvolgere il proprio quadro finanziario. L’indice Istat segna quindi la soglia massima della revisione, fatte salve eventuali circostanze eccezionali e specifiche – che dovranno essere provate dall’impresa – che possano determinare un discostamento dai criteri oggettivi seguiti in sede di revisione del prezzo lasciando spazio alla discrezionalità amministrativa. Non può rientrare tra queste circostanze eccezionali un nuovo Ccnl (che aumenti i costi dei dipendenti ivi compresi maggiori oneri contributi) soprattutto se stipulato – e quindi conoscibile – al momento della stipula del contratto di appalto e, come tale, costituente una circostanza prevedibile, quindi inidoneo a giustificare una deroga dal limite dell’indice Istat.

Consiglio di Stato , sez. 3, sentenza del 5 novembre 2018, n. 6237

Appalto pubblico – Appalto ad esecuzione periodica e continutativa – Revisione dei prezzi – Proroga – Diritto alla procedure di revisione – Sussiste.

In materia di appalti pubblici, presupposto per l’applicazione della norma di cui all’ art. 115 d.lgs. n. 163/2006 (Codice degli appalti) secondo cui tutti i contratti ad esecuzione periodica o continuativa relativi a servizi o forniture devono recare una clausola di revisione periodica del prezzo, è che vi sia stata mera proroga e non un rinnovo del rapporto contrattuale, consistendo la prima nel solo effetto del differimento del termine finale del rapporto, il quale rimane per il resto regolato dall’atto originario. Sussiste pertanto, il diritto della contraente, a conseguire l’attivazione del procedimento istruttorio volto alla revisione dei prezzi, con applicazione della clausola revisionale di cui all’art. 115 del d.lgs. n. 163/2006 sugli importi stabiliti nelle proroghe contrattuali.

Consiglio di Stato, sez. 3, sentenza del 27 agosto 2018, n. 5059 

Appalto pubblico – Revisione dei prezzi – Appalti di servizi o forniture – Art. 115 dlgs n. 163 del 2006 – Norma imperativa non derogabile – Inserzione automatica nel bando di gara – Prevalenza sulla norma pattizia difforme – Finalità.

L’art.. 115 del codice dei contratti pubblici (D.Lgs. n. 163 del 2006) per quanto riguarda gli appalti di servizi o forniture, costituisce norma imperativa non suscettibile di essere derogata in via pattizia, ed è integratrice della volontà negoziale diversa secondo il meccanismo dell’inserzione automatica. La finalità dell’istituto è da un lato quella di salvaguardare l’interesse pubblico a che le prestazioni di beni e servizi alle pubbliche amministrazioni non siano esposte col tempo al rischio di una diminuzione qualitativa, a causa dell’eccessiva onerosità sopravvenuta delle prestazioni stesse, e della conseguente incapacità del fornitore di farvi compiutamente fronte dall’altro di evitare che il corrispettivo del contratto di durata subisca aumenti incontrollati nel corso del tempo tali da sconvolgere il quadro finanziario sulla cui base è avvenuta la stipulazione del contratto.

Consiglio di Stato, sez. 3, sentenza del 20 agosto 2018, n. 4985

Appalto pubblico – Revisione dei prezzi – Applicazione – Presupposti – Mera proroga – Rinnovo del contratto senza gara – Accettazione di una riduzione del prezzo – Applicazione del meccanismo della revisione dei prezzi – Non sussiste.

Il presupposto per l’applicazione dell’istituto della revisione è pertanto la sussistenza di una mera proroga del contratto: ciò in quanto le manifestazioni negoziali di procedere al rinnovo del contratto, anche se di contenuto analogo alle condizioni precedenti, danno luogo a nuovi e distinti rapporti giuridici, in discontinuità con l’originario contratto, che non può essere assunto a parametro di raffronto per la maggiorazione dei corrispettivi a mezzo del procedimento di revisione. In caso di rinnovo trova applicazione il principio giurisprudenziale secondo cui l’impresa, che ha beneficiato di una speciale norma che prevede la possibilità di rinnovo del contratto senza gara in cambio di una concordata riduzione del prezzo, non può poi pretendere di applicare allo stesso contratto il meccanismo della revisione dei prezzi, che condurrebbe ad effetti del tutto opposti rispetto alla pattuita riduzione del corrispettivo.

Consiglio di Stato, Sez. 5, sentenza del 8 agosto 2018, n. 4869

Fonte: Edilizia e Territorio

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Piano di rilancio infrastrutturale, snellimenti procedurali per l’avvio dei cantieri, esclusione automatica delle offerte anomale fino alla soglia comunitaria, appalto integrato sulla base del progetto definitivo. Sono solo alcune delle proposte presentate dall’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE) in audizione presso le Commissioni Bilancio del Senato e della Camera dei Deputati, nell’ambito dell’esame, in prima lettura, in sede referente, del disegno di legge recante “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021”.

Fonte: Lavori Pubblici

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Impresa 4.0 è stato un grande driver per la ripresa economica ed ha permesso a molte nostre imprese – non solo industriali – di agganciarsi alla Trasformazione Digitale: bene dunque che la nuova manovra confermi le misure di incentivo alle imprese, dando maggiore attenzione alle PMI.

Fonte: Lavori Pubblici

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Tra gli emendamenti presentati dal relatore Emiliano Fenu (M5S) anche il raddoppio della quota Anas sul canone pagato dalle concessionarie.

Una stretta sulla manutenzione delle autostrade in scadenza di concessione, una salvagente contro la revoca dei fondi delle grandi opere finanziate dal decreto Sblocca Italia del 2014 e il raddoppio della percentuale di competenza Anas a valere sul canone che ogni anno i concessionari autostradali devono versare allo Stato.

È quanto prevedono tre emendamenti al Decreto fiscale presentati dal senatore Emiliano Fenu (M5S), relatore della legge di conversione del provvedimento. Il decreto, da convertire entro il prossimo 22 dicembre, è attualmente all’esame della Commissione Finanze e Tesoro di Palazzo Madama.

Manutenzione con gara per le autostrade con concessione scaduta 
Il primo degli emendamenti firmati da Fenu è una norma ponte per le concessioni autostradali scadute (tra queste Autobrennero, Autovie Venete, A21). Con una stretta sui compiti di manutenzione affidati ai gestori uscenti. La modifica prevede, infatti, che anche se le concessioni sono scadute, i gestori devono continuare a investire nella sicurezza delle infrastrutture. «Per le concessioni autostradali già scadute il concedente stipula con il concessionario un atto aggiuntivo, senza il riconoscimento di alcuna proroga della scadenza, che preveda la progettazione e la realizzazione, con procedure ad evidenza pubblica, degli urgenti interventi necessari a garantire il mantenimento e/o l’aumento degli standard di sicurezza». Dunque oltre all’obbligo di continuare a garantire gli standard di sicurezza delle autostrade c’è anche quello di affidare gli interventi con gara, senza possibilità di procedere in house, tramite società di costruzione controllate. Tutto deve passare attraverso un atto aggiuntivo da firmare entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Le procedure di gara per riaffidare le concessioni scadute devono partire «contestualmente al perfezionamento dell’atto aggiuntivo».

L’emendamento contiene anche un’altra modifica al codice degli appalti. Viene infatti abrogata l’analoga, ma meno restrittiva, norma ponte prevista dall’articolo 216, comma 27-sexies del Dlgs 50/2016.

Salvagente per i fondi delle opere sblocca Italia 
Un altro emendamento firmato dal relatore riguarda le grandi opere finanziate dal decreto Sblocca Italia (Dl 133/2014) e concede più tempo per appaltare o avviare i lavori senza incorrere nel rischio di perdere i finanziamenti. Tra le opere interessate figurano il tunnel del Brennero, l’Alta velocità Verona Padova, il Terzo Valico, l’asse autostradale Trieste-Venezia, il corridoio ferroviario adriatica da Bologna a Lecce e anche la tratta Colosseo-Piazza Venezia della linea C della metro di Roma, il completamento della linea 1 della metropolitana di Napoli, la tranvia di Firenze e il Quadrilatero Umbria-Marche e anche un adeguamento della Salerno-Reggio Calabria. In particolare si interviene sul prevedendo che le condizioni di appaltabilità e canteriabilità delle opere, a cui in caso di ritardi è legata la revoca dei fondi, si realizzano quando gli adempimenti già indicati con decreto delle Infrastrutture, vengono completati entro il 31 dicembre dell’anno «successivo» (questa è la novità dell’emendamento) a quello in cui le risorse sono rese effettivamente disponibili.

Più fondi alle manutenzioni Anas 
Porta la firma del relatore anche l’emendamento che raddoppia la quota di competenza Anas a valere sul canone che le concessionarie autostradali versano allo Stato. Al momento lo Stato incassa, a titolo di canone, una quota pari al 2,4% dei pedaggi netti (esclusa Iva). È su questo valore che va calcolata la quota a favore di Anas che, grazie a questo emendamento, torna al 42% dopo essere stata abbassata nel 2016 al 21 per cento. Per capire quanto vale questa percentuale si può partire dal valore dei pedaggi netti incassati dalle concessionarie autostradali che, secondo dati Aiscat, nel 2017 sono stati pari a 5,9 miliardi (8 miliardi inclusa Iva e altri oneri). Prendendo a base questo dato si scopre che riportando al 42% la quota di competenza Anas sul 2,4% del canone statale l’ex ente strade dovrebbe incassare 59,9 milioni all’anno contro i circa 30 milioni incassati l’anno scorso.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Le varianti al piano regolatore generale (PRG), rientrando nella sfera del governo del territorio, sono funzionali alla realizzazione contemperata di una pluralità di interessi pubblici. Per tale motivo, non sussiste alcun onere in capo alla amministrazione circa il rigetto delle osservazioni presentate dal privato proprietario di un’area incisa dalla variante, in assenza di situazioni eccezionali che impongono una più incisiva e singolare motivazione degli strumenti urbanistici generali.

Fonte: Lavori Pubblici

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Già disponibili il 70% delle risorse pubbliche necessarie (l’83% medio per To-Lione, Brennero, Terzo Valico e Brescia-Verona)

Non sembra essere quello dei soldi il problema delle grandi opere in Italia, almeno di quelle di cui più si sta discutendo in questi mesi in relazione all’analisi costi-benefici in corso da parte del Ministero delle Infrastrutture. Per le sette principali grandi opere “sub iudicie” (Tav Torino-Lione tratta internazionale, Brennero, Terzo Valico, Tav Brescia-Verona e Verona-Padova, Pedemontana Veneta, Gronda di Genova), quasi tutte in corso di realizzazione, manca ormai solo il 30% del finanziamento, 6.373 milioni su 21.515 di finanziamento pubblico necessario, mentre il restante 70% (15,2 miliardi) è già disponibile. In tutto si tratta di opere che valgono 37,139 miliardi di euro, con altri finanziamenti privati disponibili per 1,3 miliardi e fondi dell’Unione europea o di Francia e Austria (disponibili o già concordati in trattati internazionali) per 14,3 miliardi.

Dunque, per completare o realizzare opere che valgono in Italia o sui valichi del Frejus e del Brennero, complessivamente, 37,139 miliardi di euro, i finanziamenti sono già acquisiti per 30,7 miliardi di euro, e il governo italiano deve ancora stanziare solo 6,373 miliardi. Risorse peraltro spalmate negli anni in termini di cassa, mediamente 6-7 anni.

La cifra, per quanto comunque rilevante, va confrontata con le risorse per investimenti pubblici disponibili nel bilancio statale: nel fondo investimenti comma 140, in corso di assegnazione con Dpcm Conte all’esame delle Camere, ci sono 35 miliardi di euro, di cui 8,8 miliardi assegnati per infrastrutture di trasporto. Nel Ddl di Bilancio c’è poi il nuovo fondo investimenti Amministrazioni centrali, con una dotazione di 50,2 miliardi in 15 anni (immediatamente impegnabili e anticipabili come cassa con murui Bei o CdP):mantenendo le proporzioni, alle infrastrutture di trasporto potrebbero andare circa 12-13 miliardi di euro.
Dunque, in tutto circa 21 miliardi di euro disponibili per le infrastrutture di trasporto
Per per le grandi opere servirebbero 6,4 per quelle soggette ad analisi costi-benefici (i tre valichi e la Tav Brescia-Verona-Padova), a cui andrebbero aggiunti i 3.139 mancanti per le ferrovie Napoli-Bari e Messina-Catania-Palermo, due grandi opere considerate anche da questo governo strategiche per il Sud. 
Ricapitolando: su 21 miliardi di nuovi fondi disponibili (in competenza) per infrastrutture di trasporto, ne servirebbero 8,1 miliardi per le grandi opere, e il resto – 13 miliardi – resterebbe per reti ferroviarie ordinarie e strade Anas (nuove opere e manutenzioni straordinarie).

Ma torniamo alle grandi opere soggette ad analisi costi-benefici. Valgono investimenti per 37,1 miliardi di euro (si veda la tabella, le opere in giallo esclusa la Pedemontana Lombarda, il cui completamento dipende dal – difficile – reperimento di investitori privati), e si tratta di lavori quasi tutti da realizzare, 32,6 miliardi su 37. Sono in fase avanzata la Pedemontana Veneta (50% circa), il Terzo Valico (30%) e il Brennero (30% circa), mentre è solo al 15% la Torino-Lione, e a zero sono le tratte Tav Brescia-Verona e Verona-Padova. Si tratta però di opere tutte con progetti approvati (salvo alcune tratte della Brescia-Padova), che dunque con poco sforzo finanziario aggiuntivo, 6,373 miliardi, dopo anni di preparazione potrebbero sbloccare cantieri per 37 miliardi di euro nei prossimi 7-8 anni. Gli stessi Brennero e Terzo Valico, già in corso, sono in fase di accelerazione in termini di spesa effettiva annua, stanno cioè arrivando agli anni di picco della loro spesa effettiva sui cantieri.

Proprio per Torino-Lione e Brennero, tenendo conto dei fondi europei (il 40% del totale) e della quota a carico di Francia e Austria, l’Italia ha ormai già stanziato in bilancio – negli anni scorsi – quasi tutto quello che le spettava: per la Torino-Lione2.564 milioni su 3.344 necessari (ne mancano dunque solo 780) e per il tunnel del Brennero 2.007 milioni su 2.508 necessari (ne mancano 500).
Per il Terzo Valico, su 6.158 milioni necessari sono già stanziati 5.366, ne mancano dunque soltanto 791.
Molto avanti sono anche i finanziamenti per la Tav Brescia-Verona, 2.875 milioni su 3.430 necessari (ne mancano 555), con il primo lotto da 1.892 milioni pronto a partire a un cenno del governo (il contratto è firmato ma Rfi ne ha congelato l’attuazione) e il secondo avviabile nel 2019.
La Verona-Padova sta più indietro: mancano 3.743 milioni su 5.261, ma il 1° lotto Verona-Bivio Vicenza da 983 milioni è approvato dal Cipe e pronto alla firma contrattuale con il general contractor Tav.
Pedemontana Veneta è al 50% dei lavori e interamente finanziata in project financing.

Pedemontana Lombarda è un caso a parte, non la consideriamo nelle statistiche perché realizzata per i primi due tratti (1,5 miliardi su 4,118) ma ferma da due anni in attesa di un piano finanziario sostenibile.

Fuori dall’analisi costi-benefici (non si sa perché) sono invece la Napoli-Bari e la Messina-Catania-Palermo.
La Napoli-Bari costa 5.136 milioni, è in fase di realizzazione nei primi due lotti da Napoli (come Sal complessivi siamo a non più del 5-10% del totale), ma ha acquisito nel corso del 2018 buona parte dei finanziamenti, siamo a 3.744 milioni, ne mancano solo 1.392. Anche questa è un opera che con poco sforzo finale può avviare cantieri consistenti per i prossimi 6-7 anni.

Anche la Gronda di Genova, 4,3 miliardi interamente finanziabilida Autostrade per l’Italia, è pronta al via, l’Ad di Aspi Giovanni Castellucci aveva già previsto i bandi di gara di lavori per fine 2018, ma anch’essa è congelata per l’analisi costi-benefici.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il titolare del Mit ha definito la lista delle strade di 5 regioni: Toscana, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte. La Ragioneria frena: costi da chiarire.

L’Anas sta per ricevere in gestione oltre 3mila chilometri di rete viaria locale e regionale che si trovano in cinque diverse regioni: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana e Veneto. Si tratta della seconda tranche di rete che in tempi recenti ritorna all’Anas,dopo la lista dei circa 3.500 chilometri di strade già trasferite con il Dpcm 20 febbraio 2018(che ha ricevuto il 3 agosto 2017 l’ok preliminare della conferenza unificata e che il 28 aprile è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale). Ora, il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli si è attivato per completare l’azione avviata dal suo predecessore Graziano Delrio che aveva individuato la prima lista di rete nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Toscana e Umbria. In quell’occasione, erano rimasti aperti i dossier di Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, oltre – ancora una volta – alla regione Toscana, ma solo per alcune strade di confine con le regioni vicine. Nei giorni scorsi, la nuova lista, individuata dalla direzione generale per le Strade del ministero delle Infrastrutture, è stata trasmessa a Regioni e Comuni, per i necessari riscontri, al fine di ottenere l’intesa istituzionale e varare il decreto. 

Con la «riclassificazione» tornano all’Anas 3.008 km di rete
Lo schema di Dpcm (con le relative tabelle) era anche stato inserito nell’ordine del giorno della conferenza unificata che si è svolta l’8 novembre scorso. Ma l’intesa è stata rinviata per alcuni rilievi che sono arrivati dal ministero dell’Economia, e in particolare dalla Ragioneria dello Stato. I tecnici della Ragioneria hanno chiesta al Mit di precisare sia il quantitativo esatto della rete: sia quella da trasferire all’Anas sia, viceversa, quella da trasferire alle Regioni contestualmente alla riclassificazione. Per il momento il Mit ha stimato che si tratta di 3.008,6 km di rete, come saldo tra strade da acquisire e strade da cedere. 

Il Mit: risorse dal contratto di programma. La Ragioneria: va dimostrato
Ma il rilievo principale riguarda le risorse che l’Anas dovrebbe spendere per la presa in carico della gestione della nuova quota di rete. Prima di tutto, i tecnici della Ragioneria rilevano che manca la «stima degli oneri derivanti dall’incremento della rete di interesse nazionale e del conseguente incremento del corrispettivo dovuto all’Anas». Secondariamente mettono in discussione il meccanismo di copertura individuato dallo schema di Dpcm. Secondo il testo redatto dal Mit, «l’importo del corrispettivo previsto dal citato Contratto di Programma 2016-2020 verrà adeguato ai sensi dell’art. 6, commi 6 e 7 del contratto stesso, la cui definizione da parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti verrà operata sulla base della quantificazione dei costi incrementali sostenuti dalla Società concessionaria sulla base della contabilità analitica». 

I tecnici della Ragioneria obiettano che i commi citati si riferiscono ai sovracanoni versati dai concessionari autostradali «che risultino eccedenti rispetto al corrispettivo dovuto per la prestazione di servizi» regolata dal contratto di programma. Risorse che però, ricorda la Ragioneria, «vengono accantonate in un apposito fondo il cui utilizzo sarà regolato con un atto di aggiornamento del Contratto di programma. Va quindi dimostrato che le suddette entrate sono sufficienti a far fronte a maggiori oneri derivanti dall’incremento della rete stradale in gestione ad Anas. Diversamente, il provvedimento in esame determinerebbe oneri privi di copertura finanziaria». La Ragioneria chiede pertanto «una relazione del Mit che dimostri che ai maggiori oneri per l’Anas è possibile far fronte con le risorse disponibili a legislazione vigente». 

Per il momento, il Mit ha ribadito che «la quantificazione dei maggiori oneri connessi al rientro della rete stradale rientrante dalla Regioni nella competenza di Anas, non potrà che avvenire a consuntivo delle attività previste ed espletate e, che l’utilizzo del fondo di cui all’art. 6, comma 7 del Contratto di programma 2016-2020 avverrà successivamente all’approvazione da parte del Cipe dell’atto di aggiornamento del Contratto di programma medesimo».

Fonte: Edilizia e Territorio

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I costruttori: ‘occorrono misure di forte impatto che consentano, fin dai primi mesi del 2019, di trasformare le risorse in cantieri sul territorio’

Fonte: Edilportale

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Ai Comuni manca circa un miliardo, senza il quale molti enti avranno difficoltà a chiudere i bilanci. Chiediamo al Parlamento e al Governo di intervenire per non penalizzare ulteriormente un comparto che in dieci anni ha dato per il risanamento dei conti pubblici circa 14 miliardi di euro”.

Fonte: Lavori Pubblici

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“E adesso?” Cosa succederà nel settore delle costruzioni nel 2019? E’ un interrogativo al quale si cerca di dare risposta nel XXVI Rapporto CRESME analizzando i rischi di una nuova fase carica di incertezze sul piano nazionale, europeo e internazionale. 

Fonte: Lavori Pubblici

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Centrali di committenza e Centrale unica progettazione, ovvero due dei contenuti del disegno di legge di Bilancio per il 2019 che le Commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato si apprestano ad esaminare in questi giorni e che negli ultimi giorni hanno scatenato un vigoroso dibattito tra gli operatori del settore.

Fonte: Lavori Pubblici

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Vanno adottati sistemi di gestione e controllo che non ingessino le aziende Il Ddl anticorruzione prevede un inasprimento delle misure interdittive

L’inasprimento delle misure interdittive per le aziende che abbiano tratto beneficio dai reati di corruzione prevista dal Ddl “spazzacorrotti” attualmente all’esame della Camera, riaccende i riflettori sulle misure che permettono alle imprese di tutelarsi attraverso l’adozione di disposizioni organizzative e protocolli aziendali di contrasto.
Il disegno di legge anticorruzione, fortemente voluto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, prevede l’innalzamento da uno a 5 anni della durata minima delle misure interdittive introdotte dal Dlgs 231/2001, tra le quali la revoca di autorizzazioni e licenze, l’interdizione dall’attività e il divieto di contrattare con la Pa. Si tratta delle sanzioni che una società potrebbe vedersi infliggere, in aggiunta a quelle pecuniarie, per reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio dai propri amministratori, da dipendenti o altre persone che abbiano con essa un rapporto qualificato. Il Ddl ne innalza di ben cinque volte anche il tetto massimo, portandolo a dieci anni. Bisognerà ora vedere se queste modifiche supereranno l’esame del Parlamento (il provvedimento è ora in prima lettura alla Camera, dopodiché passerà al Senato).

Per arginare il fenomeno corruttivo, alla responsabilità penale del soggetto che ha materialmente compiuto un crimine, il Dlgs 231/2001, ha affiancato la cosiddetta “colpa di organizzazione” che sancisce, al verificarsi di uno dei gravi reati elencati nella norma stessa (il Catalogo 231), un severo regime sanzionatorio para-penale a carico degli enti, società ed associazioni che hanno colpevolmente “ospitato” i medesimi. Allora come tutelarsi , tenendo la società al riparo da sanzioni così afflittive e scongiurando, nel contempo, l’insorgere del danno reputazionale che frequentemente precede l’esito giudiziale della vicenda rendendo arduo il ricorso al credito? Una via percorribile c’è. Il “sistema 231” è inteso a prevenire la commissione di reati, stimolando l’adozione di misure organizzative atte ad impedirne il verificarsi.

La responsabilità amministrativa è esclusa se la società dimostra che:

  1. prima della commissione del fatto abbia adottato ed efficacemente attuato un Modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi (il Modello deve essere descritto in un documento formale che illustri le disposizioni organizzative ed i protocolli introdotti al fine di prevenire i reati);
  2. il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza del Modello, nonché di proporne gli eventuali aggiornamenti, sia stato affidato ad un organismo interno dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo (l’organismo di vigilanza), ed esso abbia svolto una sufficiente azione di vigilanza;
  3. se il reato è stato commesso da un esponente di vertice della società, questi lo abbia fatto attraverso una elusione fraudolenta del Modello.

L’adozione del modello, se da un lato porta a migliorare la gestione dei processi aziendali, può dall’altro risultare onerosa in termini di realizzazione dell’analisi preliminare dei processi aziendali, di elaborazione o integrazione delle procedure interne, di predisposizione ed aggiornamento continuo, di effettuazione di monitoraggi periodici obbligatori sulla sua osservanza, nonché di costituzione e funzionamento dell’organismo di vigilanza. Il Modello inoltre, se mal disegnato, rischia di “ingessare” l’azienda, appesantendone le attività (soprattutto nelle piccole imprese per le quali snellezza operativa, bassi costi di gestione e rapidità decisionale sono fondamentali.

Come raccogliere, allora, l’opportunità prevista dal legislatore, avvantaggiandosene e non subendone il danno? Ecco le principali accortezze:

  1. analisi meticolosa dei processi e delle dinamiche produttive (conferendo priorità ai rischi concretamente rilevanti per l’azienda) per favorire la progettazione di procedure efficienti e praticabili che guidino anziché ostacolare il dinamismo produttivo;
  2. ricorso ad ausili standard di analisi del rischio e monitoraggio dell’attività;
  3. costituzione di organismi di vigilanza dimensionati in ragione della complessità aziendale (possono essere monocratici o anche composti dallo stesso organo dirigente nel caso di enti di piccole dimensioni).

Non molto utile risulterà, ad esempio, introdurre macchinose norme comportamentali per disciplinare eventuali rapporti con la Pa laddove l’azienda non ne abbia e non pianifichi di averne, prevedere duplici controlli ove i livelli gerarchici siano minimi. È necessario, cioè, ben disegnare e poi tagliare su misura l’abito per l’impresa, ben aderente e senza inutili sbuffi, come a volte si rischia di fare.

Fonte: il Sole 24 Ore

Di fronte alle minacce crescenti serve anche alle Pmi: tema al centro del convegno Anra

I rischi emergenti legati alla sostenibilità e alla digitalizzazione; la necessità di fronteggiare un ambiente con livelli di turbolenza e di complessità in continuo aumento tra ascesa del populismo in Occidente, lotte commerciali e nuovo protezionismo. Scenario che impone non più solo alle grandi aziende, ma anche alle Pmi di sviluppare modelli di risk management che siano in grado di valutare e aumentare la resilienza del proprio modello di business rispetto a questi fattori.

Sono alcuni dei temi che verranno affrontati nel corso del 19esimo convegno annuale dell’Anra (Associazione nazionale risk manager) dal titolo «Imprevisto o probabilità? La carta del risk management», in programma a Milano domani martedì 13 e mercoledì 14 novembre. Tra i rischi strategici più sentiti oggi dalle imprese, sottolinea Alessandro De Felice, presidente Anra, ci sono quelli legati «alla deglobalizzazione e alla paura di un nuovo protezionismo, insieme al crescente potere acquisito dalle fake news che possono agire da fattore destabilizzante sul mercato per le aziende coinvolte». Motivo per cui molte imprese «stanno valutando l’adeguatezza del proprio modello di business rispetto a una realtà circostante che si è fatta più mutevole che in passato». Nel corso dell’evento verrà poi dato spazio ai rischi emergenti. Tra questi, quello legato alla sostenibilità, dal rispetto dell’ambiente e dei diritti umani alla lotta alla corruzione. Temi diventati prioritari per le aziende che devono valutarne il potenziale impatto sul business anche in risposta a consumatori diventati più sensibili e che chiedono maggiore trasparenza su questo fronte. Per questo, «hanno assunto un’importanza crescente anche i bilanci di sostenibilità emessi dalle aziende quotate». Ossia un documento che queste ultime sono tenute a fornire sui temi di carattere non finanziario e sul loro possibile impatto sulla società, rivolto a tutti gli stakeholder o portatori di interesse: azionisti, dipendenti, clienti, fornitori, comunità e associazioni sul territorio.

Le imprese si trovano inoltre oggi ad aver a che fare con una digitalizzazione sempre più spinta e con tutti i rischi a essa connessi. «Ne parleremo non solo dal punto di vista del cyber risk, inteso come attacco malevolo da parte di hacker, ma anche nell’ottica di potenziali falle che potrebbero verificarsi in sistemi ormai totalmente automatizzati ». Un ulteriore tema che terrà banco riguarda inoltre la necessità di implementare modelli di risk management anche nelle Pmi. Questi ultimi rappresentano infatti un valore aggiunto anche per ottenere finanziamenti e sostenere dunque la crescita aziendale da parte, ad esempio, di fondi di private equity interessati a investire in questo segmento. «Ma che vogliono prima rendersi conto di come queste aziende stanno affrontando e pensano di gestire i loro rischi. Quindi valutare se un piano industriale è troppo sfidante per le possibilità dell’impresa». Scenario che sta portando l’attività di risk management a essere inquadrata
sempre più in un sistema di governance risk compliance, «cioè in un generale quadro di riferimento che le aziende si danno nell’agire in maniera chiara e trasparente verso tutti gli stakeholder ». L’obiettivo è garantire che l’azienda opera «secondo determinate regole gestionali in ottemperanza a leggi, normative e al codice etico e fornire una valutazione dei rischi che possono incidere sulla sostenibilità del business». Al centro del convegno ci sarà, infine, il cambiamento che sta interessando il ruolo del risk manager chiamato a una maggior integrazione con il board aziendale e allo sviluppo di soft skill comunicative per poter scambiare informazioni in modo efficace a tutti i livelli. Di pari passo con il farsi strada di metodologie innovative «che stanno emergendo in tema di gestione dei rischi ». Tra queste, «sistemi di misurazione della resilienza tramite l’analisi dei nodi processuali, l’anticipatory risk management per i rischi emergenti e nuovi approcci di risk engineering».

Fonte: Affari e Finanza

Aggiornata la scheda di compilazione relativa al piano dei finanziamenti 2019-2023 per gli interventi relativi a programmi straordinari di manutenzione della rete viaria di Province e Città Metropolitane.

Fonte: Edil Tecnico

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Un intervento sulla sicurezza nei contratti di appalto di servizi e forniture si sofferma sui rischi di interferenza e sul Documento unico di valutazione dei rischi (DUVRI). Le indicazioni del D.Lgs. 81/2008 e la redazione del DUVRI.

Fonte: Punto Sicuro

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Il Presidente Zambrano torna anche a chiedere l’obbligatorietà del fascicolo del fabbricato

Fonte: Edilportale

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Lo scorso 7 novembre il Senato ha approvato, con 163 voti favorevoli, 59 contrari e 19 astensioni, con voto di fiducia, il Decreto Sicurezza che fra le altre cose contiene novità in tema di cantieri e appalti

Fonte: Infobuild

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Grosse preoccupazioni tormentano gli operatori del settore dell’edilizia. Dopo l’idea del Governo di affidare la progettazione di opere pubbliche ad una centrale unica (leggi articolo), ecco la notizia che, pur aspettandola da tempo, aumenta le tue ansie: le dimissioni di Gianni Armani da Amministratore delegato e direttore generale ANAS (leggi articolo).

Fonte: Lavori Pubblici

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«È necessario mantenere attiva la più grande stazione appaltante italiana e fare in modo che prosegua spedita il suo cammino»

Ance, sindacati edili e società di ingegneria lanciano l’allarme Anas dopo il benservito dato dal governo all’Ad Gianni Armani e a tutto il consiglio di amministrazione: non fermiamo la macchina di progettazioni e investimenti.

ANCE 
Monito dell’Ance (associazione nazionale costruttori, Confindustria) sulla continuità operativa dell’Ance, il giorno dopo le dimissioni dei vertici indotte dal governo. «Non vogliamo commentare decisioni politiche – dichiara il presidente Ance Gabriele Buia – ma in un momento così delicato per l’equilibrio economico e sociale del nostro Paese ». «È importante – spiega – che l’Anas sia in grado di trasformare rapidamente le risorse stanziate in cantieri necessari per la manutenzione, la messa in sicurezza». Buia ricorda che «solo per approvare il contratto di programma Anas 2016-2020 ci sono voluti due anni: abbiamo dovuto attendere fino a dicembre 2017, perdendo mesi preziosi». «Ci auguriamo – conclude – che la fase di rinnovo sia chiusa in fretta e che nel frattempo la società non subisca un blocco che penalizzi i tanti progetti attivati».

SINDACATI 
“Forte preoccupazione per la nuova fase di incertezza che si apre per Anas”. così dichiarano Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uilpa Anas a seguito delle comunicazioni apparse su un social network, chiedendo “uno specifico ed urgente incontro al Ministro Toninelli per chiarire quale sia la nuova configurazione che il Governo vorrà proporre per Anas, una volta uscita dal gruppo Fs”.
“Riteniamo necessario – proseguono le tre organizzazioni sindacali – assicurare da subito la piena funzionalità della società, consolidando il processo avviato di fuoriuscita dal perimetro della Pubblica Amministrazione. Vanno confermati i processi di manutenzione avviati e di messa in sicurezza della rete stradale nazionale ed il piano di assunzioni in atto, anche se ancora parziale, nei servizi di sorveglianza, manutenzione e pronto intervento sulla rete di competenza, finalizzati alla sicurezza stradale”.
“E’ inoltre prioritario – affermano infine Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uilpa Anas – assicurare continuità al confronto, in particolare rispetto a quello attivato per il rinnovo del contratto nazionale di gruppo Anas per il triennio 2019–2021”.

OICE 
L’Oice, associazione delle società di ingegneria e architettura aderente a Confindustria, esprime «forti preoccupazioni per il futuro del settore della progettazione di opere pubbliche», il giorno dopo la notizia delle dimissioni di Gianni Armani da amministratore delegato di Anas. «Senza entrare nel merito di decisioni che non ci riguardano – ha detto Gabriele Scicolone, presidente Oice – auspichiamo che al più presto sia avviata e conclusa la fase di rinnovo. Da operatori della progettazione dobbiamo dare atto che in questi anni l’Anas ha contribuito in maniera determinante al rilancio del nostro settore. A valle del codice dei contratti pubblici (aprile 2016), che ha previsto l’obbligo di appaltare lavori sulla base di progetti esecutivi per rilanciare la qualità della progettazione e dei lavori, ANAS ha infatti messo in gara circa 570 milioni, ponendosi come prima stazione appaltante in Italia. E’ anche grazie ad ANAS se professionisti, studi e società di ingegneria e architettura hanno beneficiato in due anni e mezzo di un incremento complessivo del 58% del numero dei bandi e del 205% del valore di incarichi progettazione». Preoccupazione dell’Oice sulla Centrale di progettazione prevista dal Ddl di Bilancio 2019 (300 assunzioni e 25 milioni di euro all’anno di costo). 
«Non vorremmo – continua infatti Gabriele Scicolone – che le vicende Anas determinino blocchi dell’attività che potrebbero avere ricadute molto negative sul mercato. Non sarebbe proprio il caso, visto che la legge di bilancio 2019 propone di istituire una Centrale di progettazione con il compito di predisporre progetti e fare direzione lavori, invece che “pianificare”, “organizzare”, “controllare e “verificare”. I rischi di un blocco del settore, legati anche ad una profonda revisione del codice dei contratti pubblici – che ormai è dimostrato che non abbia affatto bloccato il settore, visto che anche le aggiudicazioni di lavori nei primi sei mesi del 2018 sono aumentate del 75% – , ci sono tutti. Sembra quasi una “tempesta perfetta” in danno di chi opera sul mercato e che, nel nostro settore, rischia di determinare la perdita di migliaia di posti di lavoro e la compromissione definitiva del tanto auspicato rilancio del Pil, cui il comparto della progettazione contribuisce per oltre l’un per cento».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Sono 500mila le imprese impegnate in 4,1 milioni di piccoli cantieri (16mila euro medi). Sempre di più quelle che usano contratti diversi. Il punto in un’iniziativa Formedil-Cncpt a Foligno.

Un mercato iperframmentato, piegato dalla crisi e ora anche in fuga dal contratto collettivo di riferimento, con rischi di ricadute pesanti in termini di garanzie contributive e rispetto degli standard minimi di sicurezza. Stiamo ovviamente parlando dell’edilizia: un settore che le difficoltà economico-finanziarie degli ultimi anni hanno reso ancora più fragile e parcellizzato.

Il quadro emerge bene dai numeri che il Cresme ha presentato ieri nella prima delle due giornate dedicate a formazione e sicurezza organizzate da Formedil (ente nazionale per la formazione e l’addestramento professionale nell’edilizia) e Cncpt (il network nazionale per la sicurezza dei cantieri) a Foligno. In campo anche l’Ance, con il presidente Gabriele Buia, che ha insistito molto sulla necessità di semplificare le norme per la rigenerazione urbana, i sindacati con Alessandro Genovesi e gli artigiani rappresentati da Enzo Ponzio.

Lo studio presentato ieri fa vedere bene come il mercato delle costruzioni sia diventato principalmente un mercato di riqualificazione edilizia. Sui 4,1 milioni di cantieri edili attivi in Italia 3,9 milioni sono impegnati in interventi di recupero, 145mila in lavori di nuova costruzione e solo 53.500 sono i cantieri di opere pubbliche. Non solo. Quello che più conta è che si tratta di opere di piccolissima dimensione. Il valore medio è di 16mila euro, roba da piccole ristrutturazioni in appartamento. Mentre -nonostante la messa in campo degli incentivi per la riqualificazione energetica e il miglioramento sismico degli edifici – risultano ancora del tutto marginali gli interventi di carattere strutturale, indispensabili per la messa in sicurezza di un patrimonio immobiliare che per il 74% ha più di 40 anni di età, soglia temporale, segnalano gli esperti, oltre la quale si rendono assolutamente indispensabili interventi incisivi di manutenzione.

C’è poi l’altra faccia della medaglia, che attiene alla fotografia delle imprese che presidiano questo particolare mercato. In campo ci sono 500mila ditte edili. che danno lavoro a circa un milione e 320mila addetti. Di queste circa il 76% (384mila) è rappresentato da aziende specializzate che operano nei più svariati segmenti di attività: demolizione e preparazione del cantiere edile, installazione di impianti (elettrici, idraulici, condizionamento), completamento e finitura degli edifici, ecc.

Questa frammentazione, è stato segnalato durante l’iniziativa di Foligno, ha avuto forti ricadute sulla contrattazione collettiva, determinando una vera e propria fuga dal contratto dell’edilizia. «Non si contano più – è stato ripetuto – le diverse tipologie contrattuali applicate (impianti, servizi, movimento terra, terziario, autonomo, interinale, ecc) con gravi conseguenze sulla tutela e sulla sicurezza dei lavoratori».

Il punto è che nel settore ci sono contratti che, a conti fatti, risultano più convenienti di quello dell’edilizia.  Un esempio: secondo calcoli del sindacato il contratto metalmeccanico ha una differenza del premio Inail, rispetto a quello dell’edilizia di ben 7 punti percentuali. Quello dei multiservizi di 9 punti. Pesa anche il differenziale contributivo Inps, più pesante nei cantieri che in altri luoghi (e contratti) di lavoro. Senza poi dimenticare altri fattori propri dell’edilizia. Il primo è la bilateralità, a cui va aggiunta la cassa integrazione per evento meteorologico, come la possibilità di poter andare in pensionamento anticipato, consentita per i lavori usuranti.

Un ultimo fattore da citare, non meno importante, è la formazione. Il contratto dell’edilizia prevede per una formazione preventiva obbligatoria di 16 ore che i neo assunti devono svolgere presso gli enti paritetici. Non è prevista da altri contratti, ma è una priorità perché serve per migliorare salute e sicurezza.

Lo dicono anche i numeri: sono circa 115mila i corsi effettuati in tutto il territorio negli ultimi 10 anni, più di 37mila le visite in cantiere. Difficile dire se si tratti di un impegno sufficiente o ancora da sviluppare: sicuramente non è da ridimensionare tramite scorciatoie contrattuali.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Le concessioni scadute vanno affidate in gara, soprattutto nel settore del gas; in generale è necessario, comunque, che i concedenti rivisitino le convenzioni di concessione in essere, esercitando anche le proprie prerogative di monitoraggio dei rispettivi concessionari. Sono queste le indicazioni contenute nell’atto di segnalazione n.4 del 17 ottobre 2018 dell’Autorità nazionale anticorruzione concernente la verifica degli affidamenti dei concessionari ai sensi dell’art. 177 del dlgs n. 50/2016 e adempimenti dei concessionari autostradali ai sensi dell’art. 178 del medesimo codice.

Fonte: Italia Oggi

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Nella seduta di mercoledì 7 novembre il Senato ha approvato, con 163 voti favorevoli, 59 contrari e 19 astensioni, l’emendamento interamente sostitutivo del ddl n. 840, di conversione del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, in materia di protezione internazionale e immigrazione e sicurezza pubblica, sulla cui approvazione il Governo aveva posto la questione di fiducia nella seduta del 6 novembre.

Fonte: Lavori Pubblici

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Il maxiemendamento al decreto Sicurezza approvato ieri dal Senato circoscrive l’ampliamento dell’obbligo di comunicazione. Confermata la stretta sui subappalti illeciti.

L’obbligo di notificare l’apertura di un cantiere anche ai prefetti riguarderà soltanto i lavori pubblici. Restano fuori dunque gli interventi di carattere privato. La novità arriva con l’approvazione delmaxiemendamento interamente sostitutivo del decreto Sicurezza, approvato ieri dal Senato(163 sì, 59 no e 19 astenuti sulla fiducia chiesta dal governo). Dopo l’ok di Palazzo Madama il provvedimento passa alla Camera per l’approvazione finale.

Le novità 
Sul fronte dell’edilizia la novità riguarda le indicazioni aggiuntive per aumentare le forme di monitoraggio dei cantieri. La versione originaria del decreto Sicurezza (Dl 113/2018, andato in Gazzetta lo scorso 4 ottobre) ha allargato la platea dei destinatari della «notifica preliminare» di inizio di attività dei cantieri. Oltre alla Asl e alla direzione provinciale del lavoro il documento, stabilisce il provvedimento in vigore dallo scorso 5 ottobre, deve essere inviato anche al prefetto. In questo punto si innesta la modifica del maxiemendamento che circoscrive l’obbligo di notifica preliminare al prefetto «limitatamente ai lavori pubblici».

Al momento l’obbligo di notifica si applica a:
1) cantieri in cui è prevista la presenza di più imprese esecutrici, anche non contemporanea (contestualmente all’affidamento dell’incarico di progettazione, il committente designa anche il coordinatore per la progettazione)
2) cantieri che, inizialmente non soggetti all’obbligo di notifica, ricadono nelle categoria precedente per effetto di varianti sopravvenute in corso d’opera
3) cantieri in cui opera un’unica impresa la cui entità presunta di lavoro non sia inferiore a 200 uomini-giorno

Copia della notifica deve essere affissa in maniera visibile presso il cantiere e custodita a disposizione dell’organo di vigilanza territorialmente competente..

Le conferme 
Il primo passaggio parlamentare non ha invece prodotto modifiche sull’articolo 25 del decreto sicurezza, che aumenta le pene per i subappalti non autorizzati. Il provvedimento trasforma i subaffidamenti illeciti in un «delitto», vale a dire in un reato più grave rispetto alla «contravvenzione» aumentando la sanzione prevista per chi lo commette. 
I subappalti illeciti sono ora puniti con la reclusione per un periodo compreso tra uno e cinque anni. Prima, invece, la pena prevista era l’arresto per un periodo compreso tra sei mesi e un anno. Resta invariata la sanzione pecuniaria (prima definita come «ammenda» ora come «multa», in funzione della diversa qualificazione del reato) per un valore «non inferiore ad un terzo del valore dell’opera concessa in subappalto o a cottimo e non superiore ad un terzo del valore complessivo dell’opera ricevuta in appalto». 
Le nuove pene valgono sia per i subappalti che per i cottimi e si applicano tanto a chi concede il subaffidamento che all’impresa che lo riceve.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Dimissioni chieste da Battisti e Toninelli. L’ad uscente: dissenso con il governo. Il ministro: il vento sta cambiando, ora una nuova società con più tecnici.

Azzerato il consiglio di amministrazione dell’Anas. Ieri hanno dato le dimissioni l’amministratore delegato Gianni Armani e le due rappresentanti di diretta espressione delle Ferrovie dello Stato, che possiedono (per ora) il 100% dell’azienda delle strade, Vera Fiorani e Antonella D’Andrea.

Le dimissioni del vertice erano state chieste nei giorni scorsi dal nuovo ad delle Fs, Gianfranco Battisti. Ieri la richiesta è stata rinnovata dal ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, in un incontro con Armani e l’ad di Anas si è dimesso. Immediatamente sono partite le lettere di dimissioni delle due esponenti di Fs. Il cda, composto da cinque persone, è decaduto per le dimissioni della maggioranza dei consiglieri.

Salta anche il presidente della società, Ennio Cascetta, che aveva resistito alla richiesta di Battisti di dimettersi. Cascetta era stato capo della struttura di missione del ministero delle Infrastrutture con Graziano Delrio ministro. 
In una nota Armani ha motivato le dimissioni «in considerazione del mutato orientamento del Governo sull’integrazione di Fs e Anas».
L’attuale consiglio di Anas era stato rinnovato in gennaio dalle Fs per tre anni, poco dopo il passaggio del 100% della società alle Ferrovie. Le Fs all’epoca erano guidate dall’ex amministratore delegato Renato Mazzoncini, al quale a fine dicembre il governo Gentiloni aveva rinnovato il mandato per tre anni.

Dopo il passaggio di Anas dal Mef sotto le Fs, lo stipendio di Armani era stato aumentato da circa 240mila a 540mila euro lordi l’anno la parte fissa, con la possibilità di arrivare a circa 600mila con il variabile.
A fine luglio il nuovo governo M5S-Lega ha rinnovato il consiglio delle Fs e ha nominato Battisti amministratore delegato.

Già la prossima settimana dovrebbe essere nominato il nuovo consiglio di Anas. A seguire, ma comunque entro la fine dell’anno, dovrebbe arrivare anche un decreto del governo, su proposta del ministro Toninelli, che tornerà a scorporare Anas da Fs, trasferendo nuovamente il pacchetto azionario della società stradale al ministero dell’Economia. Il Mef deve ancora decidere se tenerlo o dislocarlo presso una delle società controllate (si erano ipotizzate come soluzioni sia Cdp che Fincantieri).

In serata è arrivato il commento via tweet del ministro Toninelli. «Il vento sta cambiando anche in Anas. Al passato lasciamo sprechi, stipendifici e manovre meramente finanziarie. Per il futuro lavoriamo a una nuova Anas con meno gente dietro alla scrivania e più tecnici che progettano, costruiscono e mantengono sicure le nostre strade».

Fonte: Edilizia e Territorio

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I finanziamenti previsti per investimenti in infrastrutture stradali dell’Anas non saranno previsti più per il 2019, ma per il 2020 e 2021.

Fonte: Edil Tecnico

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La detrazione fiscale delle spese sostenute dall’1 gennaio 2018 per gli interventi di riqualificazione energetica (c.d. Ecobonus) sulle parti comuni di un condominio può essere ceduta ai fornitori che hanno effettuato gli interventi nonché ad altri soggetti privati, con la facoltà per gli stessi di successiva cessione del credito (con esclusione delle banche e degli intermediari finanziari) e alle banche e agli intermediari finanziari da parte dei soli contribuenti che ricadono nella no tax area.

Fonte: Lavori Pubblici

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Pochi disagi per i comuni, grazie al sussidio delle centrali regionali. Ma nella normativa italiana mancano strumenti tecnici sul Dgue che si attendono dall’Agid e dal Mit

La gestione interamente telematica delle gare di appalto non ha provocato disagi evidenti alle stazioni appaltanti ma non manca qualche rallentamento. Dal 18 ottobre è entrata in vigore la norma del codice appalti (articolo 40, comma 2) che stabilisce che le comunicazioni e gli scambi di informazioni tra enti e imprese devono avvenire esclusivamente per via elettronica. E lo stesso vale per il Dgue, il documento che serve alle imprese a certificare l’assenza di motivi di esclusione da una gara. L’Anci nei giorni scorsi aveva suggerito alle pubbliche amministrazioni in ritardo che è ancora possibile accettare offerte consegnate in buste e plichi con l’unica accortezza di sostituire, all’interno, i documenti di carta con supporti informatici tipo cd o chiavette.
Soluzione ritenuta superata – in base a quanto raccolto da «Edilizia e Territorio» – da quegli enti che già hanno aderito a piattaforme digitali per lo svolgimento delle procedure.

«Noi ci serviamo già da tempo, e con grossa soddisfazione, della piattaforma della Regione Lombardia Sintel – afferma Maria Luisa Beccaria, responsabile dell’ufficio appalti del Comune di Voghera -. Funziona meglio di Mepa e Consip ed offre corsi gratuiti per gli enti. Inoltre ha un call center che funziona e dove sono bravi a risolvere eventuali problemi. Le gare sono tracciate e per noi è un sinonimo di garanzia».

Sintel è la piattaforma di e-procurement della Regione Lombardia, istituita con lo scopo di realizzare un sistema di intermediazione telematica che supporti la Regione e tutte le pubbliche amministrazioni della Lombardia (e non solo) nella realizzazione delle proprie gare. Sintel consente agli enti, in completa autonomia, di realizzare gare sopra e sotto soglia comunitaria, interamente online, usufruendo dei servizi di formazione ed affiancamento operativo. La piattaforma è utilizzata anche in Piemonte, Liguria e Veneto. «Anche noi aderiamo a Sintel – dichiara Francesca Secondini, responsabile dell’ufficio appalti del Comune di San Giovanni Lupatoto (Verona) – ma al momento non abbiamo gare aperte».

Il Comune di Maranello (Modena) fa parte della Centrale di committenza dell’Unione comuni distretto ceramico: «Noi abbiamo aderito a Sater, Sistema acquisti telematici dell’Emilia-Romagna – afferma la responsabile dell’ufficio appalti Maria Gabriella Schirru. E chi non lo ha ancora fatto si sta adeguando. Per le gare promosse prima del 18 ottobre proseguiamo con le vecchie regole. Come centrale di committenza abbiamo ricevuto comunicazione da parte di Intercent-ER di utilizzare Sater e devo dire che gli operatori sono molto disponibili e gentili».

Segnala qualche rallentamento invece il responsabile dell’uffico appalti del Comune di San Vito dei Normanni, Francesco Palma: «Al momento – sostiene – non ci siamo ancora adeguati. Lo faremo all’occorrenza. Le nuove regole introdotte dal 18 ottobre hanno provocato qualche ritardo e noi al momento non stiamo pubblicando gare. Per i bandi oltre i 40mila euro aderiamo alla Stazione unica appaltante della provincia di Brindisi che ha la propria piattaforma. So però che molti enti sono in difficoltà perché ci si adegua sempre all’ultimo».

Sono invece già in linea – da molto tempo prima della scadenza ultima del 18 ottobre – le grandi stazioni appaltanti “informatizzate” come la centrale acquisti della Consip, che riveste il ruolo anche di soggetto aggregatore, e la centrale di committenza Invitalia
«Dal 2012 utilizziamo la nostra piattraforma di gara telematica per l’e-procurement, quindi sulla scadenza del 18 aprile, sul formato elettronico per le offerte siamo in anticipo da anni – spiegano i tecnici di Invitalia -. E sulle nostre gare ci facciamo mandare i documenti firmati digitalmente». «Tuttavia – segnalano sempre i tecnici della strutture tecniche di Invitalia – la normativa italiana non è completa: mancano ancora alcune disposizioni che devono essere emesse dall’Agid (Agenzia per l’Italia digitale, nda) per quanto riguarda la parte tecnica dell’implementazione di questo Dgue e, quindi, effettivamente, le stazioni appaltanti che vanno sul sito della commissione europea per utilizzare quello che la Commissione europea ha messo a disposizione, non trovano la parte relativa all’attuazione della normativa italiana. Questa rappresenta una oggettiva difficoltà ad adempiere appieno alla completa digitalizzazione, secondo il modello sperimentale della commissione europea».

Fonte: Edilizia e Territorio

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I costruttori: «Importante iniezione di risorse, ma la partenza è lenta. Attenzione alla spesa effettiva: nel 2016-2018 gap di 10 miliardi fra promesse e fatti»

La legge di bilancio piace ai costruttori che però aspettano il governo alla prova dei fatti: lo sblocco effettivo degli investimenti nel 2019. Nel rapporto dell’Ance che esamina le norme del disegno di legge di bilancio numerosi gli «apprezzamenti». Anzitutto per la «importante iniezione di risorse», calcolate in 97,5 miliardi in 15 anni «che sembrerebbero aggiuntive rispetto al Fondo da oltre 83 miliardi istituito presso la Presidenza del Consiglio». Valutazione nettamente positiva che plaude alla svolta di un governo orientato a fare degli investimenti pubblici la leva principale della scommessa sulla crescita. Svolta nelle cifre (sempre accompagnata dalla massima «attenzione all’effettivo utilizzo delle risorse») ma anche nell’apparato tecnico che si vuole creare all’interno della Pa per supportare gli investimenti e risolvere criticità storiche come quelle della pianificazione e della progettazione: la centrale per la progettazione delle opere pubbliche, appunto, la struttura di missione di supporto all’attività del Presidente del Consiglio in materia di investimenti pubblici e privati (denominata InvestItalia) e la cabina di regia “Strategia Italia” (anticipata dal decreto Genova).

L’apprezzamento Ance va a tutte e tre, ma per la centrale di progettazione e la task force l’allarme sui tempi di messa in moto (previsto un Dpr entro sei mesi) è massimo, al punto che la modalità e la tempistica di attuazione di questa norma può mandare per aria l’intero disegno.

«I tempi medio-lunghi necessari per il raggiungimento della piena operatività della centrale per la progettazione – dice il documento dell’Ance – appaiono incompatibili con l’obiettivo di rilancio degli investimenti pubblici nel 2019». Una obiezione che pesa come un macigno sulla valutazione dell’intero impianto. Non solo: «Il rischio è che nelle more della piena funzionalità» delle due strutture «si perda ulteriormente tempo e si finisca, come accaduto negli ultimi due anni, per annullare qualsiasi effetto positivo sul livello degli investimenti 2019». Ormai l’Ance su questo punto non fa più sconti a nessuno e il presidente dell’associazione, Gabriele Buia, lo ribadisce puntigliosamente. «Siamo stanchi di annunci che sfiorano il mito quando la realtà è poi molto più cruda. A noi interessa solo la spesa effettiva, la “salizzazione” (da Sal, stato avanzamento lavori, il documento che indica lo stato effettivo dei lavori realizzati da mettere in pagamento) e vorrei dire gli indici di occupazione che meglio di ogni altra cifra danno l’idea di una crescita reale, delle imprese con i loro lavoratori. Voglio ricordare che nel 2016 ci era stata annunciata una flessibilità Ue aggiuntiva per 5 miliardi quando il risultato a consuntivo è stato -1 miliardo. Nel 2017 ci veniva promessa una spesa aggiuntiva di un miliardo con il «fondo Renzi» e il superamento del patto di stabilità e il risultato finale è stato -2 miliardi. Nel 2018 il Def parlava di +850 milioni di investimenti e stiamo chiudendo a -750 milioni. In tutto un gap di 10 miliardi fra previsioni e realtà. Qualcuno si scandalizza ancora se i costruttori sono critici dopo tante parole non seguite dai fatti?

Nei confronti del nuovo governo l’apertura di credito è notevole ma l’avvertenza che a contare sono solo i fatti è, anche qui, chiara e netta. Seguita dalla richiesta di un alleggerimento immediato di procedure, a partire da quelle per Cipe, Corte dei conti e Consiglio superiore dei lavori pubblici.

Buia vuole anche rispondere al presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, che ieri, nell’intervista al Sole 24 Ore, ha pesantemente criticato il decreto Genova e la stagione delle nuove, pesantissime deroghe in arrivo. «Siamo in pieno accordo con il presidente Cantone e voglio ricordare che da anni conduciamo una battaglia contro le deroghe, mentre siamo per una legislazione ordinaria semplificata che acceleri l’iter per tutte le opere ». Buia apprezza anche «l’idea di una revisione a 360 gradi del codice degli appalti con un disegno di legge delega», ma chiede comunque al governo un decreto per introdurre le modifiche più urgenti. Quanto al ruolo dell’Anac – che l’Ance considera «fondamentale» nell’assetto del sistema delle opere pubbliche – Buia auspica comunque che «l’Autorità si concentri maggiormente sui controlli lasciando il ruolo regolatorio ad altre istituzioni». La conferma, in sostanza, della posizione dell’Ance che chiede il ritorno al regolamento generale attuativo del codice in sostituzione delle linee guida Anac.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Di rilievo il mese scorso i quattro bandi per accordi quadro pubblicati dall’Anas con un valore complessivo di 38 milioni.

Continua l’andamento altalenante del mercato della sola progettazione: dopo la flessione di settembre, a ottobre l’Oice registra un forte incremento sia nel numero (+58,8%) che nel valore (+243,4%), rispetto al precedente mese di settembre. Anche il confronto con ottobre 2017 è positivo: +11,8% per le gare e +203,3% per i valori.

I bandi di sola progettazione pubblicati a ottobre sono stati 389 per 126,8 milioni: si tratta dei valori massimi dell’anno, raggiunti grazie alla numerosità delle gare di alto valore, tra cui spiccano i quattro bandi per accordi quadro pubblicati dall’Anas, con un valore complessivo di 38 milioni.

Con il risultato di ottobre toma in campo positivo l’andamento dei primi 10 mesi del 2018 sul 2017: le gare pubblicate sono state 2.746 per 522,9 milioni di euro, pari a un incremento del 16,3% per gli avvisi e del 26,3% per i compensi rispetto ai primi dieci mesi del 2017.

L’andamento del settore della pura progettazione ha trainato anche il complessivo mercato di tutti i servizi di ingegneria e architettura che nel mese di ottobre ha un andamento fortemente positivo: cresce del 5,2% nel numero e del 9,7% nel valore rispetto a settembre 2018. Nel confronto con ottobre 2017 si rilevano incrementi del 5,2% nel numero e del 138,2% per il valore.

L’andamento dei primi dieci mesi del 2018 è praticamente stabile nel numero delle gare ma positivo nel valore: sono stati rilevati 4.909 bandi per 991,5 milioni: -0,8% nel numero e +28,3% in valore rispetto allo stesso periodo del 2017.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Sono dieci i rischi principali percepiti dalle medie imprese italiane e messi in fila nella nuova edizione del rapporto sul risk management stilano da Cineas, il consorzio universitario per l’ingegneria nelle assicurazioni, e da Mediobanca.

I dieci rischi percepiti dalle aziende
La cosa che preoccupa di più le imprese è la sicurezza sul lavoro – che in una scala di “gravità” da 0 a 100 ottiene il massimo del valore secondo gli imprenditori –, seguita dalla difettosità del prodotto e dal cyber risk (a quota 91), il rischio reputazionale (84), la business continuity (82), il rischio ambientale (81), le competenze professionali e le catastrofi naturali – un tema attualissimo, questo, con le alluvioni che stanno colpendo tra fine ottobre e inizio novembre diversi distretti industriali, soprattutto nel Nordest – (entrambe a quota 79), la compliance normativa (con un livello di “gravità” a 77) e l’imitazione del prodotto (64).

Il campione
Alla sesta edizione dell’Osservatorio hanno risposto poco meno di 310 aziende, appartenenti ai settori alimentare, beni per la persona e la casa, chimico farmaceutico, meccanico e metallurgico, con un fatturato medio di quasi 60 milioni di euro (58,2 milioni) e mediamente 151 dipendenti ciascuna.

Il passaggio generazionale 
Non compare tra i primi dieci rischi maggiormente temuti dalle medie imprese italiane, ma riveste comunque un elevato livello di criticità secondo i ricercatori di Cineas e Mediobanca: si tratta del passaggio generazionale, un problema che, per la natura stessa di una gran parte delle aziende italiane, rischia spesso di trasformarsi in un ostacolo insormontabile e non di rado di risultato fatale per il proseguimento dell’attività. «Il passaggio generazionale è considerato come un fattore di elevata criticità dall’80% delle aziende intervistate – si legge nel rapporto –. Le medie imprese del campione hanno quasi 50 anni di storia imprenditoriale e vedono alla guida più frequentemente la seconda generazione (41,3% dei casi) e la prima generazione (34,9%)». L’Osservatorio 2018 mette in evidenza un aspetto che si lega al nodo del passaggio generazionale: «La maggioranza dei Ceo (l’81%) proviene dalla famiglia proprietaria dell’azienda – spiegano da Cineas –, ma con il progredire delle generazioni aumenta la probabilità di assunzione di un amministratore esterno alla famiglia, che in genere è più giovane e, più frequentemente, ha un grado di istruzione universitaria. Questo modello di governance “aperta” porta performance economiche migliori, rispetto alle aziende dove permane la sovrapposizione tra proprietà e gestione familiare (Roi: 13,2% contro il 10,2%)».

Più gestisci i rischi più le performance sono buone 
«La nostra ricerca ci ha permesso di sottolineare come il governo dell’impresa debba ricomprendere la gestione dei rischi – commenta il presidente di Cineas, Massimo Michaud –. Le aziende più attente alla gestione del rischio guadagnano di più e sono più propense all’innovazione. In particolare, è importante che il management sia edotto sui rischi operativi dell’azienda in quanto nel 57% dei casi è responsabile di questa funzione. La gestione del rischio esce dalla sfera delle funzioni specialistiche per permeare l’attività dell’impresa nel suo complesso». La novità che emerge dall’Osservatorio 2018 è che le imprese che gestiscono i rischi nella modalità più evoluta (la gestione integrata) sono passate dal 17,2% del 2016 al 37,5% nel 2018. Inoltre, come sottolineato da Michaud, continua a evidenziarsi una «correlazione positiva tra performance economiche e gestione integrata dei rischi: oltre un terzo di ritorni in più (+34% il Roi e +39% di Return on Equity, Roe) per le aziende attente ai rischi». Nello stesso periodo, la percentuale di aziende sprovviste di un sistema di gestione dei rischi è passata da quasi il 20% a circa il 6%.

Il ruolo di Industria 4.0
Dall’Osservatorio emerge la coincidenza tra l’adesione a Industria 4.0 e le migliori performance economiche. «Solo il 23,2% delle imprese ha investito sia nell’innovazione dei macchinari che dei processi, mentre il 36% delle imprese non ha ancora attuato nessun tipo di trasformazione». I dati, spiega l’Osservatorio Cineas-Mediobanca «evidenziano che le imprese che si sono attivate per l’adozione delle innovazioni tecnologiche hanno performance economiche migliori» di quelle che sono indifferenti o in ritardo rispetto a Industry 4.0. Una quota notevole di imprese che si è cimentata con Industry 4.0 (30%), lo ha fatto dotandosi delle skills necessarie tramite piani di formazione interna (già realizzati o in programma per il 77,7% dei rispondenti) o tramite acquisizione di risorse esterne specializzate (20%). «Questo scenario – osserva Gabriele Barbaresco, Direttore dell’Ufficio Studi di Mediobanca commentando i risultati della ricerca – evidenzia la sempre maggiore centralità che stanno assumendo i cosiddetti asset intangibili – intendendo con questa espressione il know how, il valore del brand, la reputazione, gli investimenti nella formazione – per le performance dell’impresa».

Mancanza di consapevolezza sulla possibilità di assicurarsi 
Vi sono alcuni rischi che le imprese percepiscono come non assicurabili, tra i quali ad esempio il rischio di danno ambientale (rispetto al quale sono assicurate il 58% delle imprese). Il ricorso all’assicurazione coinvolge meno di un terzo degli intervistati per tutta una serie di rischi che vanno business continuity e supply chain (il 32% delle imprese è assicurato), cyber risk (23% di imprese assicurate), tutela delle competenze professionali ex aequo con il rischio reputazionale (19% di assicurati) e imitazione del prodotto (13%). La causa del basso ricorso all’assicurazione è duplice: da una parte la mancata conoscenza dell’offerta assicurativa, dall’altra la percezione che l’evento dannoso abbia una bassa probabilità di verificarsi. Il costo delle polizze non sembra invece rappresentare il motivo principale della rinuncia (solo 25% dei casi). 
Secondo l’Osservatorio, rischio reputazionale, perdita delle competenze e interruzione della catena di fornitura (business continuity) rappresentano i profili per i quali la convinzione che non esista uno strumento assicurativo disponibile alla bisogna giustifica in misura preponderante il mancato ricorso alla copertura. Negli altri casi il quadro appare maggiormente equilibrato, mentre spicca per i rapporti invertiti il caso del cyber risk. «Qui non si può non richiamare l’ancora insufficiente percezione della concretezza del rischio da parte delle medie imprese che tendono a considerare l’evenienza confinata a imprese di maggiori dimensioni e operanti in settori specifici (ad esempio, nella finanza o nella salute)».

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Tra gennaio e settembre presentate all’Istituto 469.008 denunce di infortunio sul lavoro (-0,5% rispetto allo stesso periodo del 2017), 834 delle quali con esito mortale (+8,5%). Le patologie di origine professionale denunciate sono state 44.083 (+1,8%).

Fonte: Punto Sicuro

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L’ANAC (Autorità Nazionale AntiCorruzione) ha inviato al Governo ed al Parlamento l’Atto di segnalazione n. 4 del 17 ottobre 2018 “Concernente la verifica degli affidamenti dei concessionari ai sensi dell’art.177 del D.lgs. n. 50/2016 e adempimenti dei concessionari autostradali ai sensi dell’art. 178 del medesimo codice”.

Fonte: Lavori Pubblici

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Il presidente Anac: con il Dl Genova si rischia di tornare a una politica di scorciatoie continue. Investimenti frenati spesso dalle disponibilità di cassa. Dèbat public risposta debole alla ricerca del consenso sulle opere.

Presidente Cantone, lei è stato critico su molti aspetti del decreto Genova. Che considerazioni fa sul provvedimento avviato ormai alla conversione parlamentare?

Anzitutto una considerazione generale: è la certezza di norme e non l’assenza di norme che tranquillizza le amministrazioni e consente di realizzare le opere. Il decreto Genova deroga a tutto, un fatto senza precedenti che presenta profili critici. Anche se si azzerassero tutte le norme nazionali, si dovrà tenere conto delle direttive Ue. Inoltre, si dovrà decidere quali norme nazionali applicare e quali derogare. E, infatti, il commissario mi ha detto di voler costruire un quadro di norme che intende applicare. Ci ha anche chiesto di firmare un protocollo per la vigilanza collaborativa, come facemmo, con successo, nel caso dell’Expo. Decideremo se firmare dopo aver esaminato il quadro di norme che saranno applicate.

Teme conseguenze generali sull’ordinamento?

Si è voluto dare un segnale ideologico sul fatto che si possa derogare a tutto in materia di appalti, gestione dei rifiuti, sicurezza del lavoro. Sarà molto difficile non replicare questo meccanismo in situazioni come quella che vediamo in questi giorni, catastrofi di dimensioni colossali che mettono in ginocchio l’economia di una regione come il Veneto o quelle che vediamo in Sicilia. Come si potrà dire no? Il rischio vero è quello di tornare a una politica di deroghe continue.

C’è un’alternativa al commissario-superman di fronte a fatti così gravi?

La strada giusta è l’articolo 63 del codice appalti: stabilire una volta per tutte i criteri che si applicano alle emergenze, sia pure con gradazioni diverse a seconda degli eventi, e poi non derogare più. Il commissario diventa coordinatore di regole chiare da applicare. Se invece ogni volta creiamo un apparato speciale di norme, passiamo mesi a parlare di deroghe, come per Genova, e poi non avremo le amministrazioni capaci di applicarle.

Si dice che il Ponte si ricostruirà in un anno. Non le sembrano tempi ottimistici?

Per capire se le valutazioni siano eccessivamente ottimistiche dobbiamo capire quale quadro di regole si applicherà. Spero non si dia troppo lavoro agli avvocati. L’altra cosa che dobbiamo capire è quali tempi ci vorranno per la demolizione. L’esclusione di Aspi non sembrerebbe interessare l’attività di demolizione. Sarebbe interessante capire chi sta facendo l’eliminazione dei detriti in questo momento. Noi non ne abbiamo evidenza.

Dell’esclusione di Aspi dalla ricostruzione cosa pensa?

Il decreto originario escludeva tutti i concessionari autostradali e chi aveva rapporti con loro. Una conclusione eccessiva, che non aveva ragion d’essere, perché se si ritiene che il soggetto titolare di quella specifica concessione, cioè Aspi, abbia una responsabilità specifica, in che modo si riteneva potessero essere responsabili anche tutti gli altri? Ora l’eccesso è stato corretto. Quanto ad Aspi, se il governo ha ritenuto ci fossero elementi di responsabilità, la scelta di escludere è coerente.

Avete riproposto sabato scorso un tema più generale di concessioni. C’è qualcosa che non va nell’istituto?

È un tema rilevante del Paese. L’istituto in sé ha una sua ragion d’essere. Io starei attento a dire “ripubblicizziamo tutto” perché il passato ha dimostrato l’incapacità dello Stato di gestire opere e servizi in modo imprenditoriale. Non c’è dubbio, però, che alcune cose vanno corrette. Abbiamo avviato, molto prima di Genova, una ricognizione che evidenzia una quantità abnorme di concessioni, molte delle quali vanno avanti per inerzia.

Come si rimedia?

I concedenti devono ricordare sempre di essere i proprietari del bene. Devono ricordarlo quando firmano le convenzioni, che definiscono aspetti delicati anche per i cittadini, come le tariffe. E devono ricordarsene facendo vigilanza.

Serve una legge quadro?

Ci sono direttive Ue e anche il codice degli appalti. Non credo serva una norma generale. L’importante è che il concedente si ricordi di agire. Questo vale a livello locale, ma anche nazionale, a partire da Mise e Mit che hanno una grande quantità di concessioni.

Che pensa del ritorno delle semplificazioni, compreso un decreto fantasma approvato dal governo?

È una parola che non sopporto più perché priva di qualunque concretezza. Il problema è trovare le norme per fare le cose nei termini giusti, senza ruberie, rispettando tempi e costi. Spesso le semplificazioni comportano ulteriori interventi normativi che vanno a sovrapporsi a quelli esistenti.

Eppure nel libro che ha pubblicato in questi giorni con Enrico Carloni, “Corruzione e anticorruzione- Dieci lezioni”, propone una commissione permanente di esperti.

In quel caso l’idea è sfoltire. Eliminare norme che non servono più. Bisogna fare pulizia delle tante interferenze dei sistemi precedenti.

Ha più parlato con il presidente del Consiglio Conte della riforma del codice appalti?

Sì, mi ha confermato che si vuole intervenire sul codice coinvolgendoci. Si pensava a un intervento a 360° con una riapertura della delega del 2015, che mi trova d’accordo. E ad alcuni interventi immediati di semplificazione ma non ne ho più sentito parlare e non mi pare il codice appalti sia fra le emergenze in questo momento.

La legge di bilancio vuole rilanciare gli investimenti e crea nuovi strumenti come la centrale di progettazione e una nuova cabina di regia, InvestItalia. Le sembra si vada sulla strada giusta?

Eviterei di creare altre parole magiche come cabina di regia perché, alla prova dei fatti, incontrano grandi difficoltà a operare, soprattutto quando si tratta di raccordarsi a Regioni ed enti locali. Quanto al rilancio degli investimenti, nel 2017 c’è stata una ripresa dei bandi di gara e delle aggiudicazioni. Dovremmo concentrarci di più a capire dove si inceppa il percorso, anziché aggiungere strutture nuove.

Secondo Lei dove si inceppa?

A me sembra che si sia sottovalutato un tema di disponibilità di cassa delle amministrazioni in un Paese dove gli appalti non vengono pagati. Faccio l’esempio del consorzio Cociv sul Terzo valico. Dopo le inchieste abbiamo messo come nostro commissario l’ingegner Rettighieri che ha rimesso in moto l’opera e ora mi dice che si rallenta perché non ci sono più i soldi.

Spesso la disponibilità concreta della cassa passa per procedure complicatissime, delibere e decreti.

Procedure molto complesse che, soprattutto per gli interventi maggiori, passano per il Cipe. Lì bisogna intervenire.

Per il Terzo valico pesa anche il continuo processo di rivisitazione della programmazione che riguarda le grandi opere.

Non voglio entrare nel merito delle singole opere ma vedo che la criticità sta nella durata della pianificazione. Oggi noi stiamo parlando di mandare in cantiere opere autostradali programmate negli anni ’90. Per non parlare del Mose, programmato negli anni ’80. Spesso le opere si scontrano con sensibilità politiche che cambiano nel tempo. La cosa peggiore è lasciare le opere a metà. Ma c’è anche un altro problema, un difetto di coinvolgimento delle popolazioni nella decisione sulle opere.

Le norme sul débat public vorrebbero rimediare.

Il decreto è ancora in corso di approvazione e comunque mi sembra una risposta molto debole. Bisogna spiegare ai cittadini i benefici di un’opera.

Nel suo libro lei parla del modello italiano anticorruzione, dei passi avanti fatti con la legge Severino e l’istituzione dell’Anac. Perplessità, invece, sulla eliminazione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado di cui si parla in questi giorni.

È vero, sono contrario. Non c’è solo un profilo di incostituzionalità. Temo anche che l’effetto di un blocco della prescrizione possa essere, per eterogenesi dei fini, che i processi non si fanno più perché si appesantisce ulteriormente la macchina della giustizia. Mi faccia aggiungere che l’obiettivo del libro è aiutare a focalizzare una politica anticorruzione su elementi reali, lasciando aspetti distorsivi che nascono dal dibattito politico. Faccio l’esempio del whistleblowing. Mi sono sentito spesso rispondere a questa proposta non con obiezioni inerenti al suo funzionamento, ma che le delazioni anonime sono pericolose. Peccato che le delazioni anonime non c’entrino nulla.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Per il Governo è una delle misure fondamentali per riavviare gli investimenti. Il doppio pericolo: “ingolfamento” da troppa domanda o ennesima “scatola vuota”.

Il governo non cede alle proteste di progettisti e società di ingegneria e anzi rilancia sulla centrale di progettazione delle opere pubbliche. Rispetto alle bozze circolate nei giorni scorsi la novità del testo della legge di Bilancio, presentata ufficialmente alla Camera, è la scelta di far partire il prima possibile la nuova struttura, agevolando fin da subito l’assunzione dei primi 50 tecnici.

A occuparsi dell’assunzione di queste prime 50 unità di personale sarà la stessa «commissione permanente di valutazione» cui l’articolo 17 della Manovra affida il compito di selezionare tutto il resto della forza lavoro che alimenterà l’organico della Centrale (fino a un massimo di 300 unità) tramite procedura pubblica. A stabilire i paletti di trasparenza per le assunzioni sarà un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri. Questi paletti non serviranno però per chiamare in causa i primi 50 addetti che potranno essere reclutati «prescindendo da ogni formalità» attingendo dal personale di ruolo già in forza agli enti pubblici.

Il Ddl Bilancio, ricordiamo, istituisce la nuova Centrale a partire dal primo gennaio 2019. Dal testo finale (dell’articolo 17)  sono spariti i riferimenti che facevano della nuova struttura una “costola” dell’Agenzia del demanio. Ora si stabilisce che la centrale opera «in autonomia amministrativa, organizzativa e funzionale», agli ordini di un «coordinatore», scelto sempre dalla commissione di valutazione. In realtà il Demanio non esce completamente di scena. Anzi. Il nome dell’Agenzia ricompare quando si tratta di trovare le coperture per il finanziamento della struttura. Si tratta di 100 milioni all’anno, che, a partire dal 2019, l’Agenzia, vigilata dal ministero dell’Economia, potrà spendere proprio per rendere operativa la nuova struttura, su cui il governo “appoggia” buona parte della strategia del rilancio degli investimenti.

Palazzo Chigi ci crede così tanto che, nella relazione illustrativa della Manovra, la centrale di progettazione delle opere viene definita come pilastri della Manovra. Oggetto di discussione anche a Bruxelles, quando si è trattato di difendere le posizioni italiane sulle stime di crescita del Paese e la capacità di rispettare le stime sul rapporto tra debito e Pil.

Oltre a fornire progetti o servizi (direzione lavori, collaudi) in «tempi rapidissimi o molto contenuti» agli enti che ne faranno richiesta, la Centrale dovrebbe occuparsi anche di mettere a punto una serie di progetti standard per infrastrutture dalle caratteristiche simili o lavori ad alto grado di ripetitività. Obiettivi ambiziosi per una struttura formata da tecnici pubblici, che dovrebbero peraltro lavorare senza gli incentivi che il codice dei contratti riconosceva in passato a chi firmava il progetto di una infrastruttura.

Trecento addetti sembrano tanti, soprattutto agli occhi degli scettici che guardano alla Centrale come all’ennesimo “carrozzone” pubblico chiamata a scendere in campo in settori già ben presidiati dal mercato. A ben guardare, 300 addetti, non tutti chiamati a progettare, sono meno di un quarto del personale in forza a Italferr (1.288 occupati), la prima società di ingegneria italiana per fatturato (178 milioni, gruppo Fs). E due rischi correlati alla nascita di questo nuova agenzia sono già ben evidenti.

Se il progetto parte con il piede giusto il primo pericolo è quello dell’ «ingolfamento». Facciamo un esempio: con numeri simili (più o meno 300 dipendenti) l’Autorità Anticorruzione riesce con fatica a stare dietro alle necessità di interpretazione delle regole generali e ai puntuali quesiti normativi inviati da imprese e enti locali. Non è difficile immaginare quale impegno richieda il progetto di un’opera da calare su un territorio specifico. Il secondo pericolo, ancora più facile da presagire, è invece quello di creare un’altra scatola vuota. Una struttura destinata, come tante altre del passato, a durare lo spazio di una legislatura (se non meno). Per vincere la scommessa il Governo dovrà evitarli entrambi.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Regioni e Comuni chiedono procedure più snelle in fase di redazione del documento delle alternative progettuali e del progetto di fattibilità

Fonte: Edilportale

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Con il “Decreto Salvini”, su cui il Governo ha posto la fiducia, il Testo Unico Sicurezza e Lavoro cambia: arrivano notifica al prefetto e sanzioni ai subappalti illeciti. In cosa consistono?

Fonte: Edil Tecnico

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La semplificazione deve incrementare l’accesso delle pmi

Maggiore attenzione alle piccole e medie imprese; garanzie di una rapida trasformazione digitale delle procedure di appalto; semplificazione delle procedure e standardizzazione dei documenti di gara e delle fasi di fatturazione e pagamento. Sono questi alcuni dei punti toccati nel parere espresso dal Comitato europeo per le regioni sul cosiddetto pacchetto sugli appalti pubblici (costituito da due comunicazioni e una raccomandazione della Commissione europea) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea il 25 ottobre 2018. Nel documento si premette che «parecchi Stati membri hanno recepito le direttive sugli appalti pubblici del 2014 soltanto di recente» e che questo comporta «azioni di formazione e consulenze». Viene poi toccato il tema degli appalti digitali per i quali «sono necessari maggiori progressi» e, al riguardo, vengono auspicati «maggiori orientamenti sui moduli elettronici e le procedure di appalto elettroniche, per impedire l’adozione di approcci nazionali in contrasto con l’approccio dell’Ue ed evitare che gli enti locali e regionali siano lasciati nell’incertezza su come e quando utilizzare moduli e procedure differenti».

Nel parere si punta poi l’accento sul tema della «professionalizzazione degli appalti pubblici » e in particolare sul fatto che si debba «garantire una rapida trasformazione digitale delle procedure e l’introduzione di processi elettronici per tutte le fasi salienti, segnatamente quelle di notifica, accesso ai bandi e presentazione, valutazione, aggiudicazione dell’appalto, ordinazione, fatturazione e pagamento». Sul fronte della complessità delle procedure e dell’assenza di documenti standardizzati, il parere nota che si tratta di elementi che hanno «fatto lievitare i costi amministrativi degli appalti pubblici (sia per gli acquirenti che per i venditori)». Per questo «la normativa degli Stati, facendo proprio l’obiettivo delle direttive, non dovrebbe rendere più complessa la regolamentazione, né estenderla in modo lineare al di sotto delle soglie previste, come è avvenuto in alcuni casi».

Per quel che riguarda gli appalti in materia di innovazione il comitato delle regioni «solleva ulteriori problemi di governance e di coerenza per quanto riguarda gli obiettivi principali degli appalti pubblici e la propria finalità di fare degli appalti pubblici uno strumento di politica di innovazione; l’innovazione nel settore degli appalti presuppone, inoltre, la disponibilità di maggiori capacità concettuali, operative e gestionali, nonché di documenti standardizzati, per affrontare i negoziati multilaterali inerenti a progetti complessi». Una particolare attenzione viene riservata anche al tema delle piccole e medie imprese: «Al momento dell’adozione delle nuove direttive sugli appalti pubblici, la promozione delle pmi venne messa in evidenza come uno dei cinque punti principali della riforma del settore; tuttavia il grado di semplificazione raggiunto è tuttora insufficiente ad incrementare l’accesso delle pmi ai contratti di appalti pubblici; osserva che gli appalti pubblici rivestono una grande importanza per le pmi, e che i loro interessi dovrebbero essere posti al centro della politica in materia di appalti pubblici e della sua attuazione». Altro punto trattato nel parere è quello degli appalti transfrontalieri: «la causa principale di gran parte delle difficoltà che sorgono alle frontiere risiede nella diversità dei regolamenti nei sistemi giuridici e amministrativi nazionali; spesso le norme del diritto dell’Ue sono applicate in modo più o meno rigoroso nei vari Stati membri: pertanto, la coesistenza di due sistemi diversi lungo le frontiere interne dell’Unione può essere fonte di complessità e, talvolta, di incertezza giuridica, facendo così lievitare i costi».

Fonte: Italia Oggi

L’Autorità guidata da Cantone sottolinea ampie divergenze nei dati comunicati dal Mit e dalle società che gestiscono la rete autostradale sulla quota di lavori da affidare all’esterno. Gas: “Monopoli di fatto incidono sulle tariffe”.

Fonte: la Repubblica.it

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Il comunicato congiunto (leggi articolo) della RPT (Rete Professioni Tecniche) e dell’OICE (Associazione delle organizzazioni di ingegneria, di architettura e di consulenza tecnico-economica) non è riuscito a far cambiare idea al Governo sulla “Centrale per la progettazione delle opere pubbliche” inserita all’interno del disegno di Legge di Bilancio per il 2019.

Fonte: Lavori Pubblici

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A sei mesi dal primo schema di Dm (che attua l’art. 23, comma 3), gli enti hanno proposto modifiche per sfoltire adempimenti e procedure

Accelera l’iter dei due decreti attuativi del codice appalti che riguardano la progettazione: il decreto (più importante) sui livelli di progettazione, in attuazione dell’articolo 23, comma 3; e poi il decreto sulla progettazione semplificata (per lavori di manutenzione ordinaria di importo fino a 2,5 milioni di euro), in attuazione dell’articolo 23, comma 3-bis

Il 30 ottobre scorso, dopo vari rinvii, i rappresentanti del ministero delle Infrastrutture, delle Regioni e dei Comuni si sono incontrati per un confronto tecnico sui due provvedimenti. Si è trattato del primo vero esame tecnico da quando il Mit, nel maggio scorso – per iniziativa del precedente ministro Graziano Delrio – ha definito i due schemi di decreto e ha avviato l’iter del confronto istituzionale. Con gli effetti del cambio di governo, l’iter si è praticamente fermato, anche se il ministero delle Infrastrutture ha ricevuto – in particolare sul provvedimento più importante (livelli di progettazione) – le richieste di modifica da parte del ministero dell’Ambiente (nel maggio 2018) e successivamente le osservazioni del Consiglio di Stato (a giugno 2018). Poi tutto è rimasto fermo, fino a pochi giorni fa. 

Gli Enti locali e soprattutto le Regioni hanno messo nero su bianco la lista delle richieste di modifica, complessivamente volte ad alleggerire il più possibile gli adempimenti che riguardano le due principali novità legate all’attività preliminare alla progettazione, e cioè il “quadro esigenziale” e il “documento di indirizzo alla progettazione”. Novità sulle quali interviene nel dettaglio lo schema di Dm ministeriale. 

Secondo i comuni, «l’intero impianto del provvedimento si caratterizza per una mole rilevante di elaborati e relazioni tecniche da dover redigere, all’interno dei tre diversi livelli di progettazione che, ad avviso di Anci, rischiano di appesantire il provvedimento». In particolare i comuni chiedono semplificazioni procedurali soprattutto per quanto attiene alla «fase di pre-programmazione». Per esempio gli enti locali chiedono che per gli interventi di importo inferiore ai 100mila euro (che in quanto tali non sono inseriti nella programmazione degli enti) non si debba approvare il “quadro esigenziale”, «purché il primo livello di progettazione sottoposto ad approvazione» contenga gli elementi da includere nel quadro esigenziale.
LE PROPOSTE DI MODIFICA ALLO SCHEMA DI DM PRESENTATE DALL’ANCI 

Snellimenti richiesti anche dalle Regioni, le quali hanno consegnato al Mit un documento più articolato che riporta le numerose richieste di integrazione e modifica elaborate da Itaca, cioè l’organo tecnico degli enti territoriali. Anche in questo caso si punta il dito sul “quadro esigenziale” «La presenza del quadro esigenziale – dicono le Regioni – quale documento necessario per l’avvio della progettazione è comunque un appesantimento nell’iter di avvio della realizzazione di un’opera; tenendo conto che comunque le amministrazioni devono attuare pianificazioni settoriali si propone la definizione dei suoi contenuti in coerenza con quanto già previsto lì».
LE PROPOSTE DI MODIFICA ALLO SCHEMA DI DM PRESENTATE DALLE REGIONI 

Come si diceva, già nel maggio scorso, anche il Consiglio di Stato aveva esaminato lo schema di decreto del Mit e aveva dato una valutazione complessivamente positiva, suggerendo alcune modifiche al testo. 
LE OSSERVAZIONI DEL CONSIGLIO DI STATO AL DM SUI LIVELLI DI PROGETTAZIONE 

La discussione tecnica non si è esaurita. I documenti presentati da Regioni e Comuni, vanno infatti considerati un «contributo istruttorio» e sono «da ritenere ancora parziali e non definitivi». Il lavoro ora prosegue presso il ministero delle Infrastrutture, presso un tavolo tecnico ad hoc chiesto dalle Regioni, per discutere anche lo schema di Dm sulla progettazione semplificata.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Gli operatori chiedono strumenti certi per la valutazione della sostenibilità delle costruzioni

Fonte: Edilportale

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Il Testo Unico Edilizia verrà totalmente riscritto e si passerà al Testo Unico delle Costruzioni

Fonte: Edil Tecnico

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Ma ai professionisti non piace: ‘proposta aberrante, disegno per l’eliminazione della libera professione’

Fonte: Edilportale

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Bilancio 2019: previsti 2 miliardi per l’edilizia sanitaria e 3,7 miliardi per la manutenzione di scuole e strade nelle province

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Entra oggi in vigore la Delibera ANAC 4 luglio 2018, n. 803 recante “Regolamento sull’esercizio dell’attività di vigilanza in materia di contratti pubblici” pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n. 241 del 16 ottobre 2018.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Dopo la conclusione della consultazione pubblica avviata dal Ministero delle infrastrutture e trasporti sul Codice dei contratti e le proposte della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome riceviamo e pubblichiamo le proposte di modifica presentate da CONFORMA sul tema delle verifiche indipendenti nel settore delle costruzioni, in particolare nell’ambito della verifica della progettazione (art. 26 del D.Lgs. 50/2016).

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

È entrata in vigore l’11 ottobre 2018 la nuova UNI 11728:2018 – Acustica – Pianificazione e gestione del rumore di cantiere – Linee guida per il committente comprensive di istruzioni per l’appaltatore. La nuova norma tratta la gestione dell’impatto acustico, volta alla tutela dei lavoratori presenti in cantiere ed i cittadini delle aree circostanti, direttamente raggiunti dal rumore prodotto.

Fonte: Ingegneri

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Applicando le ultime soluzioni hi-tech, il retrofit può generare risparmi nei consumi fino al 90% e valere un giro d’affari di quasi 100 miliardi (in Italia due milioni di case sono in cattivo stato).

Facciate ipertecnologiche. In tutto o in parte prefabbricate, che si applicano dall’esterno agli edifici esistenti consentendo di eseguire lavori di retrofit senza dover liberare gli immobili durante i cantieri, dimezzando i tempi e (di conseguenza) abbassando molto i costi di riqualificazione . Ancora: nuovi rivestimenti o pitture che agiscono in modo diretto sulla riduzione dell’inquinamento interno ed esterno; impianti ad altissima efficienza, che gestiti con equilibrio possono migliorare in modo sensibile il comfort degli edifici; sistemi domotici e di controllo intelligenti, che sono in grado di fotografare gli usi degli residenti e adeguarsi in autonomia alle loro reali esigenze e persino di orientare il consumatore finale verso una migliore gestione delle risorse.

Il futuro del condominio è legato all’evoluzione tecnologica. Ma, soprattutto, alla capacità da parte del consumatore di comprendere che ogni palazzo è un sistema. Che si tratti di reinstallare una caldaia, rifare un tetto o inserire un cappotto termico, la visione generale è ciò che conta. Avere un progetto d’insieme prima di partire con i lavori (anche nel caso in cui questi vengano poi implementati per fasi) è fondamentale.

La riflessione sul tema della riqualificazione del tessuto costruito avanza. Trainata dagli eventi e dalle fiere di settore: che da Bologna a Bolzano si occupano sempre di più del futuro delle nostre città a partire dagli spazi abitativi. Non è solo una questione di sostenibilità ambientale: in Italia circa il 62% degli immobili è stato costruito prima del 1990, parliamo di palazzi energivori, non sicuri, spesso inadeguati a rispondere alla domanda d’uso. Gli edifici residenziali, come ha sottolineato recente Scenari Immobiliari, sono oltre dodici milioni e di questi, oltre due milioni (16,8%), sono in mediocre o pessimo stato di conservazione. Per una riqualificazione totale sarebbero necessarie risorse per oltre cento miliardi.

Il Politecnico di Milano è impegnato in questi mesi nello sviluppo del progetto europeo Heart, cui partecipano 16 partner scientifici ed industriali dell’Unione e che prevede la realizzazione di due progetti pilota, in Italia e in Francia. L’obiettivo è lo sviluppo di un kit di tecnologie multifunzionali (che spazia da elementi di riqualificazione fisica dell’immobile, a impianti innovativi, a soluzioni per il controllo in fase di gestione) in grado di ridurre il consumo energetico di un edificio residenziale multipiano anche dell’80% – 90%. Si stima che la soluzione sistemica sviluppata sarà inoltre in grado di ridurre i tempi di installazione di almeno il 30% rispetto alle normali pratiche di retrofit e garantire un payback dell’investimento inferiore ai 15 anni.

Le case history mostrano la strada da percorrere (vedi anche i due casi a lato, ndr). Fra gli sviluppi più interessanti, spicca la sperimentazione di facciate “plug&play”: supporti prefabbricati in acciaio, legno o con sistema misto, che vengono attaccati dall’esterno alla struttura da risanare. Con il vantaggio di integrare una dotazione di impianti altrimenti impossibili da installare, se non a fronte di pesanti lavori di risanamento: climatizzazione, pompa di calore e condensazione, ventilazione meccanica controllata, fotovoltaico e così via.

«Se fino a ieri la domanda a cui eravamo chiamati a rispondere era risparmiare energia – ha spiegato al Saie Lorenzo Balsamelli della Onleco – oggi l’asticella si è alzata. Una casa smart deve rispondere a più criteri, dalla qualità dell’aria indoor al comfort acustico e visivo, al benessere. Bisogna però anche capire se in presenza di strutture che invecchiano, la strada corretta sia sempre la riqualificazione anziché la sostituzione». Anche in presenza di importanti incentivi economici al retrofit (i bonus energetici, che per il condominio raggiungono anche l’85% con interventi antisismici in zone a forte rischio) occorre creare le condizioni perché si moltiplichi l’interesse finanziario a investire sul recupero dell’esistente.

«Uno dei problemi è l’abbattimento del rischio economico che deriva dalla malagestione energetica di un immobile – spiega Niccolò Aste, professore ordinario del dipartimento di Architettura, Ingegneria delle costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano –. Spesso un edificio riqualificato può raggiungere ottime prestazioni. Che, tuttavia, rischiano di essere drasticamente ridotte per l’uso scorretto da parte di chi lo abita. Per un soggetto investitore, poniamo il caso di una Esco, che anticipa al condominio le risorse necessarie al risanamento recuperandole nella fase di gestione e realizzando un utile, è fondamentale ridurre al minimo questa variabile. Grazie all’impiego di opportuni sistemi di building automation, è possibile oggi monitorare e segnalare i casi in cui il surplus dei consumi deriva dall’incuria del singolo inquilino, che potrà essere chiamato a concorre alle maggiori spese, disincentivando in tal modo comportamenti inappropriati e sperperi energetici».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Opere pubbliche: No alla creazione di una nuova Italstat per la loro progettazione. Inaccettabile l’ipotesi contenuta nella bozza di legge di bilancio“. E’ questa la dura presa di posizione del settore delle professioni tecniche afferenti al mondo ordinistico e confindustriale che definiscono inaccettabile l’ipotesi contenuta nella bozza di legge di bilancio, su intenzione del Ministero dell’economia e finanze, in base alla quale l’Agenzia del Demanio potrebbe assumere la veste di progettista di opere pubbliche, stazione appaltante e soggetto di committenza delegata da parte di altre Amministrazioni.

Fonte: Lavori Pubblici

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La Conferenza delle Regioni, in occasione della consultazione lanciata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nell’ambito dell’annunciata riforma del codice dei contratti, ha lanciato una serie di proposte, alcune delle quali non sono in linea con i principi a cui si ispirano i professionisti addetti ai lavori.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

“Il vostro è un settore che esce da troppi anni di sofferenza. Adesso si intravede una timida ripresa, ma questa tendenza va sorretta, incoraggiata, rafforzata, spingendo in particolare sul pedale della digitalizzazione di tutta la filiera”.

Sono queste le parole che il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, ha pronunciato nel suo intervento al seminario organizzato daFedercostruzioni in occasione del Saie di Bologna dello scorso 17-20 ottobre.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Richieste della Conferenza delle regioni e delle province autonome per la riforma del codice. Da ripristinare l’incentivo del 2% per progettazioni interne

Fonte: Italia Oggi

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Le linee guida Anac non vincolanti non si possono assumere a parametro di legittimità delle decisioni adottate dalle stazioni appaltanti con gli atti di gara; non fissano regole prescrittive ma solo ricognitive di principi generali. 

Fonte: Italia Oggi

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E’ in consultazione fino al 15 novembre 2018 l’Aggiornamento 2018 del Piano Nazionale Anticorruzione, l’atto di indirizzo rivolto alle amministrazioni pubbliche per contrastare il rischio di fenomeni corruttivi.

Fonte: Lavori Pubblici

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Boccia: opere necessarie per crescere: non si governa fregandosene dello spread, nel merito siamo molto arrabbiati e determinati

Il governo apre il capitolo degli investimenti pubblici – che sono parte fondamentale della sua strategia di bilancio – con un vertice che oggi a Palazzo Chigi dovrebbe mettere a punto il piano delle priorità infrastrutturali da finanziare con i 15 miliardi aggiuntivi triennali stanziati dalla legge di bilancio e le prime linee-guida della riforma del codice degli appalti pubblici. Sul piano ci potrebbe essere già oggi un primo chiarimento sullo sblocco del Terzo Valico – la prima delle grandi opere su cui il ministero delle Infrastrutture arriverà a una conclusione dell’analisi costi-benefici che ha fermato l’intero programma – mentre il ministro Toninelli ha fatto sapere ieri di puntare a 1,5 miliardi per le spese delle province su manutenzione e messa in sicurezza di ponti e cavalcavia.

Sul fronte del codice degli appalti, è il presidente del Consiglio Conte a tenere in mano le redini della riforma. Il punto fondamentale è il ritorno a un regolamento generale vincolante che dovrebbe superare o ridimensionare la soft law affidata all’Anac con lo strumento delle linee-guida.

Proprio il rilancio delle infrastrutture è uno dei punti su cui ha insistito ieri il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia: la crescita, è il suo pensiero, è il punto debole della manovra e gli investimenti in opere pubbliche sono determinanti per quell’aumento del Pil necessario a sostenere lo sformento del deficit.

«Questo governo intende aprire i cantieri a partire dalla Torino-Lione, dal Tap, il Terzo Valico e la Pedemontana per citarne alcuni? Non serve al paese una politica che dice no alle grandi opere e pensa solo alle piste ciclabili», ha detto ieri Boccia incalzando l’esecutivo a spiegare i contenuti dell’azione di governo e l’impatto sull’economia reale. La lettera della Ue, il declassamento di Moody’s: «non si può governare un paese prescindendo dalla sostenibilità economica, dicendo che te ne freghi dello spread che poi pagano gli italiani, famiglie e imprese», ha continuato il presidente di Confindustria, parlando alla presentazione del rapporto Anitec-Assinform. «Siamo molto arrabbiati e determinati, ma uso la forza del pensiero e non quella dei toni».

C’è un problema di deficit e di debito, ha ricordato Boccia commentando le parole del presidente della Bce, Mario Draghi. Prima si spiega la manovra «che è debole sulla crescita» prima si riescono a calmierare i mercati. E «non è l’ideale – ha aggiunto intervistato da Radio 24 – chiedere ad altri la cortesia di comperare titoli pubblici italiani, siamo un paese sicuro e competitivo». Occorre rafforzare la parte della manovra destinata alla crescita e quindi realizzare le infrastrutture «per collegare l’Italia al mondo», non depotenziare Industria 4.0, avviare un piano di inclusione dei giovani, perchè «non serve assistenza, ma lavoro, lavoro, lavoro». Ed è paradossale, ha aggiunto, l’atteggiamento del governo che «dice di essere pronto al dialogo ma poi non modifica niente. Non si capisce quale dialogo pretende di avere con l’Europa. La politica abbia un senso del limite, sembra non averlo».

Fonte: Il Sole 24 Ore

Che rapporto c’è tra NTC 2018 e leggi europee per quanto riguarda le opere in acciaio? Scoprilo qui

Fonte: Edil Tecnico

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La guida è stata presentata il 18 settembre dalla Filiera delle costruzioni

Fonte: Edil Tecnico

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Finco elastica su appalto integrato e lavori su progetto esecutivo, ma irremovibile sui limiti al subappalto

Fonte: Edilportale

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Sarà integrata nell’Agenzia del Demanio e si occuperà di progetti, collaudi, direzione lavori. Prevista l’assunzione di 500 persone

Fonte: Edilportale

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Riforma Codice Appalti: il Governo conferma l’intenzione di procedere a breve verso la semplificazione delle procedure

Fonte: Edilportale

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Scendono a 18 le società di attestazione attive per effetto di acquisizioni e chiusure

Sono in aumento nel 2018 le attestazioni rilasciate dalle Soa alle imprese di costruzione. A rilevare la tendenza è l’Autorità Anticorruzione. Secondo un report pubblicato sul sito dell’Anac, nel 2018 le Soa hanno rilasciato ben 12.434 certificati di abilitazione a partecipare al mercato delle opere pubbliche. Un numero che, a questo punto dell’anno, ha già battuto il risultato dell’anno scorso (8.342 attestazioni, +47,5%).

Secondo l’Anac, la vivacità del mercato delle attestazioni è segno di una ritrovata dinamicità del settore degli appalti, da mettere in relazione anche con la ripresa dei bandi, rilevato negli ultimi mesi. «Dai dati riportati non sembra emergere una crisi profonda del mercato degli appalti pubblici – rileva infatti l’Anac – ma al contrario un mercato in ripresa».

Lettura legittima e possibile, ma forse non del tutto in linea con quanto sta accadendo nel mercato. I motivi per cui un’impresa può richiedre il rinnovo di un’attestazione Soa sono molteplici e non sempre legati a volontà di accrescere le proprie capacità di acquisizione di contratti di appalto.

D’altra parte, c’è un altro indicatore simile a quello suggerito dall’Autorità che porta a conclusioni del tutto differenti ed è più allineato con le notizie che giorno dopo giorno raccontano di situazioni di crisi delle imprese del settore, che ormai non risparmiano neppure i big storici dell’edilizia italiana. Si tratta del numero di imprese qualificate dalle Soa. Fermandoci a questo dato, che conta il numero dei costruttori attivi sul mercato dei lavori pubblici, si scopre che anno dopo anno il numero delle imprese qualificate continua a scendere.

Nel 2014, il mercato dei lavori pubblici era presidiato da 33.159 costruttori, nel 2015 sono scesi a 30.662. Nel 2016 è arrivata la discesa sotto quota 30mila (28.146 aziende) mentre l’anno scorso ci si è fermati sulla soglia delle 27.161 imprese. In tutto, tra l’anno scorso e il 2014, il settore dei lavori pubblici – magari non solo per colpa della crisi – ha espulso quasi seimila imprese, con un calo del 18 per cento.

A parte attestazioni e imprese, il comunicato dell’Anac offre dati interessanti anche sul fronte delle Soa.

Colpisce innanzitutto che siano rimaste solo 18 società di attestazioni in attività. Erano 25 poco più di un anno fa. In alcuni casi la riduzione è stata effetto di fenomeni di acquisizione e concentrazione (vedi Ncs che ha ceduto un ramo d’azienda a Consult, Italsoa acquisita da La Soatech o la Soa Esna nata dalla fusione di Nordalpi e Eurosoa). In altri hanno pesato inchieste della magistratura, controlli e decisioni dell’Autorità (Axsoa, Attico,  Pegaso, Hi Quality, Quadrifoglio).

Fonte: Edilizia e Territorio

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Nella nota che fa il punto sulle novità scattate il 18 ottobre l’associazione indica una “scappatoia” all’obbligo di comunicazioni elettroniche tra Pa e imprese

Niente panico. Anche dopo il 18 ottobre le Pa potranno accettare offerte consegnate in buste e plichi, come fatto finora, con l’unica accortezza di sostituire, all’interno, i documenti di carta con supporti informatici tipo cd o chiavette. È il metodo suggerito dall’Anci per dribblare l’obbligo di comunicazioni elettroniche negli appalti, che impone a stazioni appaltanti e imprese di scambiarsi informazioni e documenti soltanto per via elettronica, mandando al macero la carta.

In una nota operativa sulle novità appena entrate in vigore, l’associazione dei Comuni ribadisce innanzitutto che l’obbligo scattato il 18 ottobre impone alle stazioni appaltanti «di utilizzare idonei strumenti informatici per la trasmissione e ricezione della documentazione di gara, ma non vi sia alcun obbligo di ricorso alle procedure telematiche», intese come piattaforme elettroniche di negoziazione.

Il motivo, spiega l’Anci, è che la direttiva europea 24/2014, da cui discende l’obbligo, prevede che il ricorso obbligatorio a mezzi di comunicazione elettronici «non dovrebbe tuttavia obbligare le amministrazioni aggiudicatrici a effettuare il trattamento elettronico delle offerte, né a procedere alla valutazione elettronica o al trattamento automatizzato».

Questo passaggio, nella ricostruzione dell’Anci, fa si che anche dopo il 18 ottobre, le Pa «senza ricorrere alla gestione integrale della gara su piattaforma informatica», «possano utilizzare sistemi informatici specifici che si limitino alla ricezione e trasmissione della documentazione e informazioni di gara, incluse le domande di partecipazione e il Dgue, previsti dal Codice dei contratti e in conformità con quanto disposto dal Cad (codice dell’amministrazione digitale, ndr)».

Il vero passo in avanti arriva però con il suggerimento legato alla gestione delle offerte. Il passaggio che, insieme alla consegna del Dgue, più sta creando problemi alle amministrazioni in ritardo sul fronte della disponibilità di sistemi di gestione elettronica degli appalti.

L’Anci ricorda che le stazioni appaltanti possono usare messi diversi da quelli elettronici per assicurare sicurezza e protezione delle informazioni. Sicurezza e protezione delle informazioni sono paletti talmente insuperabili che per questo motivo non è ammesso la consegna delle offerte attraverso posta elettronica certificata. Perchè, ricostruisce ancora l’Anci, «se è vero che la Pec garantisce l’integrità dei dati, di certo non può garantire la riservatezza e l’apertura del contenuto soltanto dopo il termine di presentazione
delle offerte».

Allora? La conclusione dell’Anci è che, proprio la necessità di garantire la sicurezza e la riservatezza delle offerte, anche dopo il 18 ottobre è possibile usare modalità diverse da quelle elettronici per la presentazione delle proposte tecnico economiche. Quali? 
«Tra queste, ad esempio, si ritiene annoverarsi anche la possibilità di presentare l’offerta in formato elettronico, su supporto informatico, all’interno della busta chiusa, sigillata e controfirmata». Dunque anche cd o chiavette inserite nella classica busta possono andare bene. A una condizione. Che il ricorso a questo espediente, «trattandosi di una deroga», sia ben motivato dalla stazione appaltante.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il 10 settembre 2018 si è conclusa la consultazione pubblica avviata dal Ministero delle infrastrutture e trasporti sul Codice dei contratti (DLgs. 50/2016) propedeutica ad una proposta di riforma dello stesso Codice. Relativamente alla consultazione abbiamo già pubblicato le modifiche proposte da Ance, Oice, Italiadecide, Finco.

Fonte: Lavori Pubblici

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Robotica, laser cutting, stampanti 3D, big data e così via. Sono le basi di Industria 4.0. Sconosciute, o comunque non utilizzate dai più. Infatti, l’adozione di questi strumenti è limitata a circa il 19% di imprese, di cui una buona fetta (oltre il 40%) costituito dalle piccole. Lo rileva la ricerca del Laboratorio manifattura digitale dell’università di Padova presentata in un evento del Cuoa.

Fonte: Italia Oggi

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Siamo alla fine dell’anno: mentre gli altri bonus per la casa viaggiano verso il rinnovo per il 2019 ma non ne abbiamo ancora la certezza, il Sismabonus…

Fonte: Edil Tecnico

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Ad agosto invece si stima che l’indice destagionalizzato della produzione nell’edilizia diminuisca dello 0,8% rispetto al mese precedente.

Fonte: Edilizia e Territorio

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L’ANAC (Autorità Nazionale AntiCorruzione), ai sensi dell’articolo 213, comma 2 del Codice dei contratti di cui al D.Lgs. n. 50/2016, ha messo on-line dal 19 ottobre la Consultazione sulle nuove linee guida recanti “Individuazione e gestione dei conflitti di interesse nelle procedure di affidamento di contratti pubblici”; l’obiettivo delle nuove linee guida è quello di agevolare le stazioni appaltanti nelle attività di competenza e favorire la diffusione di buone pratiche.

Fonte: Lavori Pubblici

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La Legge di Bilancio 2019 conferma le detrazioni fiscali per gli interventi di ristrutturazione edilizia, riqualificazione efficiente, bonus mobili, bonus verde.

Fonte: Infobuild

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Allarme Anci: comuni non attrezzati. Concorsi a rischio

È in vigore da ieri l’obbligo di trasmettere il Dgue (Documento di gara unico europeo) esclusivamente in formato elettronico, unitamente a quello di effettuare tutte le comunicazioni fra stazione appaltante e operatori economici soltanto in via elettronica; allarme dei comuni per un possibile rischio di blocco degli appalti. È il codice appalti pubblici a prevedere che le stazioni appaltanti predispongano ed accettino il Dgue in formato elettronico secondo le disposizioni del Dpcm 13 novembre 2014. Il Documento di gara unico europeo (Dgue) elettronico, in base a quanto previsto dall’articolo 59 della direttiva 2014/24/Ue, recepito integralmente dall’articolo 85 del decreto legislativo 50/2016, consiste in un modello autodichiarativo, sviluppato sulla base di uno standard europeo, con cui l’operatore economico autocertifica il possesso dei requisiti previsti dagli atti di gara per la partecipazione alla procedura di affidamento. La finalità principale del Dgue è quella di ridurre gli oneri amministrativi di stazioni appaltanti, operatori economici e piccole e medie imprese nel quadro delle procedure di gara nell’Unione europea. I documenti di gara devono quindi contenere le informazioni sullo specifico formato elettronico del Dgue, l’indirizzo del sito internet in cui è disponibile il servizio per la compilazione del Dgue e le modalità con le quali il Dgue elettronico deve essere trasmesso dall’operatore economico alla stazione appaltante.

Inizialmente, l’obbligo del Dgue in formato elettronico doveva scattare dal 18 aprile 2018 (due anni dopo l’entrata in vigore del codice appalti) ma il ministero delle infrastrutture, a fine marzo scorso, con un comunicato, spostò l’entrata in vigore dell’adempimento a partire dal 18 ottobre 2018. Questo perchè la data di ieri veniva a coincidere con l’applicazione di un obbligo più generale relativo all’obbligo delle comunicazioni elettroniche previsto dall’articolo 40, comma 2, del codice dei contratti pubblici. Pertanto, prima del 18 ottobre le stazioni appaltanti che non disponevano di un proprio servizio di gestione del Dgue in formato elettronico, o che non si servivano di altri sistemi di gestione informatica del Dgue, potevano richiedere nei documenti di gara all’operatore economico di trasmettere il documento in formato elettronico, compilato secondo le modalità indicate nel documento stesso, su supporto informatico all’interno della busta amministrativa o mediante la piattaforma telematica di negoziazione eventualmente utilizzata per la presentazione delle offerte.

Dal 18 ottobre, invece, il Dgue deve essere predisposto esclusivamente in conformità alle regole tecniche che saranno emanate da AgID (Agenzia per l’Italia digitale) ai sensi dell’art. 58, comma 10 del codice dei contratti pubblici.
Per tutte le procedure di gara bandite a partire dal 18 ottobre, eventuali Dgue di formati diversi da quello definito dalle citate regole tecniche saranno considerati quale documentazione illustrativa a supporto. I requisiti di integrità, autenticità e «non ripudio» del Dgue elettronico devono essere garantiti secondo quanto prescritto dal codice dell’amministrazione digitale di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82. Sull’obbligo è di qualche giorno fa l’allarme lanciato dai comuni: «I comuni non sono attrezzati a gestire la compilazione elettronica del Dgue», ha detto Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza e responsabile appalti pubblici dell’Anci, «è necessaria una proroga dell’attuale sistema che prevede la possibilità di consegnare il documento su supporti elettronici come chiavette o cd. Altrimenti si rischia il blocco delle gare». Al momento però, di proroghe sull’entrata in vigore dell’obbligo non se ne sono viste, pur rimanendo in attesa dei testi della manovra.

Fonte: Italia Oggi

Istituiti il Catasto Energetico Regionale e l’elenco regionale dei certificatori energetici.

Fonte: Edilportale

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L’Agenzia delle entrate, ha aggiornato della guida “Le agevolazioni fiscali per il risparmio energetico”.

Fonte: Lavori Pubblici

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Il documento contiene le novità già note da mesi: le percentuali di detrazione, la cessione del credito e i controlli dell’Enea.

Fonte: Edilportale

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Proroga dell’iper ammortamento con tre le aliquote: 250% fino a 2,5 milioni di euro, 200% fino a 10 milioni di euro e 150% fino a 20 milioni di euro. Stop entro il 31 dicembre 2018, invece, al super ammortamento che agevola l’acquisto dei cosiddetti macchinari tradizionali.

Fonte: Italia Oggi

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Si chiamano blockchain, intelligenza artificiale, ecosistema delle startup i primi segnali di attenzione del governo “gialloverde” all’innovazione digitale. Interventi sono stati inseriti nel decreto semplificazioni e durante il percorso parlamentare della manovra potrebbero esserci delle integrazioni.

Blockchain e AI
Giocando di sponda con analoghe iniziative già lanciate dalla Direzione generale Connect della Commissione europea, il ministero dello Sviluppo economico è partito con una doppia “call for experts”. La prima, dedicata a all’intelligenza artificiale (AI), si è conclusa lunedì. «Abbiamo ricevuto oltre 200 domande di partecipazione» ha commentato Marco Bellezza, consigliere giuridico della presidenza del consiglio, intervenendo al convegno “Industry 4.0” di Digital 360. Il processo di selezione dovrà portare a un gruppo di lavoro composto da 10 esponenti del mondo imprenditoriale o delle associazioni di categoria che operano in ambito AI; 10 esponenti di organismi e centri di ricerca, del mondo accademico o think-tank; 10 delle organizzazioni sindacali, del terzo settore, dei consumatori o, in generale, della società civile. Lo stesso schema è stato replicato per selezionare il team che dovrà lavorare a una strategia nazionale per la blockchain (il termine per le domande in questo caso è il 28 ottobre), dopo la recente adesione italiana alla partnership europea. «Intendiamo lanciare almeno un paio di progetti pilota – ha aggiunto Bellezza a “Industry 4.0” – per la certificazione basata su blockchain di prodotti made in Italy».
Per progetti innovativi su blockchain e intelligenza artificiale, e nei servizi relativi all’internet of things, il governo ha preannunciato il varo di un Fondo di sostegno presso il ministero dello Sviluppo economico nell’ambito del decreto semplificazioni. C’è poi l’obiettivo di costituire, entro la fine dell’anno, il fondo dei fondi che dovrebbe agevolare la diffusione del venture capital, anche con il contributo della Cassa depositi e prestiti.

La spinta alle startup
Per il fondo di venture capital a sostegno delle startup (digitali e non solo) il lavoro passo attraverso l’azione di “moral suasion” finalizzata a coinvolgere nell’iniziativa soggetti istituzionali come casse previdenziali, fondi pensioni, assicurazioni e fondazioni bancarie. Lo strumento si ispirerà a modelli stranieri, a partire dalla Bpi francese, secondo uno schema di co-machting tra risorse dei soggetti istituzionale e di fondi privati, anche stranieri. E si studia di recuperare un emendamento preparato ma non approvato nel corso della passata legislatura, per vincolare a favore del fondo una quota degli investimenti qualificati effettuati dagli enti previdenziali nell’ambito dei Pir (piani individuali di risparmio).

Tlc e banda ultralarga
Dopo il negoziato su Ilva, chiuso all’inizio di settembre, e il riassetto di Alitalia, che si punta a chiudere per ottobre, sarà probabilmente Telecom l’altro grande dossier all’attenzione del ministero dello Sviluppo economico. Aleggia sempre l’idea di una rete tlc a controllo pubblico, ma non necessariamente l’operazione passerebbe per un’integrazione tra gli asset di Tim e di Open Fiber (la società controllata da Enel e Cdp).
Urgente, poi, è la ripresa del negoziato con la Commissione europea per sbloccare l’assegnazione di 1,3 miliardi destinati ai voucher per l’attivazione di servizi a banda ultralarga. L’impressione però è che si intenda segnare almeno una parziale discontinuità rispetto alle scelte degli ultimi anni, considerata anche la suggestione pentastellata per “internet di cittadinanza”, una sorta di diritto gratuito alla banda larga di base da includere nel servizio universale. Tra la fine dell’anno e l’inizio del prossimo, il tema potrebbe incrociare il recepimento nazionale del nuovo Codice europeo delle comunicazioni che apre la strada all’obbligo di fornitura dei servizi a banda larga di base a prezzi accessibili.
Si vedrà. Per ora il ministero si sta concentrando su interventi minori. Come la riorganizzazione del progetto Wi-Fi Italia. «C’erano poche risorse per troppi punti in tutta Italia» la tesi del ministro Di Maio. Di qui la decisione di concentrare i fondi a favore delle aree terremotate: razionalizzazione da 8 milioni di euro.

Tv 4.0
Prosegue intanto il tavolo di confronto sul riassetto delle frequenze televisive, diventato necessario dopo l’assegnazione delle frequenze 5G agli operatori telefonici. Lunedì scorso si è svolta la seconda riunione al ministero dello Sviluppo per gestire la liberazione della banda 700 Mhz che le emittenti televisive dovranno lasciare per il 5G. «Abbiamo trovato una situazione che va corretta – ha spiegato Bellezza – e stiamo studiando il modo migliore di farlo con la condivisione di tutti i soggetti coinvolti».

Fonte: Il Sole 24 Ore

L’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili), successivamente alla sentenza del Consiglio di Stato 25 settembre 2018, n. 5513, dopo aver commentato la citata sentenza ed aver fatto il punto sulla giurisprudenza opposta ha dato indicazioni alle imprese

Fonte: Lavori Pubblici

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La previsione di clausole specifiche nei contratti d’appalto o d’opera e la loro concreta applicazione quando i terzi sono inadempienti alle regole di sicurezza. La vigilanza sugli appaltatori attraverso i “poteri inibitori”.

Fonte: Punto Sicuro

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AiCARR chiede al Governo di riportare l’ecobonus relativo alle ristrutturazioni edilizie e all’efficienza energetica al 65%

Fonte: Energia Oltre

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Agenzia nazionale per la riqualificazione urbana, stop alle Linee guida Anac, Fondo di garanzia per aiutare banche e imprese con iu crediti incagliati.

Task force per sbloccare i programmi infrastrutturali e semplificazioni su Cipe e Corte dei Conti; rilancio dell’accordo bonario per la soluzione delle controversie in corso d’opera nei lavori pubblici; stop al potere regolatorio dell’Anac e ritorno al regolamento unico statale; Agenzia nazionale e fisco di vantaggio per la riqualificazione urbana; fondo di garanzia per aiutare banche e imprese a risolvere il problema degli Npl. Queste alcune delle dieci proposte che il presidente dell’Ance Gabriele Buia ha illustrato all’assemblea annuale. 

Vediamole una per uno.

1) task force per sbloccare infrastrutture. Le risorse ci sono, dice l’Ance, 150 miliardi stanziati negli ultimi anni, solo il 4% è stato speso. «Cominciamo a utilizzare le risorse che ci sono», ha detto il presidente Buia. L’Ance apprezza l’obiettivo annunciato dal governo di costituire una Task force per sbloccare gli investimenti e trasformarli in cantieri, «ma è importante – dice Buia – che questa task force sia dotata di strumenti efficaci e poteri effettivi».

2) snellire procedure opere pubbliche. L’Ance – ha spiegato il presidente Buia – «ha già individuato un piano d’azione di forte impatto: a)il Cipe deve solo programmare e assegnare le risorse alle opere; b) il Consiglio Superiore Lavori Pubblici deve esprimersi obbligatoriamente sui progetti superiori a 200 milioni di euro; c) la Corte dei Conti si deve concentrare sulla programmazione e successivamente sull’operato delle amministrazioni, come avviene in quasi tutti gli altri Paesi europei».

3) riforma del Codice appalti. L’Ance ha suggerito in particolare «un pacchetto di misure sbloccacantieri, da inserire in un decreto legge ponte, valido fino a quando il nuovo quadro normativo andrà a regime». In particolare vanno secondo l’Ance «sciolti i seguenti nodi: a) i limiti del subappalto, che non hanno uguali in Europa; b) una più corretta applicazione dei criteri di aggiudicazione delle gare; c) introduzione del divieto della pratica del sorteggio delle imprese da invitare alle procedure negoziate; d) miglioramento della qualificazione SOA; e) forme agevoli e snelle come l’accordo bonario per la definizione del contenzioso in corso d’opera».

4) risolvere il contenzioso in corso d’opera. Fa parte in realtà della riforma del Codice appalti, ma il presidente Buia ha dato a questo punto un particolare rilievo: «È quello in coso d’opera l’unico contenzioso che blocca veramente le opere. Quello in fase di gara, come illustrato dal Presidente del Consiglio di Stato Pajno, rappresenta meno del 3% degli appalti di lavori». Dunque l’Ance propone «forme agevoli e snelle come l’accordo bonario per la definizione del contenzioso in corso d’opera».

5) stop al ruolo regolatorio dell’Anac. L’Ance ritiene che le Linee guida Anac attuative del Codice abbiano creato solo incertezza normativa, e chiedono dunque il ritorno a un regolamento unico in materia di lavori. 

6) politica nazionale per la rigenerazione urbana. L’Ance propone la creazione di «un’Agenzia nazionale – come in Francia – cui demandare il coordinamento e il monitoraggio delle iniziative intraprese soprattutto in presenza di finanziamenti pubblici nazionali ed europei». E poi il riconoscimento giuridico dell’«interesse pubblico» agli interventi di riqualificazione» e l’incentivo alla demolizione e ricostruzione, tramite semplificazioni procedurali e sconti fiscali.

7) un fisco per immobiliare ed edilizia privata. L’Ance propone di «Rottamare vecchi edifici, inutili e inquinanti, intervenire su aree urbane degradate o non più efficienti, dotandole dei servizi e delle infrastrutture che servono». Come? Con un fisco “amico”, come proposto nei mesi scorsi dall’Ance con il Libro bianco della fiscalità immobiliare: «a) favorire l’acquisto e la permuta di case ad alta efficienza energetica; b) agevolare gli interventi di demolizione e ricostruzione e le operazioni di permuta del vecchio con il nuovo; c) rimodulare “ecobonus” e “sismabonus” in funzione del tipo di edificio su cui si interviene e allargare la platea di chi beneficia del “sismabonus”, estendendo la possibilità di acquistare case demolite e ricostruite nelle zone 2 e 3».

8) Fondo di garanzia per gli Npl. Il problema dei crediti deteriorati resta una palla al piede per le imprese edili, e per le banche creditrici. «Lo strumento a disposizione degli istituti di credito per ridurre l’ammontare degli NPL – ha detto il presidente dell’Ance Gabriele Buia – è stato, fino ad oggi, quello della cartolarizzazione, ovvero la vendita in blocco a soggetti finanziari. Siamo convinti che occorra prevedere altri meccanismi, che permettano alle banche di riprendere il dialogo con le imprese, e consentire la restituzione del debito alle condizioni che il nuovo assetto del mercato immobiliare consente». A questo scopo l’Ance propone anche «un Fondo di garanzia che consenta a imprese e banche di risolvere, insieme, i problemi che la crisi ha creato».

9) stop allo slit payment. «Forte richiamo» dell’Ance a «intervenire per eliminare lo split payment, un meccanismo perverso che perde la sua ragion d’essere con l’introduzione dell’obbligo della fattura elettronica». 

10) imprese più digitali. «Se è vero – ha detto il presidente Buia – che poco si è fatto finora per valorizzare il nostro sistema imprenditoriale, è anche vero che dovremmo fare di più per favorire le imprese di qualità». Ecco allora l’obiettivo e l’impegno di migliorare la digitalizzazione e il rinnovamento tecnologico delle imprese edili. «Le imprese – ha detto Buia – devono saper fare la propria parte. credendo e investendo di più nello sviluppo delle tecnologie. Ma abbiamo bisogno che anche le istituzioni, ed il Governo in particolare, capiscano che il settore delle costruzioni è un settore unico con peculiarità e necessità specifiche».

Fonte: Edilizia e Territorio

Entra in vigore la norma che obbliga a comunicare solo in formato telematico. Corsa all’adeguamento per i piccoli enti. Ipotesi modifica in manovra.

Da domani la gestione di tutte le gare di appalto italiane diventa interamente telematica. Non solo l’attestazione dei requisiti per l’accesso alle procedure, tramite il Documento di gara unico europeo (Dgue). Ma anche le richieste di partecipazione, le comunicazioni tra imprese e stazioni appaltanti e le offerte degli operatori economici. Tutto deve diventare elettronico.

Addio, insomma, alle vecchie buste sigillate. Con il rischio che una pioggia di ricorsi blocchi le procedure gestite in maniera tradizionale. Sempre che, all’ultimo minuto, non arrivino modifiche a rivedere tutto, ad opera del decreto di semplificazione appena approvato dal governo.

La novità, eventuali modifiche a parte, è destinata ad arrivare al traguardo domani, il 18 ottobre. Dopo che, per diversi mesi, è passata sotto silenzio. Se ne parla all’articolo 40 comma 2 del codice appalti: qui si stabilisce che «le comunicazioni e gli scambi di informazioni nell’ambito delle procedure di cui al presente codice svolte dalle stazioni appaltanti sono eseguiti utilizzando mezzi di comunicazione elettronici».

Si tratta di una norma di derivazione europea che, in sostanza, obbliga le amministrazioni italiane a digitalizzare tutte le loro procedure di gara. Le comunicazioni, secondo le norme comunitarie, abbracciano infatti tutte le fasi della procedura, come la presentazione di offerte o le richieste di partecipazione alla gara. Accanto a questi vincoli, poi, scattano anche gli obblighi relativi al Dgue, il documento che serve alle imprese a certificare l’assenza di motivi di esclusione da una gara: anche questo dovrà essere presentato solo in formato elettronico. Stop, quindi, a invii cartacei o a soluzioni creative (adottate finora) come il deposito fisico di pennette Usb.

Gli standard tecnici ai quali le amministrazioni si dovranno allineare sono contenuti in una circolare (n. 3 del 2016) dell’Agenzia per l’Italia digitale. Questi standard sono già utilizzati, ad esempio, dalle centrali di committenza regionali che, in questa fase, stanno diventando un riferimento per migliaia di Pa in tutto il paese. Sono moltissime, infatti, quelle che hanno scelto di adempiere a questo obbligo affidandosi a un aggregatore di appalti, che consente di gestire tutte le procedure in digitale.

L’entrata in vigore dell’obbligo, comunque, non sarà indolore. Molte pubbliche amministrazioni, soprattutto piccole, non si sono ancora dotate di strumenti che consentano di gestire tutte le comunicazioni in via telematica. Bisogna ricordare, infatti, che al momento questo obbligo esiste già per alcune categorie di forniture e servizi, soprattutto in ambito sanitario, per i quali c’è il vincolo a gestire tutta la procedura con mezzi elettronici passando dagli aggregatori, in applicazione del decreto legge 66/2014. In tutti gli altri casi, ad esempio in materia di lavori, siamo davanti a una novità assoluta.

A rendere ancora più rilevante l’impatto di questo cambiamento potrebbero essere le conseguenze di un’eventuale disapplicazione in termini di contenzioso. Il codice appalti, infatti, non prevede esplicitamente sanzioni. Questo, però, non vuol dire che si potrà ignorare la novità. Sono in molti a ipotizzare, infatti, che da domani un’offerta inviata in formato cartaceo, senza allinearsi alle richieste del codice, porti a un’aggiudicazione impugnabile. Quindi, la gara condotta senza rispettare i nuovi standard potrebbe essere soggetta a ricorso. Ed essere facilmente annullata.

Fonte: Edilizia e Territorio

Un intervento sulla sicurezza nei contratti di appalto di servizi e forniture. Il decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, le definizioni, le linee generali del codice degli appalti e gli articoli relativi alla pianificazione, programmazione e progettazione.

Fonte: Punto Sicuro

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di Mahesh Ramanujam

In Italia 500 “lavori” in corso. Savona è la città più “certificata”. Com’è noto, gli edifici rappresentano una delle maggiori fonti di consumo di risorse della nostra società: uno sviluppo sostenibile passa quindi inevitabilmente da un ripensamento nel modo di costruirli ed utilizzarli.

Da qualche tempo si sta consolidando un approccio più responsabile dell’architettura e dell’ingegneria che ha portato all’introduzione del concetto di green building, quale edificio progettato, costruito e gestito in modo sostenibile, al fine di controllare l’impatto generato dalle attività di costruzione, limitare il consumo di risorse e stimolare modalità e tecniche costruttive rispettose degli equilibri dell’ecosistema.
Il sistema di classificazione “dell’efficienza energetica e dell’impronta ecologica degli edifici” Leed è stato creato dal Green Building Council statunitense (Usgbc) una ventina di anni fa, come sistema di riferimento per edificare immobili ambientalmente sostenibili, salubri, ad alta efficienza energetica e in grado di contenere i costi. Oggi Leed è un marchio riconosciuto a livello globale di leadership nel campo della sostenibilità, lo standard di un progetto che risparmia energia, risorse e acqua ed è più salubre sia per gli inquilini sia per la comunità. Negli ultimi vent’anni si è evoluto diventando un movimento globale su vasta scala, il programma di edilizia verde più utilizzato al mondo, con progetti in 167 paesi e territori. Ogni giorno sono certificati circa 223mila metri quadri di superficie. In tutto il mondo, ci sono oltre 1858 chilometri quadrati di spazi commerciali registrati e certificati.
L’Europa è leader nel mercato dell’edilizia verde, assistiamo infatti a un interesse e un sostegno strabilianti e trascinanti. Negli anni a venire, il territorio europeo sarà interessato da un’espansione ancora maggiore, tenuto conto che si prevede che l’edilizia verde globale raddoppierà di superficie ogni tre anni. L’anno scorso, Green Business Certification Inc. ( Gbci), l’ente globale di  certificazione di Leed, ha aperto un nuovo ufficio a Monaco per soddisfare la domanda sempre più grande del mercato dell’edilizia verde in Europa.
In Italia, la leadership continua a fare passi avanti. Oggi sono in corso di attuazione 547 progetti commerciali Leed registrati e certificati per un totale complessivo di 11 chilometri quadrati. Di recente, Savona è diventata la prima città certificata Leed in Europa ed è stata premiata con la certificazione Leed Oro.
E Gbc Italia ha sviluppato specifici protocolli per il mercato italiano: Gbc Historic Building, che è rivolto agli edifici storici, Gbc Home è invece specifico per gli edifici residenziali e le piccole strutture ricettive, Gbc Quartieri a supporto di progetti di nuovo sviluppo o rigenerazione su scala quartiere e Gbc Condomini, ora in fase sperimentale la cui attivazione è prevista nei prossimi mesi, quale strumento di supporto per la riqualificazione profonda dei condomini. Per la certificazione dei complessi commerciali, direzionali e del terziario avanzato sono invece utilizzati i protocolli della famiglia Leed sviluppata dal Green Building Council Usa. Queste certificazioni non vanno confuse pertanto con la certificazione energetica che prende in esame i soli fabbisogni energetici correlati alle caratteristiche dell’involucro e degli impianti presenti nell’edificio. Il processo di certificazione prevede la verifica di tutte le fasi del processo edilizio dalla progettazione alla costruzione e messa in funzione.
La certificazione viene rilasciata da un soggetto di terza parte garantendo così l’imparzialità e l’oggettività dei risultati.

Fonte: La Repubblica

Chiavette e dischetti addio. Le Pa dovranno predisporre – indicandolo in ogni bando di gara – il punto di accesso per la compilazione e l’invio del Dgue on line.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

di Adriano Bonafede

Parla Armando Zambrano, Presidente degli Ingegneri: “Per le grandi opere occorre stabilire standard di verifica che oggi non ci sono in modo da poter identificare le vere emergenze. Per gli edifici privati, obbligo per i condomini di mettersi in regola entro 10 anni”.

Ponti che crollano, case che vengono spazzate via dai terremoti come ramoscelli, persino scuole recentemente ristrutturate che vengono giù. Come siamo arrivati a questa situazione? Il presidente del Consiglio dell’Ordine degli ingegneri, Armando Zambrano, prende un attimo di tempo prima di rispondere: «Diciamo subito che, per eventi sismici o vulcanici, la sicurezza assoluta non esiste. La domanda vera è: fino a che punto possono resistere?» C’è un’altra domanda: ma abbiamo saputo costruire bene le opere e gli edifici? «Questo paese ha saputo costruire bene e per tanti anni con buone tecniche e buoni processi, spesso all’avanguardia tecnologica. Il problema vero è la manutenzione. Fabbricati e infrastrutture invecchiano: vale per il calcestruzzo, per il ferro, per l’acciaio. Il punto è questo: abbiamo perso la cultura della manutenzione. Ormai sono passati 50-60 anni dal dopoguerra, esattamente il tempo in cui il calcestruzzo comincia a mostrare i segni del tempo. In più, molti fabbricati sono stati costruiti senza tener conto dell’attività sismica, e non è stato un difetto costruttivo: a quel tempo, dal punto di vista normativo, il 90% del paese non era considerato a rischio sismico. La prima legge è del 1974».
E poi? «Dal 1974 ad oggi si è cominciata a creare una mappatura del paese. Oggi risulta, al contrario, che quasi tutto il paese sia a rischio sismico: decine di milioni di edifici e circa 40 milioni di persone. È chiaro che al problema della manutenzione si aggiunge quello del rischio sismico ».

Agli italiani interessa sapere come si dovrebbe intervenire, hic et nunc, per dare sicurezza. Voi ingegneri avete elaborato qualche proposta? «Si può senz’altro intervenire eliminando gran parte dei rischi sismici. Però, come le ho già detto prima, non c’è una sicurezza assoluta: con una scossa di 8,5 punti della scala Richter quasi nulla può resistere. In Italia si arriva al più a 6,3-6,4 ma in California, Giappone e Indonesia si arriva anche oltre il 7».
L’Italia è piena di fabbricati progettati prima del 1974: si possono mettere in sicurezza? «Certamente, in Italia ci sono grandi capacità progettuali per risistemare i fabbricati esistenti. Bisogna solo
volerlo. Fra parentesi, è paradossale notare che Roma, ma anche Palermo e Napoli, hanno dei centri storici più sicuri delle periferie. Perché quei fabbricati furono costruiti con qualità, per resistere al tempo ». Cosa proponete di fare per mettere in sicurezza gli edifici? «Abbiamo già presentato una proposta di un piano nazionale di prevenzione che obblighi tutti i proprietari a farsi rilasciare un certificato statico e sismico. Ci sono regioni che hanno approvato un “fascicolo del fabbricato”, ma solo a Milano è prevista una certificazione statica, anche grazie al contributo dell’Ordine locale». Insomma, obblighiamo i proprietari a intervenire? «Sì, ma diamogli un congruo lasso di tempo, diciamo una ventina d’anni. Nel frattempo devono operare degli incentivi: un buon passo avanti è stato fatto l’anno scorso con l’introduzione del “sisma bonus”, che prevede che lo Stato copra dal 50 all’85% del totale, in funzione del livello di sicurezza raggiunto, di una spesa fino a 96 mila euro. Ciò avviene grazie a un credito d’imposta da recuperare in 5 anni, però dobbiamo tenere presente che molti pensionati o incapienti che non possono utilizzare il credito d’imposta se non facendo intervenire una società che acquisti il credito. Ma il credito d’imposta da solo non basta se non si introduce l’obbligatorietà dell’intervento. Che fra l’altro avrebbe anche altri effetti benefici». Quali? «Se l’intervento diventa obbligatorio anche l’assicurazione contro i terremoti costerebbe poco. Da qui anche l’idea di rendere questa polizza obbligatoria: in Italia c’è sempre stata l’idea che lo Stato debba sempre intervenire per proteggere la proprietà privata».

Una domanda che molti si pongono: ma se un condominio volesse vedere lo stato statico e sismico del proprio palazzo chi dovrebbe chiamare? «Negli edifici grandi, dev’essere un ingegnere o un architetto con competenze strutturali». E quanto costerebbe? «Tra 500 a 1000 euro a unità immobiliare per conoscere la classificazione sismica. Poi ci vogliono altri 1.500 euro almeno per nucleo familiare per il progetto strutturale di miglioramento della sicurezza dell’edificio. Ma sono soldi spesi bene. E comunque mi pare non ci sia alcuna alternativa all’obbligatorietà, seppur nel corso del
tempo. Non è strano che lo Stato pretenda la certificazione energetica mentre non impegna il proprietario a far sapere quale sia la situazione statica e sismica?».
Torniamo alle infrastrutture. Risulta che dopo il crollo del ponte sul Polcevera in molti Comuni siano stati chiusi svariati ponti: scusi ma prima nessuno sapeva niente? O si è rischiato? «In effetti dopo il crollo del ponte sul Polcevera è cambiato l’approccio alla sicurezza del calcestruzzo, non soltanto in Italia: da quel momento sono stati chiusi ponti in Germania, Francia, Stati Uniti. Dappertutto si è posto con forza il problema della manutenzione delle infrastrutture: lo sa che ogni anno crollano 70/80 ponti negli Stati Uniti? E pensi che in Italia ce ne sono almeno 60 mila!».
Che si deve fare, allora? «Il ministero delle Infrastrutture ha avviato a fine agosto un monitoraggio sullo stato di salute delle grandi opere. Ma non è sufficiente. Il ministero ha già avuto gran parte di queste informazioni ma ora deve rivedere il tutto». Perché? «Perché non sono stati stabiliti standard di verifica per fare una graduatoria e stabilire quali siano le vere emergenze. Noi abbiamo offerto al ministero il nostro aiuto per realizzare questi standard. Fatto questo, occorre mettere in piedi anche un sistema di corsi di formazione». Per chi? «Per tutti coloro che dovranno effettuare queste verifiche, e cioè ingegneri, architetti e anche geometri». Quanti soldi servirebbero per l’attività di monitoraggio? «Non meno di 500 milioni, da spalmare su vari anni. Ma se avessimo investito prima in prevenzione tante cose non sarebbero accadute».

Fonte: Affari e Finanza

L’ecobonus verrà prorogato, probabilmente, per almeno due anni. E verranno rimodulati al rialzo i requisiti di accesso all’incentivo. Prevista anche una implementazione degli strumenti informatici per le notifiche all’Enea.

Fonte: Italia Oggi

Articolo Originale

Tra le norme allo studio l’innalzamento delle soglie per procedure negoziate e massimo ribasso, ritorno dell’appalto integrato e del regolamento unico.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Dal 18 ottobre il Documento di gara unico europeo (Dgue) viaggerà solo online. Lo prevede il Codice Appalti (D.lgs. 50/2016) e il Regolamento europeo 7/2016, che ha adottato il modello di DGUE per tutti i Paesi membri.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Per la realizzazione delle infrastrutture strategiche italiane che riguardano ferrovie, strade, metropolitane, porti, interporti, aeroporti e altre opere di collegamento) servono circa 317 miliardi di euro, di cui 166,3 miliardi solo per quelle prioritarie.

Fonte: Il Denaro

Articolo Originale

L’associazione presenta al Governo del Cambiamento 30 proposte per la legge di bilancio 2019.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

L’Osservatorio sulle Infrastrutture di Confassociazioni e Galgano Value Strategy presentano un paper per individuare nuove soluzioni.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Nella nota di aggiornamento del DEF presentata alle Camere è prevista la riforma del Codice Appalti, con procedure semplificate e l’introduzione di un piano per le infrastrutture.

Fonte: Infobuild

Articolo Originale

Giovedì scorso 4 ottobre è stato presentato all’VIII Commissione (Ambiente) della Camera dei Deputati il Rapporto annuale “Infrastrutture strategiche e prioritarie – programmazione e realizzazione”, aggiornato al 31 maggio 2018 elaborato dal Servizio Studi della Camera, su incarico dell’VIII Commissione, in collaborazione con l’Autorità nazionale anticorruzione e l’istituto di ricerca Cresme.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Si parla abbastanza nelle aziende di organizzazione e di benessere organizzativo? Cosa cambia per le aziende con la nuova UNI ISO 45001? Ne parliamo con Alberto Andreani, professore di Diritto dei Sistemi di Gestione della Sicurezza sul Lavoro.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Il DL 113/2018 prevede nuove regole per il monitoraggio dei cantieri: la notifica preliminare dovrà essere inviata anche al Prefetto.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Appalti a chilometro zero e riserve a favore delle Pmi, task force sugli investimenti pubblici e piano infrastrutture con priorità alle piccole opere diffuse.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Il Piano prevede l’applicazione di tassi più bassi e condizioni economiche favorevoli da parte delle banche per incentivare edifici ecologici

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Il Ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli e il Presidente dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone, hanno sottoscritto oggi al Mit un accordo quadro per rafforzare la sinergia tra ministero e Autorità.

Fonte: Il Sole 24 ore – Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Indirizzo e valutazione delle politiche attive e coordinamento nazionale della vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

I dati della prima ricerca italiana sul valore degli immobili certificati LEED presentata a REbuild parlano di un maggior valore per gli immobili con certificato ambientale, che va dal 7 all’11%.

Fonte: Infobuild

Articolo Originale

 I nuovi quaderni tecnici dell’Inail per i cantieri temporanei o mobili. Focus sugli ancoraggi: definizioni, documenti di riferimento e tipologia dei dispositivi di ancoraggio secondo la UNI 11578 o la UNI EN 795.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Si fa strada l’ipotesi della sottovalutazione dolosa dei rischi, nell’inchiesta sul crollo del Ponte Morandi a Genova. Una sottovalutazione che sarebbe partita da Autostrade per l’Italia: «A me, però, non diedero tutta la documentazione», ha dichiarato il 2 ottobre Massimo Gentile, il docente del Politecnico di Milano che ha curato lo studio sul viadotto commissionato proprio da Aspi per preparare i lavori di rinforzo degli stralli (retrofitting). Una dichiarazione che va incrociata con almeno due punti della relazione della commissione ministeriale d’inchiesta sulla tragedia, su cui si sta puntando l’attenzione della Procura di Genova.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Articolo Originale

In media, nel mondo, il 79% delle società vuole assumere il controllo della propria energia entro il 2025. In Italia la percentuale sale di cinque punti.

Fonte: Business People

Articolo Originale

Tra gennaio e agosto presentate all’Istituto 419.400 denunce di infortunio sul lavoro, 713 delle quali con esito mortale: pesano gli incidenti plurimi del ponte Morandi e gli incidenti stradali dei braccianti avvenuti in Puglia.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

L’intervento “La prevenzione in Regione Lombardia e l’applicazione della Legge 23/2015: la situazione e le proposte” al 2° seminario intersocietario di studio di Milano si sofferma sulla sicurezza impiantistica: la normativa, le criticità, le riflessioni e le prospettive. Nella situazione attuale ci sono sovrapposizioni con i controlli e la manutenzione che competono al datore di lavoro?

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

La partita del mercato immobiliare si gioca sul terreno delle innovazioni tecnologiche. L’edificio, residenziale e non, piace soprattutto se è nuovo ed efficiente.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Articolo Originale

La diffusione di sistemi di certificazione energetico-ambientale che sollecitano scelte attente sul versante dei consumi, della scelta dei materiali, degli usi idrici favorisce l’affermarsi di un’edilizia ambientalmente sostenibile.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Articolo Originale

Dall’Osservatorio sulla sostenibilità di Scenari Immobiliari il dato sugli investimenti necessari nei prossimi 20 anni.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Obiettivi: limitare il consumo di suolo, migliorare il tessuto urbano, superare il Piano Casa. Riqualificare gli edifici esistenti e limitare il consumo di suolo. È questo l’obiettivo del disegno di legge ‘Procedure edilizie per il riuso, la riqualificazione e il recupero dell’edificato’ approvato il 25 settembre scorso dal Consiglio regionale del Piemonte.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

La cantieristica stradale presenta un’alta incidenza di infortuni: la tipologia più importante è rappresentata dall’investimento da macchine operatrici, con il 74% di tutti gli infortuni mortali e il 47% di quelli gravi. Le norme e le prescrizioni da seguire in materia di sicurezza nei cantieri edili stradali sono contenute nel Codice della Strada e nel Piano di Sicurezza e di Coordinamento.

Fonte: Ediltecnico

Articolo Originale

MARCO MENSURATI FABIO TONACCI

Nelle 62 obiezioni al progetto di ristrutturazione del ponte Morandi presentato da Autostrade nel 2017, sollevate da un ingegnere della stessa società e, adesso, contenute in un documento riservato allegato alla relazione finale della “Commissione Toninelli”, c’è, secondo i tecnici del ministero delle Infrastrutture, la Prova. La prova che gli “uffici preposti” erano a conoscenza che il viadotto non stava più in piedi. La prova di un pasticcio sulle verifiche antisismiche obbligatorie. La prova, infine, della violazione di una norma cruciale (l’articolo 26 sulle verifiche preventive) del Codice degli Appalti. L’esito dei test La Commissione, coordinata dall’ingegner Alfredo Principio Mortellaro e composta dagli ingegneri Camillo Nuti, Ivo Vanzi, Gianluca Ievovella e dal consigliere della Corte dei Conti Francesco lombardo, ha recuperato un documento finora inedito. Si tratta dell’esito dei test fatti da Spea (società del gruppo Atlantia, che controlla anche Autostrade) sulle travi del Morandi su cui poggiava la strada. «La verifica non è soddisfatta», come dimostra la tabella “St002” che riporta una sfilza di cifre inferiori a 1, l’indice sotto il quale una struttura rischia di crollare perché non sostiene più il peso per cui è stata progettata. In particolare, alle prove della Spea, alcune travi del Morandi dettero come risultato 0,58. In pratica, la resistenza si era dimezzata. «Si tratta — scrive la Commissione — di valori del tutto inaccettabili, cui doveva seguire un provvedimento di messa in sicurezza improcrastinabile».
Le verifiche fatte in casa La tabella della Spea è allegata al progetto esecutivo della ristrutturazione delle pile 9 (quella crollata) e 10 che il cda di Autostrade approvò il 12 ottobre 2017. Secondo il Codice degli appalti, però, quel progetto avrebbe dovuto prima essere certificato da un organismo esterno, perché superiore di 159.344 euro, al tetto dei 20 milioni. Norma che, secondo la Commissione, Autostrade ignorò deliberatamente. Tant’è che incaricò della certificazione un interno, l’ingegner Claudio Bandini. A lui arrivò da Paolo Strazzullo (Responsabile unico del procedimento per Autostrade) e dal progettista di Spea Massimiliano Giacobbi tutto l’incartamento del progetto esecutivo, compresa la tabella St002. Il suo compito era di scrivere un rapporto di validazione. E però, l’ingegner Bandini, quando vide quelle cifre, si spaventò.
Le obiezioni di Bandini Rimandò l’incartamento ai mittenti, senza validarlo, ma accompagnandolo con 62 osservazioni e domande. La prima, quella che più gli premeva e che più rischia di rilevare ai fini anche dell’inchiesta penale, era la seguente: il contenuto di questo progetto è stato trasmesso al direttore di Tronco a Genova ed è stato concordato con gli uffici centrali e periferici di Autostrade? La risposta, «evasiva e non concludente» per dirla con le parole della Commissione, fu che l’aveva già visto chi lo doveva vedere. I non meglio precisati «uffici preposti».
L’osservazione numero 14 di Bandini riguardava una considerazione di buon senso. Visto che il ponte dai test risultava interamente malmesso, l’ingegnere chiese per quale motivo si stessero
limitando a un intervento sulle pile 9 e 10. Risposta: «Gli interventi di ripristino della rimanente parte dell’impalcato saranno oggetto di successivo appalto». Ma l’ingegner Bandini fece un’ulteriore osservazione, questa volta sulla parte strutturale dell’intervento, chiedendo se anche quella doveva essere oggetto della sua verifica.
Rimediò, sia pure in burocratese, una rispostaccia: «L’intervento sugli stralli costituisce un’attività estremamente specialistica, il cui sviluppo si traduce in scelte costruttive e dimensionali fortemente presidiate in fase di progettazione. Pertanto non si ritiene necessario intervenire sugli aspetti sopra menzionati». In altre parole, Bandini si doveva fare gli affari suoi. Commenta così la Commissione: «Tale disposizione del Rup nega i principi e le finalità stesse del processo di verifica, inficiandone la formulazione finale». Nonostante i dubbi, irrisolti dopo il carteggio, Bandini dette l’ok al progetto.
Il documento mancante Tra le sue osservazioni, vane, ce ne è una che la Commissione ha tenuto a sottolineare.
La numero 3. Dove Autostrade scivola su una bugia. Bandini chiese se i progettisti fossero in regola con gli adempimenti in zona sismica.
Risposta: «Gli adempimenti sono in corso». Però la Commissione ha scoperto un’incongruenza. Nel 2003, dopo il terremoto del Molise, la Presidenza del consiglio ordinò la mappatura del territorio nazionale per verificare lo stato delle infrastrutture strategiche.
Con priorità per quelle nelle zone ad alto rischio sismico, classificate 1 e 2. Genova è in zona 3 e 4, rischio moderato. La Commissione contesta ad Autostrade che non esiste documento che attesti la verifica del ponte Morandi. La società, dopo la diffusione della relazione, si è difesa dicendo che quel documento non era necessario, in quanto il viadotto non era in zona a rischio. Ecco l’incongruenza: Autostrade dà tre versioni diverse dello stesso fatto.
La prima, del 23 giugno 2017: Autostrade con una nota comunica alla Direzione generale di Vigilanza sulle concessionarie autostradali, quindi al ministero, che gli adempiementi sismici «sono stati effettuati». La seconda, quella offerta all’ingegner Bandini: «Sono in corso». La terza, quella sostenuta due giorni fa da Autostrade: «Non erano necessari».

Fonte: La Repubblica

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La Fondazione Accademia Romana di Ragioneria pubblica un approfondimento sul D.lgs. 231/2001: ”I soggetti, il Modello, le responsabilità, i reati, le sanzioni e il ruolo dell’Organismo di Vigilanza (O.d.V.)”. In particolare il documento si sofferma sull’Organismo di Vigilanza (O.d.V.) che ha come principale scopo quello di vigilare sul rispetto delle disposizioni contenute nel Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo predisposto dall’Ente, al fine di prevenire i reati.

Fonte: Ipsoa

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Come sta in Italia la tutela della salute e sicurezza sul lavoro? Si sta facendo abbastanza a livello istituzionale per aumentare la prevenzione di infortuni e malattie professionali nel nostro paese? La normativa, con particolare riferimento al D.Lgs. 81/2008, è ancora attuale? Deve essere modificata?

Fonte: PuntoSicuro

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FINCO (Federazione industrie prodotti impianti servizi ed opere specialistiche per le costruzioni) ha predisposto un documento contenente gli articoli oggetto della Consultazione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sul Codice dei contratti di cui al D.Lgs. n. 50/2016 sui quali sono state espresse osservazioni e proposte.

Fonte: Lavori Pubblici

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Autovalutazione dei rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo a cadenza annuale. Primo adempimento da inviare alla Consob entro il prossimo 15/1/2019

Fonte: Italia Oggi

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Presentato il progetto di legge recante proposta di modifica degli articoli 116 e 117 della Costituzione, relativi alla competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela e sicurezza del lavoro e di politiche attive del lavoro.

Fonte: Ipsoa

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Dalla relazione annuale Anac, con particolare riferimento all’irrogazione delle sanzioni a seguito di segnalazioni delle stazioni appaltanti, è emerso che il numero di procedimenti sanzionatori definiti dall’Autorità nel 2017 è stato pari a 878, con un modesto incremento del 4% rispetto a quelli definiti nel 2016.

Fonte: Italia Oggi

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È online la nuova versione del Portale delle Valutazioni Ambientali VAS e VIA del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare: un punto di accesso unico a tutte le procedure relative a piani, programmi e progetti ambientali.

Fonte: Ministero dell’Ambiente

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Il DGUE (Documento di gara unico europeo – art. 85 del Codice dei contratti – Dlgs. n. 50/2016) dovrà essere predisposto esclusivamente in modalità telematica, seguendo le regole tecniche stabilite dall’AgID, Agenzia per l’Italia Digitale.

Fonte: Lavori Pubblici

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Roma, 5 ago. (AdnKronos) – Sul fronte del codice degli appalti, bisogna aprire una discussione con i ministeri, l’Anac e le associazioni di categoria interessate per instaurare un sistema di garanzie condiviso che definisca in maniera chiara ruoli e responsabilità di tutti gli attori e pragmaticamente le attività da svolgere. E’ la proposta che giunge da Conforma, l’associazione che riunisce i maggiori organismi di certificazione, ispezione, prova e taratura operanti sul territorio nazionale, con l’obiettivo di rivitalizzare il settore delle costruzioni.

Le esperienze maturate dagli associati Conforma, sottolinea l’associazione, in questi anni fanno riferimento ai maggiori progetti edili ed infrastrutturali nazionali e, sia per numerosità, dell’ordine delle migliaia, sia per complessità e valore economico delle opere, superiore ai 150 miliardi di Euro, mettono l’associazione in grado di fornire elementi di interesse con alto valore aggiunto per lo sviluppo della qualità, trasparenza, affidabilità, efficacia ed efficienza delle procedure nell’ambito della realizzazione delle opere pubbliche.

“L’obiettivo di Conforma – dichiara il consigliere delegato per il settore Costruzioni, Fabrizio Capaccioli – è portare all’attenzione di tutti i soggetti della filiera la necessità che questa Riforma del Codice Appalti includa attività di prevenzione, controllo e monitoraggio atte a garantire la corretta e completa progettazione, la qualità, i costi ed i tempi di realizzazione dell’opera, e le modalità ed i costi di manutenzione e gestione previsti durante la sua vita utile”.

 

Fonte: Il Foglio

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Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del regolamento dell’Anac attuativo dell’articolo 211 del Codice Appalti, sono state delineate le azioni che l’Autorità nazionale anticorruzione avrà la facoltà di compiere nel caso in cui si verificassero irregolarità nei bandi di gara.

Fonte: Lavori pubblici

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Intesa firmata dal Presidente dell’Enea Federico Testa e dall’Ad di Eni Claudio Descalzi. Tra le aree di interesse: economia circolare, fonti di energia rinnovabili, decarbonizzazione e tutela ambientale.

Fonte: Enea

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Diffusi i dati di Ucimu Confindustria, l’associazione delle imprese italiane della macchina utensile, relativi agli ordinativi di macchine utensili e robot per l’industria 4.0: l’Italia tra i trascinatori della rivoluzione digitale 4.0, Confidustria chiede il mantenimento delle misure del Piano nazionale Industria 4.0.

Fonte: Ucimu

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Secondo l’analisi trimestrale del sistema energetico italiano condotta da Enea, nel trimestre 2018 i consumi di energia in Italia sono aumentati del 3% rispetto allo stesso periodo 2017, con il settore civile che registra un incremento del 4,5%. Anche le rinnovabili tornano a crescere, registrando una crescita del 2%.

Fonte: Enea

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La tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori sempre più al centro delle politiche nazionali: insediato al Ministero della Salute il “Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro”.

Fonte: Il Sole 24 ore

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Il Presidente della Federazione Imprese Elettrotecniche ed Elettroniche chiede al nuovo Governo continuità al Piano Impresa 4.0 e auspica l’attuazione di un piano Edifico Sostenibile 4.0 – più rinnovabile e più efficiente – per costruire le città elettriche del futuro.

Fonte: Innovation Post

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Secondo i dati emersi dal rapporto Anac, le segnalazioni relative ai casi di corruzione, nelle aziende pubbliche e private, nei primi 5 mesi del 2018 sono raddoppiate rispetto all’anno precedente. Il 90% delle “soffiate” riguardano le PA.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Articolo Originale

 

Secondo la Carta Internazionale di valutazione dell’efficienza energetica 2018, pubblicata dall’American Council for an Energy-Efficient Economy, con 75,5 punti il Bel Paese – insieme alla Germania – è primo al mondo per efficienza energetica. Seguono Francia, Regno Unito e Giappone.

Fonte: ACEEE

Articolo Originale

 

Presentati oggi i dati INAIL sull’andamento infortunistico e tecnopatico 2017: i decessi sono 617 decessi (di cui 360 fuori dall’azienda) in calo del 2,8% rispetto al 2016 e del 25% rispetto 2012.

Fonte: Inail

Articolo Originale

 

L’Europa stanzia più risorse per edifici, trasporti e industrie più efficienti. L’accordo prevede un obiettivo di efficienza energetica per il 2030 del 32,5%.

Fonte: Eunews

Articolo Originale

 

La misura più attesa del Piano Nazionale 4.0: credito d’imposta al 40 % per le imprese e al 50 % per le PMI per investire nella formazione del personale e avviare il processo di trasformazione tecnologica e digitale delle imprese italiane.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

In arrivo il portale ENEA per l’invio dei dati relativi agli interventi di ristrutturazione edilizia che comportano risparmio energetico.

Fonte: Enea

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Ripercorriamo la storia del Decreto Legislativo 2008/81, meglio conosciuto come Testo Unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro

Fonte: EdilTecnico

Articolo Originale

Il 14 giugno parte il click day, la seconda fase della procedura per l’assegnazione dei 249 milioni di incentivi a fondo perduto per il miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro

Fonte: EdilPortale

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Pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Delibera Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato 15 maggio 2018 – che sostituisce il precedente Regolamento approvato con delibera dell’AGCM del 13 luglio 2016 – recante “Regolamento attuativo in materia di rating di legalità”

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

 

 

Il Testo Unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro compie 10 anni. Si festeggia con la pubblicazione della versione aggiornata del Testo che ripercorre tutte le disposizioni emanata fino ad oggi.

 

Fonte: Lavoro&Welfare

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Ecobonus: c’è tempo fino al 28 giugno per l’invio dei dati per i lavori terminati entro marzo, negli altri casi 90 giorni dopo il collaudo

Fonte: EdilTecnico

Articolo Originale

 

 

La misura più attesa del Piano Nazionale 4.0: credito d’imposta al 40 % per le imprese e al 50 % per le PMI per investire nella formazione del personale e avviare il processo di trasformazione tecnologica e digitale delle imprese italiane.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

 

Con la Direttiva 2010/31/EU sulla prestazione energetica nell’edilizia, revisionata e approvata, l’Unione Europea avrà un parco immobiliare europeo ad emissioni quasi zero entro il 2050

 

Fonte: EdilPortale

 

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La fase di esecuzione dei lavori, introdotta dopo l’entrata in vigore del Codice degli Appalti, è stata finalmente disciplinata. Norme in vigore dal 30 maggio.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Sono solo quattro i paesi europei – Germania, Austria, Slovacchia e Svezia – che hanno già concluso l’iter di adeguamento al GDPR. Le altre Autorità europee sono ancora in attesa che i rispettivi Governi aggiornino le normative nazionali.

Fonte: Key4biz

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L’Anac ha diffuso le Linee Guida su Rating di Impresa. Il documento definisce i requisiti reputazioni, i criteri di valutazione e le modalità di rilascio della certificazione. Fino al 29 giugno è possibile partecipare alla consultazione, inviando proposte e osservazioni.

Fonte: Anticorruzione.it

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Con l’approvazione definitiva della legge sul whistleblowing – la segnalazione da parte di un dipendente di un reato o di una condotta illecita commessa presso l’organizzazione in cui lavora – sbarca nei luoghi di lavoro uno strumento che dovrà essere maneggiato con cura.

Per quanto riguarda il settore privato, la legge stimola l’adozione dei sistemi di whistleblowing richiedendo di aggiornare i modelli di organizzazione previsti dal decreto legislativo 231/2001. La novità, quindi, interessa solo le imprese che adottano i modelli organizzativi finalizzati alla prevenzione dei reati, secondo il citato Dlgs 231.

Si tratta di modelli molto importanti perché, se sono ben strutturati ed effettivi (nel senso di prevedere misure realmente capaci di contrastare l’eventuale commissione di illeciti), consentono di evitare l’applicazione verso l’azienda dell’apparato sanzionatorio previsto nei casi in cui dipendenti realizzino condotte illecite nell’interesse dell’impresa medesima.

La nuova normativa prevede l’introduzione all’interno di questi modelli di uno o più canali che consentano ai lavoratori di presentare, a tutela dell’integrità dell’ente, segnalazioni circostanziate di condotte illecite.

Il punto delicato di questo meccanismo sta nel bilanciamento – che in concreto non sarà facile – tra le esigenze di tutela del segnalante e la prevenzione di un uso scorretto dello strumento.

È chiaro, infatti, che per agevolare l’utilizzo effettivo del whistleblowing devono essere assicurate delle condizioni tali da garantire alla persona che effettua la denuncia la piena riservatezza e un’adeguata strumentazione per fronteggiare eventuali azioni ritorsive da parte dei danneggiati.

La legge introduce queste garanzie per il segnalante, stabilendo il divieto di atti di ritorsione o discriminatori nei confronti dello stesso, con la conseguente nullità delle misure fondate su questi motivi (per esempio licenziamento, mutamento di mansioni).

Inoltre, la nuova disciplina pone in capo al datore di lavoro l’onere di provare che alcuni atti quali sanzioni disciplinari, demansionamenti, licenziamenti, trasferimenti, o altra misura organizzativa avente effetti negativi sulle condizioni di lavoro del dipendente, non hanno nulla a che fare con la segnalazione fatta da quest’ultimo in tempi precedenti.

Per assolvere in concreto questo onere il datore di lavoro dovrà, quindi, di volta in volta dimostrare in maniera oggettiva e rigorosa l’esistenza di una specifica ragione aziendale per l’adozione del provvedimento destinato al dipendente.

Il rischio di un uso scorretto dovrebbe, invece, essere scongiurato, nelle intenzioni del legislatore, con sanzioni disciplinari per le segnalazioni che risultino infondate a causa di dolo o colpa grave del segnalante; questa limitazione potrebbe non bastare a reprimere un utilizzo distorto dello strumento.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Potenziare il contrasto alle infiltrazioni mafiose nel settore degli appalti pubblici tramite la condivisione delle informazioni. Una collaborazione per fronteggiare l’espansione economica della criminalità organizzata che, come riscontrato nei procedimenti giudiziari, ricorre sempre più spesso alla corruzione per assicurarsi il controllo dell’azione amministrativa. Questo l’obiettivo del protocollo d’intesa fra Direzione nazionale antimafia e Autorità nazionale anticorruzione, firmato nella sede della DNA dal procuratore Franco Roberti e dal presidente Raffaele Cantone.

In base all’accordo, siglato anche alla luce delle nuove previsioni stabilite dal codice antimafia, la DNA potrà accedere alle informazioni disponibili presso il casellario delle imprese e la banca dati nazionale dei contratti pubblici, gestite dall’ANAC, per svolgere approfondimenti sugli operatori economici vincitori di appalti e accertare eventuali collegamenti con organizzazione mafiose. L’ANAC, da parte sua, inoltrerà periodicamente alla DNA le informazioni rilevanti in suo possesso, comprese le comunicazioni ricevute dalle Procure della Repubblica attinenti inchieste per reati di corruzione e gli operatori economici segnalati dalle Direzioni distrettuali antimafia che non risultano aver denunciato richieste estorsive all’autorità giudiziaria.

Nei casi in cui emergano sufficienti indizi per ritenere la sussistenza di condizioni di intimidazione o assoggettamento da parte di associazioni di stampo mafioso, l’ANAC comunicherà inoltre l’esito degli accertamenti compiuti nell’ambito di istruttorie o ispezioni affinché la DNA possa valutare, qualora ne ricorrano i presupposti, la possibilità di proporre l’amministrazione giudiziaria dell’azienda.

“Come è noto ma non ancora pienamente riconosciuto sul piano della normativa, la corruzione è da molto tempo lo strumento privilegiato dalla criminalità organizzata di tipo mafioso per penetrare nel sistema degli appalti e, più in generale, dell’economia legale”, dichiara il procuratore Franco Roberti. “Per questo è estremamente importante che le istituzioni responsabili della prevenzione amministrativa e della prevenzione e repressione giudiziaria facciano fronte comune condividendo i dati e le informazioni necessarie”.

“Per contrastare le infiltrazioni criminali nell’economia è essenziale garantire la circolarità delle informazioni che vari soggetti detengono per le loro finalità istituzionali” afferma il presidente dell’Anac Raffaele Cantone. “La collaborazione fra l’Autorità e la Direzione nazionale antimafia rappresenta dunque un tassello particolarmente importante per rendere la lotta alla corruzione ancora più efficace, perché consentirà fra l’altro una profonda interazione fra le rispettive banche dati”.

 

Fonte: Specchio Economico

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08/11/2017 – Si allarga il raggio d’azione degli appalti verdi. È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il DM 11 ottobre 2017 che fissa i criteri ambientali minimi (CAM) da seguire nell’affidamento di servizi di progettazione e lavori per la nuova costruzione, la ristrutturazione e la manutenzione degli edifici pubblici.
  Il decreto rientra tra le norme attuative del Codice Appalti (D.lgs. 50/2016) e modifica il DM 11 gennaio 2017, che ha definito i criteri ambientali minimi per gli arredi interni, l’edilizia e i prodotti tessili, stabilendo gli accorgimenti da tenere presenti nella fase di progettazione.

Criteri ambientali minimi
Il documento s’inserisce nel Piano d’azione per la sostenibilità ambientale dei consumi della pubblica amministrazione (PAN GPP), che mira alla diffusione degli appalti verdi per l’abbattimento dei consumi.
L’obiettivo dei CAM è assicurare prestazioni ambientali al di sopra della media del settore in un’ottica di ciclo di vita. Il decreto prevede per questo che le leggi regionali con prestazioni ancora meno impattanti prevalgano sui CAM.
I CAM, precisa il decreto, non si sostituiscono, ma si aggiungono a quelli normalmente presenti in un capitolato tecnico.
Il decreto prevede una serie di requisiti premianti per la valutazione delle offerte, come la redazione della proposta da parte di un progettista esperto sugli aspetti energetici e ambientali degli edifici e l’utilizzo di materiali riciclati.
Per evitare che in fase di esecuzione siano apportate modifiche non conformi al progetto, il decreto stabilisce che nel bando sia indicato chiaramente che sono ammesse solo varianti migliorative.

Criteri ambientali minimi e programmazione delle gare
Prima della definizione di un appalto, l’Amministrazione deve valutare se sia realmente necessaria la costruzione di un nuovo edificio o se non si possa invece adeguarne uno esistente migliorando la qualità del costruito, considerando anche l’estensione del ciclo di vita utile degli edifici e favorendo il recupero dei complessi architettonici di valore storico artistico.
Successivamente, la Stazione appaltante deve accertare che la progettazione sia affidata a professionisti abilitati e che la diagnosi energetica sia affidata a professionisti esperti e certificati ai sensi delle nome UNI 11339 o UNI 11352, o UNI  EN  ISO 16247-5.
La stazione appaltante può selezionare i progetti sottoposti ad una fase di verifica valida per la successiva certificazione dell’edificio secondo uno dei protocolli di sostenibilità energetica ed ambientale degli edifici di livello nazionale o internazionale (ad esempio Breeam, Casaclima, Itaca, Leed,  Well).

 

Fonte: EdilPortale

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Il Ministero dello Sviluppo Economico ha finanziato 32 progetti di efficientamento del patrimonio edilizio dello Stato.

Via libera a 60 milioni di euro di finanziamenti per la riqualificazione energetica degli immobili della Pubblica Amministrazione centrale (PA).
 Il Ministero dello Sviluppo Economico ha, infatti, approvato, con DM 21 settembre 2017, il programma di riqualificazione energetica della PA per il 2016.

Il programma prevede il finanziamento di 32 progetti, di cui tre qualificati come esemplari perché in grado di assicurare un risparmio energetico superiori al 50% rispetto ai consumi annuali ex ante.
 L’importo per la realizzazione del programma è circa 60 milioni di euro che vanno ad aggiungersi ai 73 milioni già allocati per il PREPAC 2014-2015 in corso di realizzazione.
 La realizzazione dei due programmi consentirà di riqualificare nel triennio 2014-2016 una superficie complessiva di 1,4 milioni di metri quadri, con un tasso annuo di circa il 3,2% che va oltre il tasso minimo del 3% richiesto dall’Unione Europea.

 

Fonte: Edilportale

« La crescita sul mercato italiano continua – spiega Alessandro Zucchi, presidente di Acimit – seppure su ritmi più contenuti. Le misure relative a Industria 4.0, previste nella prossima Legge di Bilancio, potranno tenere viva la spinta verso quel processo di digitalizzazione necessario all’intera filiera del tessile italiano. Importante è soprattutto l’attenzione rivolta dal Governo alle risorse umane, focalizzata sul credito d’imposta per l’attività di formazione avviata in materia di Industria 4.0. Un’industria efficiente e produttiva – conclude – non può prescindere dalla preparazione e dal livello conoscitivo delle proprie risorse umane».

 

Fonte: IlSole24Ore

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