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NOTIZIE ED EVENTI

Efficienza energetica: nuove linee guida da ENEA
Sono state rese note da ENEA le nuove linee guida per le diagnosi energetiche degli edifici pubblici, recanti indicazioni utili
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Salute e sicurezza sul lavoro: i dati INAIL sul 2018
Pubblicati sul sito dell’INAIL i dati provvisori riguardanti le denunce di infortuni e malattie professionali presentate nel 2018. Preoccupa l’aumento
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ASACERT per il sociale: tanti sorrisi con Fondazione Theodora
Giovedì 7 febbraio, a Milano, ASACERT ha preso parte al Charity Party di Fondazione Theodora Onlus, dedicato alla raccolta fondi
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ASACERT festeggia il suo primo edificio LEED® Platinum
Il Centro Direzionale Cavagnari di Cariparma, per il quale ASACERT ha svolto il duplice servizio di assistenza LEED® in fase
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Norme Tecniche sulle Costruzioni 2018: siglata la nuova circolare esplicativa
A quasi un anno di distanza dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, è stato firmato il nuovo documento contenente le indicazioni
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ASACERT per Fondazione Onlus Theodora: Charity Party
Si terrà il prossimo 7 febbraio il Charity Party organizzato da Fondazione Onlus Theodora in collaborazione con Garage Italia e
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Italian Taste Celebration: ASACERT a Londra con San Carlo Group
San Carlo Group, catena di ristorazione italiana leader nel Regno Unito, è il primo gruppo ad ottenere per tutti i
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ASACERT al fianco di ANRA per il 1° Osservatorio sulle imprese della Valcamonica
ANRA – l’Associazione Nazionale dei Risk Manager e Responsabili Assicurazioni Aziendali – presenterà venerdì 18 gennaio a Breno i risultati
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Legge di Bilancio 2019: novità nel settore edile
Quali sono i provvedimenti previsti nella nuova Legge di Bilancio che nei prossimi mesi interesseranno edilizia, infrastrutture, appalti e lavori
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INAIL: nuovo bando da 370 milioni di euro per la sicurezza
Pubblicato a dicembre il Bando INAIL 2018 che prevede lo stanziamento di finanziamenti a fondo perduto per la realizzazione di
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ASACERT nel mondo: nuovo traguardo per ASACERT LEBANON
ASACERT LEBANON ha da pochi giorni ottenuto l’abilitazione ufficiale da parte del Ministero dei Lavori Pubblici e dei Trasporti per
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ASACERT UK certifica Wide Group per la UNI ISO 9001
Al vaglio l’implementazione di altri schemi di certificazione per estendere a tutte le divisioni aziendali l’approccio metodologico basato sulla conformità
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Carols Natalizi: ASACERT contro lo sfruttamento del lavoro minorile
Continua l’impegno di ASACERT contro lo sfruttamento del lavoro minorile in collaborazione con l’associazione Forte? Fortissimo! in occasione del concerto
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Patrimonio & Sostenibilità con GBC Historic Building™: ASACERT a Ferrara come sponsor dell’evento
“O città bene avventurosa la gloria tua salirà tanto ch’avrai di tutta Italia il pregio e ‘l vanto.” Ludovico Ariosto
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Un lunghissimo elenco di situazioni di degrado, opere pubbliche mai cominciate, o interrotte per mancanza di fondi, o impantanate nelle sabbie mobili della burocrazia. E qualche chilometro di nastro giallo per delimitarle, evidenziarle, additarle all’opinione pubblica e ai rappresentanti delle istituzioni. I costruttori edili sono arrabbiati, anzi inferociti, con il governo gialloverde e preparano forme di mobilitazione e protesta inedite, perfino spettacolari, nelle intenzioni. «Con il sito sbloccacantieri.it – racconta il presidente Gabriele Buia, emiliano, titolare dell’impresa che porta il nome della sua famiglia – abbiamo già censito quasi 600 opere bloccate, per un valore di 36 miliardi di euro che salgono a 125 se calcoliamo le ricadute sull’intero sistema economico nazionale». Non ci sono soltanto quelle che occupano da anni il tavolo del dibattito pubblico, dalla Tav Torino-Lione alla Gronda di Genova, dall’autostrada Tirrenica alla terza corsia della Firenze-Pistoia, ma anche decine, centinaia di opere minori: gli ospedali (il Morelli di Reggio Calabria e il Nuovo Ospedale di La Spezia), strade, ponti, tunnel, scuole (50 istituti in Friuli da adeguare alle norme antisismiche, ma quasi tutti i Comuni non dispongono dei progetti avanzati richiesti dal Codice appalti e non possono procedere con le gare). E poi il centro polifunzionale dei Carabinieri di Napoli-Pattison, lavori appaltati nel dicembre 2005 e mai cominciati; il Palazzo di giustizia di Reggio Calabria (fermo per mancanza di fondi); o il Centro intermodale di Sassari, concepito, progettato e finanziato da oltre 20 anni ma ancora ostaggio della burocrazia.

Cento opere sopra i 100 milioni di euro, almeno altre 500 di valore inferiore, fino a quelle piccolissime da decine o centinaia di migliaia di euro.
Ora l’Ance è pronta per la seconda fase dell’operazione: la sollecitazione diretta ai cittadini perché segnalino, sempre attraverso il sito sbloccacantieri.it, le situazioni di degrado, di incuria, di cattiva manutenzione di edifici, infrastrutture e opere pubbliche. A marzo partirà la segnalazione di questi cantieri, già aperti o soltanto potenziali, con il nastro giallo. Sempre che, per allora, il governo non compia passi decisivi sulla strada degli investimenti e della semplificazione burocratica. Fin qui, zero o quasi. E questa è la ragione della rabbia degli imprenditori, che vengono da un decennio di crisi sanguinosa che ha falciato migliaia di imprese e ha messo in crisi anche i colossi del settore.
«Dei 3 miliardi e mezzo di investimenti pubblici che avevano promesso, nell’ultima versione della Legge di stabilità sono rimasti poco più di 500 milioni: il governo ha preferito puntare sulle misure in deficit, quota 100 e reddito di cittadinanza, sacrificando gli investimenti», accusa Buia. E anche le promesse di snellimento delle procedure, che avrebbero dovuto trovar posto nel decreto semplificazioni, sono evaporate.
«Tre anni per un’autorizzazione del Cipe, due anni per un accordo di programma sottoscritto dalla Corte dei conti, il codice degli appalti, l’anticorruzione: una selva di norme e burocrazia, siamo al limite della sopportazione e la situazione invece di migliorare è in costante peggioramento», dicono gli imprenditori del settore, pronti a spendere con generosità la massima per cui «se non riparte l’edilizia non cresce l’economia: se sommiamo le costruzioni, la filiera industriale che fornisce i materiali necessari per i cantieri e il settore delle compravendite immobiliari arriviamo al 22% del Pil italiano. Il governo non può non occuparsi di un settore chiave dell’economia nazionale».

Fonte: La Repubblica

Il Centro ricerche romano e il Consiglio nazionale architetti parlano di rivoluzione nel sistema di progettazione. Aumentano infatti in modo esponenziale i bandi di gara di opere pubbliche che prevedono l’utilizzo del Building Information Modeling. Una rivoluzione indipendente dagli obblighi di legge entrati in vigore il 1° gennaio scorso.

Fonte: Infobuild

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L’ANAC (Autorità nazionale anticorruzione) ha aggiornato la tariffa applicata dalle SOA per l’esercizio dell’attività di attestazione prevista dal DPR n. 207/2010, rendendo noto che, per l’anno 2019, il valore del coefficiente di rivalutazione R della formula contenuta nell’Allegato C al D.P.R. n. 207/2010, è stato rivisto in rialzo rispetto a quello del 2017 portandosi, quindi, a1,304.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Verrascina: “serve regolamento transitorio che assicuri continuità a Pac 2014-20 e consenta valutazione più approfondita riforma”

“Esprimiamo preoccupazione e forti perplessità per la paventata abolizione degli aiuti comunitari destinati alla promozione dell’export verso i Paesi terzi, che sono risultati spesso determinanti per il raggiungimento e l’espansione verso nuovi mercati, consentendo alle aziende agricole di compensare i mancati introiti causati dal calo dei consumi interni di prodotti quali vino e ortofrutta”. 

Fonte: EFA News

Articolo Originale

Le pmi, nell’accesso al leasing, hanno beneficiato della Nuova Sabatini (ordinaria) per il 30% dei contratti stipulati e degli incentivi 4.0 per il 20%. Non solo. L’andamento mensile delle prenotazioni di beni risulta in crescita fino a luglio 2018, con nuovi picchi positivi a settembre ed ottobre.

Fonte: Italia Oggi

Articolo Originale

Messa in sicurezza del territorio, trasporto pubblico locale e nazionale, edilizia pubblica e carceraria e infrastrutture. Per il finanziamento di queste iniziative, il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti (Mit) ha chiesto al Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) che gli siano trasferiti 19 miliardi di euro dal Fondo Investimenti per le Amministrazioni centrali.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Oggi è l’ultimo giorno utile per l’invio all’Enea della documentazione relativa ai lavori di ristrutturazione con risparmio energetico effettuati fino al 21 novembre 2018.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Istat: l’anno scorso produzione salita dell’1,6% (dato grezzo) e 0,9% (corretto per efftti di calendario). Ma l’indice è molto lontano dai risultati precrisi.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Come già chiarito dalla giurisprudenza amministrativa, sono illegittimi i provvedimenti di sospensione dei lavori, diffida o inibitoria adottati dall’amministrazione comunale dopo che sono decorsi i termini relativi alla Segnalazione Certificata di Inizio Attività (S.C.I.A.), alla Segnalazione Certificata di Agibilità (S.C.A.), alla Comunicazione di Inizio Lavori (C.I.L.) e alla comunicazione di inizio lavori asseverata (CILA).

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

A dicembre 2018 si stima una crescita congiunturale dell’indice destagionalizzato della produzione nelle costruzioni (+0,2%), anche se con una intensità inferiore rispetto all’incremento registrato nel mese precedente.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Se la conoscenza di Industria 4.0 è una realtà ormai nel 95% delle imprese, l’implementazione lo è nel 68%. Sono dati emersi da una ricerca realizzata dalla Camera di Commercio Italo-Germanica in collaborazione con Ipsos e con la partecipazione di ALDAI-Federmanager su un campione di 120 imprese. 
In questo contesto di diffusa attuazione di Industria 4.0, però c’è un mismatch i nuovi modelli produttivi e il mercato del lavoro. Il 46% delle aziende lamenta una mancanza di competenze idonee a gestire la complessità tecnologica mentre il 39% segnala una resistenza al cambiamento che ostacola e limita la diffusione di Industria 4.0. Le soft skills come la creatività e l’attitudine al problem solving risultano essere non solo le competenze più difficili da reperire sul mercato del lavoro, come dice il 42% delle imprese, ma emergono trasversalmente come necessarie per un’implementazione efficace di Industria 4.0, seguite da competenze tecniche quali informatica avanzata, automazione industriale e meccatronica.

Il sistema duale potrebbe essere il modello da seguire, come è emerso ieri, in un convegno alla Camera di commercio italo germanica che ha dato il via a “digITALIA”, il progetto biennale finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tedesco (BMBF) e finalizzato allo sviluppo di modelli di formazione duale e continua nei principali settori di Industria 4.0. Come dice Gerhard Dambach, vicepresidente della Camera di commercio italo germanica e ceo di Robert Bosch Italia «ci sono tante opportunità. Non puntiamo troppo in alto se sappiamo di non avere le risorse. Bisogna concentrarsi su ciò che c’è e migliorarlo. Dobbiamo mettere le imprese nelle condizioni di fare la formazione che serve. Dopo che hanno fatto un passo importante sugli investimenti in macchinari nell’ambito di Industry 4.0, adesso bisogna supportarle nella formazione per consentire ai lavoratori di utilizzarli. Nel 4.0 conoscenze tecniche e solide capacità manageriali non possono prescindere le une dalle altre e Digitalia, mette a disposizione un modello, quello del sistema duale, che ha funzionato. Facciamo rete e utilizziamolo, questo consentirà di risparmiare tempo e di fare riferimento a qualcosa che è già stato sperimentato e funziona».

Ma come sta industria 4.0 in Italia? «Sul lato investimenti – spiega Stefano Firpo, direttore generale per la Politica industriale, la competitività e le Pmi del Mise – il piano di Industry 4.0 è stato confermato anche per il 2019 e ci sono novità sulle competenze. Abbiamo prorogato le risorse per la formazione sul 4.0, con un focus particolare sulle piccole e medie imprese. È stato anche introdotto il voucher per i manager dell’innovazione che trae spunto dal voucher per gli export temporary manager. Tra gli elementi distintivi del nostro sistema produttivo non c’è tanto la piccola dimensione delle imprese, né tantomeno la proprietà famigliare di impresa. Ciò che abbiamo di diverso è la forte compenente di familismo manageriale delle nostre imprese: su questo è necessario fare uno sforzo, dobbiamo crescere e farlo anche attraverso manager che arrivano dall’esterno»
Gianni Brugnoli, vicepresidente di Confindustria per il capitale umano, osserva che «è importante la conferma degli incentivi di Industry 4.0, compresa l’inclusione del credito d’imposta sulla formazione». Le imprese «si sono create da sole le competenze. Il credito di imposta sulla formazione legata al 4.0 ha avuto un ruolo per sostenere le imprese nella formazione delle persone già presenti in azienda, mentre dall’alternanza è arrivato un forte stimolo alla scuola per formare le giovani generazioni. Il voucher sui temporary export manager ha funzionato nel traghettarre le piccole e medie imprese verso l’internazionalizzazione». Positivo potrebbe essere anche quello sui manager dell’innovazione, così come l’esperienza dei competence center. Ma bisogna accelerare sui tempi per l’implementazione del piano Industry 4.0. «Mancano i decreti attuativi », fa notare Brugnoli. 

L’alternanza scuola lavoro nel nostro paese è stato senza dubbio un esperimento riuscito. Molte aziende e molte scuole si sono messe a disposizione. «Confindustria ha sposato fin dall’inizio il progetto, ma adesso che la contaminazione dei giovani in azienda era diventata un’abitudine, il dimezzamento delle ore di alternanza ci stordisce – continua Brugnoli -. L’alternanza va fatta e va fatta bene. Guardando al passato, poi, non ci risulta che nessuno abbia schiacciato il bottone rosso. Abbiamo trovato ragazzi sensibili e motivati, come anche i loro docenti convinti nel voler far fare ai loro allievi esperienze in azienda». La preoccupazione delle imprese adesso «riguarda la tempistica e i numeri in gioco. C’è un numero di cui si parla troppo poco, ma che è una vera e propria emergenza nazionale. Noi abbiamo stimato – ricorda Brugnoli – che di qui al 2021 serviranno 193mila tecnici, nei diversi comparti, dalla meccanica, al tessile, all’Ict , al legno alla chimica, e uno su tre sarà difficile da reperire. Siamo in una situazione emergenziale e proprio per questo c’è anche un fattore tempo: così è difficile rimanere la seconda manifattura d’Europa». E forse sarebbe bene che i giovani sapessero un po’ di più che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa. «Sette du dieci non lo sanno – dice Brugnoli – e non sanno che tanto di quello che vedono è uscito dalle fabbriche del loro paese».

Fonte: Il Sole 24 Ore

Articolo Originale

Partire dalla valutazione delle vulnerabilità da pericoli naturali per arrivare a ricostruire la storia di ogni edificio, in una specie di ‘nuovo fascicolo dei fabbricati’, grazie alle informazioni in possesso di enti diversi.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Il Governo prova di nuovo a trasformare gli edifici abbandonati in centri culturali da concedere ai giovani artisti al canone simbolico di 150 euro al mese.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Dopo il successo di “Chianti Lovers”, si parte con l’attività internazionale. Busi: “Strategico presidiare mercati dalle grandi potenzialità”

Una tappa a Cuba per un evento davvero speciale e poi un lungo tour ancora nell’America Latina per annunciare la nuova Chianti Academy Latam, che come in Cina arriva anche oltreoceano.

Fonte: EFA News

Articolo Originale

Il patrimonio infrastrutturale italiano è inadeguato al suo sistema economico e produttivo. L’Amministrazione non riesce a progettare le opere pubbliche in modo efficace e si generano ritardi, tanto che anche la Banca europea degli investimenti (BEI) ha segnalato la difficoltà di operare in Italia.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Di seguito il testo di alcune pagine del discorso che il procuratore generale della Corte dei Conti Alberto Avoli ha  pronunciato il 15 febbraio scorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2019; le pagine riguardano il settore dei lavori pubblici.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Due interventi si soffermano sulla normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro, sull’efficacia e le criticità del D.Lgs. 81/2008 e sul ruolo e i compiti prevenzionali dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

L’annata 2018, dopo i dati stimati, si chiude con una conferma sostanziale delle spedizioni-consumi di bollicine tricolori: sono esattamente 494,9 milioni le bottiglie. 

Fonte: EFA News

Articolo Originale

Mai così tanto cibo e vino italiano sono stati consumati sulle tavole mondiali con il record storico per le esportazioni agroalimentari Made in Italy che nel 2018 hanno raggiunto per la prima volta il valore di 41,8 miliardi di euro grazie all’aumento dell’1,8%.

Fonte: Coldiretti

Articolo Originale

Il Codice degli Appalti è considerato incompleto dalle categorie di lavoratori dell’edilizia e dall’Europa, che ha rilevato la non conformità dell’Italia alle proprie direttive. Tra le misure urgenti da adottare secondo gli edili, un sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti e un albo dei commissari esterni. 

Fonte: Agenda Digitale

Articolo Originale

Una norma ‘Sblocca cantieri’ urgente per anticipare alcuni punti della riforma del Codice Appalti. L’ha annunciata il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli. 

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

La necessità di apportare modifiche al Codice degli Appalti è tornata alla ribalta nel corso di un’audizione in Senato, dove associazioni di categoria ed esperti hanno spiegato le loro necessità e perplessità. In primis, emerge la necessità di leggi chiare che spieghino adeguatamente come muoversi nel mondo degli appalti.

Fonte: Agenda Digitale

Articolo Originale

L’ENEA ha messo a punto le linee guida per le diagnosi energetiche negli edifici pubblici, con particolare riguardo a scuole e uffici. Obiettivi: facilitare l’esecuzione e organizzare i risultati in banche dati utili per eventuali confronti tra i fabbisogni energetici degli edifici esistenti e quelli di riferimento per la stessa destinazione d’uso.

Fonte: Alternativa Sostenibile

Articolo Originale

Opere di urbanizzazione: il valore dei lotti si cumula

L’affidamento diretto di lavori fino a 150 mila euro comporta sempre la richiesta di almeno tre preventivi; è vietato selezionare le imprese in base all’ordine cronologico di arrivo delle domande o in base alla prossimità della sede legale rispetto al luogo di esecuzione dei lavori; obbligo di applicare il principio della rotazione negli affidamenti diretti vale oltre i 5mila euro; l’applicazione del codice appalti per l’affidamento delle opere di urbanizzazione scatta anche quando i lotti dei lavori sono sotto soglia, ma il loro importo totale supera la soglia Ue dei 5,2 milioni. Sono queste alcune delle soluzioni ipotizzate dall’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) che, avviando una rapida consultazione pubblica per aggiornare le linee guida n. 4 sugli affidamenti sotto soglia (termine per le risposte il 21 febbraio), indirettamente risponde, per quanto di competenza, ai rilievi espressi dall’Unione europea contenuti nella lettera di messa in mora contro l’Italia che ha toccato diversi punti del codice dei contratti pubblici. In attesa delle correzioni del decreto 50, che dovrebbero arrivare con un disegno di legge ordinario, l’Anac ha affrontato in primo luogo il tema dell’affidamento delle le opere di urbanizzazione a scomputo totale o parziale del contributo previsto per il rilascio del permesso di costruire.

Anche per evitare il frazionamento artificioso in lotti, l’Anac ha ipotizzato che nel calcolo del valore stimato siano cumulativamente considerati tutti i lavori di urbanizzazione primaria e secondaria, anche se appartenenti a diversi lotti, connessi ai lavori oggetto di permesso di costruire. Non solo: l’Autorità ha proposto anche che, se il valore complessivo delle opere di urbanizzazione a scomputo, qualunque esse siano, non raggiunge la soglia comunitaria, il privato può affidare senza gara esclusivamente le opere funzionali; al contrario, qualora il valore complessivo di tali opere superi la soglia comunitaria, il privato dovrà applicare il codice sia per le opere funzionali sia per quelle non funzionali. Sugli affidamenti diretti, la cui soglia massima è stata portata dalla legge di bilancio 2019 (per i soli lavori) da 40 mila a150 mila euro, l’Anac ha ricordato che è la stessa legge a prevedere che questa possibilità vale soltanto per il 2019. Ma soprattutto ha precisato che «la procedura introdotta in via transitoria dalla disposizione in esame possa essere interpretata nel senso che, per gli affidamenti tra 40 mila e 150 mila euro per l’anno 2019, è possibile ricorrere all’affidamento diretto previa richiesta di tre preventivi». Per i piccoli affidamenti l’Anac, con le linee guida n. 4, aveva stabilito che negli affidamenti di importo inferiore a mille euro, fosse consentito derogare all’applicazione del principio di rotazione, con scelta, sinteticamente motivata, ma dopo che la legge di bilancio ha previsto l’obbligo di ricorso al Mepa da 5 mila euro, l’Anac ha suggerito di portare a 5mila euro anche la soglia oltre la quale applicare l’obbligo di rotazione (con un effetto semplificatorio per circa 4 milioni l’anno di affidamenti di importo inferiore a 5 mila euro). Infine, l’Anac ha segnalato anche alcuni punti critici oggetto di esposti: la selezione delle imprese da invitare alle procedure non può essere effettuata chiedendo agli operatori «requisiti aggiuntivi ulteriori rispetto all’attestazione Soa», né è legittimo fare ricorso al «criterio cronologico basato sull’ordine di arrivo delle domande di partecipazione» o a quello della «prossimità della sede legale rispetto al luogo di esecuzione della prestazione, per la selezione degli operatori da invitare».

Fonte: Italia Oggi

Il Governo, come ha spiegato Luigi Di Maio ieri, ha rimodulato Impresa 4.0 a misura di PMI, adeguando gli incentivi in modo da favorire il lavoro stabile. Una scelta accolta con ottimismo di fondo dall’industria. Ma l’attenzione sull’attuazione futura del piano resta e deve restare massima.

Fonte: Agenda Digitale

Articolo Originale

In tilt per 48 ore il sito Enea per la comunicazione dei dati sulle ristrutturazioni per i lavori del 2018. Slitta quindi al 21 febbraio il termine per le spese effettuate entro il 21 novembre 2018.

Fonte: Edil Tecnico

Articolo Originale

Con la pubblicazione in Gazzetta della Circolare n. 7 del 21 gennaio 2019 recante “Istruzioni per l’applicazione dell’«Aggiornamento delle “Norme tecniche per le costruzioni”» di cui al decreto ministeriale 17 gennaio 2018” (S.O. n. 5 alla G.U. del 11 febbraio 2019), che sostituisce la precedente Circolare n. 617 del 2 febbraio 2009, è stato completato il quadro delle Norme Tecniche per le Costruzioni (NTC), avviato con l’aggiornamento delle stesse Norme avvenuto col Decreto 17 gennaio 2018.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

La legge 30 dicembre 2018, n. 145 (legge di biliancio 2019) recante “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021” conteneva al suo interno alcuni provvedimenti che per essere attuati avevano necessità di alcuni decreti attuativi delle misure di rilancio degli investimenti previsti dal Governo ha ancora visto la luce, nonostante i termini siano scaduti.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

I vademecum appena pubblicati sono aggiornati alle novità introdotte con l’ultima legge di Bilancio e ricapitolano il funzionamento delle tre misure.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Il presidente dell’Oice: solo correzioni mirate per sveltire la procedura di aggiudicazione. Serve anche una banca dati unica per le Pa.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Assonime ha pubblicato la circolare n. 4 dell’11 febbraio 2019 dal titolo “Legge di bilancio 2019: novità in tema di “dichiarazione non finanziaria” con cui evidenzia come per le imprese sia stato ampliato il contenuto informativo delle dichiarazioni non finanziarie. In particolare, la nuova disciplina impone solo degli obblighi informativi relativi a una serie di temi di natura socio-ambientale e, al fine di rafforzare la comunicazione di informazioni non finanziarie, esplicita chiaramente il principio per cui la descrizione dei rischi deve comprendere anche l’illustrazione delle modalità di gestione dei rischi.

Con la circolare n. 4 dell’11 febbraio 2019, Assonime intende analizzare il decreto legislativo 30 dicembre 2016, n. 2541 che ha imposto, a società quotate, banche e imprese di assicurazione (nonché di riassicurazione) di grandi dimensioni, l’obbligo di redigere e pubblicare una dichiarazione, di natura individuale o consolidata, che contenga una serie di informazioni relative ai temi socio-ambientali. In particolare, l’attenzione viene rivolta ai due principali punti interpretativi della nuova disciplina:

– l’esatta definizione del nuovo perimetro informativo;

– l’esercizio sociale a partire dal quale la previsione normativa trova applicazione.

Le informazioni da fornire

In particolare, la nuova disciplina prevede, tra l’altro, l’obbligo di fornire, al fine di assicurare la comprensione dell’attività d’impresa, del suo andamento, dei suoi risultati e dell’impatto da essa prodotta, le informazioni relative:

– al modello aziendale di gestione ed organizzazione delle attività dell’impresa, anche con riferimento alla gestione dei temi socio-ambientali;
– alle politiche praticate dall’impresa, comprese quelle di dovuta diligenza, e dei risultati conseguiti tramite di esse;
– ai principali rischi, generati o subiti, connessi ai suddetti temi, i quali derivano dalle attività dell’impresa, dai suoi prodotti, servizi o rapporti commerciali, incluse, ove rilevanti, le catene di fornitura e subappalto.

Inoltre, con la legge di bilancio 2019 le informazioni da fornire nella dichiarazione non finanziaria in tema di rischi sono aumentate poiché oltre a dover descrivere i principali rischi, generati o subiti, connessi ai temi non finanziari comprenda anche le loro modalità di gestione.

L’ampliamento del contenuto informativo con riferimento ai rischi

La disciplina in esame impone degli obblighi informativi relativi a una serie di temi di natura socio-ambientale evidenziando altresì le modalità con cui si intendono affrontare i rischi connessi a tele tema.
A tal proposito il compito fondamentale degli amministratori consiste nell’organizzare un idoneo processo di raccolta, validazione e strutturazione dei dati necessari nel predisporre un documento idoneo a soddisfare le finalità informative. Ma non bisogna dimenticare che l’obbligo in capo agli amministratori di adottare modalità di gestione dei rischi di natura non finanziaria può derivare dalla necessità di osservare i criteri di corretta amministrazione che impongono l’attivazione di presidi volti ad individuare e gestire i suddetti rischi.

Il primo esercizio sociale di applicazione della nuova disciplina

Le disposizioni contenute nella legge di bilancio 2019 entrano in vigore, tranne le eccezioni comunque indicate, il 1° gennaio 2019. Nulla è specificato in merito alla data da cui far partire l’obbligo delle dichiarazioni non finanziarie. Poiché le disposizioni contenute nella legge di bilancio 2019 entrano in vigore il 1° gennaio 2019, Assonime ritiene che esse si applichino alle dichiarazioni non finanziarie relative a esercizi che hanno inizio a partire da quella data auspicando al più presto un chiarimento ufficiale da parte dell’autorità pubblica preposta alla vigilanza su questi temi.

Fonte: Ipsoa

Il 55% dei Comuni non applica i Criteri ambientali minimi (Cam) in nessuna categoria merceologica. Questo il quadro delineato dal primo report di monitoraggio sull’applicazione dei Criteri minimi ambientali.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Sulla individuazione del datore di lavoro e sull’obbligo della valutazione dei rischi e della redazione del DVR nelle organizzazioni di lavoro complesse.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Uno dei temi più importanti contenuti nelle Norme Tecniche per le Costruzioni (NTC) di cui al decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti 17 gennaio 2018 è senz’altro quello degli interventi sulle strutture esistenti, regolamentato al capitolo 8 delle NTC e ripreso nello stesso capitolo C8 della Circolare Ministero delle infrastrutture e dei trasporti 21 gennaio 2019, n. 7 recante “Istruzioni per l’applicazione dell’«Aggiornamento delle “Norme tecniche per le costruzioni”» di cui al decreto ministeriale 17 gennaio 2018”.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

L’Agenzia delle Entrate ha aggiornato, nei giorni scorsi con le ultime novità fiscali contenute nella legge 30 dicembre 2018, n. 145 (legge di bilancio 2019), le seguenti tre guide fiscali: ristrutturazioni edilizie; agevolazioni fiscali per il risparmio energetico; bonus mobili ed elettrodomestici.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Una relazione del Prof. Paolo Pascucci – Professore ordinario di Diritto del lavoro nell’Università di Urbino “Carlo Bo”  e presidente dell’Osservatorio Olympus – si sofferma sulla genesi del D.Lgs. 81/2008 e sui ritardi e le criticità da affrontare. Focus sull’ambito oggettivo di applicazione, sui ritardi dei decreti attuativi e sulle criticità del sistema istituzionale.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Con grande tempestività l’ANAC, ha posto in consultazione un ulteriore aggiornamento delle Linee guida n. 4 recanti “Procedure per l’affidamento dei contratti pubblici di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato e formazione e gestione degli elenchi di operatori economici” approvate una prima volta con delibera n. 1097 del 26 ottobre 2016 e successivamente aggiornate con delibera n. 206 del 1 marzo 2018.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Sul supplemento ordinario n. 5 alla Gazzetta ufficiale n. 35 dell/11 febbraio 2019 è stata pubblicata la Circolare del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti 21 gennaio 2019, n. 7 del Consiglio superiore del Lavori Pubblici recante “Istruzioni per l’applicazione dell’«Aggiornamento delle “Norme tecniche per le costruzioni”» di cui al decreto ministeriale 17 gennaio 2018”.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Carlea, presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, ha dichiarato che dopo l’uscita della Circolare NTC settimana prossima, il Consiglio si metterà al lavoro per aggiornare il Testo unico dell’edilizia.

Fonte: Edil Tecnico

Articolo Originale

Il Decreto Semplificazioni è un disegno di legge che prevede una serie di interventi di semplificazione relativamente a vari settori. Approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 dicembre 2018, durante il suo passaggio in Senato ha subìto diverse modifiche ed il 7 febbraio con 275 voti a favore, 206 contrari e 27 astenuti la Camera ha approvato in via definitiva il suddetto ddl di conversione in legge del decreto semplificazioni che contiene misure urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione.

Fonte: Edil Tecnico

Articolo Originale

Una nuova linea guida fornisce indicazioni sulle misure indispensabili per mantenere efficiente l’impianto elettrico, facilitare l’analisi dei rischi e la redazione del documento di valutazione. Lo scopo e i benefici della manutenzione.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

L’istituto del soccorso istruttorio previsto dall’art. 83, comma 9 del D.Lgs. n. 50/2016(c.d. Codice dei contratti) non consente di procedere a integrazioni dell’offerta tecnica.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

È già da oltre un mese in vigore la legge 30 dicembre 2018, n. 145 recante “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021” che all’articolo 1 comma 912 introduce fino al 31 dicembre 2019, nelle more di una complessiva revisione del codice dei contratti pubblici, alcune modifiche alle modalità di afffidamento dei lavori con esclusione dei servizi e delle forniture di importo compreso tra 40.000 e 350.000 euro e, quindi di importo al di sotto della soglia comunitaria.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

AINOP, da qualche giorno online con la versione beta, permette di censire il patrimonio nazionale delle Opere Pubbliche, programmando gli interventi più urgenti da realizzare.

Fonte: Infobuild

Articolo Originale

Da un’analisi dettagliata dei dati diffusi dall’INAIL emergono alcuni aspetti molto preoccupanti riguardo le morti sul lavoro. In commento di Franco D’Amico di ANMIL.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Il Codice Appalti è al giro di boa. Nel 2019 sarà molto probabilmente riscritto alla luce di nuovi princìpi, come previsto dal disegno di legge “deleghe”. Ma ad essere rivisti potrebbero essere anche aspetti che, nonostante siano considerati abbastanza consolidati, sono finiti sotto la lente della Commissione Europea, che nei giorni scorsi ha inviato all’Italia una lettera di messa in mora.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Verso l’addio all’Autorità, il magistrato ha fatto domanda per la procura di Perugia

«Il codice degli appalti non è rigido, come alcuni dicono. Nè ha frenato le grandi opere. Lo dimostra il contrario: abbiamo introdotto meccanismi di flessibilità sotto la soglia del milione di euro, pari al 95% degli appalti. Nonostante questo, non sono aumentati». Raffaele Cantone, presidente dell’Anac (autorità nazionale anticorruzione), difende il lavoro svolto finora ma sulla corruzione non nasconde il disincanto: «Tra 15 anni ci diremo le stesse cose di oggi». Ieri Cantone ne ha parlato a Roma alla Link Campus University di Roma in un dibattito con Piercamillo Davigo, oggi componente del Csm, e Andrea Castaldo, ordinario di diritto penale a Salerno, moderati dal direttore del Sole24Ore Fabio Tamburini. «Forse negli ultimi anni c’è stata una bulimia legislativa: quante volte si è intervenuti sulle pene, ma il legislatore ha provato a mettere in campo una strategia di prevenzione mettendo l’accento sulla trasparenza – sottolinea Cantone – e la legge spazzacorrotti ha completato questo trend con passaggi positivi». Su quest’ultima normativa non è d’accordo Davigo: «Mi sembra ci siano buone intenzioni, ma di intenzioni è lastricata la strada per l’inferno». Cantone giudica positivo anche «l’inasprimento delle pene accessorie» e l’introduzione dell’agente sotto copertura «che può essere utile nei casi di organizzazioni. Se li avessimo avuti nel caso di Mafia Capitale ne avremmo viste di tutti i colori». Il presidente Anac sottolinea comunque la «bulimia» delle leggi in materia di corruzione: «Ne abbiamo avute ben tre in dieci anni» rimarca la professoressa Maria Elena Castaldo, coordinatrice della facoltà di Giurisprudenza. E sulla percezione diffusa della corruzione il «Programme leader» di Giurisprudenza, Antonio Catricalà, invoca l’esigenza di «calibrare pessimismo e ottimismo. Con interventi equilibrati, per esempio sulle lobby. Bisognerebbe trovare, per esempio, un sistema per rendere pubbliche le agende degli uomini pubblici quando svolgono questo genere di incontri».

Per Cantone potrebbero essere le ultime battute all’Anac. Il magistrato ha presentato domanda al Csm per un posto da procuratore anche se la scadenza del suo attuale incarico è il 2020. Le domande di Cantone trasmesse al Consiglio superiore della magistratura riguardano Perugia, Torre Annunziata e Frosinone.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Tra le opere di messa in sicurezza rientrano i lavori nelle scuole, le indagini sismiche e l’installazione di semafori intelligenti.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Le relazioni fra la norma EN 1090-1 e il processo di progettazione strutturale. Approfondiamo.

Fonte: Edil Tecnico

Articolo Originale

Serve un fondo per la ristrutturazione dei debiti in difficoltà, inizialmente previsto da un emendamento al Dl Semplificazioni: solo così si può aiutare chi ne ha bisogno a tornare «in bonis».

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Non inizia bene il 2019 per le gare di progettazione, dopo il boom di dicembre: a gennaio i bandi di sola progettazione sono stati 188, -43,7% rispetto a dicembre e -28,0% rispetto a gennaio 2018, con un valore di 28,9 milioni di euro, -66,7% su dicembre e -6,5% su gennaio 2017.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Pubblicata in Gazzetta la ripartizione del Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese tra le amministrazioni centrali dello Stato in relazione ai settori di spesa. Assegnati ai Ministeri 35,5 miliardi di euro.

Fonte: Infobuild

Articolo Originale

Un’analisi dei requisiti di sicurezza della norma ISO 27001 sulla sicurezza dei sistemi informatici: la norma garantisce i requisiti imposti nel regolamento europeo di protezione dei dati personali GDPR 679/2016?

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Pubblicato il testo coordinato del Decreto Legislativo 9 aprile 2008 n. 81 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro nella versione di gennaio 2019. Le novità della notifica preliminare e la rivalutazione delle sanzioni.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Quali sono i punti più significativi e concreti dell’accordo di attuazione del Patto per la fabbrica in materia di salute e sicurezza? Cosa si vuole modificare? Ne parliamo con Cinzia Frascheri, responsabile Cisl salute e sicurezza sul lavoro.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Tutti gli attori del comparto delle costruzioni chiedono una convocazione urgente da parte del Governo perché dalle parole si passi ai fatti.

Fonte: Infobuild

Articolo Originale

Sulla Gazzetta ufficiale n 28 del 2 febbraio 2019 è stato pubblicato il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 28 novembre 2018 recante “Ripartizione delle risorse del Fondo per gli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese di cui all’articolo 1, comma 1072, della legge 27 dicembre 2017, n. 205”.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Cambiano le sfide per le imprese nel digitale: rinnovati i macchinari, ora bisogna puntare sulle persone. “Reskilling” è la parola chiave per restare competitivi e contrastare la riduzione dei posti di lavoro legata alla crescente automazione. Nella giusta direzione, ma ancora deboli le misure del Governo nella Manovra.

Fonte: Agenda Digitale

Articolo Originale

Se si aggiudica un appalto con l’offerta economicamente più vantaggiosa il limite massimo del 30% non è mai derogabile, anche se la prestazione ha carattere di omogeneità. È quanto ha stabilito l’Anac con la delibera n.7 del 9 gennaio 2019 con un parere di precontenzioso concernente una procedura aperta per la fornitura, per due anni, di materiale di osteosintesi che, per un importo base d’asta di oltre 2 milioni di euro, doveva essere aggiudicato con il criterio della offerta economicamente più vantaggiosa.

Fonte: Italia Oggi

Articolo Originale

Il presidente degli architetti al convegno Feneal Uil sollecita una reazione per contrastare la recessione certificata ieri dall’Istat: «Per far ripartire l’edilizia serve una politica coraggiosa, che servirebbe all’intera economia considerati i dati preoccupanti sul Pil diffusi oggi dall’Istat, e che inauguri una nuova stagione basata su interventi destinati alla manutenzione strutturale, alla trasformazione e alla rigenerazione delle città».

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Il Ministero dell’Interno ha aggiornato le risposte ai quesiti più frequenti (FAQ) arrivati direttamente dai sindaci che hanno scritto a faq.decreto2019@interno.it per chiedere chiarimenti sull’utilizzo dei 400 milioni destinati alla messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici e patrimonio comunale per i comuni fino a 20.000 abitanti, previsto dal Decreto 10 gennaio 2019.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Nell’ambito del monitoraggio delle opere gli indicatori costituiscono uno strumento di verifica della coerenza delle attività in esecuzione e dei risultati conseguiti.

Fonte: Edil Tecnico

Articolo Originale

Si è svolta mercoledì 30 gennaio nella Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati l’audizione di Raffaele Cantone Presidente dell’Anac /Autorità Nazionale AntiCorruzione) che nel suo intervento ha parlato, tra l’altro (qui di seguito il video integrale del Presidente Cantone) dei punti critici negli appalti, del meccanismo delle proroghe, delle infiltrazioni cirminali e dei criteri ambientali minimi previsto all’articolo  34 del Codice dei contratti pubblici di cui al D.Lgs. n. 50/2016.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

In vigore dal 31 gennaio 2019, la legge Anticorruzione si fonda su tre temi principali: il contrasto dei reati contro la PA, la prescrizione del reato e la trasparenza di partiti e movimenti politici. Di particolare interesse per le imprese le norme relative ai reati contro la PA: nel più ampio quadro di un inasprimento delle pene principali e accessorie per i reati di corruzione, si trovano norme che, con riferimento alla responsabilità amministrativa di società ed enti (nonché, almeno in potenza, anche dei funzionari corrotti), prevedono un aumento della durata delle sanzioni interdittive e introducono una causa di non punibilità per quanti collaborano spontaneamente con la giustizia prima di sapere di essere indagati ed entro 4 mesi dalla commissione del reato.

Fonte: Ipsoa

Articolo Originale

“I criteri ambientali minimi (CAM) sono una norma di civiltà, ma impongono anche oneri complessi in merito alla gestione dei singoli appalti”. A pensare che i CAM siano al momento inattuabili è il presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone, intervenuto in audizione in Commissione bicamerale di inchiesta sugli illeciti ambientali.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

In una gara d’appalto pubblica è da escludere il concorrente che all’interno dell’offerta tecnica ha inserito elementi relativi all’offerta economica (prezzo e tempo); va sempre tutelato il principio di separazione e segretezza dell’offerta economica da quella tecnica come elementi cardine dei più generali principi di imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa. E’ quanto ha precisato il Consiglio di Stato, sezione quinta, con la sentenza del 24 gennaio 2019 n.612 rispetto ad una fattispecie che vedeva censurato il comportamento della stazione appaltante relativamente all’ammissione alla gara un concorrente che nella relazione al cronoprogramma aveva indicato anche la componente economica della propria offerta, in violazione del principio di separazione tra offerta tecnica ed economica. In primo grado, il Tar aveva ritenuto infondato il ricorso sostenendo che «menzionare nella relazione al cronoprogramma operativo «l’avanzamento economico» dei lavori e anche nel dettaglio dell’organizzazione dei mezzi e delle risorse umane «a cadenza settimanale» e detta indicazione dei costi via via sostenuti nello sviluppo dell’appalto non poteva violare il principio di separatezza tra offerta economica e ed offerta tecnica, visto il criterio rigidamente matematico di valutazione de «l’offerta tempo» e di quella economica, con la conseguente esclusione di ogni apporto discrezionale della commissione di gara». Il Consiglio di Stato ha riformato la sentenza affermando che la peculiarità del bene giuridico protetto dal principio di segretezza dell’offerta economica, impone che la tutela copra non solo l’effettiva lesione del bene, ma anche il semplice rischio di pregiudizio. Per i giudici di Palazzo Spada «già la sola possibilità di conoscenza dell’entità dell’offerta economica, prima di quella tecnica, è idonea a compromettere la garanzia di imparzialità della valutazione». In particolare, per i giudici, il principio di segretezza comporta che, fino a quando non si sia conclusa la valutazione degli elementi tecnici, è interdetta al seggio di gara la conoscenza di quelli economici, per evitare possibili influenze sull’apprezzamento dei primi.

Fonte: Italia Oggi

Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Istituto tra gennaio e dicembre sono state 641.261 (+0,9%), 1.133 delle quali con esito mortale (+10,1%). In aumento anche le patologie di origine professionale denunciate.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

A gennaio 2019 si stima un aumento dell’indice del clima di fiducia dei consumatori da 113,2 a 114,0; l’indice composito del clima di fiducia delle imprese registra invece una flessione, passando da 99,7 a 99,2.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Al via la mobilitazione permanente delle imprese del settore edile per denunciare la grave assenza di azioni e decisioni da parte della politica.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Per il presidente dell’Anac implementarli è troppo costoso, si rischierebbe il blocco del sistema

I Criteri ambientali minimi negli appalti pubblici (Cam), obbligatori per legge, «sono un
passaggio epocale, ma richiedono oneri rilevantissimi per la loro implementazione. Se qualcuno oggi provasse a imporre i Cam, il sistema degli appalti sarebbe bloccato. Dobbiamo mettere in condizioni gli enti locali di renderli attuabili». Lo ha detto il presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone, ieri, in audizione alla Commissione bicamerale Ecomafie.

La “denuncia” di Cantone ha raccolto l’attenzione dei parlamentari. «Crediamo nel grande potenziale dei Criteri ambientali minimi, che indirizzando la domanda pubblica possono orientare le imprese verso pratiche di maggiore sostenibilità, a partire dall’utilizzo di materie riciclate -, ha dichiarato il presidente della Commissione Ecomafie, il deputato pentastellato Stefano Vignaroli -. In questo senso, ci faremo promotori di attività che facilitino l’applicazione dei Cam».

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

La legge Anticorruzione, che introduce misure in materia di contrasto ai reati contro la Pubblica amministrazione, entra in vigore dal 31 gennaio 2019. La disciplina innovata, oltre a modificare i termini di prescrizione dei reati, impone maggiore trasparenza a partiti e movimenti politici che percepiscono contributi e sovvenzioni. L’interdizione dai pubblici uffici diviene permanente per i condannati e si prevedono nuove responsabilità amministrative e penali di società e di imprenditori coinvolti in indagini per reati contro la PA.

Dal 31 gennaio 2019 è pienamente in vigore la nuova disciplina in materia di anticorruzione che prevede misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione. Oltre ad un’estensione dell’ambito applicativo, si prevede l’aumento da uno a tre anni della pena minima accessoria conseguente alla condanna per reati contro la Pubblica Amministrazione. In questo caso è anche prevista la permanente l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione e all’interdizione dai pubblici uffici, in caso di condanna superiore a 2 anni di reclusione.

Prescrizione del reato
A partire dal 1° gennaio 2020, la prescrizione – non solo per i reati di corruzione – non si applicherà più dopo la sentenza di primo grado, che sia di condanna o di prescrizione.

Interdizione da pubblici uffici
L’interdizione dai pubblici uffici permane anche in caso di riabilitazione del condannato, per ulteriori 7 anni. E’ prevista tuttavia una causa di non punibilità per colui che collabora con la giustizia, a patto che vi sia una confessione spontanea che intervenga prima che l’interessato abbia notizia di una indagine a suo carico e comunque entro 4 mesi dalla commissione del reato.

Contrasto ai reati di corruzione
Il testo di legge, inoltre, consente al giudice, anche in relazione ai delitti di corruzione, di accertare la responsabilità dell’imputato nonostante la prescrizione del reato al fine di provvedere comunque alla confisca allargata del denaro o dei beni frutto dell’illecito. Si applica anche ai reati di corruzione la possibilità di utilizzare agenti sotto copertura: è dunque possibile utilizzare le intercettazioni, anche mediante dispositivi elettronici portatili (cd. trojan), nei procedimenti per reati contro la P.A.

Trasparenza dei partiti politici
I partiti e i movimenti politici che partecipano alle elezioni nei comuni con più di 15.000 abitanti hanno l’obbligo di annotare, entro il mese successivo a quello della percezione, in un apposito registro, per ogni contributo ricevuto, l’identità dell’erogante, l’entità del contributo o il valore della prestazione o di altra forma di sostegno e la data dell’erogazione. I medesimi dati devono essere riportati nel rendiconto del partito o movimento politico e contestualmente pubblicati sul relativo sito internet. Il reato di millantato credito viene assorbito da quello di traffico di influenze. E’ altresì introdotto il divieto di ricevere contributi, prestazioni o altre forme di sostegno provenienti da Governi o enti pubblici di Stati esteri e da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate ad obblighi fiscali in Italia.
I soggetti titolari di cariche elettive e di governo, inclusi i tesorieri dei partiti politici, devono corredare la dichiarazione patrimoniale e di reddito con l’indicazione di quanto ricevuto per ogni importo annuo superiore a 500, ricevuto direttamente o attraverso comitati di sostegno. Viene eliminata la possibilità di restare anonimi per chi fa donazioni a partiti, fondazioni o altri organismi politici
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Fonte: Ipsoa

Porta Pia comunica l’avvio della versione beta del repository per censire gli asset di amministrazioni centrali, territoriali e locali

Il Mit informa che è disponibile la versione beta dell’archivio informatico nazionale delle opere pubbliche (Ainop), che permette di censire il patrimonio delle opere pubbliche di competenza degli enti e delle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato, delle Regioni, delle autonomie locali (Province autonome, Province, Città metropolitane) e di tutti i Comuni d’Italia. Il sistema informativo – avverte il Mit – non rappresenta la versione definitiva, «ma viene messa a disposizione per valutarne l’utilizzo e le eventuali migliorie da apportare in fase conclusiva». 

L’obiettivo finale non è solo il censimento, ma l’effettivo monitoraggio e controllo durante l’intero ciclo di vita. Le informazioni rappresentano il «fascicolo dell’opera» contenente «gli elementi per individuare le opere da mettere in sicurezza con interventi ad hoc, classificandole anche in base alle priorità d’urgenza». Al momento, l’archivio prevede nove categorie: ponti, viadotti e cavalcavia stradali; ponti, viadotti e cavalcavia ferroviari; strade; ferrovie nazionali e regionali e metropolitane; aeroporti; dighe e acquedotti; gallerie ferroviarie e gallerie stradali; porti e infrastrutture portuali; edilizia pubblica.

Fonte: Edilizia e Territorio

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La direzione generale del Mise ha appena pubblicato e inviato alla Gazzetta ufficiale il decreto direttoriale che, di fatto, dispone la riattivazione dell’agevolazione dedicata ai beni strumentali delle Pmi

A partire dal 7 febbraio, «è disposta la riapertura dello sportello per la presentazione da parte delle imprese delle domande di accesso ai contributi» della Nuova Sabatini.

La direzione generale del Mise per gli incentivi alle imprese ha appena pubblicato e inviato alla Gazzetta ufficiale il decreto direttoriale che, di fatto, dispone la riattivazione dell’agevolazione dedicata ai beni strumentali delle Pmi, dopo il rifinanziamento disposto dall’ultima legge di Bilancio.

Il ministero ricorda, anzitutto, che la manovra ha disposto lo stanziamento di nuove risorse finanziarie «pari a 480 milioni di euro». Sono così ripartite: 48 milioni per il 2019, 96 milioni per ciascuno degli anni dal 2020 al 2023 e 48 milioni per il 2024. Dal 7 febbraio, allora, le imprese potranno presentare domanda a banche e intermediari finanziari. Queste richieste potranno tradursi in prenotazioni delle banche, da presentare a partire dal prossimo mese di marzo.

La chiusura dello sportello lo scorso 4 dicembre ha prodotto, però, una serie di casi particolari sulla cui regolazione il ministero si pronuncia in maniera dettagliata. Un altro decreto direttoriale dà, infatti, indicazioni sulle richieste di prenotazione «non accolte, anche in misura parziale, per esaurimento delle risorse disponibili».

Le domande messe nel congelatore alla chiusura dello sportello Sabatini saranno soddisfatte, «nel rispetto dell’ordine cronologico di presentazione», pescando dalle risorse aggiuntive appena stanziate.

A questo proposito, il ministero ha pubblicato in allegato al provvedimento un elenco di prenotazioni accolte (con relativa data e orario), da evadere in maniera prioritaria: sono in tutto 70, con importi compresi tra 1.566 euro e 9,2 milioni, in un periodo che va dal 1° al 6 dicembre scorso.

Bisogna però considerare che la procedura prevede due passaggi: la presentazione della domanda di accesso al contributo dell’impresa alla banca o all’intermediario e la trasmissione al ministero, da parte della banca o dell’intermediario, della richiesta di prenotazione delle risorse.

Il modulo di domanda – va ricordato – è accessibile nella sezione «Beni strumentali (Nuova Sabatini)» del sito del ministero (www.mise.gov.it) e, a pena di inammissibilità, dovrà essere compilato in formato elettronico in ogni sua parte e sottoscritto con firma digitale.

C’è, poi, anche il caso delle domande di agevolazione presentate dalle imprese alle banche o agli intermediari finanziari prima della chiusura dello sportello ma non incluse in tempo in una richiesta di prenotazione delle risorse inviata al Mise. Queste avranno una corsia propria e potranno «essere oggetto di apposite richieste di prenotazione», da trasmettere da venerdì 1° febbraio.

Una precisazione importante riguarda, infine, un ultimo scenario possibile: le domande di agevolazione delle Pmi presentate alle banche o agli intermediari finanziari nel periodo compreso tra il 4 dicembre scorso, data di chiusura dello sportello, e il 6 febbraio prossimo, giorno antecedente la data di riapertura dello sportello. Per il Mise saranno considerate «irricevibili». Dovranno, allora, rimettersi in fila per accedere ai contributi.

Fonte: Edilizia e Territorio

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La Commissione europea ha deciso il 24 gennaio 2019 di inviare una lettera di costituzione in mora a Belgio, Bulgaria, Cechia, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Francia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Polonia e Portogallochiedendo formalmente il corretto recepimento nel diritto nazionale della direttiva sull’efficienza energetica (direttiva 2012/27/UE). .

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

L’approvazione da parte dell’Assemblea del Senato del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 135/2018 (c.d. Decreto Semplificazioni) recante “Disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione” ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai professionisti soprattutto in merito alla paventata ipotesi di un’eventuale abolizione dell’obbligo di utilizzo del Decreto Parametri per la determinazione dell’importo da porre a base di gara per i servizi di architettura e ingegneria.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

La guida operativa del ministero sulle gare: gestione della procedura, valutazione offerte, verifica requisiti, calcolo anomalia, commissari

Bandi di gare di forniture, servizi e lavori, per importi da zero a infinito, con o senza ricorso alle convenzioni Consip. Il ministero dell’Istruzione corre in soccorso di comuni, province fino ad arrivare ai e presidi fornendo una articolata guida operativa per orientarsi tra le norme del codice appalti. Sul sito del Miur è stato da poco pubblicato il quaderno n.1 dedicato alle “Istruzioni di carattere generale relative all’applicazione del Codice dei Contratti Pubblici”. Un agile guida operativa per mettere in grado i decisori, il Rup e i commissari di gara di non perdere la bussola sull’intero arco della procedura. 

Appalti, “free zone” fino a 40mila euro 
Nelle circa 100 pagine del documento del Miur, si passano in rassegna in modo chiaro i percorsi da seguire a seconda che si voglia acquisire un servizio o appaltare un lavoro. Il principale criterio guida è quello dell’importo. Per le istituzioni scolastiche gli appalti devono tenere conto dei seguenti valori: 10mila euro, livello oltre il quale il Consiglio di Istituto delibera sulle attività negoziali per appalti di importo fino a 40mila euro. Per importi inferiori ai 10mila euro, la scuola «individua l’operatore affidatario – si legge nella guida – con le modalità ritenute opportune». «Tale attività – suggerisce la guida – potrà essere svolta tramite l’acquisizione di preventivi, la consultazione di elenchi di operatori, la pubblicazione di un avviso di indagine di mercato ecc.». 

Servizi e forniture, trattativa privata per il sottosoglia 
Tra i 40mila e e 144mila euro (soglia, quest’ultima, individuata dal Miur quale soglia comunitaria rilevante per le Istituzioni Scolastiche ai fini dell’affidamento di appalti pubblici di forniture e di servizi) si possono acquisire servizi e fornitore con procedura negoziata, previa consultazione, ove esistenti, di almeno cinque operatori economici. Sempre, beninteso, che non sia attiva una convenzione Consip

Lavori, procedura negoziata tra 40mila e 150mila euro
Anche per appaltare lavori di importo tra 40mila e 150mila euro, le scuole potranno ricorrere alla procedura negoziata, previa consultazione, ove esistenti, di almeno dieci operatori economici. La procedura negoziata è applicabile anche agli appalti di lavori di importo tra 50mila euro e un milione di euro, previa consultazione di almeno quindici operatori, ove esistenti. 

Appalti soprasoglia
Per tutti gli affidamenti di servizi e forniture di importo superiore ai 144mila euro e di lavori di importo superiore a un milione di euro, le cose si complicano perché l’istituzione scolastica ha a disposizione una gamma di diverse possibilità: procedura aperta (art. 60); procedura ristretta (art. 61); procedura negoziata senza bando (art. 63); procedura competitiva con negoziazione (art. 62); dialogo competitivo (art. 64); partenariato per l’innovazione (art. 65). Per ciascuna procedura la guida del Miur indica i passi da fare.

Esclusioni e anomalia, indicazioni pratiche
Per facilitare il compito ai presidi, il Miur ha sintetizzato in due tabelle dedicate (pubblicate nell’appendice in allegato al vademecum) un utile specchietto sia per individuare le cause di esclusione dalla gara, sia per impostare correttamente la verifica dell’anomalia. Per quanto riguarda la complessa applicazione dell’articolo 80 del codice, la tabella indica, per ciascun tipo di “causa ostativa” e i “mezzi di accertamento”, i documenti da acquisire, le figure sulle quali procedere all’accertamento e, infine, lo strumento per farlo (Avcpass o richiesta al casellario giudiziale del tribunale. Infine, la guida – e in particolare l’appendice in allegato – fornisce 14 format di determine per i vari passaggi della procedura (indizione della gara, aggiudicazione, acquisto, nomina commissari).

LA GUIDA DEL MIUR L’APPENDICE IN ALLEGATO

Fonte: Edilizia e Territorio

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Le agevolazioni concesse alla imprese del Sud (industria 4.0) non sono cumulabili con altri incentivi configurabili come aiuti di stato; quali la Sabatini ter per l’acquisto di beni strumentali e il credito di imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno. 

Fonte: Italia Oggi

Articolo Originale

Indicare una procedura sistematica e dettagliata per facilitare la conduzione delle diagnosi energetiche e garantirne l’omogeneità di esecuzione. 

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Il disegno di legge approvato il 12 dicembre, con la delega per riformare il codice, non è ancora arrivato in Parlamento

A 45 giorni dalla doppia approvazione in Consiglio dei ministri di un decreto legge e di un disegno di legge per favorire le semplificazioni, il codice degli appalti resta senza riforma, nonostante la procedura Ue formalizzata giovedì scorso al governo italiano per violazione delle direttive europee del 2015. Dopo vari “tira e molla” le norme che avrebbero dovuto intervenire almeno sulla disciplina del subappalto e su altri aspetti rilevanti non sono entrate nel decreto legge in discussione da lunedì nell’Aula di Palazzo Madama. Accantonati anche emendamenti convergenti presentati dai gruppi della Lega e dei Cinque stelle durante la discussione nelle commissioni Affari costituzionali e Lavori pubblici. 

Questo nonostante il decreto sia passato da 12 a 69 articoli. D’altra parte il disegno di legge approvato il 12 dicembre, che contiene una delega al governo per una riforma organica del codice, è scomparso dai radar: non ancora arrivato in Parlamento. A rallentare la messa a punto di un testo definitivo è la decisione di Palazzo Chigi di integrare il testo iniziale con le norme di semplificazione proposte dai singoli ministeri, che stanno arrivando con molta lentezza. La pesantissima lettera di messa in mora di Bruxelles su diversi aspetti del codice e in particolare sui pilastri del subappalto all’italiana potrebbe indurre il governo ad accelerare almeno quelle correzioni, come ha immediatamente riproposto l’Ance. 

Nel decreto semplificazioni o con un decreto legge ad hoc. Per altro gli emendamenti proposti al decreto semplificazioni da Lega e M5S andavano già in parte nella direzione auspicata dalla Ue, per esempio dove rileva una violazione delle norme Ue nell’obbligo di presentare una terna dei possibili subappaltatori sulle singole lavorazioni già con l’offerta in gara. Altre proposte, come la possibilità per i concessionari di realizzare il 100% dei lavori in proprio, un inaspettato regalo a una categoria molto criticata da M5s, avevano suscitato reazioni molto dure e non saranno certamente recuperati. Quanto al subappalto sembra difficile per la maggioranza smantellare altri principi come il divieto di subappaltare più del 30% di un contratto pubblico o il divieto per un subappaltatore di fare a sua volta ricorso a un altro subappaltatore, come pure chiede la Ue.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Non è conforme alla normativa di settore l’operato della stazione appaltante che in una procedura di gara da aggiudicarsi con l’offerta economicamente più vantaggiosa (OEPV) quantifica in una percentuale superiore al 30% il peso del punteggio da attribuire alla componente economica dell’offerta.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

La Commissione europea ritiene che la legislazione italiana in materia di Codice Appalti non sia conforme alle norme UE.

Fonte: Infobuild

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Le gare avviate hanno riguardato quasi esclusivamente lavori di manutenzione, per un valore di circa 2,3 miliardi (+0,7%) e beni e servizi per circa 0,5 miliardi (-0,1%)

Aumenta la spesa dell’Anas nel settore degli appalti pubblici. Il valore complessivo delle gare pubblicate nel 2018 è salito a 2,8 miliardi di euro, con un incremento di quasi il 10% rispetto al 2017.
Il consuntivo delle gare avviate lo scorso anno, rende noto l’Anas, è positivo grazie all’accelerazione di fine dicembre intervenuta a seguito dell’insediamento del nuovo vertice, con bandi di manutenzione programmata per oltre 1,3 miliardi.

Le gare avviate hanno riguardato quasi esclusivamente lavori di manutenzione, per un valore di circa 2,3 miliardi (+0,7% sul 2017) e beni e servizi per circa 0,5 miliardi (-0,1% rispetto al 2017).
Nel 2018 circa 100 imprese sono risultate aggiudicatarie delle gare per lavori affidate dalla Direzione generale, in linea con l’anno precedente.
Infine, si è registrato un forte incremento (di circa il 70%) del valore dei contratti stipulati che è salito a oltre 2 miliardi.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il Rating è un attestazione rilasciata dall’Agcm (Autorità garante della concorrenza e del mercato) che prevede un livello di adesione che varia dal minimo di una a un massimo di tre stelle. Per ottenere la prima stella, l’impresa deve dimostrare il rispetto di tutta una serie di requisiti normativi, deve cioè, in altre parole, «rispettare la legge». Ma per ottenere livelli più elevati di Rating, l’impresa deve dimostrare di possedere una serie di ulteriori requisiti, realizzando diversi azioni/strumenti/procedure volontarie (di seguito anche solo «strumenti»), oltre gli obblighi di legge. Questi requisiti premiali sono descritti nel regolamento del Rating e riportati, in particolare, nella sezione C del formulario ufficiale per richiederlo.

Essi sono ampi e diversificati e riguardano una serie di campi, tra i quali:

– gestione del rischio aziendale (un esempio è il Modello organizzativo 231/2001);

– responsabilità sociale d’impresa e sostenibilità; – prevenzione e gestione della corruzione;

– good governance ed etica d’impresa;

– rispetto della legalità;

– attenzione ai rapporti coi clienti;

– tracciabilità dei pagamenti.

L’impresa per ottenere il massimo livello di Rating può scegliere almeno sei delle soluzioni proposte all’interno del Formulario. La strada più efficace da compiere per ottenere i massimi livelli di Rating è quella della programmazione. Ecco qui tre consigli per ottenere il massimo livello di Rating:

Primo: come prima cosa è necessario capire quali strumenti sono già presenti all’interno dell’impresa che possono corrispondere ai requisiti premiali indicati dall’Agcm nel Formulario. In questo modo si comprende maggiormente su quali è importante concentrarsi per ottenere le tre stelle. Se ad esempio l’impresa ha già al suo interno tre strumenti, significa che potenzialmente raggiunge un livello di due stelle e per ottenere le tre stelle necessita di altri tre strumenti.

Secondo: una volta individuati quanti strumenti mancano all’impresa per ottenere il massimo livello di Rating, è importante comprendere quali conviene realizzare. Questa scelta deriva da molteplici fattori:

– l’urgenza con cui si desidera ottenere il rating ai massimi livelli;

– il settore in cui si opera (macro-contesto);

– le dinamiche e le esigenze aziendali (micro-contesto);

– il rapporto tempi-risorse da impiegare: alcuni strumenti sono più onerosi in termini di tempo, risorse da mettere in campo sia finanziarie che umane, ecc.

Terzo: una volta che si è compreso quali strumenti realizzare, è necessario capire se si hanno le competenze interne per poterli realizzare, oppure è necessario affidarsi a professionisti esterni. Anche questo aspetto è importante. Affidarsi a professionisti esterni significa sicuramente risparmiare energie interne e tempi, ma è sempre bene fare una valutazione in termini di rapporto convenienza-tempi-risultati.

Come ultima cosa è fondamentale avere la capacità di riportare nel modo corretto all’interno dei campi del Formulario le informazioni relative agli strumenti che sono stati realizzati. Può sembrare banale, ma invece non è così: realtà con già al proprio interno diversi strumenti premiali non sempre riportano nel modo corretto all’interno del Formulario le informazioni relative a questi strumenti e quindi non riescono a ottenere il livello di Rating che invece possono raggiungere.

Fonte: Italia Oggi

Una nuova circolare dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro ricorda e fornisce interpretazioni sulla maggiorazione delle sanzioni in materia di lavoro e legislazione sociale stabilite dalla Legge di Bilancio 2019.

Fonte: Punto Sicuro

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I principali obiettivi di tale decreto riguardano la ricerca dei rischi lavorativi al fine di eliminarli o, quanto meno, contenerli prima che producano effetti indesiderati. Per far ciò, vengono coinvolti attivamente diversi soggetti, ognuno dei quali ha compiti ed obblighi precisi a cui ottemperare.

Fonte: Edil Tecnico

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Riordinare la normativa sui lavori in zona sismica spiegando quali sono gli interventi in grado di mettere a rischio la pubblica incolumità. È l’obiettivo con cui le Commissioni Lavori Pubblici e Affari Costituzionali hanno approvato martedì notte un emendamento al ddl “Semplificazioni” proposto da un gruppo di senatori appartenenti al gruppo Lega.

Fonte: Edilportale

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Il principio ribadito dall’Anticorruzione in un parere di precontenzioso

Il peso delle variabili economiche in una gara da aggiudicare all’offerta economicamente più vantaggiosa non può mai superare il 30% del totale dei punteggi con cui si valutano le offerte. In sostanza gli aspetti tecnici devono essere sempre valutati con almeno 70 punti su 100, quelli economici non possono mai sfondare il tetto dei 30 punti. È il concetto ribadito dall’Autorità Anticorruzione, in un parere di precontenzioso (n. 7 del 9 gennaio) appena reso pubblico.

Al centro del caso c’è un bando per l’assegnazione di un appalto sanitario (ma il principio vale anche per il settore delle costruzioni) che prevedeva l’assegnazione di 40 punti su 100 all’operatore in grado di offrire il prezzo migliore. Scelta contestata da uno dei concorrenti che ha chiamato in causa l’Anac.

L’Autorità ha bocciato l’impostazione seguita dalla stazione appaltante, che ha tentato di motivare la decisione di premiare oltre misura lo sconto sul prezzo, sostenendo che rispettare il tetto del 30% potrebbe risultare «eccessivamente limitante», in particolare «in quei mercato dove le fornitura possono presentare un elevato grado di omogeneità» e aggiungendo che l’obiettivo era «assicurare un maggior risparmio di spesa, a tutto vantaggio del bilancio aziendale».

Giustificazioni respinte dall’Anac. Che al contrario ha ribadito quanto precisato nelle Linee guida n. 2 sull’offerta più vantaggiosa (««In generale si deve attribuire un punteggio limitato (vale a dire inferiore alla misura massima consentita, del 30%) alla componente prezzo») e ha ricordato che, in base a quanto previsto dal codice appalti (articolo 95, comma 10-bis), in ogni caso «la ponderazione dell’elemento prezzo può essere calibrata, in ogni caso, all’interno del limite massimo, inderogabile, del 30%».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il riparto è stato approvato ieri in conferenza Stato-Città. Variati (Upi): boccata d’ossigeno, risorse stabili fino al 2033

Anche se in leggero ritardo rispetto alla scadenza fissata dalla legge di Bilancio al 20 gennaio, la conferenza Stato-Città ha dato l’intesa – nella riunione convocata ieri in via straordinaria – allo schema di decreto predisposto dal ministero del’Interno di concerto con l’Economia che distribuisce a tutte le province 250 milioni per finanziare i «piani di sicurezza a valenza pluriennale per la manutenzione di strade e scuole». 

Soddisfatte le amministrazioni provinciali. Le risorse, ha detto il presidente dell’Upi, Achille Variati, «sono una boccata d’ossigeno, anche se per qualche Provincia ancora non del tutto sufficienti per assicurare la piena efficienza dei servizi. Il presidente delle province ha sottolineato la stabilità del finanziamento. «Si tratta di risorse che le Province avranno a disposizione in maniera stabile da qui al 2033 – ha detto Variati – e che saranno destinate a garantire i servizi di manutenzione dei 130mila chilometri di rete viaria provinciale e delle 5.100 scuole superiori, due servizi essenziali per la crescita economica e lo sviluppo del Paese». 

Il provvedimento, dopo le verifiche della Corte dei Conti, andrà in Gazzetta. «Le spese finanziate dalle risorse assegnate per ogni annualità – prescrive la legge di Bilancio – devono essere liquidate o liquidabili per le finalità indicate entro il 31 dicembre di ogni anno».

LA TABELLA DEL RIPARTO (BOZZA) 

LA NORMA DELLA LEGGE BILANCIO 

Fonte: Edilizia e Territorio

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Inviata la lettera di messa in mora al governo (e ad altri 14 Paesi). Due mesi per rispondere. Diversi i punti contestati. Buia (Ance): subito le modifiche

Anche se i dettagli non sono ancora del tutto noti, ci sono sicuramente le regole sui subappalti e la disciplina dell’avvalimento, oltre a quella delle cause di esclusione dalle gare tra i punti che Bruxelles contesta al modo con cui sono state recepite in Italia le tre direttive europee su appalti e concessioni varate nel 2014. Sul banco degli imputati, quasi inutile dirlo, c’è il codice entrato in vigore del 2016. E la notizia, deflagrata ieri pomeriggio, è che dopo aver lanciato i primi segnali di avvertimento già nel 2017, la Commissione europea alla fine si è decisa ad aprire la procedura di infrazione che – in assenza di risposte concrete – potrebbe condurre all’applicazione di pesanti sanzioni, come accaduto con il caso depuratori.

Per completezza, va precisato che l’Italia è solo uno dei Paesi finiti nel mirino di Bruxelles per non essersi conformata alle regole Ue sugli appalti: la lettera di messa in mora partita da Bruxelles è infatti stata spedita ad altri 14 Stati membri dell’Unione. Aspetto, questo, che non serve a smorzare le proteste dei costruttori che, tramite il presidente dell’Ance Gabriele Buia, chiedono al governo «di perdere altro tempo e a intervenire subito con un decreto urgente per modificare la normativa».

Le norme nel mirino 
La Commissione ha finora mantenuto il massimo riserbo sui contenuti della lettera inviata al governo italiano. Secondo le prime indiscrezioni, le obiezioni sollevate sul codice appalti sarebbero diverse. Tra i punti più contestati ci sarebbe quasi con certezza la normativa sul subappalto (articolo 105 del codice), su cui già alla vigilia dell’approvazione del correttivo varato a maggio 2017,la direzione generale Mercato interno aveva risposto a un esposto dei costruttori bocciando i limiti imposti ai subaffidamenti (30% del valore complessivo dell’appalto). All’epoca la direzione generale aveva definito «molto preoccupanti» i vincoli delle norme italiane (incluso il tetto del 20% allo sconto sul valore dei subcontratti) perché «la previsione di limiti quantitativi generali e astratti applicabili laddove il subappalto è consentito, sembrano in netto contrasto con le norme e la giurisprudenza Ue». 
Tra le norme del subappalto contestate ci sono anche l’obbligo di nominare una terna di subappaltatori e il divieto di subappaltare a cascata. Obiezioni in arrivo anche sull’avvalimento, con il divieto del prestito dei requisiti a cascata e l’impossibilità di appoggiarsi su altri soggetti nel caso di progetti che includono lavorazioni speciali.

Secondo quanto ricostruito finora, nel mirino di Bruxelles ci sarebbero poi alcuni passaggi delle norme che regolano l’obbligo o la possibilità di escludere dalle gare gli operatori non in linea con i requisiti o ritenuti poco affidabili (articolo 80 del codice). Non esente da rilievi sarebbe pure il capitolo dedicato ai concessionari.

Cosa succede ora 
Il quadro completo si avrà solo quando verrà svelato in modo completo il contenuto delle violazioni rilevate in sede europea. Per ora la lettera di «messa in mora» resta coperta da riserbo. L’invio della lettera costituisce il primo passo dell’articolato iter con cui si dipana la cosiddetta «procedura di infrazione». Ricevuta la lettera il governo ha un lasso di tempo, in questo caso vengono concessi due mesi, per rispondere alle argomentazioni della Commissione, altrimenti Bruxelles potrà decidere di dar seguito alle lettere inviando un «parere motivato». Il parere motivato è il secondo passaggio della procedura di infrazione. Si tratta di una richiesta formale di conformarsi al diritto dell’Unione in cui si spiega perché la Commissione ritiene che il paese violi il diritto europeo. Anche in questo caso viene fissato un termine preciso per comunicarle le misure adottate per adeguarsi, in genere sono due mesi. Se anche questo passaggio va a vuoto scatta il deferimento alla Corte di Giustizia. 
La maggior parte dei casi viene risolta prima di essere sottoposta alla Corte. Ma se un paese europeo, non comunica le misure che attuano le disposizioni di una direttiva in tempo utile, la Commissione può alla fine chiedere alla Corte di imporre sanzioni, come è in effetti avvenuto con i depuratori. Prima di arrivare fin qui ci vuole però tempo: una procedura di questo tipo può impiegare anni prima di arrivare al traguardo finale.

L’attenzione sugli appalti è però più alta della media. I contratti pubblici sono infatti la corsia attraverso la quale passa anche la spesa dei fondi europei. Se le regole sono complicate o disallineate dal diritto dell’Unione agli occhi della Commissione questo significa anche una spesa quantomeno inefficiente delle risorse. Argomento cui a Bruxelles sono piuttosto sensibili. 

Tante occasioni mancate, Buia: subito le correzioni 
È scattato invece subito l’allarme dei costruttori, che a dire il vero chiedono da mesi una riforma delle regole, addossando al codice non tutta, ma buona parte della crisi del settore dei lavori pubblici. «La decisione della Commissione europea – attacca il presidente dell’associazione costruttori Buia – conferma quello che andiamo denunciando da anni e cioè che il codice appalti ha completamente fallito l’obiettivo di riportare il settore dei lavori pubblici in Europa con regole semplici, chiare e trasparenti».

Lo stesso governo, fin dal discorso di insediamento del presidente Conte lo scorso giugno, aveva posto l’accento sulla necessità di semplificare il codice. Finora però,nonostante gli annunci, si è mosso poco. Anche l’ipotesi di attuare subito un primo pacchetto di norme urgenti con la conversione del decreto Semplificazioni è tramontata. E nell’orizzonte normativo restano solo i treni, non proprio rapidi, di un nuovo disegno di legge, oltre alla legge delega che il governo ha varato lo scorso 12 dicembre c che al momento non risulta neppure presentata in Parlamento. «Non possiamo attendere i tempi di una legge delega di riforma del Codice – incalza Buia -: Servono modifiche urgenti e tempestive per consentire lo sblocco dei cantieri e quindi dare risposte ai cittadini».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Dai geologi ricorso al Tar anche sulla circolare in arrivo, ma ora si dialoga per trovare una soluzione ai contrasti

«La revisione finale è stata completata rapidamente in questi giorni e nella prossima settimana (da lunedì 28 gennaio, ndr) invierò il testo alla Gazzetta Ufficiale». Donato Carlea, neopresidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, conferma la pubblicazione in tempi rapidissimi dell’importante documento tecnico attuativo delle Norme tecniche approvate più di anno fa, il 17 gennaio 2018, e pubblicate il 20 febbraio in Gazzetta. 

La maxi-circolare in stand-by da mesi 
A valle della norma è stata poi redatta una maxi-circolare, approvata dall’assemblea del Consiglio superiore dei lavori pubblici nel luglio scorso. Poi è sceso il silenzio anche a causa del cambio di governo e del naturale avvicendamento alla presidenza del Consiglio superiore. Con la nomina di Carlea il dossier della circolare applicativa della Ntc ha ripreso a marciare, anche dietro la spinta del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli che appena il 20 gennaio scorso ha firmato il decreto di approvazione. La revisione è stata approvata in tempi record. «Ho messo a lavorare dieci giovani ingegneri “in serie”, assegnando a ciascuno 30 pagine – dice Carlea con una battuta – e ora il lavoro è finito».

Lo scontro con i geometri
Come è noto, in occasione dell’approvazione delle Ntc, nel Consiglio superiore dei lavori pubblici si è consumato uno scontro con i geologi, i quali hanno lamentato una sottovalutazione e una penalizzazione della loro specialità tecnica nella fase di composizione del progetto. Con il risultato che in assemblea i geologi hanno votato contro le Ntc; e una volta pubblicate hanno fatto ricorso a Tar sulle norme contestate (paragrafi 2.2.6, 5.1, 6.1.1, 6.2.1, 6.2.2, 6.10, 6.12, 7.11.2, 8.2, 8.3, 8.4, 10.1, 12, 3.2.2, 6.4.3.1.1, 7.11.3.4.3) . E dal momento che la circolare applicativa in uscita non può che confermare il dettato delle Ntc, è quasi certo che i geologi impugneranno di fronte al Tar anche i passaggi applicativi delle norme contestate. 

«Queste norme così come sono state declinate – spiega il presidente dei geologi, Francesco Peduto – limitano la competenza complessiva del geologo per una serie di motivi, oltre evidenziare a una serie di mancati riconoscimenti». «Per esempio – cita Peduto – non c’è il riconoscimento del geologo in qualità di progettista specialista. C’è poi il problema delle indagini, il cui responsabile, dicono le norme, è il progettista; ma questo non è possibile perché alcuni progettisti possono avere poca o anche nessuna competenza in ambito geologico e geotecnico; quindi è necessaria una forma di corresponsabilizzazione». 

Tuttavia, anche se va avanti il contenzioso su quello che ormai è stato scritto (Ntc e circolare in arrivo), l’avvicendamento al Consiglio superiore sembra avere aperto una nuova fase. «Abbiamo riscontrato che dalla nuova presidenza – dichiara Peduto – c’è una nuova disponibilità all’ascolto che può preludere alla possibilità di trovare una soluzione: la situazione è complessa ma non impossibile».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Nuovo emendamento (5.27 testo 2) approvato in Commissioni riunite del Senato I e VIII che riguarda l’abolizione dell’obbligo di utilizzo del Decreto Parametri per la determinazione dell’importo da porre a base di gara per l’affidamento delle attività di progettazione.

Fonte: Lavori Pubblici

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Sulla Gazzetta ufficiale n. 22 del 26 gennaio 2019 è stata pubblicata la Delibera Anac 9 gennaio 2019, n. 10 recante “Regolamento in materia di pareri di precontenzioso di cui all’articolo 211 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50” che entrerà in vigore il 10 febbraio 2019”.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Un intervento si sofferma sulle future modifiche al Regolamento Reach per le sostanze in nanoforma. Le indicazioni della bozza del regolamento di modifica: la definizione e la registrazione di nanoforme, i test e le valutazioni specifiche.

Fonte: Punto Sicuro

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Ancora una volta il nostro codice degli appalti finisce sotto i riflettori della Commissione Ue. Bruxelles ha deciso formalmente di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia in tema di Codice Appalti.

Fonte: Il Denaro

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Da giovedì 31 entrano in vigore le nuove sanzioni per le persone giuridiche. Benefici limitati in caso di ravvedimento e adozione dei modelli di prevenzione.

Il “Daspo a vita per i corrotti” previsto dalla legge anticorruzione (la 3/2019, in vigore dal 31 gennaio) ha importanti ricadute anche per le persone giuridiche. Le nuove norme inaspriscono infatti le sanzioni interdittive che, in base al Dlgs 231/2001, colpiscono le persone giuridiche nel cui interesse o vantaggio sono stati commessi i reati per cui scatta, nei confronti della persona fisica, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’incapacità in perpetuo di contrattare con la Pa.

Con la legislazione attuale (e cioè fino al 31 gennaio) la durata massima delle misure interdittive per la persona giuridica (tra le quali rientra il divieto di contrattare con la Pa, l’esclusione da agevolazioni o finanziamenti e la revoca di autorizzazione e licenze) è di 2 anni: da giovedì 31, il termine di 2 anni diventa invece la soglia minima, mentre quella massima sale a 7 anni. Per le persone giuridiche il limite di 2 anni rimane invece per i reati commessi a suo favore in materia ad esempio di criminalità organizzata, terrorismo, riciclaggio internazionale, o contro l’ambiente e la salute pubblica, che il legislatore ritiene quindi meno gravi della corruzione.

Le novità toccano direttamente anche gli studi professionali associati organizzati in forma societaria (in linea con quanto stabilito dalla Cassazione con la sentenza 4703/2012), tra cui anche le “società tra avvocati”, in seguito alle modifiche apportate dalla legge 124/2017. L’assorbimento del reato di “millantato credito” (ora soppresso) nel delitto di “traffico di influenze illecite” estende l’incidenza delle sanzioni interdittive per le categorie professionali che hanno a che fare con la Pa per conto dei loro clienti: la legge 3/2019 prevede infatti che il nuovo reato faccia scattare sia l’interdizione perpetua per la persona fisica che le sanzioni pecuniarie per
la persona giuridica.

Gli inasprimenti per le persone giuridiche non sono però accompagnati dalla possibilità di godere dei nuovi benefici previsti in caso di “ravvedimento” per il corrotto e il corruttore: la legge 3/2019 introduce infatti la non punibilità dei reati di corruzione – e di quelli, spesso collegati, di turbativa degli incanti – per la persona fisica che, entro 4 mesi dalla commissione del fatto, lo denunci volontariamente, restituisca il profitto e fornisca indicazioni per assicurare la prova del reato e individuare gli altri autori.

La persona giuridica che collabora – per di più eliminando le carenze dei modelli organizzativi che hanno determinato il reato – ha solo uno sconto di pena, che rischia però di non produrre effetti concreti: per il Codice degli appalti, infatti, una sentenza di condanna, o patteggiamento, riportata da un amministratore, socio, membro di organo di controllo o vigilanza, procuratore, direttore tecnico costituisce causa di esclusione da una gara per almeno 1 anno dalla cessazione dell’interessato dalla carica. Si tratta di un pregiudizio ulteriore che potrebbe verificarsi nel caso in cui l’autore del reato, per beneficiare della nuova causa di non punibilità, si “penta” chiamando in correità uno dei soggetti di cui sopra, che sarebbe inevitabilmente spinto – anche solo per una ragione di mera opportunità – alle dimissioni non appena avuta notizia dell’indagine.

Per le persone giuridiche, le nuove norme sembrano quindi puntare quasi esclusivamente sull’aspetto sanzionatorio, senza premiare concretamente il ravvedimento: al contrario, la natura sempre più afflittiva delle misure interdittive (cui si aggiungono rilevanti sanzioni economiche) dovrebbe invece imporre la previsione di forme adeguate di riabilitazione. In questo senso si sono mossi altri ordinamenti stranieri, prevedendo la non punibilità degli enti che, dopo un periodo di messa alla prova monitorato dalla magistratura, dimostrino di avere raggiunto un pieno ravvedimento (vedi il Sole 24 Ore del 26 novembre 2018).

Fonte: Il Sole 24 Ore

Come può nel 2019 un’azienda finanziare un vero progetto innovativo che porti ad avere un nuovo posizionamento, un nuovo prodotto e una nuova modalità di conversare con il mercato?

Fonte: Key4biz

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La norma, fin dalla sua prima comparsa nel testo della “manovra” approvato dal Senato, ha suscitato non poche polemiche e perplessità, addirittura “appelli” al Governo perché proceda ad una sua urgente modifica in quanto sarebbe foriero di una minore trasparenza negli affidamenti pubblici e di un aumento dei rischi di illegalità e infiltrazione mafiosa nella gestione degli appalti.

Fonte: Lavori Pubblici

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Nel corso della seduta di ieri 21 gennaio delle Commissioni riunite Affari costituzionali e Lavori pubblici relativamente all’esame del ddl di conversione del decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135 c.d. DL Semplificazioni) in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione, sono stati ritirati o respinti quasi tutti gli emendamenti relativi all’articolo 5 del provvedimento che intervenivano su molteplici articoli del Codice stesso.

Fonte: Lavori Pubblici

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Tav analisi costi-benefici «integrata» a fine mese, si dovrà tenere conto anche dei finanziamenti Ue sull’intero asse Torino-Trieste. Conte vuole sbloccare le cabine di regia. Tria: ora basta filosofie, le opere servono

In attesa di sciogliere il nodo politico della Tav, la componente M5s del governo – a partire dal vicepremier Luigi Di Maio e dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli che ha la competenza diretta – lancia segnali di moderata apertura sulle infrastrutture. Sta prendendo corpo un piano – o se si preferisce una lista di priorità – di grandi e medie opere che possono essere sbloccate in tempi rapidi. Non ci sono le grandi infrastrutture del Nord: né la Torino-Lione né l’Alta velocità Brescia-Padova (su cui c’è una frenata rispetto ai toni ottimistici di qualche tempo fa) né la Gronda di Genova (non tanto per il progetto quanto per il conflitto in corso sulla concessione di Aspi). Ma, pur senza i calibri più importanti, il piano Tonineli vuole essere una prima risposta alle imprese che denunciano ormai da mesi uno stato insostenibile di blocco e individuano nei cantieri la risposta più logica per rilanciare il Pil. Ieri l’Ance, l’associazione dei costruttori, ha adeguato il proprio monitoraggio delle opere ferme facendo salire l’importo degli investimenti bloccati da 25 a 33 miliardi: è stata inserita la Torino-Lione, con la conseguente crescita dei posti di lavoro collegati a 516mila.

Ma cosa c’è nella lista che sta mettendo a punto Toninelli? C’è il raddoppio della Cremona-Mantova, la Val d’Astico (se si trova un’intesa con gli enti locali), la Campogalliano-Sassuolo, i ponti sul Po (per cui la legge di bilancio stanzia 250 milioni), il rafforzamento del polo aeroportuale Firenze-Pisa (ma non significa necessariamente la seconda pista nel capoluogo regionale). C’è sicuramente l’accelerazione della Sassari-Olbia, in tutto 320 milioni per completare i lotti 2, 4, 5 e 6. Come pure la Nuoro-Olbia. Sarà sbloccata anche l’Alta velocità Napoli-Bari, come sarà garantito un servizio ferroviario più veloce fra Roma e la Calabria. Un piano, insomma, che sta muovendo i primi passi.

Un piano che è anche un tentativo di trovare una soluzione di compromesso con l’alleato leghista che sul tema non è disposto a mollare. E anche con il premier, Giuseppe Conte, che sabato da Matera si è intestato la nuova “missione impossibile” dopo il miracolo europeo, rilanciando come priorità l’accelerazione sugli investimenti pubblici. Per non parlare del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che ieri è stato tranchant: «Basta filosofeggiare, le opere devono partire». Ed è una battuta non casuale, visto il conflitto in corso proprio con Toninenlli sulla collocazione della megastruttura tecnica di progettazione prevista dalla legge di bilancio (con 300 assunzioni), in bilico fra Mef (Agenzia del Demanio) e Mit (Provveditorati). Una partita che Conte ha preso direttamente su di sé e che dovrebbe essere sciolta con un Dpcm entro il 31 gennaio.

Intanto è ormai chiaro a tutti che non si riuscirà ad arrivare senza decidere sulla Tav fino alle europee. Anche al Mit riconoscono che un’accelerazione rispetto a quello scenario è possibile. A fine mese dovrebbe tornare al ministero l’analisi costi-benefici «integrata» dalla commissione guidata da Marco Ponti con gli approfondimenti richiesti dal ministero. Fra cui una valutazione dei costi e dei benefici anche per parti dell’opera e una riconsiderazione dei costi sulla base della project review già fatta sulla tratta nazionale. Nel documento finale che dovrebbe tener conto anche dell’analisi giuridica sui costi aggiuntivi dovuti a una eventuale cancellazione dell’opera un peso crescente potrebbe averlo il finanziamento Ue, non considerato solo sulla tratta Torino-Lione, ma anche sull’intero corridoio europeo est-ovest (Torino-Trieste) che pure beneficia di altri fondi europei.

Fonte: Edilizia e Territorio

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L’annuncio a sorpresa di Patuanelli (capogruppo M5S): nelle prossime settimane un disegno di legge da varare prima della delega, «coinvolgendo l’Anac»

Tutto da rifare. A dispetto della mole di emendamenti presentati dalla stessa maggioranza il pacchetto di correzioni al codice appalti non entrerà nel decreto Semplificazioni. Ancora una volta – come al momento dell’approvazione del decreto lo scorso dicembre- le aspettative delle imprese e di gran parte delle amministrazioni vengono disattese, almeno nell’immediato. E tutte le misure annunciate nei giorni scorsi – dall’accelerazione delle gare con il metodo antiturbativa alla semplificazione dei subappalti – vengono rimandate a un nuovo disegno di legge da presentare in Parlamento.

L’annuncio, a sorpresa, è arrivato ieri pomeriggio mentre le commissioni riunite Affari costituzionali e Lavori pubblici del Senato cercavano a fatica di accelerare i lavori in modo da portare il decreto in Aula in tempo per la seduta di oggi. Ipotesi ancora in bilico: con tutta probabilità verrà infatti chiesto un tempo di lavoro supplementare in commissione prima di portare il decreto (da convertire entro il 12 febbraio) all’esame dell’Assemblea.

Quello che per ora è certo è che le modifiche «urgenti» al Codice degli appalti arriveranno in un disegno di legge di iniziativa parlamentare su cui la maggioranza inizierà a lavorare «nelle prossime settimane», come ha spiegato il capogruppo del Movimento Cinque Stelle al Senato, Stefano Patuanelli. Relatori e governo hanno infatti dato parere negativo o ritirato quasi tutti gli emendamenti all’articolo 5, destinato a ospitare le misure di semplificazione degli appalti.

«L’intenzione di governo e maggioranza è a favore di una legge delega sul codice degli appalti. Una revisione completa è necessaria – ha detto Patuanelli – ma ha dei tempi non misurabili in settimane o mesi». In campo ci sarebbe già la legge delega al Governo (ancora da presentare in Parlamento) . Ma è stato lo stesso Patuanelli a riconoscere che – per quanto ci sia bisogno di un intervento «approfondito» – il settore non può permettersi di aspettare i tempi lunghissimi di approvazione di un disegno di legge che rimanda la riforma a un nuovo decreto del Governo. Per questo, ha concluso il senatore, «la proposta è di lavorare immediatamente già a partire dalla prossima settimana, per iniziare a proporre un Ddl di iniziativa parlamentare che abbia disposizioni urgenti in attesa della legge delega», coinvolgendo «anche l’Anac».

Riassumendo: al momento, di tutto il pacchetto appalti, nel decreto semplificazioni dovrebbe rimanere soltanto la mini-norma relativa agli illeciti professionali. Poi si vedrà. Nessuna spiegazione sui motivi della scelta di rinviare ancora. Una decisione dovuta forse ai tempi ormai stretti di in Commissione e magari legata anche alla mancata limatura delle ultime divergenze sugli interventi più urgenti tra i partiti della maggioranza.

Non è difficile immaginare le reazioni negative che arriveranno dal mondo delle imprese che chiedono da mesi un intervento immediato per sbloccare gli investimenti nel settore degli appalti pubblici. Richieste finora cadute nel vuoto, nonostante le promesse di un intervento rapido, ripetute fin dallo scorso autunno, anche nel corso dell’assemblea degli industriali del settore (Ance) anche dal vicepremier Matteo Salvini.

Svanita l’ipotesi del decreto, c’è da scommettere che l’idea di affidarsi a un disegno di legge non è destinata a ricevere un’accoglienza calorosa dai protagonisti di un settore piegato da una crisi quasi decennale, che ha perso centinaia di migliaia di posti di lavoro, lasciati sul campo assieme a migliaia di imprese. Con un effetto-domino che da ultimo non ha risparmiato neppure i big del settore, che ora si tenta di salvare con il salvagente della Cassa depositi e prestiti e moltiplicando i (difficili e spesso infruttuosi) tavoli di crisi al Mise.

Fonte: Edilizia e Territorio

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 14 del 17 gennaio 2019 ed entrerà in vigore il prossimo 1 febbraio il Decreto Legislativo 27 dicembre 2018, n. 148 recante “Attuazione della direttiva (UE) 2014/55 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 aprile 2014, relativa alla fatturazione elettronica negli appalti pubblici“.

Fonte: Lavori Pubblici

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Tecnologie avanzate, forte accento sulla partnership con le imprese, apertura a università anche private, ripartizione delle risorse: cosa offrono alle imprese i competence center Industry 4.0, come è andato il bando, quali sono gli spunti critici.

Fonte: Agenda Digitale

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Il presidente Buia: «Finora politica distratta, ora è necessario individuare urgentemente una strategia complessiva»

Apprezzamento dell’Ance (Associazione costruttori edili) per l’annuncio di ieri sera del Ministero dello Sviluppo di voler insediare dall’inizio di febbraio un “tavolo di crisi” per affrotare la crisi del settore costruzioni, con il governo insieme a sindacati e associazioni di settore. «Finalmente – ha commentato in una nota Ance il presidente Gabriele Buia – sembra che il Governo abbia raccolto il nostro invito ad aprire un tavolo specifico per affrontare la crisi che riguarda l’intero settore delle costruzioni». «Oggi anche le grandi aziende sono in grave difficoltà – spiega Buia – a testimonianza che ci troviamo di fronte a una crisi di sistema di un intero settore». 

«Molto dipenderà – aggiunge però il presidente Ance – da come si vorrà affrontare il problema. Non è più il momento di soluzioni spot per cercare di tamponare il singolo caso, adesso è necessario individuare urgentemente una strategia complessiva che dia una risposta concreta alla crisi e definisca una nuova politica industriale per il futuro del settore e lo sviluppo del Paese».

«Finora la politica si è mostrata poco attenta nei confronti di quella che è una vera e propria emergenza nazionale che da anni travolge il settore» continua Buia.
L’Ance, che aveva rinnovato la richiesta di apertura di un tavolo di crisi del settore anche in occasione dell’incontro con il Ministro Luigi Di Maio dell’11 dicembre scorso, si augura che arrivi una convocazione ufficiale al più presto perché «ogni ora che passa ci sono aziende che chiudono e lavoratori che perdono il posto».
«Sono anni che la crisi si abbatte sulle piccole e medie imprese che, alla spicciolata, hanno chiuso lasciando a casa migliaia di lavoratori, nel silenzio generale» continua Buia.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Palazzo Spada: nessuna discontinuità, anche se esclusivamente formale, è consentita durante l’intera durata della procedura

Nel corso della procedura di gara non è ammissibile nessun “blackout” della certificazione Soa sulle qualifiche possedute dall’impresa. Neanche se il “buco” di validità è solo formale, nel senso che riguarda la temporanea indisponibilità di una attestazione di requisiti tecnici che l’impresa ha sempre conservato. Il principio è stato affermato dal Consiglio di Stato nella pronuncia n.374/2019 del Consiglio di Stato (Sezione V), ribaltando la diversa valutazione contenuta nel giudizio del Tar. 

Il caso riguardava un’impresa per la quale la stazione appaltante ha rilevato un’interruzione della validità dell’attestazione Soa relativamente ad alcuni requisiti di qualificazione nella categoria OG3 (Strade). Per un periodo di tempo, l’impresa è rimasta “scoperta” tra la data di scadenza della precedente certificazione Soa e la successiva certificazione nella quale l’organismo di attestazione ha potuto ottenere «riscontro di veridicità di un Certificato di Esecuzione Lavori emesso da un Committente privato». Per un periodo di tempo, però, la società si è trovata formalmente nella condizione di avere una classe di fatturato (nella categoria Og3) inferiore a quella richiesta dal bando di gara. 

Inutilmente l’impresa ha chiesto di riconoscere la prevalenza «al dato sostanziale, tanto più in considerazione del riconoscimento formale, successivamente intervenuto, della necessaria classifica». Cioè chiedendo di valutare il possesso dei requisiti sotto il profilo sostanziale, «non in virtù di un astratto e vacuo formalismo procedimentale, quanto piuttosto a garanzia della permanenza della serietà dell’impresa di presentare un’offerta credibile e, dunque, della sicurezza per la stazione appaltante dell’instaurazione di un rapporto con un soggetto che, dalla candidatura in sede di gara fino alla stipula del contratto e poi ancora fino all’adempimento dell’obbligazione contrattuale, sia provvisto di tutti i requisiti di ordine generale e speciale per contrattare con la Pa». 

Ma l’argomento non è stato riconosciuto valido dai giudici di Palazzo Spada, i quali invece hanno ricordato che «secondo il pacifico orientamento giurisprudenziale», «la dimostrazione dei requisiti speciali di qualificazione nelle gare pubbliche di lavori devono essere posseduti dai concorrenti non solo all’atto della presentazione dell’offerta, ma anche per tutta la durata della procedura fino all’aggiudicazione definitiva e alla stipula del contratto, nonché per tutto il periodo dell’esecuzione dello stesso, senza soluzione di continuità» e tale dimostrazione «deve necessariamente avvenire attraverso l’attestazione Soa, avente valore di certificazione dei requisiti in concreto posseduti dall’operatore economico, rilasciata dagli organismi a ciò competenti».

Di più, i giudici sottolineano che nel caso della certificazione della Soa la forma corrisponde alla sostanza. Sempre. «Deve dunque evidenziarsi – si legge infatti nella pronuncia – come solo a fronte della sussistenza (accertata dalla Soa nel corso dell’istruttoria svolta) di tutte le condizioni di fatto e di diritto previste dalle norme regolamentari per il rilascio delle attestazioni, può dirsi maturato il requisito sostanziale per l’ottenimento di una determinata qualificazione: pertanto, nella fattispecie in esame, il possesso del solo requisito tecnico (inerente l’esecuzione di lavori per una determinata cifra d’affari), cui ha fatto riferimento il tribunale e la stessa Soa nella nota del 29 novembre 2017, non consentiva, in mancanza del riscontro di veridicità dei Cel da parte del committente privato, di attestare il possesso del requisito di qualificazione e, in definitiva, di ritener verificato il requisito sostanziale ad esso sotteso».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Firmato il decreto di approvazione, documento verso la Gazzetta. Nuovo capitolo dedicato ai ponti, chiarite le difficoltà applicative sui nodi trave-pilastro

Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli sblocca la maxi-circolare attuativa sulle Ntc. Il ministro ha infatti comunicato di aver firmato lo scorso 17 gennaio il decreto di approvazione del corposo documento (si parla di oltre 500 pagine) contenente le indicazioni attuative sull’aggiornamento delle Norme tecniche sulle costruzioni pubblicate in Gazzetta il 20 febbraio 2018. E ora – a distanza di quasi un anno dal testo e dopo l’avvicendamento al vertice del Consiglio superiore dei lavori pubblici, con l’attuale presidente Donato Carlea che ha sostituito Massimo Sessa – arrivano le attese indicazioni non solo sull’applicazione della “norma madre” – che si applica anche a parti degli edifici prima non considerate dalla normativa, come le parti non strutturali, le pavimentazioni industriali e l’impiantistica – ma anche con informazioni aggiuntive.

L’importanza del documento – che sarà pubblicato in Gazzetta – viene sottolineata da Porta Pia in un comunicato in cui si spiega che il documento «ha l’obiettivo di fornire agli operatori indicazioni, elementi informativi ed integrazioni, sulle nuove Ntc e ne favorisce una più corretta, agevole e diffusa applicazione, rispondendo così all’esigenza di migliorare la sicurezza sia delle strutture esistenti che di quelle nuove e contribuendo alla messa in sicurezza del patrimonio immobiliare e infrastrutturale del Paese». 

Da questo punto di vista la circolare va vista come uno strumento operativo per migliaia di progettisti, che finora avevano dovuto adattarsi a cercare nella vecchia circolare emanata per spiegare l’applicazione delle Ntc del 2008 la soluzione alle eventuali difficoltà applicative delle norme emanate l’anno scorso. «Con tutte le difficoltà del caso e la necessità di non cadere in prassi non ammesse dalle nuove norme», spiega Giovanni Cardinale, vicepresidente del Consiglio nazionale ingegneri, tra i componenti della commissione che ha redatto il documento.

Molte le novità della circolare, che rispetto al passato risulta molto più al passo con gli Eurocodici e le norme volontarie di matrice Uni.

Un capitolo del tutto nuovo e molto attuale riguarda gli interventi da eseguire sui ponti esistenti. «Un aspetto che non era per niente trattato nella vecchia circolare», dice Cardinale. Ora invece i progettisti verranno guidati nella progettazione delle opere di miglioramento, scandite per tipologia di costruzione.

Un altro aspetto chiave riguarda i chiarimenti relativi alla progettazione dei nodi trave-pilastro nelle costruzioni in cemento armato. «Uno dei punti più delicati per la resistenza delle strutture in chiave sismica», aggiunge Cardinale. Qui il punto da chiarire riguardava la tassatività delle prescrizioni previste dalle nuove Ntc, che «richiedendo quantità di armature molto importanti anche in sezioni piccole», prova a semplificare Cardinale, rischiano di creare problemi in fase di esecuzione degli interventi. «La circolare – sottolinea l’ingegnere -senza contraddire la norma indica le vie da seguire durante la progettazione per evitare complicazioni in fase di realizzazione».

Anche la circolare, come le Ntc, si è attirata qualche critica per la mole delle indicazioni contenute in centinaia di pagine. «Un’obiezione che non condivido – conclude Cardinale -. Si tratta di un documento non cogente, ma esplicativo. L’obiettivo è quello di aiutare i progettisti nella applicazione delle norme. Dunque anche se ci si dilunga nelle spiegazioni non è un male».

Fonte: Edilizia e Territorio

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All’interno dei cantieri, vi è una figura di fondamentale importanza per il corretto svolgimento dei lavori, si tratta del coordinatore delle sicurezza, una figura per cui il D.Lgs. n. 81/08 prevede mansioni, responsabilità, requisiti, formazione e aggiornamento.

Fonte: Lavori Pubblici

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Sul bollettino ufficiale n. 1 del 4 gennaio 2019 della Regione lombardia è stata pubblicata la delibera n. 1129 del 28 dicembre 2018 della Giunta regionale della Regione lombardia con cui è stato approvato il Prezzario regionale 2019 delle opere pubbliche ai sensi dell’art. 23 del d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50; il prezzario è stato elaborato in collaborazione con il Comune di Milano e con il concerto del Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche di Lombardia ed Emilia Romagna.

Fonte: Lavori Pubblici

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Dopo la flessione registrata ad ottobre, a novembre 2018 si stima un contenuto aumento (+0,2%) rispetto al mese precedente per l’indice destagionalizzato della produzione nelle costruzioni.

Fonte: Lavori Pubblici

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Il 12 dicembre 2018 Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno firmato un accordo di attuazione del Patto per la fabbrica in materia di salute e sicurezza. Le proposte per modificare e per favorire l’attuazione del decreto legislativo 81/2008.

Fonte: Punto Sicuro

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Sono le due novità contenute in un pacchetto di emendamenti allo studio dei relatori. Il voto in commissione slitta a domenica. Si lavora ancora sull’impianto delle correzioni al codice

I comuni e le altre stazioni appaltanti potranno continuare ad affidare a tecnici interni il compito di aggiudicare le gare d’appalto. Mentre nel campo dell’edilizia privata arriva l’ok alla realizzazione di piccole sopraelevazioni degli edifici senza la necessità di rinnovare le “pratiche sismiche”, tranne che nelle zone a più elevato rischio di terremoto.

Sono le due novità di giornata sul fronte del decreto Semplificazioni. Le due proposte sono contenute di un pacchetto di emendamenti allo studio dei relatori – Mauro Coltorti (M5S) e Daisy Pirovano (Lega) – che dovrebbe essere formalizzato entro oggi. Sono invece slittati a domenica i primi voti sugli emendamenti, inizialmente previsti per ieri pomeriggio. Il rinvio, ha spiegato lo stesso Coltorti, che è anche presidente della commissione Lavori pubblici, è stato disposto in attesa che la commissione Bilancio dia tutti i pareri sulle proposte di modifica.

Nel frattempo all’interno della maggioranza si continua a lavorare sul pacchetto più corposo di correzioni al codice appalti. Ieri è stato ufficializzato il nuovo testo dell’emendamento su cui, come anticipato ieri, dovrebbero convergere i voti della maggioranza in Commissione (Lavori pubblici e Affari Costituzionali riunite) in Senato. Non è ancora certo che alla fine l’esito sia quello di un emendamento unico. «L’istruttoria è ancora in corso», spiega la senatrice della Lega Antonella Faggi, ma l’impianto delle modifiche – anticipate ieri e nei giorni scorsi– non dovrebbe subire grossi mutamenti.

Sopraelevazioni senza verifiche entro il 5 per cento 
Niente ripetizione delle verifiche strutturali per le sopraelevazioni contenute entro il 5% del volume degli edifici. Il primo dei due emendamenti dei relatori punta a semplificare il regime dei controlli previsti per la realizzazione di piccoli ampliamenti degli edifici situati nelle zone escluse dalle aree a maggiore classificazione sismica. Questi interventi saranno esentati dalla necessità di calcolare l’impatto sulla la tenuta strutturale dell’intero edificio. A tre condizioni. La prima è che la sopraelevazione sia contenuta nel limite del 5% della «volumetria complessiva debitamente autorizzata». Dunque, di modeste dimensioni. La seconda è che «il carico dell’intervento di adeguamento nella sua totalità non superi quello preesistente all’intervento». Quindi senza aumentare le necessità di resistenza delle strutture. La terza condizione riguarda la localizzazione degli interventi. Evitare di rinnovare le cosiddette «pratiche sismiche», anche in caso di sopraelevazioni contenute, non sarà possibile «in classe sismica 1».

Gare con commissioni interne fino allo sblocco dell’Albo Anac 
Dopo il comunicato del presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, dovrebbe arrivare anche la conferma per via legislativa. In attesa che l’Albo dei commissari di gara esterni alle Pa raggiunga un numero sufficiente di iscritti e venga sbloccato dall’Anticorruzione, le stazioni appaltanti potranno continuare a nominare tecnici interni per formare le commissioni. Con un atto di segnalazione, inviato nei giorni scorsi a Governo e Parlamento, Cantone aveva anche chiesto di tamponare il buco normativo che non spiega come le Pa devono comportarsi nel caso in cui l’Albo non contenga esperti sufficienti, suggerendo anche in questo caso di permettere agli enti di fare da soli.

Il nuovo testo dell’emendamento più corposo sugli appalti 
Non è ancora del tutto definito il destino del pacchetto più corposo di modifiche al codice finora contenuto in due emendamenti pressappoco gemelli presentati da Lega e M5S. Ieri la Lega ha presentato la riformulazione della propria proposta di modifica, con l’obiettivo di unificare gli emendamenti. L’ipotesi è ancora in piedi, ma non si è arrivati alla decisione finale. L’impianto delle correzioni però rimane quello anticipato nei giorni scorsi. Con l’innalzamento della soglia per l’assegnazione delle gare di lavori solo sul prezzo con metodo antiturbativa. Su questo punto resta da capire se questa nuova possibilità arriverà fino al tetto Ue di 5,5 milioni o si fermerà un livello intermedio rispetto ai 2 milioni di oggi .Ci saranno poi una serie di snellimenti sul subappalto che andranno dall’addio all’obbligo di indicare una terna di subaffidatari fino alla cancellazione del rischio di esclusione dell’impresa principale a causa di condanne o illeciti professionali di un impresa a valle. E poi la conferma dell’appalto integrato per le manutenzioni ordinarie e qualche paletto in più per i microappalti tra 40mila e 150mila euro, che hanno avuto procedure molto semplificate dalla legge di Bilancio.

La protesta delle società di ingegneria e architettura 
Nell’emendamento riformulato dalla Lega compare anche il ripristino degli incentivi del 2% per i progettisti interni alla Pa. Ipotesi che ha scatenato le proteste delle società di progettazione rappresentate da Oice e Legacoop. «La proposta di ripristino dell’incentivo del 2% a favore dei tecnici delle pubbliche amministrazioni che progettano – si legge in un comunicato congiunto – , costituisce un pericoloso passo indietro sul fronte della qualità dei progetti e rischia di ripristinare opache prassi del passato. È del tutto antieconomico, antistorico e contrario ad ogni logica, soprattutto in una fase nella quale la digitalizzazione dei processi necessita di un livello qualitativo e tecnico professionale elevato, andare ad incentivare uffici tecnici ai quali neanche si chiede di dimostrare requisiti di esperienza e di professionalità». «Non abbiamo nulla contro i pubblici dipendenti che, invece – concludono le due associazioni -, dovrebbero essere incentivati nella loro funzione di Rup e di gestione e controllo delle commesse, con incentivi legati al rispetto dei tempi e dei costi».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Decreto in Gazzetta. L’asse portante è il nutrito pacchetto di misure di repressione dei reati contro la Pa, con il divieto di contrattare con il settore pubblico

Alla fine, dopo la firma del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al quale un vasto consesso di penalisti aveva chiesto un attento esame di sostenibilità costituzionale, approda in «Gazzetta» la legge (la n. 3 del 2019) con le misure anticorruzione, la riforma della prescrizione e le modifiche alla disciplina del finanziamento ai partiti. Tutte le misure entreranno in vigore tra 15 giorni, con l’eccezione di quella che blocca il decorso della prescrizione all’altezza della pronuncia di primo grado, sia essa di condanna o di assoluzione. Partirà infatti dall’anno prossimo (ma gli effetti si dispiegheranno solo negli anni successivi), per effetto dell’accordo politico tra Lega e 5 Stelle, che vincola la riforma all’introduzione di un pacchetto di misure che dia tempi certi al processo penale. 

Quanto al pacchetto dedicato ai reati contro la pubblica amministrazione, architrave dell’intervento è l’ormai, a suo modo proverbiale, Daspo a vita, dove tecnicamente si intende soprattutto l’integrazione del catalogo dei reati alla cui condanna consegue l’incapacità di contrattare con il settore pubblico. Ai reati già previsti dal Codice penale sono aggiunti: il peculato, escluso quello d’uso; la corruzione in atti giudiziari; il traffico di influenze illecite. In parallelo va però letta la disciplina, sul punto, della riabilitazione sulle pene accessorie. Rispetto alla versione iniziale del testo, approvata dal Consiglio dei ministri, i lavori parlamentari hanno abbassato da 12 a sette anni il termine trascorso il quale, in caso di buona condotta, si produce l’effetto di cancellazione delle pene perpetue: il condannato a pena perpetua potrà chiedere la riabilitazione, come oggi, decorsi almeno tre anni dalla data in cui la pena principale è stata eseguita, ma dovrà attenderne altri sette per l’estinzione della pena accessoria perpetua, senza poter contare sulla scorciatoia oggi rappresentata dal buon esito dell’affidamento in prova ai servizi sociali.

Inasprite poi anche le sanzioni per la corruzione impropria che passa dalla forchetta uno-sei anni a quella tre-otto; come pure sale il massimo della reclusione per l’appropriazione indebita, da tre a cinque anni. Sempre sul piano del diritto penale sostanziale, si rafforza il reato di traffico di influenze indebite, cancellando la fattispecie concorrente, e di non facilissimo coordinamento neppure dalla giurisprudenza, del millantato credito.L’attività d’indagine, oltre che dall’agente sotto copertura, sarà poi facilitata dall’utilizzo dei trojan horses per i reati con pena non inferiore nel massimo a cinque anni. Una spinta ai “pentiti” è, nelle intenzioni, quella che dovrebbe arrivare dall’introduzione di una causa speciale di non punibilità per chi si autodenuncia e collabora con l’autorità giudiziaria. Per l’applicazione della causa di non punibilità occorre però anche che l’interessato sveli la commissione del fatto prima di avere notizia che nei suoi confronti sono state svolte indagini e, comunque, entro quattro mesi dalla commissione del fatto stesso.

Anche in questo caso, è significativa una lettura parallela con le modifiche che sono state introdotte nell’ordinamento penitenziario che prevedono il divieto accesso ai benefici penitenziari, comprese le misure alternative alla detenzione, per gli autori dei più gravi reati contro la pubblica amministrazione. Modificata anche la disciplina della responsabilità amministrativa delle imprese: nel decreto 231, a rimpolpare il catalogo dei reati presupposto arriva il traffico di influenze illecite. Si inasprisce la disciplina delle sanzioni interdittive in caso di condanna per concussione e alcune ipotesi di corruzione, aumentandone la durata in una misura (fino a sette anni, se l’illecito è commesso da soggetti in posizione apicale). Anche in questo caso, però, in sintonia con quanto previsto per le persone fisiche, anche le imprese potranno ottenere un sconto sulla durata delle sanzioni in caso di collaborazione con le autorità investigative.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Un aiuto operativo gratuito per l’utilizzo della fattura elettronica. È l’iniziativa messa in piedi dall’Ente italiano di formazione (Uni) che ha pubblicato nella propria sezione dedicata all’e-commerce (Unistore) due norme (Uni En 16931 e 16932), sulla fatturazione elettronica negli appalti pubblici per «offrire una guida pratica agli utenti sugli elementi essenziali che una fattura elettronica deve avere per essere legalmente e fiscalmente conforme». La pubblicazione parte dall’accordo firmato dal Cen (Comitato europeo di formazione) e dalla Commissione Ue. Le norme avranno le seguenti specifiche: per prima cosa, vengono presentate sia in italiano che in inglese e contengono le informazioni per il rispetto del copyright; è necessario iscriversi al sito Unistore per scaricare le norme; il file scaricato è personalizzato con un watermark su tutte le pagine e in apertura del file è presentata la licenza d’uso dei provvedimenti. La prima norma stabilisce un modello di dati semantici degli elementi essenziali di fattura elettronica. Il modello include solo gli elementi informativi richiesti da una e-fattura per garantire la conformità legale e consentire l’interoperabilità negli scambi commerciali transfrontalieri, cross-settoriali e domestici. «Il modello semantico può essere utilizzato da organizzazioni private e pubbliche per la fatturazione negli appalti pubblici. Può anche essere utilizzato per la fatturazione tra le imprese del settore privato. Non è stato specificamente progettato per la fatturazione ai consumatori», si legge su Unistore. La seconda norma, invece, fornisce l’elenco delle sintassi che sono conformi e consentono di esprimere il modello essenziale di fattura specificato nella norma Uni En 16931-1: 2017, secondo i criteri di selezione forniti dalla richiesta di normazione emessa dalla Commissione europea.

Fonte: Italia Oggi

Le conseguenze sulle società se l’amministratore beneficia dell’istituto

In materia di responsabilità degli enti, in presenza di una sentenza di applicazione della particolare tenuità del fatto nei confronti della persona fisica responsabile della commissione del reato, il giudice deve procedere all’accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio il reato fu commesso. Un accertamento che non può prescindere da una opportuna verifica della sussistenza in concreto del fatto reato, in quanto l’applicazione dell’articolo 131bis del Codice penale non esclude la responsabilità dell’ente, in via astratta ma la stessa deve essere accertata effettivamente in concreto, non potendosi utilizzare, allo scopo, automaticamente la decisione emessa nei confronti della persona fisica.
Con questa interpretazione la Cassazione con una sentenza del febbraio 2018 ha ribaltato l’orientamento fino ad allora maggioritario (sentenza n.9072).
La questione relativa alla incidenza della sentenza ex articolo 131bis del Codice penale nei confronti dell’amministratore sull’accertamento della responsabilità dell’ente non trova una specifica disciplina sul piano normativo, poiché il Dlgs 231/2001, all’articolo 8, prevede soltanto l’autonoma sussistenza della responsabilità dell’ente nel caso in cui l’autore del reato persona fisica non è stato identificato o non è imputabile, oppure quando il reato si estingue per causa diversa dall’amnistia.
In giurisprudenza si sono affacciate due soluzioni interpretative: secondo una prima lettura, la responsabilità dell’ente dovrebbe escludersi nel caso all’imputato persona fisica sia riconosciuta la causa di non punibilità di cui all’articolo131bis, del Codice penale. Per altro indirizzo, invece, in tale ipotesi, l’affermazione della sussistenza della causa di non punibilità in esame implica un giudizio di responsabilità dell’imputato e di esistenza del fatto reato, tant’è che la relativa decisione viene iscritta nel casellario giudiziale e, in base all’articolo 651bis del Codice di procedura penale, ha efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo di danno, quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e della riconducibilità all’imputato, ma tale effetto non può estendersi, in assenza di specifica previsione normativa, al profilo della responsabilità della persona giuridica, così che è necessario procedere a un autonomo accertamento della responsabilità amministrativa dell’ente, nel cui interesse o nel cui vantaggio il reato (ad esempio reati ambientali, societari, in materia di contraffazione, delitti contro il patrimonio o contro la Pa) è stato commesso.
È ragionevole ritenere, in ogni caso, che la declaratoria di cui all’articolo 131bis nei confronti dell’amministratore abbia quantomeno l’effetto di mitigare il trattamento sanzionatorio eventualmente
applicato all’ente nel casi di ritenuta responsabilità per l’illecito amministrativo, ai sensi dell’articolo 12 del Dlgs 231/2001, che prevede una diminuente di pena al ricorrere di alcune circostanze, tra cui la particolare tenuità del danno.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Tra il 20 e il 31 del mese scade l’attuazione di importanti misure previste dalla legge di Bilancio, tra fondi da assegnare (o ripartire) e provvedimenti da emanare

In questo mese di gennaio si concentrano diversi e importanti provvedimenti attuativi previsti dalla legge di Bilancio. Appena pochi giorni fa – il 10 gennaio – ha visto puntualmente la luce il decreto del ministero dell’Interno che assegna 400 milioni di euro ai piccoli comuni da spendere per opere pubbliche. Ma è solo un piccolo antipasto rispetto alle altre misure attuative previste entro gennaio, tra assegnazione e riparto delle risorse o provvedimenti regolamentari. Ecco di seguito tutte le scadenze “pesanti” (che si aggiungono al termine, previsto sempre entro il mese, per aggiornare le convenzioni sui 96 progetti del bando periferie).

Maxi-fondo investimenti da 43,6 miliardi, entro il 31 gennaio il riparto
Vanno adottati entro il 31 gennaio prossimo i Dpcm attuativi per ripartire le risorse stanziate dal maxi-fondo destinato agli investimenti delle varie amministrazioni centrali. Il fondo ha una dimensione di 43,6 miliardi variamente distribuite sull’arco di 15 anni, tra il 2019 e il 2033. Le annualità più “leggere” sono quelle più vicine, a partire dai 740 milioni di euro appostate sul 2019, seguite dai 1.260 milioni di euro sul 2020 e i 1.600 milioni di euro sul 2021. Gli schemi dei decreti di riparto devono essere trasmessi alle Commissioni parlamentari competenti per il necessario parere (da esprimere entro 30 giorni). Dal momento che il testo non risulta ancora trasmesso si può già mettere in conto un ritardo nell’attuazione della misura rispetto al termine indicato in legge di Bilancio (termine peraltro non perentorio). 

Come è noto, il maxi-fondo (nel solco del primo fondo investimenti, istituito dal comma 140 della finanziaria 2017) è il grande serbatoio con la benzina per rilanciare gli investimenti. Rispetto alle prime bozze della legge di Bilancio si è parecchio ridimensionato (da 50,2 a 43,6 miliardi) e ha accolto anche una riserva speciale: la linea M5 della Metropolitana di Milano incassa 900 milioni per realizzare il prolungamento fino a Monza (di cui 15 milioni quest’anno, 1o milioni nel 2020, 25 milioni nel 2021, 95 milioni nel 2022, 180 milioni nel 2023, 245 milioni nel 2024, 200 milioni nel 2025, 120 milioni nel 2026 per finire con 10 milioni di euro nel 2027). 
Le risorse potranno essere utilizzate come leva finanziaria per ottenere finanziamenti da Bei Bsc (Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa) o Cdp. I Dpcm dovranno specificare anche i criteri e le modalità per l’eventuale revoca degli stanziamenti. 

LA NORMA DELLA LEGGE DI BILANCIO (commi 95-96 e 98, articolo 1) 

Strade e scuole, primi 250 milioni alle province entro quattro giorni (forse) 
Iniezione di risorse cash in arrivo nelle casse delle province italiane da destinare espressamente alla manutenzione (senza ulteriore specificazione) di strade e scuole. Il finanziamento a pioggia e il vincolo di destinazione sono disposti dal comma 889, articolo 1, della legge di Bilancio. Le risorse ammontano a 3,75 miliardi di euro su un orizzonte di lungo termine: 15 anni, tra il 2019 e il 2033 con una “rata” di 250 milioni l’anno . La prima tranche di 250 milioni dovrebbe arrivare a giorni. Entro il 20 gennaio, infatti, il ministero dell’Interno dovrebbe ripartire la somma con un decreto di concerto con il ministero dell’Economia. Prima dell’emanazione, è però previsto un passaggio in conferenza Stato-città per l’intesa sullo schema di decreto. I tempi sono evidentemente molto stretti, e al momento non c’è ancora un una convocazione ufficiale della conferenza. 
Metà delle risorse saranno ripartite tra «le province che presentano una diminuzione della spesa per la manutenzione di strade e di scuole nell’anno 2017 rispetto alla spesa media con riferimento agli anni 2010, 2011 e 2012 e in proporzione a tale diminuzione».
L’altra metà dei soldi viene invece ripartita tra le province in proporzione all’incidenza determinata, al 31 dicembre 2018, dalla manovra di finanza pubblica rispetto al gettito 2017 dell’imposta Rc auto, dell’imposta provinciale di trascrizione e del fondo sperimentale di riequilibrio. Le spese finanziate dalle risorse assegnate per ogni annualità devono essere liquidate o liquidabili per le finalità indicate, ai sensi del decreto legislativo 23 giugno 2011, n. 118, entro il 31 dicembre di ogni anno.
Come ricorda l’Upi in una nota, «la misura del concorso alla manovra di finanza pubblica delle Province, da considerare ai fini del calcolo della sua incidenza sulle entrate, è quella determinata dall’articolo 1, comma 418, della legge n. 190/2014 e 38 dell’articolo 47 del D.L. n. 66/2014, tenuto conto delle riduzioni consentite ai sensi dell’articolo 1, commi 838 e 839, della legge n. 205/2017». 
Per rimpolpare gli uffici tecnici delle province, si precisa che nelle assunzioni di personale a tempo indeterminato, da destinare, prioritariamente, alle attività in materia di viabilità ed edilizia scolastica (ex articolo 1, comma 845, legge n. 205/2017) devono riguardare «figure ad alto contenuto tecnico-professionale di ingegneri, architetti, geometri, tecnici della sicurezza ed esperti in contrattualistica pubblica e in appalti pubblici».

LA NORMA DELLA LEGGE DI BILANCIO (commi 889-890, articolo 1) 

A 1800 comuni 2,85 miliardi da destinare a opere pubbliche locali 
Sono destinate a finanziare «piani di sicurezza a valenza pluriennale finalizzati alla manutenzione di strade scuole ed altre strutture di proprietà comunale» i 190 milioni di euro all’anno per 15 anni (2019-2033) da ripartire entro il 20 gennaio prossimo agli enti locali «a titolo di ristoro del gettito non più acquisibile dai comuni a seguito dell’introduzione della Tasi». L’Anci stima che la norma riguardi circa 1.800 enti locali. Il provvedimento per il riparto deve ottenere l’intesa in conferenza unificata. Le risorse assegnate annualmente vanno spese entro la fine dello stesso anno. I primi 190 milioni dovranno essere pertanto essere spesi entro il 31 dicembre 2019. 

LA NORMA DELLA LEGGE DI BILANCIO (commi 892-895, articolo 1) 

Centrale di progettazione, tutto da decidere entro il 30 gennaio 
Entro il 30 gennaio si dovrebbe alzare il sipario sulla centrale di progettazione delle opere pubbliche, prevista dalla legge di Bilancio ai commi 162-170 (più il finanziamento indicato al comma 106). Come è noto, tutte le principali caratteristiche della «Struttura per la progettazione di beni ed edifici pubblici» sono rimaste indeterminate. Sarà un Dpcm a indicare «la denominazione, l’allocazione, le modalità di organizzazione e le funzioni», cioè praticamente tutto. Al momento l’identikit dell’organizzazione è abbastanza sfocato. I soli punti fermi sono il suo “indirizzo”, presso l’Agenzia del Demanio, alla quale vengono destinati 100 milioni di euro all’anno, dal 2019 in poi, per assicurarne il funzionamento. L’altro punto fermo è consiste nel fatto che il ricorso alla centrale di progettazione – sia da parte delle amministrazioni centrali, sia da parte degli enti locali – sarà facoltativo, «previa convenzione e senza oneri diretti di prestazioni professionali rese per gli enti territoriali richiedenti». Un ulteriore decreto attuativo – un Dpr da adottare entro marzo – avrà il compito di coordinare le funzioni e le attività della «Struttura» con le norme del codice appalti. 

LA NORMA DELLA LEGGE DI BILANCIO (commi 162-170, articolo 1) 

Fondi aggiuntivi per investimenti, accordo (facoltativo) con 15 regioni 
Nelle materia a legislazione concorrente, la legge di Bilancio ha previsto la possibilità di siglare un accordo tra Stato e le regioni a statuto ordinario, per le quali si prevede dal 2021 il superamento del meccanismo del saldo di competenza e delle relative regole finanziarie. Superamento che, invece, scatta da quest’anno (in ottemperanza ad alcune sentenze della Corte costituzionale) per Regioni a statuto speciale, province, città metropolitane e comuni (in base ai commi 819-826 della legge di Bilancio). 
I 15 enti territoriali a statuto ordinario possono approvare entro il 31 gennaio un’intesa in conferenza Stato-Regioni sui fondi aggiuntivi «per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese nelle materie di competenza concorrente» da definire con appositi Dpcm. L’accordo non è obbligatorio, ma lo è la scadenza, nel senso che se le Regioni vogliono decidere stanziamenti aggiuntivi dovranno farlo entro il 31 gennaio.

LA NORMA DELLA LEGGE DI BILANCIO (comma 824, articolo 1) 

Mobilità elettrica: largo a segway, hoverboard e monopattini 
Sempre entro la fine del mese – precisamente entro il 30 gennaio – il ministero delle Infrastrutture deve definire «le modalità di attuazione e gli strumenti operativi della
sperimentazione» della micromobilità elettrica con «mezzi di trasporto innovativi e sostenibili». Di che si tratta? Lo spiega il comma 102 della legge di bilancio: «veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica, quali segway, hoverboard e monopattini». 

LA NORMA DELLA LEGGE DI BILANCIO (comma 102, articolo 1) 

Anticipazione agli enti in dissesto per pagare le imprese 
Il comma 907 della legge di Bilancio prevede che entro il 31 gennaio i comuni che nel secondo semestre del 2016 hanno dichiarato lo stato di dissesto finanziario possono chiedere – con richiesta motivata – al ministero dell’Interno, l’assegnazione, a titolo di anticipazione, di somme per pagamenti in sofferenza. Tale assegnazione viene erogata fino a un massimo di 20 milioni di euro per ciascun comune, calcolando l’importo di 300 euro per abitante. La somma deve essere restituita nell’arco dei tre esercizi successivi, in parti uguali, entro il 30 settembre di ciascun anno. Altrimenti entra in azione l’Agenzia delle entrate recuperando le somme direttamente dal gettito Imu. 

LA NORMA DELLA LEGGE DI BILANCIO (comma 907, articolo 1)

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Nonostante il calo degli avvisi il valore degli importi a base d’asta ha toccato il picco massimo degli ultimi cinque anni.

Il 2018 è stato un anno record per il concorsi. Secondo il censimento condotto dall’Oice per Edilizia e Territorio, i numeri complessivi sull’anno appena concluso sono stati i migliori del quinquennio. La crescita c’è stata sui valori, mentre il numero degli avvisi fa registrare un trend in diminuzione. I numeri messi in fila dall’ufficio studi e gare dell’associazione delle società di ingegneria offrono due spunti di lettura. 
Il primo elemento è quello che vede appunto in crescita il dato sui valori, nonostante un calo – significativo – degli avvisi. Segno che le amministrazioni che decidono di ricorrere allo strumento del concorso lo fanno per interventi di maggiore importo e – presumibilmente – anche di maggiore complessità architettonica. 
La seconda chiave di lettura – anch’essa significativa – emerge da quella che si potrebbe definire la “curva della concretezza”. Viene voglia di battezzare in questo modo il progressivo incremento del numero di concorsi di progettazione a fronte del simmetrico decremento dei concorsi di idee. Ma ecco i numeri. Tra il 2015 e il 2016 i concorsi di idee – almeno quelli censiti dall’Oice – sono schizzati da 103 a 182, dato, quest’ultimo, che rappresenta il picco del quinquennio. Dal 2016 a 2018 i concorsi di idee si sono più che dimezzati, passando dai 182 del 2016 ai 132 del 2017 ai 77 del 2018. Attenzione, però: nonostante il calo degli avvisi, la curva dei valori ha visto una ripresa quest’anno, mettendo a segno il record del quinquennio: dai 3,6 milioni circa del 2016 i valori sono scesi a poco più di 1,3 milioni di euro per schizzare a oltre 5,5 milioni nel 2018, che resta appunto il picco record dell’intero quinquennio. I numeri – va anche detto – sono stati “drogati” dal maxi-concorso di idee lanciato dall’Università degli Studi di Teramo per realizzare la cittadella della cultura nell’ex manicomio S. Antonio Abate (per un valore complessivo del servizio di oltre 3,2 milioni di euro)

Dall’altra parte c’è stata invece una crescita dei concorsi di progettazione, crescita con un quasi raddoppio degli avvisi tra il 2016 e il 2017 (da 48 a 81) e poi proseguita solo con una crescita dei valori tra il 2017 e il 2018 (da 7,068 milioni di euro a 7,47 milioni di euro) mentre invece si andava contraendo il numero degli avvisi (dagli 81 del 2017 a i 57 del 2018). 

Il bilancio finale resta in crescita: nell’ultimo anno, tra concorsi di idee e concorsi di progettazione, si sono registrati 134 avvisi, un numero che nonostante sia stato nettamente inferiore ai 213 del 2017, ha consentito di superare, sia pure di poco, il valore 13 milioni di euro a base d’asta. Un valore che si piazza appunto in testa all’intero quinquennio, al termine di una crescita complessiva che è passata dai circa 2 milioni del 2014 ai 3,2 del 2015, ai 6,8 del 2016 agli 8,4 del 2017 fino appunto ai 13 milioni di euro del 2018. 

«Riteniamo che lo strumento del concorso sia utile quando ci sono realmente dei profili architettonici, o tecnici o ambientali particolarmente complessi e rilevanti, condividendo da questo punto di vista l’impostazione del codice – premette il direttore generale dell’Oice Andrea Mascolini -. Detto questo, per i noi la modalità migliore è il concorso di progettazione in due fasi, con una prima selezione di carattere generale e senza requisiti, e la successiva selezione sul progetto, previo possesso dei requisiti, prevedendo un idoneo rimborso spese per tutti i finalisti».

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Sul mancato aggiornamento in materia di salute e sicurezza sul lavoro del datore di lavoro che ha optato per lo svolgimento diretto del servizio di prevenzione e protezione.

Fonte: Punto Sicuro

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Il Presidente dell’ANAC Raffaele Cantone con il comunicato del 15 gennaio 2019 ha reso noto che da ieri è disponibile per il riuso l’applicazione informatica “Whistleblower” per l’acquisizione e la gestione – nel rispetto delle garanzie di riservatezza previste dalla normativa vigente – delle segnalazioni di illeciti da parte dei pubblici dipendenti, così come raccomandato dal disposto dell’art. 54 bis, comma 5, del d.lgs. n. 165/2001 e previsto dalle Linee Guida di cui alla Determinazione n. 6 del 2015.

Fonte: Lavori Pubblici

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L’Istat rileva una diminuzione congiunturale del 2% per il numero di abitazioni e un lieve incremento per la superficie utile abitabile (+0,4%).

Fonte: Italia Oggi

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Un passo indietro per le garanzie conquistate dai progettisti. Un emendamento al disegno di legge per la semplificazione, presentato dal Governo, propone di cancellare l’obbligo che la Pubblica Amministrazione paghi il professionista anche se non ottiene il finanziamento dell’opera progettata.

Fonte: Edilportale

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Tra gennaio e novembre presentate all’Istituto 592.571 denunce di infortunio sul lavoro (+0,5% rispetto allo stesso periodo del 2017), 1.046 delle quali con esito mortale (+9,9%). Le patologie di origine professionale denunciate sono state 55.052 (+2,2%).

Fonte: Punto Sicuro

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La Legge di Bilancio 2019 aumenta del 10% gli importi delle sanzioni relative alla violazione delle disposizioni di cui al D. Lgs. n. 81/2008. Altre novità riguardano la riduzione del tasso Inail e il taglio di alcuni finanziamenti.

Fonte: Punto Sicuro

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Da quando decorre l’obbligo di trasmettere il Documento di Gara Unico Europeo (DGUE) in formato elettronico? Per rispondere a questa domanda potrebbe essere sufficiente leggere l‘art. 85, comma 1 del D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti) che prevede l’obbligo di “fornitura” elettronica a partire dal 18 aprile 2018 anche se in realtà l’art. 40, comma 1 del Codice stesso prevede l’obbligo di “trasmissione” telematica solo a decorrere dal 18 ottobre 2018.

Fonte: Lavori Pubblici

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La Commissione di studio per la predisposizione e l’analisi di norme tecniche relative alle costruzioni del CNR il 23 ottobre 2018 ha approvato ed ha sottoposto ad inchiesta pubblica fino al 31/01/2019 il documento tecnico DT 214/2018 contenente le “Istruzioni per la valutazione della robustezza delle costruzioni”. 

Fonte: Lavori Pubblici

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In vigore l’Isa per le costruzioni (AG69U). In arrivo il software delle Entrate per correggere le informazioni in possesso del Fisco

Nel periodo di imposta 2018 gli studi di settore lasciano il posto ai nuovi “indici sintetici di affidabilità fiscale”, entrati in vigore con il decreto del ministero Economia 28 dicembre 2018, pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 4 gennaio scorso. La novità riguarda anche il settore delle costruzioni, con il codice Isa – Indice sintetico di affidabilità AG69U). Come è noto, con il nuovo indice viene superato il criterio dell’accertamento presuntivo e si favorisce invece la responsabilità e l’adeguamento spontaneo dei contribuenti, attribuendo loro forme di premialità al raggiungimento di determinati livelli di “affidabilità fiscale”. Più alto il valore dell’indice raggiunto dal contribuente – su una scala da 1 a 10 – più quest’ultimo conquista il diritto di vedersi riconoscere alcune premialità. Tra queste c’è l’esonero dal visto di conformità per la compensazione dei crediti fiscali, l’esclusione da alcuni tipi di accertamento ed una riduzione del periodo di accertabilità. 

Per individuare il punteggio di ciascuna impresa, l’Agenzia delle Entrate dovrà mettere a disposizione un programma informatico apposito. L’obiettivo è appunto quello di consentire al contribuente conoscere il punteggio relativo agli indicatori elementari tesi a verificare la normalità e la coerenza della gestione aziendale o professionale. Attraverso il tool sarà inoltre possibile segnalare l’inattendibilità delle informazioni desunte dalle banche dati delle Entrate inserendo i dati ritenuti corretti dal contribuente stesso. I dati così rettificati saranno inclusi, dal software, nel calcolo del punteggio dei relativi indicatori elementari e di quello complessivo dell’indice sintetico di affidabilità fiscale.

Per quanto riguarda l’attività delle imprese di costruzioni, l’Isa tiene conto di alcune specificità dei singoli mercati, distinguendo in particolare le imprese che svolgono prevalentemente attività di nuova costruzione da quelle che operano invece nel comparto del recupero dell’esistente. L’indice presta anche attenzione ad alcuni oneri che caratterizzano il settore delle costruzioni sul piano della formazione e della sicurezza e, soprattutto, degli aspetti finanziari legati all’elevato fisiologico indebitamento, ai ritardi dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e all’impatto di misure come lo split payment e il reverse charge. 

Va anche detto che l’attenzione del legislatore a queste caratteristiche specifiche del settore viene rivendicata dai costruttori edili come un successo ottenuto dall’azione di sensibilizzazione dell’Ance nei confronti dell’Agenzia delle Entrate. In particolare, l’associazione ricorda che il testo del Dm Economia (e le relative specifiche tecniche sull’Isa delle costruzioni) «ha recepito le osservazioni formulate dall’Ance nel parere trasmesso ufficialmente all’Agenzia delle Entrate lo scorso 14 settembre 2018, in merito ad alcuni aspetti su cui erano state riscontrate potenziali criticità».

L’Isa per le costruzioni è influenzato e sintetizza il valore di tre indicatori elementari di affidabilità (Ricavi per addetto, Valore aggiunto per addetto, Reddito per addetto) e di un gruppo di indicatori elementari di anomalia divisi in sei sezioni che incidono (con punteggio da 1 a 5) sul calcolo dell’Isa solo in presenza di profili contabili e/o gestionali atipici rispetto al settore o al modello organizzativo di riferimento.

Il decreto Economia individua anche alcune cause di esclusione dall’applicazione del’Isa e che riguardano, in particolare, contribuenti che hanno dichiarato ricavi o compensi di ammontare superiore a 5.164.569 euro; contribuenti che si avvalgono del regime forfettario agevolato e del regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità, e dei contribuenti che determinano il reddito con altre tipologie di criteri forfettari; contribuenti che esercitano due o più attività di impresa, non rientranti nel medesimo Isa, se l’importo dei ricavi dichiarati relativi alle attività non rientranti tra quelle prese in considerazione dall’indice sintetico di affidabilità fiscale relativo all’attività prevalente, comprensivi di quelli delle attività complementari indicate, per ogni indice superi il 30% dell’ammontare totale dei ricavi dichiarati; società cooperative, società consortili e consorzi che operano esclusivamente a favore delle imprese socie o associate e le società cooperative costituite da utenti non imprenditori che operano esclusivamente a favore degli utenti stessi.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il boom dei bandi di gara si confronta con la riduzione della spesa in investimenti pubblici per il 2018

Continua la fase di espansione degli appalti «di carta», mentre quelli reali continuano a latitare. Il governo ha confermato nell’aggiornamento del Def l’ennesima riduzione della spesa in investimenti pubblici per il 2018 (a dispetto delle previsioni dicrescita fatte fino allo scorso maggio dal precedente governo), ma l’anno appena concluso ha fatto registrare un boom dei bandi di gara pubblicati dalle stazioni appaltanti, con un incremento del 25% in termini di importo rispetto al 2017: 29,7 miliardi contro 23,7.

A diffondere questi dati è stato ieri il Cresme, l’istituto di ricerca del mondo dell’edilizia. Il mese di dicembre ha segnato un risultato mensile storico, 6,7 miliardi di euro, quasi il doppio di quanto messo in gara nel dicembre 2017. Crescono tutte le classi dimensionali di opere bandite, con l’eccezione di quella più grandi, sopra i 50 milioni (-4,7%), mentre il picco è raggiunto con le opere medio-alte fra 15 e 50 milioni di euro che hanno registrato una crescita del 74%. Anche sul piano territoriale, l’incremento dei bandi di gara è generalizzata: 20,8% nel nord-ovest, 30,3% nel nord-est, 55,6% al centro, 85,5% al sud, 25,6% nelle isole.

La crescita delle procedure di gara si riflette anche sul trend delle aggiudicazioni, pure in forte ascesa: si è passati infatti da 14 miliardi del 2017 a 17,2 miliardi del 2018, con uns alto del 23%. A spingere più forte sono stati i mercati più tradizionali e in particolare gli appalti di sola esecuzione (+113%) che fanno largamente ricorso al criterio del massimo ribasso e quindi scontano meno le difficoltà collegate alla composizione delle commissioni aggiudicatrici.

I grandi enti di spesa hanno registrato tutti picchi alti di crescita delle aggiudicazioni: +97% i comuni, +162% le ferrovie, +115% le concessionarie autostradali. Unico grande committente ancora fermo è l’Anas (-2,3%). Un segnale che fa ben sperare per una ripresa effettiva della spesa nel 2019. Restano tuttavia numerosi problemi irrisolti a bloccare la cinghia di trasmissione fra l’aggiudicazione all’apertura dei cantieri, a partire dal fenomeno dei ricorsi successivi all’aggiudicazione, per non parlare dell’ampia verifica in corso da parte della maggioranza di governo su numerose opere in corso.

Una curiosità in materia di bandi di gara riguarda i piccoli lavori che dal 1° gennaio scorso, per effetto della legge di bilancio (articolo 1, comma 912), saranno esentati dall’obbligo di una gara formale . I numeri aggiornati per il 2018 confermano quanto anticipato dal Sole 24 Ore il 27 dicembre scorso. In particolare le gare fino a 150mila euro, che vengono totalmente liberalizzate dalla legge di bilancio, sono 9.405 (su 23.674 pari al 25%) per un importo di 618 milioni (su 29,7 miliardi è pari al 2%). Ma a queste vanno aggiunte le opere fra 150mila e 350mila, fascia per cui la semplificazione è molto forte, con consultazioni senza un bando formale, per arrivare a un totale di 12.500 gare circa (il 53%) e un importo di 1,2 miliardi (4%).

Fonte: Edilizia e Territorio

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Per reperire le risorse necessarie al taglio generalizzato dei premi, la legge di Bilancio sancisce la riduzione o l’abrogazione di alcune misure strutturali

La revisione del sistema tariffario Inail porta con sé una importante rivisitazione degli sconti in vigore prima della legge 145/2018. Per reperire le risorse necessarie al taglio generalizzato dei premi, la legge di Bilancio sancisce la riduzione o l’abrogazione di alcune misure strutturali.

Infatti, secondo le disposizioni dei commi 1122 e 1123, della legge 145/2018 (legge di Bilancio), subiranno un ridimensionamento le coperture per il finanziamento dei progetti di investimento e formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, così come quelle prima riservate allo sconto per l’attività di prevenzione aziendale (il cosiddetto bando Isi).

Il ridimensionamento

Eliminate del tutto due misure agevolative: lo sconto “cuneo” e lo sconto riservato alle aziende del settore edile. In seguito alla prima misura, introdotta dalla legge 147/2013 (articolo 1, comma 128), il Dm del Lavoro del 22 ottobre 2018 aveva fissato la riduzione dei premi per il 2019 nell’importo del 15,24 per cento. Questo sconto si applicava ai premi ordinari delle polizze dipendenti, ai premi delle polizze navigazione marittima e ai premi speciali unitari delle polizze artigiani: per verificare la sussistenza dei requisiti sull’applicazione del beneficio erano fissati criteri differenziati a seconda che le lavorazioni fossero iniziate da oltre un biennio o da non oltre un biennio, nel rispetto delle norme in materia di tutela della salute e delle sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il beneficio resta comunque immutato, per l’anno in corso, in relazione ai premi speciali anticipati per il 2019 relativi alle polizze scuole, apparecchi Rx, sostanze radioattive, pescatori, frantoi, facchini, barrocciai/vetturini/ippotrasportatori.

Con riferimento allo sconto edile (articolo 29, comma 2, del Dl 244/1995), anch’esso abrogato dal 2019, le aziende del settore possono però contare sulla riduzione del premio in misura pari all’11,50% (Dm del Lavoro del 4 ottobre 2018), applicabile alla sola regolazione 2018. In futuro l’agevolazione resta applicabile per i soli contributi Inps.

Nell’ambito della revisione è stato abolito anche il premio supplementare per la silicosi e l’asbestosi (articolo 153 del Dpr 1124/1965), così come scende al 110 per mille il tasso massimo applicabile alle lavorazioni pericolose (rispetto all’attuale 130 per mille).

Le agevolazioni che restano

Non sono state toccate, invece, le agevolazioni legate ad alcuni rapporti di lavoro: quella per i dipendenti assunti in sostituzione di maternità (per le aziende con meno di 20 dipendenti) e quella legata alle assunzioni di lavoratori di età non inferiore a 50 anni, disoccupati da oltre 12 mesi.

La sanzione

La violazione dell’obbligo di comunicare all’Inail l’ammontare delle retribuzioni effettivamente corrisposte nel periodo assicurativo nei termini previsti, è punita con la sanzione di 770 euro (misura ridotta a 250 euro, con misura minima 125 euro) se la mancata o tardiva comunicazione non determina una liquidazione del premio inferiore al dovuto).

Fonte: Edilizia e Territorio

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Del testo varato il 12 dicembre si sono perse le tracce. Il rischio dei tempi lunghi e dell’effetto riforma continua

Un mese non è bastato per compiere i pochi metri che separano Palazzo Chigi dalla una delle sedi del Parlamento. Si allungano – e rischiano di alimentare un “giallo” – i tempi di presentazione ufficiale del Ddl Deleghe approvato dal Governo lo scorso 12 dicembre.

Tra i punti-chiave del provvedimento c’è la delega per la riforma del codice degli appalti, dove a fare da protagonista è la scelta di chiudere l’esperimento soft law e con l’attribuzione all’Anac del ruolo di autorità di regolazione del mercato. L’Anticorruzione verrebbe così ridimensionata in uno dei suo poteri più rilevanti tornando così all’era pre-Cantone, almeno sul fronte dell’attività “normativa” vincolante per Pa e imprese. Resterebbero inalterati, invece, gli altri poteri di vigilanza e controllo sul mercato che il nuovo codice ha reso molto più penetranti rispetto al passato.

Tutto questo sempre che la delega venga discussa. Al momento del provvedimento varato dal governo prima di Natale si sono perse le tracce. Difficile pensare che il provvedimento sia stato rimesso in un cassetto. Più probabile ipotizzare che prima o poi, magari tra qualche giorno, venga annunciato i una delle due Camere.

Il problema a quel punto potrebbe al limite riguardare l’attualità delle norme relative al codice. Tutto dipende infatti da quanto in là si spingerà l’opera di correzione al codice che il governo intende portare avanti sfruttando l’occasione del decreto Semplificazioni che questa settimana è atteso in Aula al Senato. Se ci si limiterà a pochi ritocchi urgenti consegnare un nuovo mandato al governo per riformare il sistema potrebbe avere ancora senso. Se invece si andrà oltre, anticipando a questa fase molti dei contenuti dell’ipotetica riforma (magari intervenendo anche sui poteri Anac come ipotizza qualcuno) allora lasciare in piedi la delega potrebbe avere meno senso.

Di per sè la delega si porta dietro comunque due controindicazioni. La prima è il fattore tempo. Come ha segnalato lo stesso presidente dell’Anac Raffaele Cantone un ’operazioni di questo tipo presuppone tempi lunghissimi, a partire dai tempi necessari per varare la delega in Parlamento fino ad arrivare alla messa a punto del decreto legislativo a cura del governo. Basta ricordare quanto accaduto con il codice oggi in vigore: ci volle un anno per approvare la delega, poi scattò la corsa a varare la riforma prima della scadenza imposta dalle direttive europee (18 aprile 2016). Questa volta non ci sarebbe neppure questo vincolo a comprimere i tempi.

La seconda controindicazione riguarda gli effetti sul mercato dei continui stop & go legislativi. Poco meno di tre anni fa la riforma, 18 mesi fa il correttivo, ora i ritocchi del Dl Semplificazioni, tra uno o due anni la nuova riforma. Avere buone leggi è fondamentale, ma per gli operatori (e le stazioni appaltanti) conta molto anche poter contare su regole stabili. Altrimenti, di questo passo, anche nel settore delle costruzioni l’unico cantiere sempre aperto rischia di essere quello normativo.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

L’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ha, recentemente, predisposto una Nota di lettura sulle norme della legge di Bilancio 2019 di interesse degli Enti locali ed, nel dettaglio, i commi da 107 a 114 disciplinano l’assegnazione di contributi da parte del Ministero dell’interno ai Comuni, per 400 milioni di euro (leggi articolo e decreto 10 gennaio 2019 allegato).

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Con l’articolo 1, commi 67 e 68 della legge 30 dicembre 2018, n. 415 vengono prorogati sino al 31 dicembre 2019; in dettaglio: il comma 67 contiene la proroga sulle detrazioni fiscali per interventi di efficienza energetica contenute nell’articolo 14 del decreto legge 4 giugno 2013, n. 63 convertito dalla legge 3 agostio 2013, n. 90 e la proroga delle detrazioni fiscali per interventi di ristrutturazione edilizia e per l’acquisto di mobili contenute nell’articolo 16 del decreto legge n. 63/2013 convertito dalla legge n. 90/2013; il comma 68, invece, interviene sull’articolo 1, comma 12 della legge 205/2017 prorogando, sempre al 31 dicembre 2019 il bonus verde.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Del testo varato il 12 dicembre si sono perse le tracce. Il rischio dei tempi lunghi e dell’effetto riforma continua

Un mese non è bastato per compiere i pochi metri che separano Palazzo Chigi dalla una delle sedi del Parlamento. Si allungano – e rischiano di alimentare un “giallo” – i tempi di presentazione ufficiale del Ddl Deleghe approvato dal Governo lo scorso 12 dicembre.

Tra i punti-chiave del provvedimento c’è la delega per la riforma del codice degli appalti, dove a fare da protagonista è la scelta di chiudere l’esperimento soft law e con l’attribuzione all’Anac del ruolo di autorità di regolazione del mercato. L’Anticorruzione verrebbe così ridimensionata in uno dei suo poteri più rilevanti tornando così all’era pre-Cantone, almeno sul fronte dell’attività “normativa” vincolante per Pa e imprese. Resterebbero inalterati, invece, gli altri poteri di vigilanza e controllo sul mercato che il nuovo codice ha reso molto più penetranti rispetto al passato.

Tutto questo sempre che la delega venga discussa. Al momento del provvedimento varato dal governo prima di Natale si sono perse le tracce. Difficile pensare che il provvedimento sia stato rimesso in un cassetto. Più probabile ipotizzare che prima o poi, magari tra qualche giorno, venga annunciato i una delle due Camere.

Il problema a quel punto potrebbe al limite riguardare l’attualità delle norme relative al codice. Tutto dipende infatti da quanto in là si spingerà l’opera di correzione al codice che il governo intende portare avanti sfruttando l’occasione del decreto Semplificazioni che questa settimana è atteso in Aula al Senato. Se ci si limiterà a pochi ritocchi urgenti consegnare un nuovo mandato al governo per riformare il sistema potrebbe avere ancora senso. Se invece si andrà oltre, anticipando a questa fase molti dei contenuti dell’ipotetica riforma (magari intervenendo anche sui poteri Anac come ipotizza qualcuno) allora lasciare in piedi la delega potrebbe avere meno senso.

Di per sè la delega si porta dietro comunque due controindicazioni. La prima è il fattore tempo. Come ha segnalato lo stesso presidente dell’Anac Raffaele Cantone un ’operazioni di questo tipo presuppone tempi lunghissimi, a partire dai tempi necessari per varare la delega in Parlamento fino ad arrivare alla messa a punto del decreto legislativo a cura del governo. Basta ricordare quanto accaduto con il codice oggi in vigore: ci volle un anno per approvare la delega, poi scattò la corsa a varare la riforma prima della scadenza imposta dalle direttive europee (18 aprile 2016). Questa volta non ci sarebbe neppure questo vincolo a comprimere i tempi.

La seconda controindicazione riguarda gli effetti sul mercato dei continui stop & go legislativi. Poco meno di tre anni fa la riforma, 18 mesi fa il correttivo, ora i ritocchi del Dl Semplificazioni, tra uno o due anni la nuova riforma. Avere buone leggi è fondamentale, ma per gli operatori (e le stazioni appaltanti) conta molto anche poter contare su regole stabili. Altrimenti, di questo passo, anche nel settore delle costruzioni l’unico cantiere sempre aperto rischia di essere quello normativo.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il documento di commercialisti, Abi Confindustria e avvocati

Indicazioni sulla predisposizione dei modelli organizzativi e sulle modalità di individuazione delle norme di comportamento dei componenti degli organismi di vigilanza. Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha approvato un documento sull’applicazione dei contenuti e le prospettive di revisione del Dlgs 231/2001, predisposto congiuntamente ad Abi, Confindustria e Consiglio nazionale forense.

Il lavoro rappresenta l’ideale prosecuzione di un percorso avviato qualche tempo fa dal Consiglio nazionale dei commercialisti e dalla Fondazione nazionale, per offrire una risposta alle istanze dei molti professionisti che a vari livelli sono impegnati nella materia della responsabilità da reato degli enti. Come viene anticipato nel paragrafo introduttivo, l’elaborato mira a far luce sulle molteplici criticità emerse in sede di applicazione della normativa.
Sul piano dei contenuti, il progetto si fonda sulla presa d’atto che, ad oramai quasi un ventennio dall’introduzione nel nostro ordinamento, il sistema di responsabilità da reato degli enti sia ben lungi da un effettivo assestamento, specialmente sul piano interpretativo e applicativo. In particolare, nel corso degli anni soltanto di rado la prassi giurisprudenziale ha riconosciuto valenza esimente ai modelli organizzativi adottati dalle società coinvolte nei procedimenti giudiziari e, per l’effetto, evitato la comminazione delle relative sanzioni. Un simile trend ha ostacolato la diffusione di un approccio proattivo verso la normativa e l’adozione dei modelli da parte delle imprese, che ancora oggi sovente vivono la compliance 231 come un aggravio di oneri non associati ad alcun concreto beneficio. Per giunta, la sovrapposizione tra questa problematica e quella rappresentata dalla sostanziale inversione dell’onere della prova, prevista dal decreto 231 per i reati commessi dai soggetti apicali, rischia di tradursi in un vulnus per l’intero sistema di responsabilità. Un ulteriore profilo di criticità emerso nel corso degli anni riguarda l’organismo di vigilanza, in relazione alla sua composizione, ai requisiti, ai rapporti con gli altri organi di controllo e alle ulteriori funzioni che, in base ad alcuni recenti provvedimenti regolamentari, possono essergli assegnate.

In questo contesto l’elaborato fornisce spunti importanti per la definizione dei principi che le imprese devono seguire nella predisposizione dei modelli organizzativi e nell’individuazione delle norme di comportamento dei componenti degli organismi di vigilanza. Spicca, in particolare, l’approfondimento di tematiche cruciali e di strettissima attualità come quelle che riguardano le procedure e i meccanismi di prevenzione, l’attività dell’Odv nell’interazione con gli altri organi dell’ente e la nuova normativa sul whistleblowing. Completano il lavoro alcune proposte di modifica alla normativa orientate a porre rimedio alle maggiori criticità emerse. Il documento, posto in pubblica consultazione fino al 24 gennaio 2019, è consultabile sul sito web del Cndcec.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha approvato il documento “Principi consolidati per la redazione dei modelli organizzativi e l’attività dell’organismo di vigilanza e prospettive di revisione del Dlgs 8 giugno 2001, n. 231”, redatto congiuntamente ad Abi, Consiglio nazionale forense e Confindustria.

Valorizzando le esperienze dei diversi soggetti firmatari, il documento individua una serie di principi di alto livello per la predisposizione dei modelli organizzativi ai sensi del Dlgs 231/2001 e lo svolgimento delle funzioni degli organismi di vigilanza. Completano il lavoro alcune proposte di modifica alla normativa oggi vigente.

Il documento, posto in pubblica consultazione fino al 24 gennaio 2019, è consultabile sul sito web del Consiglio nazionale ed è possibile formulare commenti ed osservazioni entro la data indicata al seguente indirizzo consultazione@commercialisti.it.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Articolo Originale

Sarebbe dovuto entrare in vigore il 15 gennaio 2019 ed era atteso da tutti gli operatori del settore che lo vedevano come un tassello da aggiungere al mosaico della trasparenza disegnato da chi ha ideato il D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti), ma alla fine la scelta è stata quella di prorogare la data di avvio per l’operatività dell’Albo dei Commissari di gara.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Continua l’esame al Senato in Commissioni riunite Affari costituzionali e Lavori pubblici del ddl di conversione del decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135 (c.d. DL Semplificazioni). Dopo l’audizione dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili(ANCE), è arrivato il momento per l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) che ha inviato le sue proposte di emendamento.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Focus sulla novità della legge di Bilancio che ha innalzato da 40 a 150mila euro il limite dell’assegnazione fiduciaria dei contratti

La legge di bilancio appena approvata modifica in alcuni aspetti le modalità di affidamento dei contratti sottosoglia, con esclusivo riferimento al settore dei lavori (le novità non sono quindi applicabili ai contratti aventi ad oggetto forniture e servizi).
La tecnica utilizzata dal legislatore lascia inalterato l’assetto normativo delineato dall’articolo 36 del D.lgs. 50/2016. Le novità vengono infatti introdotte attraverso il meccanismo della deroga alle previsioni contenute nell’articolo richiamato, deroga che ha peraltro carattere temporaneo, essendo valida fino al 31 dicembre 2019. 
Anche tenuto conto di questa modalità di intervento prescelta dal legislatore, appare utile ricostruire le regole che ad oggi disciplinano gli affidamenti sottosoglia, che sono il risultato delle previsioni originarie contenute all’articolo 36 e delle integrazioni rappresentate dalle novità introdotte dalla legge di bilancio. In questa ricostruzione vanno inoltre tenuti presente i principali orientamenti interpretativi emersi fino ad oggi, specie da parte della giurisprudenza che si è occupata del tema.

L’affidamento dei lavori fino a 40.000 euro 
Per i contratti rientranti in questa fascia di importo la legge di bilancio non introduce alcuna novità. Resta quindi immutata la previsione contenuta al comma 2, lettera a) dell’articolo 36 che consente di procedere all’affidamento diretto.

La nozione di affidamento diretto implica la possibilità di contrarre direttamente con un soggetto liberamente prescelto, senza obbligo non solo di svolgere alcun tipo di procedura, ma neanche di porre in essere qualche forma di consultazione preventiva. La scelta è quindi del tutto discrezionale, e come tale è difficilmente contestabile in sede giurisdizionale a meno che non sia affetta da macroscopici errori di valutazione.

Sotto questo profilo va peraltro rilevato che il comma 1 dispone che per tutti gli affidamenti disciplinati dall’articolo 36 – e quindi anche per quelli di importo fino a 40.000 euro – trovano applicazione i principi generali sanciti in particolare dall’articolo 30. Si tratta dei principi di economicità, efficacia, tempestività, correttezza nonché, per ciò che concerne in particolare gli affidamenti, i principi di libera concorrenza, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità, nonché di pubblicità.

In realtà l’applicazione di questi principi mal si concilia con la nozione di affidamento diretto nei termini sopra ricordati. In particolare alcuni dei principi indicati, quali la libera concorrenza e la trasparenza, presuppongono almeno un confronto competitivo, che invece nel nostro caso manca del tutto. Per non parlare del principio di pubblicità, posto che l’affidamento diretto prescinde da qualunque forma di pubblicità preventiva.

La stessa giurisprudenza ha evidenziato come l’affidamento diretto rappresenti una procedura in deroga rispetto anche ai principi della concorrenza, non discriminazione e similari, che implicano sempre e comunque una procedura competitiva, sia pure informale. Si tratta infatti di una modalità di affidamento nella quale la speditezza prevale su ogni genere di formalismo.

E sempre in giurisprudenza si trova affermato che è del tutto razionale che una procedura competitiva per contratti di importo più elevato si caratterizzi per delle regole che possono invece non trovare applicazione per i contratti di importo contenuto. 
Lo stesso Consiglio di Stato, nel rilasciare il suo parere sul D.lgs. 50, ha sottolineato che per gli affidamenti fino a 40.000 euro il legislatore ha inteso delineare un micro sistema a sé stante e autosufficiente che non necessita di particolari formalità e rispetto al quale i principi generali sopra ricordati non determinano particolari limitazioni.
Quanto alle modalità concrete per procedere all’affidamento diretto l’orientamento giurisprudenziale prevalente ritiene che sia sufficiente una determina a contrarre che contenga, in termini semplificati, l’oggetto dell’affidamento, l’importo, l’individuazione dell’affidatario, le ragioni della scelta e la verifica in ordine al possesso in capo a quest’ultimo dei requisiti generali e speciali.

L’unico vincolo che limita la libertà di scelta dell’affidatario deriva dal principio di rotazione. Secondo le indicazioni contenute nelle Linee guida Anac n. 4, che hanno trovato conferma nella giurisprudenza prevalente, la regola è che l’affidamento non può essere operato a favore del contraente uscente. Questa regola può subire deroghe solo in presenza di condizioni particolari, legate da un lato alla particolare struttura del mercato e alla mancanza di valide alternative, dall’altro al grado di soddisfazione maturato nel precedente rapporto contrattuale e alla competitività del prezzo offerto. 
Va peraltro evidenziato che l’applicazione del principio di rotazione riguarda più i settori dei servizi e delle forniture che non quello dei lavori. Infatti, mentre i primi hanno una loro ripetitività, ogni lavoro si caratterizza per la sua unicità. Tuttavia ciò non esclude che attraverso l’applicazione del principio di rotazione si tenda ad evitare che una pluralità di lavori, ancorché distinti l’uno dall’altro, siano affidati sempre al medesimo soggetto.

I lavori sopra i 40.000 euro: la disciplina dell’articolo 36. 
Sopra la soglia dei 40.000 euro l’articolo 36 suddivide i lavori, ai fini del relativo affidamento, in tre fasce di importo. 
La prima riguarda i lavori di importo ricompreso tra 40.000 e 150.000 euro. Per il loro affidamento è previsto lo svolgimento di una procedura negoziata a cui devono essere invitati, se esistenti, almeno dieci operatori economici. La scelta di questi ultimi deve avvenire tramite indagine di mercato o elenchi precostituiti, garantendo il principio della rotazione.
L’Anac, sempre nelle Linee guida n.4, ha fornito ulteriori indicazioni circa le modalità di svolgimento delle indagini di mercato e la tenuta degli elenchi di operatori economici, volte a garantire una sostanziale apertura del mercato attraverso in primo luogo idonee forme di pubblicità.
La seconda fascia di importo ricomprende i lavori tra i 150.000 e 1 milione di euro. Anche per l’affidamento dei contratti rientranti in tale fascia è previsto lo svolgimento di una procedura negoziata secondo i medesimi criteri illustrati per la fascia precedente, con l’unica differenza che gli operatori da invitare devono essere almeno quindici. 
La terza e ultima fascia riguarda i lavori di importo superiore a 1 milione di euro. Per questi contratti l’affidamento deve avvenire attraverso l’espletamento di procedure ordinarie, venendosi quindi ad operare, quanto alle modalità di affidamento, una sostanziale equiparazione con i contratti di importo superiore alla soglia comunitaria.

Le novità introdotte dalla legge di bilancio 
Rispetto al quadro delineato dall’articolo 36 la legge di bilancio introduce – attraverso una deroga temporanea – due novità.
La prima consiste nella previsione secondo cui i committenti possono procedere ad affidamento diretto dei contratti ricompresi tra 40.000 e 150.000 euro previa consultazione, se esistenti, di tre operatori economici. La seconda novità consente per i contratti ricompresi tra 150.000 e 350.000 euro l’affidamento tramite procedura negoziata con invito di almeno dieci operatori economici. 
Il primo profilo rappresenta la novità di maggiore interesse e anche quella che presenta alcuni aspetti di problematicità. Il legislatore ha infatti previso l’affidamento diretto ma subito dopo ha specificato che tale affidamento deve di norma essere preceduto dalla consultazione di tre operatori. 
In realtà la nozione di affidamento diretto nel suo significato proprio presuppone – come visto sopra per la fascia di importo fino a 40.000 euro – una assoluta libertà di scelta del contraente, che prescinde da qualunque forma di confronto competitivo. Di conseguenza prevedere la preventiva consultazione di tre operatori economici finisce per delineare una modalità di affidamento diretto ibrida, che si pone tra l’affidamento diretto puro e lo svolgimento di una procedura di gara.

A quest’ultimo proposito va tuttavia sottolineato che la consultazione è qualcosa di diverso e di meno pregnante di una procedura, anche nella forma meno rigida della procedura negoziata. La consultazione è svincolata da qualunque regola procedurale e può svilupparsi nelle più diverse forme, e si deve ritenere caratterizzata da una estrema snellezza e semplificazione.

In sostanza sembra sufficiente che l’ente committente sia in grado di dimostrare che ha acquisito tre offerte da comparare, secondo modalità che non sono precostituite e la cui scelta rientra nella piena discrezionalità dell’ente stesso.
Anche l’individuazione dei soggetti con cui operare la consultazione è rimessa alla piena discrezionalità dell’ente appaltante. Non operano le previsioni dettate per la procedura negoziata, che impongono lo svolgimento di un’indagine di mercato o il ricorso ad elenchi precostituiti. L’unico vincolo che ragionevolmente dovrebbe sussistere anche nella consultazione è rappresentato dal criterio della rotazione, che impone di non svolgere la stessa sempre con i medesimi soggetti.

Quanto alla seconda novità introdotta, essa prevede lo svolgimento di una procedura negoziata con invito di almeno dieci operatori per gli appalti fino a 350.000 euro, innalzando quindi il limite che è attualmente previsto in 150.000 euro. In sostanza la novità introdotta si riduce alla previsione secondo cui per i lavori ricompresi tra 150.000 e 350.000 euro la procedura negoziata prevede l’invito di soli dieci operatori e non di quindici, secondo la previsione originaria dell’articolo 36. Peraltro il legislatore ha omesso di modificare per coerenza la lettera c) del comma 2 dell’articolo 36, variando la soglia iniziale a 350.000 euro.
Restano ferme le previsioni relative alle modalità di svolgimento della procedura negoziata, e cioè la selezione degli invitati per mezzo di indagini di mercato o di elenchi precostituiti nonché l’applicazione del criterio di rotazione per gli inviti.

A proposito della scelta dei soggetti da invitare, va segnalato un orientamento giurisprudenziale che ha riconosciuto ad un operatore economico non invitato, che sia comunque venuto a conoscenza dello svolgimento della procedura, la facoltà di presentare un’offerta. Ciò a condizione che la sua partecipazione alla procedura non comporti un aggravio insostenibile per l’ente appaltante, recando un pregiudizio alle esigenze di celerità e snellezza cui è ispirata la procedura. Secondo questo orientamento ciò sarebbe conforme sia al principio di favor partecipationis sia al principio di concorrenza, rappresentando altresì un limite congruo al potere discrezionale degli enti appaltanti nella scelta dei soggetti da invitare.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Risorse per i centri fino a 20mila abitanti, cantieri aperti entro il 15 maggio (pena revoca). Appalti a procedura negoziata con tre inviti

Via libera del ministero dell’Interno, esattamente nei termini previsti dalla legge di Bilancio 2019 (articolo 1, comma 107), al decreto che assegna 400 milioni di euro ai piccoli Comuni per realizzare già quest’anno investimenti per la messa in sicurezza di edifici e infrastrutture. 
Il decreto, che assegna per la precisione 394,49 milioni di euro, è stato firmato il 10 gennaio dal capo del Dipartimento Affari Interni e territoriali, prefetto Elisabetta Belgiorno, e prevede – come disciplinato dalla legge di Bilancio – l’assegnazione immediata delle risorse (competenza e cassa) ai Comuni con popolazione fino a 20mila abitanti. 
Il decreto contiene la lista dei Comuni, in tutto 6.136, con le risorse assegnate. 

Il comma 109 obbliga i comuni beneficiari del contributo a iniziare l’esecuzione dei lavori entro il 15 maggio prossimo

I contributi sono assegnati per investimenti per la messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici e patrimonio comunale. La legge (comma 108) parla di «lavori e manutenzione straordinaria».

Ai fini del decreto non c’è stata nessuna selezione di progetti. I fondi sono stati assegnati – come previsto dalla legge – semplicemente in base alle dimensione dei Comuni: 

1) 40mila euro a ciascun Comune con meno di 2.000 abitanti; 
2) 50mila euro a ciascun Comune con popolazione tra 2.000 e 5.000 abitanti; 
3) 70mila euro a ciascun Comune con popolazione tra 5.001 e 10.000 abitanti; 
4) 100mila euro a ciascun Comune con popolazione tra 10.001 e 20.000 abitanti. 

Gli appalti – spiega sempre il comma 108 – sono affidati ai sensi degli articoli 36, comma 2, lettera b), e 37, comma 1, del citato decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. Il punto è stato modificato dalla stessa legge di Bilancio, comma 912, che per il solo 2019 consente per lavori da 40mila a 150mila euro l’utilizzo di procedura negoziata senza bando con invito di sole tre imprese e senza altra prescrizione (indagini di mercato o liste, criterio di rotazione). Dal momento che ogni Comune riceve al massimo 100mila euro è (quasi) sicuro che potrà utilizzare la procedura di cui sopra. Diciamo “quasi” perché la legge consente di aggiungere questi fondi ad altri già esistenti su un certo progetto, che potrebbe così avere importo superiore a 150mila euro. Ma i Comuni hanno interesse ad avviare piccoli cantieri, perché resta per tutti l’obbligo di partire entro il 15 maggio.

Nel decreto non è prevista alcuna verifica sui requisiti delle opere. Vale quanto indicato dalla legge: devono essere «investimenti per la messa in sicurezza di scuole, strade, edifici
pubblici e patrimonio comunale», ma non ci sono meccanismi di verifica.

La verifica prevista dal decreto è invece sul «Monitoraggio degli interventi» (articolo 2), previsto tramite il sistema di monitoraggio (già attivo) nel Mop (Monitoraggio opere pubbliche) all’interno della BDAP (Banca dati delle Pa), attive presso la Ragioneria generale dello Stato, Mef. 
Sarà il Mef a trasmettere a ogni Comune, entro il 10 febbraio prossimo, «specifiche indicazioni operative» «al fine di supportare la corretta compilazione delle informazioni necessarie alla verifica dell’inizio di esecuzione dei lavori».

Il comma 110 della legge – ripreso dal decreto – disciplina l’erogazione dei contributi da parte del Ministero dell’interno agli enti beneficiari con le seguenti modalità:
1) per il 50 per cento, previa verifica dell’avvenuto inizio dell’esecuzione dei lavori, attraverso il sistema di monitoraggio previsto al successivo comma 112;
2) e per il restante 50 per cento previa trasmissione, al Ministero dell’interno, del certificato di collaudo, o del certificato di regolare esecuzione rilasciato dal direttore dei lavori, ai sensi dell’articolo 102 del Codice dei contratti pubblici.

Il comma 111 prevede che, entro il 15 giugno 2019, con decreto del Ministero dell’interno, sia disposta la revoca parziale o totale dei contributi previsti:
1) nel caso di mancato rispetto del termine del 15 maggio 2019 per l’inizio dell’esecuzione dei lavori;
2) o nel caso di parziale utilizzo del contributo medesimo.

Con il medesimo decreto del Ministero dell’interno, è prevista l’assegnazione delle somme revocate, a favore dei comuni che hanno iniziato l’esecuzione dei lavori in data antecedente alla scadenza del 15 maggio 2019, dando priorità ai comuni con data di inizio esecuzione lavori meno recente e non oggetto di recupero.
I comuni beneficiari dei contributi revocati sono tenuti ad iniziare l’esecuzione dei lavori entro il 15 ottobre 2019.

Il comma 113 dispone l’effettuazione di controlli a campione da parte del Ministero dell’interno, in collaborazione con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, sulle opere pubbliche oggetto del contributo.

Il comma 114 obbliga i comuni assegnatari del contributo a indicare la fonte di finanziamento, l’importo assegnato e la finalizzazione, nella sezione “Opere pubbliche” del sito Amministrazione trasparente di cui al decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 (Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni). Entrambe le norme sono riprese nel decreto.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Cresce del 23,1% il mercato dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture nel secondo quadrimestre del 2018; già da maggio ad agosto 2018 in aumento i contratti affidati in via diretta fino a 150 mila euro; forte crescita del mercato dei settori speciali. Sono questi gli elementi di maggiore rilievo che si possono trarre dalla lettura della seconda quadrimestrale Anac che passa ai raggi X i contratti affidati nei mesi maggio-agosto 2018, raffrontandoli con l’analogo periodo del 2017.

Fonte: Italia Oggi

Articolo Originale

Riduzione del 50% delle garanzie negli appalti pubblici per le imprese in possesso di modello organizzativo quale incentivo alla diffusione degli stessi, revisione del procedimento di accertamento giudiziale e del sistema dell’inversione dell’onere della prova, sono fra le modifiche proposte alla normativa sul tema.

Fonte: Italia Oggi

Articolo Originale

È illegittimo valutare in sede di offerta la presenza di dipendenti «a chilometro zero», della vicinanza al cantiere e dell’anzianità di servizio presso la stessa azienda.

Fonte: Italia Oggi

Articolo Originale

Si parte con 800 milioni nel 2019. A breve i bandi per selezionare gli interventi di messa in sicurezza, antisismica, rischio idrogeologico, trasporti

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

La consulenza richiesta da Ance Teramo fa chiarezza sui soggetti legittimati: grandi gruppi come Enel, Eni, Italgas, A2a pronti a intervenire sulle opere private

L’Agenzia delle Entrate apre sulla cessione del credito d’imposta ai soggetti collegati all’intervento edilizio. Una decisione che permetterà alle multiutility di entrare direttamente sul mercato di sisma ed eco bonus. 
Con la consulenza giuridica n. 915-1/2018, l’Agenzia delle Entrate – Direzione regionale dell’Abruzzo -, ha risposto ad una istanza presentata dall’Ance Teramo il 10 ottobre 2018 relativa ai soggetti legittimati ad acquisire il credito d’imposta derivante dagli interventi edilizi per anticiparlo alle imprese esecutrici.

Il Dl 63/2013 ha consentito che i benefici fiscali per eco e sismabonus, recuperabili in 10 e 5 ratei annuali dal contribuente, siano cedibili all’impresa esecutrice o ad altro soggetto privato purchè collegato ai lavori eseguiti, con l’esclusione di banche ed intermediari finanziari.
Nello specifico, in ordine alla definizione di «altri soggetti privati», a favore dei quali è possibile effettuare la cessione, l’Ance Teramo ha chiesto se potessero rientrarvi i consulenti incaricati della fattibilità e degli aspetti progettuali dell’intervento intesi in senso molto ampio (relazioni ante, durante e post interventi, diagnosi energetica, studi di fattibilità con analisi tecnico-economica, analisi del livello di rischio; anche al fine di assicurare la rispondenza delle opere agli standard previsti dalla legge per la determinazione dell’intensità della detrazione).
La risposta dell’Agenzia è stata ampiamente positiva ed accolta con soddisfazione dall’Ance Teramo.
«Si tratta di un passaggio fondamentale – afferma Marco Fabiocchi, direttore di Ance Teramo -. Il mercato si sta aprendo e grandi gruppi come Enel, Eni, Italgas, A2a sono pronti a intervenire nel settore. In particolare Enel ha pronto un plafond finanziario di 500 milioni per le opere private». 

«Eco e sismabonus rappresentano un’occasione unica per riqualificare il patrimonio edilizio italiano per l’80% edificato prima della normativa sismica ed in gran parte collocato in aree ad alto rischio terremoto» ha dichiarato il presidente dell’Ance Teramo, Raffaele Falone. «La logica della prevenzione deve prevalere su quella della ricostruzione dopo le emergenze e tuttavia la cedibilità dei crediti fiscali costituisce una leva fondamentale per facilitare l’esecuzione degli interventi di eco e sismabonus poiché consente al contribuente di anticipare concretamente importi minimi rispetto al costo complessivo».

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Analogamente a quanto previsto per le detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica degli edifici, dal 2019 scatteranno i primi invii telematici all’Enea con le informazioni sugli interventi terminati nel 2018 che accedono alle detrazioni fiscali del 50% per le ristrutturazioni edilizie che comportano risparmio energetico e/o utilizzo delle fonti rinnovabili.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Nel mese di dicembre i bandi di sola progettazione sono stati 334, +65,3% rispetto a novembre e +2,1% rispetto a dicembre 2017, per un valore di 86,8 milioni di euro, +101,7% su novembre e -40,6% su dicembre 2017.

Fonte: Lavori Pubblici

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Il DL semplificazioni rappresenta per l’Ance l’ultima occasione per la ripresa del settore delle costruzioni, dopo una Legge di Bilancio molto deludente.

Fonte: Infobuild

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L’operazione si dovrebbe saldare con le misure messe nella legge di bilancio che consentono di affidare lavori fino a 150mila euro senza gara

La mossa che il governo sta mettendo a punto per rispondere alle critiche di sindacati e imprese per la mancata ripresa del settore delle costruzioni è la riforma del codice degli appalti. Un tema che trova sensibili – sia pure con accenti diversi – le associazioni di lavoratori e datori in quanto promette procedure più celeri e semplificate per la realizzazione delle opere pubbliche.

È una partita su cui Palazzo Chigi lavora fin dalla nascita del governo ma che finora si è tradotta soltanto in due norme di deroga al codice degli appalti, inserite rispettivamente nel decreto semplificazioni e nella legge di bilancio, con il rinvio di qualunque riforma organica.
A pesare sul rinvio della riforma soprattutto sono state fino a oggi la partita della trasparenza e quella sul ridimensionamento del ruolo dell’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone. Nelle norme messe a punto nelle settimane scorse, che sarebbero dovute entrare nel decreto semplificazioni e poi sono state “sviate” in un disegno di legge delega, veniva infatti drasticamente ridimensionato il ruolo di regolatore dell’Anac attraverso lo strumento delle linee guida. La soluzione prospettata dal governo, che ora torna di nuovo in pista, è quella di eliminare le linee guida dell’Anac in attuazione del codice per tornare a un regolamento generale attuativo della riforma pienamente cogente, come nel codice appalti del 2006.

A questa soluzione si è sempre opposto Cantone, mentre le associazioni imprenditoriali hanno avuto in queste settimane posizioni alterne. Da ultimo, però, al Senato l’Ance ha ribadito che «il codice appalti va modificato perché ha fallito».
Ora la riforma sembra effettivamente matura e dovrebbe entrare nella conversione del decreto legge sulle semplificazioni al Senato. Il governo ha infatti appostato in quel provvedimento una sola norma di deroga al codice appalti che riguarda i criteri di qualificazione per la partecipazione alle gare. Sarà quella norma il “cavallo di Troia” che consentirà al governo di intervenire con un pacchetto. Non a caso, infatti, il Senato ha assegnato l’esame del decreto, che ha norme di aree di competenza molto varie, alla commissione Lavori pubblici.

L’operazione riforma si dovrebbe saldare con le misure messe nella legge di bilancio che consentono di affidare lavori fino a 150mila euro senza gara. Altra norma duramente contestata da Cantone.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Obbligo rinviato al 15 aprile Cantone: ha pesato l’incertezza normativa

Slitta di tre mesi, al prossimo 15 aprile, l’obbligo di utilizzare esperti indipendenti sorteggiati all’interno dell’albo gestito dall’Anac per aggiudicare gli appalti pubblici, come previsto dal codice dei contratti in vigore dal 2016. Codice che il Governo si appresta peraltro a riformare, intervenendo sul decreto Semplificazioni all’esame del Senato. Toppo pochi gli esperti iscritti all’albo, aperto dal 10 settembre, per garantire la funzionalità del sistema senza rischiare pesanti contraccolpi su un mercato degli appalti che già sconta gli effetti di un crisi pluriennale, soprattutto nelle costruzioni. «Ci aspettavamo di dover far fronte a un’alluvione di richieste – commenta senza nascondere la sorpresa il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone – ma evidentemente ha pesato di più l’incertezza legata al fatto che molte novità possano venire messe in discussione».

Di certo l’alluvione non c’è stata. E ieri l’Autorità ha dovuto prendere atto che non era il caso di far partire l’albo senza la garanzia di poter mettere a disposizione delle stazioni appaltanti un numero di commissari sufficiente a far fronte alle gare. Al momento nell’albo risultano 2.179 esperti iscritti. Di questi, inoltre, 1.040 sono dipendenti di Pa che intendono partecipare solo a commissioni interne, dunque non disponibili a ottenere incarichi in qualità di “indipendenti”. Per Cantone ad aver ridotto l’appeal dell’albo «su cui avevamo registrato un forte interesse all’indomani del nuovo codice» è stata proprio l’incertezza sul mantenimento dell’attuale assetto normativo. Per iscriversi all’albo è necessario versare una tassa annuale di 168 euro, oltre a stipulare una copertura assicurativa. Anche se non si tratta di cifre particolarmente onerose, di fronte alla percezione del rischio di un passo indietro normativo, questo fattore può aver esercitato il suo peso.

Oltre alla penuria di iscrizioni, sulla scelta di far slittare l’avvio dell’albo al 15 aprile ha giocato anche il fatto che allo stato le norme non consentono alle Pa di «nominare commissari con modalità diverse» in caso di «carenza di esperti». Su questo punto specifico, l’Anac, invierà una segnalazione a Governo e Parlamento chiedendo di intervenire sul codice permettendo,in questo caso, alle Pa di andare avanti con commissari interni. «Mantenendo però un minimo di trasparenza», conclude l’ex magistrato.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Il 7 gennaio scorso presso le Commissioni riunite Affari costituzionali e Lavori pubblici si è svolta l’audizione informale dell’ANCE (Associazione nazionale costruttori edili) nell’ambito dell’esame, in sede referente, del ddl di conversione del decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135, recante “Disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione” (A.S. n. 989).

Fonte: Lavori Pubblici

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L’ANAC (Autorità Nazionale Anti-Corruzione) interviene ravvisando nell’ambito dei criteri di valutazione dell’offerta così come definiti nella legge di gara, elementi caratterizzanti la conformazione soggettiva dei partecipanti non conformi alle previsioni di cui all’art. 95, del d.lgs. n. 50 del 2016, interpretato anche alla luce delle Linee Guida n. 2, recanti “Offerta economicamente più vantaggiosa”, in quanto suscettibili di determinare effetti distorsivi della concorrenza.

Fonte: Lavori Pubblici

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La legge di bilancio approvata sul filo di lana e firmata dal Presidente della Repubblica assesta un altro duro colpo al nuovo codice degli appalti adottato con il Decreto Legislativo 50/2016 che continua a rappresentare, per unanime parere degli addetti ai lavori, un assoluto freno agli investimenti pubblici e per conseguenza alla crescita economica del paese.

Fonte: Il Denaro

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Il presidente Ance: «Spinta sul 2019 ridotta da 3,5 miliardi a 550 milioni. Dl Semplificazione ultima spiaggia per il settore»

Fortemente delusi dalla legge di Bilancio, per lo sgonfiamento della spinta immediata ai cantieri introdotto con la trattativa finale con la Commissione europea; e anche da decreto legge Semplificazioni, per la mancanza totale delle attese misure di semplificazione a burocrazia e Codice appalti di cui si parla da mesi.
Il presidente dell’Ance Gabriele Buia in audizione al Senato, però, dopo le delusioni prova ancora a crederci, e propone al Parlamento un pacchetto dettagliato di proposte per sbloccare subito il settore.

DELUSIONE PER LA LEGGE DI BILANCIO
«Siamo fortemente delusi dalla legge di Bilancio, dobbiamo dirlo: pensavamo che fosse una manovra keynesiana fondata sugli investimenti pubblici, così era stato annunciato, ma alla fine nell’accordo con Bruxelles sono stati sacrificati gli investimenti». Lo ha detto ieri Gabriele Buia, presidente dell’Ance, in audizione al Senato sul decreto legge Semplificazione. «Gli effetti della legge di Bilancio sul rilancio delle opere pubbliche – ha aggiunto Buia – sono state ridotte, per il 2019, da 2,5 miliardi a 550 milioni di euro». Nel Ddl presentato dal governo a ottobre – spiega l’Ance – si prevedeva un aumento di 3,5 miliardi di euro nella spesa effettiva di cassa statale 2019 per gli investimenti pubblici, rispetto alla legislazione pre-vigente, e in tutto di 15,5 miliardi nel triennio 2019-2020. Il testo finale approvato, invece, riduce questo aumento a 550 milioni nel 2019, rinviando gran parte della spinta (10,5 miliardi) al biennio successivo, e comunque riducendola da 15,5 a 11 miliardi nel triennio.

«La norma nella Legge di Bilancio 2019 – ha aggiunto Buia – che consente di affidare la manutenzione delle strade di Roma al Ministero della Difesa (60 milioni di euro per la manutenzione e 15 per i mezzi) è una scelta figlia dell’incapacità di utilizzare le risorse e delle mancate semplificazioni». «Una scelta – ha aggiunto il presidente dell’Ance – alla quale ci opporremo con forza in tutte le sedi perché contraria ai principi di base del libero mercato, perché va in direzione opposta rispetto alle dichiarazioni di rilancio del comparto delle costruzioni e fa pagare ancora una volta alle imprese il prezzo dell’inefficienza legislativa e dell’incapacità amministrativa». Il riferimento è alla gara del Comune di Roma per la manutenzione straordinaria pluriennale delle strade, 12 lotti per 78 milioni di euro, pubblicata nell’aprile 2017 e mai aggiudicata per mancanza delle commissioni di gara.

DELUSIONE PER IL DECRETO SEMPLIFICAZIONE
«Dopo settimane di difficile gestazione, abbiamo dovuto prendere atto che il decreto legge Semplificazioni ha contenuti molto limitati, rispetto alle prime bozze circolate, e insufficiente rispetto alle necessità di rilancio del settore delle costruzioni, che dopo 11 anni di crisi ha perso 120mila imprese e 600mila lavoratori». Lo ha detto il presidente dell’Ance Gabriele Buia in audizione al Senato sul Dl Semplificazioni. L’unica norma rimasta nel decreto è quella sull’esclusione delle imprese dalle gare per “illeciti professionali”, norma che aumenta i poteri delle stazioni appaltanti e che secondo Buia «rischia di portare a una maggiore indeterminatezza della categoria del grave illecito». E comunque – aggiunge Buia – «le urgenze sono altre, e il decreto Semplificazioni rappresenta l’ultima occasione per gettare le basi per una ripresa delle costruzioni».

LE PROPOSTE DELL’ANCE
«Dopo dieci anni di crisi non abbiamo più tempo. Ecco sei proposte da inserire subito nel decreto Semplificazioni per rilanciare il settore delle costruzioni». Il presidente dell’Ance Gabriele Buia in audizione ha suggerito al Senato: 1) nel sottosoglia Ue, ridurre l’applicazione dell’offerta più vantaggiosa (prevista oggi da 2 milioni di euro in sù), rivelatasi troppo complicata e discrezionale per la Pa, tornando a un’aggiudicazione basata sul solo prezzo ma con “metodo antiturbativa” ed esclusione automatica delle offerte anomale; 2) sempre nel sottosoglia, eliminare la possibilità del sorteggio per scegliere le imprese da invitare; 3) garantire trasparenza e rotazione inviti, con possibilità di riservare il 50% degli inviti alle imprese locali; 4) congelare le attuali attestazioni Soa in attesa della riforma della qualificazione; 5) ripristinare la possibilità dell’appalto integrato (progettazione esecutiva e lavori); 6) nelle crisi di impresa, lititare la responsabilità solidale delle imprese nelle Ati. Tutte misure che l’Ance suggerisce solo fino al 31 dicembre 2019, in attesa della revisione complessiva del Codice appalti prevista dal governo. L’Ance suggerisce invece, a regime, procedure di semplificazione delle procedure approvative delle opere pubbliche, coma la riduzione del ruolo del Cipe alla sola programmazione, la riduzione del parere obbligatorio del Consiglio superiore dei Lavori pubblici da “sopra i 100 milioni” di euro di valore dell’opera a “sopra 200 milioni”, la semplificazione delle procedure approvative in conferenza di servizi.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Si parte martedì 15. Dalle informazioni da inserire nei bandi agli obblighi di pubblicità: i paletti da rispettare per non cadere in errori e contestazioni

Parte oggi il conto alla rovescia per l’obbligo che imporrà alle stazioni appaltanti di utilizzare esperti indipendenti, scelti all’interno dell’albo tenuto dall’Autorità Anticorruzione, nelle commissioni giudicatrici dei contratti pubblici. Tra una settimana tutti i bandi che prevedono l’assegnazione delle commesse con criteri non legati esclusivamente al prezzo (offerta economicamente più vantaggiosa) dovranno adeguarsi ai nuovi criteri di scelta delle commissioni, che prevedono sostanzialmente la nomina di commissari esterni alla stazione appaltante. La novità, quasi una rivoluzione rispetto agli assetti attuali, scatta il 15 gennaio. E dall’Anac non filtrano ipotesi di ripensamenti o proroghe che pure sono stati in qualche caso sollecitati dagli addetti ai lavori.

L’obbligo di nomina di commissari esterni, ricordano le linee guida n. 5 dell’Anac, riguarderà tutti gli appalti di lavori sopra un milione di euro oltre a servizi e forniture di importo superiore alle soglie Ue. Inutile ricordare l’obiettivo, cruciale, che muove tutta l’operazione e che è quello di provare a spezzare le catene di ambiguità che, come hanno svelato innumerevoli inchieste della magistratura, spesso legano imprese e funzionari pubblici nei grandi come nei piccoli appalti. Se il nome del commissario è “imprevedibile”, svincolato dall’amministrazione che gestisce l’appalto ed è anche garanzia professionalità – è l’assunto – dovrebbe anche essere un baluardo in più contro i fenomeni di corruzione. In alcuni casi sarà però ancora possibile nominare commissari interni con l’esclusione del presidente. Le eccezioni sono possibili per i lavori sotto al milione, per i servizi sotto alle soglie Ue e per i contratti «che non presentano particolare complessità», come quelli assegnati tramite piattaforme elettroniche.

Ma come dovranno comportarsi i Comuni, le Regioni e tutti gli altri piccoli e grandi enti pubblici tra sette giorni per mettersi al riparo da errori e contestazioni? La bussola la fornisce l’Anac nelle linee guida già citate. Proviamo qui a fornire i passaggi chiave in sintesi. Lasciando questa volta da parte tutti i dubbi sulla presenza nell’albo di un numero già sufficiente di esperti e sulla sostenibilità economica dell’operazione per le casse spesso esangui degli enti pubblici che pure sono stati più volte sollevati in passato (e forse rimangono ancora attuali).

Primo: scrivere tutto nei documenti di gara 
Il primo adempimento da tenere presente dal 15 gennaio è che c’è una lunga serie di informazioni da inserire nei bandi di gara. Negli avvisi le Pa dovranno indicare il numero dei commissari, tenendo conto che di regola dovranno essere tre, al massimo cinque nei casi più complessi. Ovviamente non basterà limitarsi al numero. Nel bando dovranno anche essere indicate le professionalità richieste (non a caso l’albo gestito dall’Anac è distribuito in un discreto elenco di sottosezioni). «In generale – spiega l’Autorità nelle linee guida – sarà necessario ricorrere a esperti caratterizzati da professionalità distinte, a titolo esemplificativo, nei seguenti casi:
1) contratti misti di appalto;
2) gare su più lotti distinti, con unica commissione giudicatrice;
3) affidamenti particolarmente complessi, ad esempio finanza di progetto, che
richiedono la presenza di esperti di aree diverse». Nel bando andrà indicato anche il numero di componenti della commissione scelti tra i dipendenti della Pa, iscritti all’albo, nei casi concessi dalle norme.

Nei bandi vanno poi inseriti anche i criteri di scelta del presidente e la durata prevista per i lavori della commissione. Sulla selezione del presidente l’Anac spiega che si potrà tenere conto della competenza e del curriculum, ma anche propendere per il semplice sorteggio. Insieme alla durata dei lavori dovranno essere anche indicati i mezzi tecnici che potrebbero permettere ai commissari interessati di lavorare a distanza, garantendo la riservatezza delle comunicazioni.

Secondo: muoversi per tempo 
Assolti gli obblighi di informazione, i tempi sono una variabile da non sottovalutare. Spetta alla Pa decidere il momento migliore per richiedere all’Anac la lista dei candidati da sorteggiare. Vanno però rispettate due condizioni. La prima è che la richiesta va inviata dopo la chiusura del termine per la presentazione delle offerte, in modo da evitare al massimo i rischi di “contaminazione” della gara. La seconda condizione è che, sostanzialmente per lo stesso motivo, la richiesta deve essere presentata «in prossimità della seduta in cui si aprono le offerte tecniche», ma «almeno 15 giorni prima». Inviando la richiesta all’Anac, la stazione appaltante deve anche rendere nota la data in cui verrà effettuato il sorteggio degli esperti all’interno della rosa di nomi forniti dall’Anticorruzione.

Terzo: occhio a obblighi di pubblicazione e conflitti di interesse 
L’Anac ha cinque giorni di tempo per fornire la rosa dei candidati da sorteggiare. Ricevuto l’elenco la Pa deve procedere al sorteggio pubblico dandone piena informazione. A questo scopo la data del sorteggio deve essere comunicata sul sito Internet della stazione appaltante. Nello stesso momento l’ente deve comunicare a tutti i candidati l’oggetto delle gara, l’elenco delle imprese ammesse e la data del sorteggio in modo da permettere agli esperti di valutare la presenza di eventuali cause di incompatibilità che impediscano di accettare l’incarico. Se qualcuno dovesse rinunciare, si potrà selezionare un sostituto all’interno della rosa dei candidati. Se non bastasse si potrà chiedere all’Anac di integrare la lista.

Prima di insediare la commissione resta un ultimo adempimento. Nomi e curriculum dei commissari, oltre ai loro compensi e al costo complessivo dell’operazione, devono essere resi pubblici sul sito internet dell’amministrazione, in una pagina specifica ricava all’interno della sezione «amministrazione trasparente»

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il Ddl inziale prevedeva investimenti aggiuntivi (cassa) per 3,5 miliardi quest’anno, dopo il Maxi la cifra scende a 550 milioni

Nella versione finale della legge di Bilancio 2019 post trattativa con la Commissione europea il governo ha di fatto rinunciato al forte e immediato aumento di risorse per gli investimenti pubblici previsto dal testo iniziale. Nel Ddl di ottobre si prevedeva un aumento di 3,5 miliardi di euro di spesa effettiva di cassa per gli investimenti pubblici, rispetto alla legislazione pre-vigente, e in tutto di 15,5 miliardi nel triennio 2019-2020. Il testo finale approvato, invece, riduce questo aumento a 550 milioni nel 2019, rinviando gran parte della spinta (10,5 miliardi) al biennio successivo, e comunque riducendola da 15,5 a 11 miliardi nel triennio. 

Le stime dell’impatto della manovra sugli investimenti pubblici saranno illustrate oggi (lunedì 7 gennaio) dal presidente Ance Gabriele Buia (in audizione sul Dl Semplicazione), elaborate dall’ufficio studi Ance.

I numeri chiave sono però già chiari. Nella Nota di aggiornamento al Def gli uffici del Mef calcolavano un ennesimo calo del 2,2% degli investimenti fissi lordi della Pa nel 2018, toccando il minimo storico dell’1,9% rispetto al Pil. 
I tecnici del Mef prevedevano però una crescita dal 2019 già a legislazione vigente, per effetto in sostanza della spinta del fondo Renzi-Gentiloni e dello sblocco dei contratti Anas e Rfi. I tecnici del Mef calcolavano che dal 2019 la macchina della spesa pubblica per investimenti dovrebbe finalmente ripartire: era previsto infatti un +5,4% nel 2019 (34,8 miliardi di euro in valore assoluto), +7,5% nel 2020 (37.431), +4,0% nel 2021 (38,9 miliardi), anche se il rapporto rispetto al Pil sarebbe rimasto stabile (1,9% nel 2019, poi 2,0% nel 2020 e 2021, parlaimo sempre di previsione tendenziale). 
Rispetto a questo quadro tendenziale, che in valori assoluti significava circa due miliardi di euro di spesa effettiva in più nel 2019 (per investimenti), il governo dichiarava però di voler aggiungere una ulteriore spinta pari a 15 miliardi di euro di spesa effettiva in tre anni, di cui 3,5 nel 2019.

Ora, nel testo finale della manovra, questa spinta sul 2019 si riduce a 550 milioni. 
Restano sulla carta i due miliardi delle politiche a legislazione vigente, ma le diffuse incertezze legate alle grandi opere e lo sblocco solo a fine anno del Dpcm 2018 sul fondo Renzi-Gentiloni fanno temere che anche quelle previsioni possano rivelarsi, come ogni anno, ottimistiche.

LA CRISI DELLE GRANDI IMPRESE
La crisi delle grandi imprese di costruzione – Condotte, Astaldi e Cmc in primis – ha messo a rischio nel corso del 2018 cantieri in Italia per circa 10 miliardi di euro di valore residuo. La stima del Sole 24 Ore del 27 novembre è ancora valida, e anzi la situazione si è aggravata perché la crisi di liquidità di Cmc è poi sfociata nel concordato preventivo in bianco il 9 dicembre scorso.

La crisi delle grandi imprese è solo l’atto finale di una crisi decennale delle costruzioni in Italia, che ha ridotto il settore di oltre il 30% in valori reali, con 600mila posti di lavoro persi (su due milioni iniziali) e la scomparsa di 120mila aziende (il 90% delle quali artigiane e di piccole dimensioni). I sindacati dell’edilizia Feneal-Uil, Filca-Cisl e Fillea-Cgill annunceranno martedì prossimo una serie di mobilitazioni per il rilancio dei cantieri delle opere pubbliche, grandi e piccoli.

I CANTIERI BLOCCATI, MONITORAGGIO ANCE
Dal luglio scorso l’Ance (Associazione costruttori edili) monitora sul sito sbloccacantieri.it le opere pubbliche bloccate, finanziate ma ferme per motivi burocratico-approvativi, contenziosi, indecisione politica: ad oggi l’elenco è arrivato a oltre 400 opere, per un valore di 27 miliardi di euro.

Troviamo ad esempio la Gronda autostradale di Genova (5 miliardi), finanziata e approvata ma su cui non è arrivato nei mesi scorsi l’ok finale del Ministero delle Infrastrutture. Ferma anche – sempre spulciando nell’elenco Ance – la realizzazione della 3° corsia dell’A11 tra Firenze e Pistoia (3 miliardi), l’alta velocità Brescia-Verona (1,9), l’autostrada regionale Cispadana (1,3), il raccordo autostradale Ferrara-Porto Garibaldi (600 milioni), la Campogalliano-Sassuolo (500). Poi c’è la strada statale Maglie-Santa Maria di Leuca in Puglia (300 milioni), il 1° lotto della Valtrompia. E una serie di medie e piccole opere, come l’ospedale Morelli a Reggio Calabria (115 milioni), il piano scuole in Umbria (100 mln) o anti-dissesto in Veneto (140).

È vero che molte delle opere più rilevanti indicate nell’elenco Ance sono tra quelle oggetto di rivalutazione tecnico-politica da parte del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, e che lo stesso governo ha puntato nella legge di Bilancio a potenziare, più che le grandi opere, altri filoni di investimenti pubblici come le opere contro il dissesto idrogeologico, la manutenzione straordinaria di strade e ponti, l’edilizia sanitaria e gli investimenti delle Regioni e dei piccoli Comuni, con trasferimenti diretti di risorse.

LA MANCATA SPINTA IN BILANCIO
Tuttavia la stessa legge di Bilancio, come si diceva in apertura, ha rinunciato alla spinta immediata pro-cantieri che era stata annunciata nei mesi estivi e poi messa nero su bianco nella Nota di aggiornamento al Def e nel Ddl di Bilancio di ottore.

Tornando alle grandi imprese, stanno tutte a caccia di liquidità per tener vivi i cantieri, in attesa dei piani di ristrutturazione. I commissari di Condotte (circa 2,7 miliardi di cantieri in Italia) sono riusciti nei mesi scorsi a riallacciare i rapporti con gli enti appaltanti per riavviare i cantieri fermi (tutti) o firmare i contratti (congelati), ma solo l’11 dicembre scorso la Commissione europea ha autorizzato la garanzia statale sul prestito ponte da 190 milioni, e nonostante questo ad oggi il contratto con le banche non è ancora arrivato (si veda il servizio su «Edilizia» web).

Astaldi sta per ora riuscendo a tenere in piedi la gran parte dei suoi cantieri, tra cui le metropolitane di Milano M4 e Roma linea C, salvo invece i lavori per il nodo ferroviario di Genova e il Quadrilatero Marche-Umbria, sostanzialmente fermi. Anche Astaldi lotta però contro il tempo: a metà dicembre ha concordato con il fondo Fortress un prestito ponte da 75 milioni, ma la richiesta di autorizzazione del 17 dicembre non ha ancora avuto risposta dal Tribunale di Roma.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Norma in legge di Bilancio, già operativa. Unico obbligo l’invito di almeno tre imprese. Per la soglia 150-350mila euro inviti ridotti da 15 a 10.

L’approvazione definitiva della legge di Bilancio 2019, a fine dicembre, svela in dettaglio il contenuto della norma sull’innalzamento della soglia per l’affidamento diretto degli appalti pubblici sottosoglia. La novità riguarda lafascia di importo tra 40mila e 150mila euro, come anticipato nelle settimane scorse, che passa dalla procedura negoziata con invito di 10 imprese (individuate tramite indagine di mercato o elenchi di operatori, con criterio di rotazione), alla possibilità di affidamento diretto con il solo obbligo di invitare almeno tre imprese, senza ulteriore indicazione sulle modalità di scelta. Confermata anche la novità sulla fascia 150-350mila, per la quale nella procedura negoziata le imprese da invitare scendono da 15 a 10.

Il testo finale svela però due dettagli.

Primo: questa novità riguarda solo i lavori, e non anche servizi e forniture.

Secondo: si tratta di una norma temporanea, valida solo fino al 31 dicembre 2019, «nelle more di una complessiva revisione del Codice dei contratti pubblici».

La paternità di questa norma è stata rivendicata dal ministro dell’Interno Matteo Salvini fin dall’assemblea Ance di ottobre, e non è difficile vedere un legame con l’altra norma entrata nel maxi-emendamento alla manovra, i 400 mlioni di euro ai piccoli Comuni da assegnare entro il 10 gennaio prossimo e con cantieri da avviare a partire da maggio (commi 107-114) . A ogni piccolo Comune andranno non più di 100mila euro, dunque tutte queste opere potranno essere appaltate con affidamento diretto per avviare i lavori subito. Questo nel 2019, poi si vedrà.

Nel testo finale delle legge di Bilancio 2019 è stata poi confermata la semplificazione anche per gli appalti da pubblicare sul mercato elettronico (MEPA): il comma 130 dispone
l’innalzamento da 1.000 a 5.000 euro del limite di importo oltre il quale le amministrazioni pubbliche sono obbligate a effettuare acquisti di beni e servizi facendo ricorso al Mercato Elettronico della PA (MEPA), lo strumento di eProcurement pubblico gestito da Consip per conto del Ministero Economia e Finanze.

Soppressa invece la norma sugli ambiti territoriali delle centrali di committenza. Nel testo iniziale del Ddl di Bilancio si obbligavano i comuni non capoluogo di provincia a ricorrere alla stazione unica appaltante costituita presso le Province e le città metropolitane per gli appalti di lavori pubblici, nelle more della definizione delle norme sulla qualificazioni delle stazioni appaltanti, previste dal Codice. Nel passaggio alla Camera tale obbligo era già stato trasformato in una «facoltà», e nel testo finale tale norma è stata del tutto soppressa.

LAVORI, LA NORMA SULL’AFFIDAMENTO DIRETTO

912. Nelle more di una complessiva revisione del codice dei contratti pubblici, di cui al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, fino al 31 dicembre 2019, le stazioni appaltanti, in deroga all’articolo 36, comma 2, del medesimo codice, possono procedere all’affidamento di lavori di importo pari o superiore a 40.000 euro e inferiore a 150.000 euro mediante affidamento diretto previa consultazione, ove esistenti, di tre operatori economici e mediante le procedure di cui al comma 2, lettera b) , del medesimo articolo 36 per i lavori di importo pari o superiore a 150.000 euro e inferiore a 350.000 euro.

L’ARTICOLO 36 DEL CODICE APPALTI
Il Codice dei contratti disciplina così gli affidamenti di lavori sottosoglia:
– per importi inferiori a 40.000 euro, mediante procedura diretta, anche senza previa consultazione di due o più operatori economici (art. 36, comma 2, lett. a);
– per importi da 40.000 euro e fino a 150.000 euro, mediante procedura negoziata, previa consultazione, ove esistenti, di almeno dieci operatori economici (art. 36, comma 2, lett. b);
– per i lavori di importo pari o superiore a 150.000 euro e inferiore a 1.000.000 di euro, mediante procedura negoziata con consultazione di almeno quindici operatori economici, ove esistenti (art. 36, comma 2, lett. c).

La nuova norma, per il solo 2019, comporta dunque queste novità:
1) Tra 40 e 150mila euro si passa da una procedura negoziata “regolata”, con invito di almeno 10 imprese, selezionate tramite indagine di mercato o previ elenchi di operatori, con obbligo di rotazione e obbligo di pubblicità finale sull’affidamento, alla possibilità di affidamento diretto senza formalità, invitando tre imprese ma senza dire come sceglierle. Si può discutere se comunque incombano obblighi di trasparenza e rotazione, ma la norma non li cita.
2) Tra 150 e 250mila la norma rinvia invece alle attuali regole dell’articolo 36 comma 2 lettera b) del Codice, riducendo solo da 15 a 10 il numero delle imprese da invitare.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

La legge di bilancio 2019 (legge 30 dicembre 201, n.145) è in vigore dall’1 gennaio 2019. Come sempre sono numerose le disposizioni relative ad edilizia, infrastrutture, appalti, territorio, investimenti e lavori tra conferme, proroghe, rimodulazioni, abrogazioni e novità.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

La sicurezza nei contratti di appalto di servizi e forniture alla luce del nuovo Codice dei contratti. Focus sulla verifica di idoneità tecnico-professionale e sul ruolo e le funzioni del Responsabile Unico del Procedimento.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Dopo l’ultimo comunicato del Presidente dell’ANAC del 12 dicembre 2018, tutto tace sui commissari di gara; comunicato che, nell’attesa della revisione delle linee guida n. 5 recanti “Criteri di scelta dei commissari di gara e di iscrizione degli esperti nell’Albo nazionale obbligatorio dei componenti delle commissioni giudicatrici” già precedentemente aggiornate al decreto legislativo n. 56/2017 con delibera ANAC 10 gennaio 2018, n. 4 è intervenuto nuovamente sulle citate linee guida con  un periodo transitorio, durante il quale il possesso della copertura assicurativa per i danni derivanti dall’attività di commissario non è requisito necessario al momento della iscrizione all’Albo ma dovrà essere posseduto dall’esperto soltanto a partire dall’accettazione dell’incarico di componente di commissione giudicatrice.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Da oggi non sarà più possibile per gli operatori economici che partecipano a gare per l’affidamento di contratti pubblici rivolgersi all’ANAC per un’eventuale richiesta di parere.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

L’ANAC (Autorità Nazionale AntiCorruzione) ha pubblicato il rapporto relativo al secondo quadrimestre del 2018 (maggio-agosto 2018) relativo alle procedure di affidamento perfezionate di importo superiore o uguale a € 40.000.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Pubblicati i dati 2018 dell’Osservatorio Nazionale sui Servizi di Architettura e Ingegneria (ONSAI) del Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori.

Fonte: Edilportale

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Fondi ripartiti tra cinque assi: generalista, tematica, amianto, micro e piccola impresa, agricoltura

Pubblicato il bando Isi 2018 che concede finanziamenti alle imprese per realizzare interventi in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Disponibili 369.726.206 euro ripartiti tra 5 assi: generalista, tematica, amianto, Micro e Pi, agricoltura, e per singoli avvisi regionali/provinciali. Riservato, a secondo dell’asse di riferimento, a micro e piccole imprese, anche individuali, enti del terzo settore, società, giovani agricoltori, operanti sul territorio oggetto dell’avviso e in settori specifici. I contributi sono a fondo perduto e vengono assegnati fino a esaurimento delle risorse finanziarie, secondo l’ordine cronologico di ricezione delle domande. 

Presentazione della domanda in modalità telematica, attraverso una procedura «valutativa a sportello» articolata in tre fasi. Dall’11 aprile 2019 le aziende interessate avranno tempo fino alle ore 18 del 30 maggio, previa registrazione e download del codice identificativo, per compilare e salvare la propria domanda nella sezione servizi online del sito Inail. Seguirà l’inoltro della domanda online nei giorni e orari di apertura dello sportello informatico (click day), che saranno pubblicati sul sito dell’Inail a partire dal 6 giugno. Le imprese collocate in posizione utile per accedere al contributo dovranno poi confermare la domanda inserita online, tramite l’invio della documentazione indicata nell’avviso per la specifica tipologia di progetto.

Per l’asse 3 riguardante i progetti di bonifica da materiali contenenti amianto i soggetti destinatari dei finanziamenti sono esclusivamente le imprese, anche individuali, ubicate su tutto il territorio nazionale iscritte al registro delle imprese o all’albo delle imprese artigiane.

 

Fonte: Edilizia e Territorio

Nella versione finale della legge di Bilancio subito 400 milioni ai piccoli Comuni, 2,5 miliardi alle Regioni, 250 alle Province

Nella versione finale della legge di Bilancio 2019 (testiguida completa) i due nuovi Fondi per gli investimenti perdono complessivamente 2,4 miliardi di euro per l’annualità 2019 rispetto alla versione iniziale del Ddl presentato dal governo a ottobre: da 2.900 a 700 milioni il Fondo Pa centrali e da 3.000 a 2.780 mln il Fondo Pa territoriali.
Ma nel maxi-emendamento (presentato dal governo il 22 dicembre e poi confluito nel testo finale approvato dalla Camera il 30 dicembre) è comparsa una misura di immediato impatto per le opere pubbliche, i 400 mlioni di euro ai piccoli Comuni da assegnare entro il 10 gennaio prossimo e spendere a partire da maggio (commi 107-114) .
Misura che si va ad aggiungere a due innesti immediati di fondi per opere pubbliche già presenti nella versione inziale della legge: i 4,2 miliardi alle Regioni per rilanciare gli investimenti, di cui 2,5 miliardi già nel 2019 e il resto nel 2020 (commi 832-843) e i fondi alle Province per manutenzione di strade e scuole (commi 889-890), 250 milioni all’anno dal 2019 al 2033, in tutto 3,75 miliardi. 

Il taglio dei due “Fondoni” resta, nel maxi-emendamento rispetto al Ddl di ottobre, -2,4 miliardi nel 2019 compensati solo dai 400 milioni per le opere dei piccoli Comuni, e altri 2.060 in meno nel 2020 e 2.545 in meno nel 2021.
Gli effetti di queste riduzioni si valuteranno però nel medio-lungo periodo, anche perché per il 2019 sono stati già assegnati con il Fondo comma 140 “Renzi-Gentiloni” 4.579 milioni di euro per gli investimenti, ancora tutti da spendere, a cui si aggiungeranno comunque 740 milioni del nuovo fondo Pa centrali, da assegnare con Dpcm entro il 31 gennaio prossimo, e 2.780 mln con il Fondo Pa territoriali, da assegnare con Dpcm entro il 10 marzo 2019. 
Dunque, tra Fondo Renzi e i due nuovi fondi nel 2019 ci sono 8.099 milioni per investimenti dello Stato e degli enti locali.

Questi fondi mantengono la caratteristica della doppia fase di assegnazione, prima il Dpcm (doppia fase approvativa con parere parlamentare) e poi i decreti attuativi ministeriali o degli enti assegnatari (nel nuovo fondo Pa territoriali).

Le tre misure citate prima (piccoli Comuni, investimenti Regioni, strade-scuole province) hanno invece la caratteristica di essere assegnati “per le vie brevi”, con semplici ripartizioni agli enti assegnatari sulla base di parametri di divisione dei fondi, senza perdere tempo nella programmazione o nella selezione di interventi e progetti (per i dettagli si veda la GUIDA). .

Il fondo investimenti piccoli Comuni viene assegnati con Dm del Ministro dell’Interno entro il 10 gennaio prossimo, per poi cominciare a spendere (inizio lavori) dal 10 maggio, con affidamento diretto degli appalti (norma derogatoria del Codice, comma 912, “fatta apposta” per questa misura).
Le risorse per gli investimenti delle Regioni, 2,5 miliardi nel 2019 e 1.746 nel 2020, sono già ripartiti con tabella allegata al Bilancio, e se non ci sarà una modifica in Conferenza Stato-Regioni saranno subito operativi da febbraio prossimo. Le Regioni dovranno subito utilizzarli, e deliberarne l’impegno entro luglio di ciascun anno, per poi certificare l’impegno nel marzo successivo con obbligazioni vincolanti.
Infine il fondo per strade e scuole per le Province, sarà subito ripartito con Dm del ministro dell’Interno entro il 20 gennaio prossimo, sulla base di semplici criteri indicati dalla legge. Un decreto per tutti i fondi, sui quali dunque le Province potranno subito fare programmazione e forse impegni.

 

Fonte: Edilizia e Territorio
Il Governo guarda al BIM per ottenere una più efficiente realizzazione e gestione delle costruzioni. Il conto alla rovescia è scaduto e da 48 ore è ufficialmente in vigore l’obbligo all’utilizzo del Building Information Modeling (BIM) per le opere pubbliche di importo pari o superiore a 100 milioni di euro, in attuazione di quanto previsto dal Decreto BIM (DM 560 del 1 dicembre 2017). 

Fonte: Edilportale

In vigore da oggi il nuovo regolamento Anac per le richieste di pareri non vincolanti in materia di prevenzione della corruzione e di trasparenza, nonché in materia di contratti pubblici; per gli appalti potranno formulare richieste di parere le stazioni appaltanti e i soggetti portatori di interesse (le associazioni e i comitati); il parere dovrà essere emesso entro 120 giorni.

 

Fonte: Italia Oggi

Il giudizio favorevole di non anomalia di una offerta per un appalto pubblico non necessita di motivazione puntuale e analitica. Lo ha affermato il consiglio di Stato con la sentenza della terza sezione n. 7129, emessa il 18 dicembre 2018, in merito ad una fattispecie nella quale la stazione appaltante aveva espresso un giudizio favorevole di non anomalia dell’offerta in una gara d’appalto.

 

Fonte: Italia Oggi

Aspetti positivi e criticità delle politiche industriali e per l’innovazione del Governo con particolare riferimento a Industria 4.0. Un quadro non del tutto negativo ma occorre superare la logica degli incentivi e del trasferimento tecnologico. 

 

Fonte: Agenda Digitale

Articolo Originale

Le recenti azioni su Industria 4.0 hanno colto la necessità di un supporto differenziato in base alle dimensioni e all’attitudine all’innovazione delle imprese. Ora bisogna passare ai fatti. Cruciale il ruolo dei Centri di competenza e dei DIH per la formazione dei nuovi specialisti. 

 

Fonte: Agenda Digitale

Articolo Originale

Bando Isi 2018: contributi a fondo perduto anche per progetti di bonifica amianto e riduzione del rischio da movimentazione manuale di carichi.

 

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Più di 80 miliardi di euro in arrivo per edilizia pubblica, sicurezza del territorio e delle scuole, tutela dei beni culturali ed efficienza energetica.

 

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Con l’inizio del nuovo anno è possibile tracciare un bilancio del secondo anno di applicazione delle nuove regole sugli appalti pubblici con particolare attenzione per i servizi di architettura e ingegneria.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Una prima guida per orientarsi nei meandri di un testo che con il maxi-emendamento finale è passato da 654 a 1143 commi

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Nel caso sussistano le condizioni, è possibile scorporare le opere di urbanizzazione primaria funzionali affidandole in via diretta ai sensi dell’articolo 16, comma 2 bis, D.P.R. n. 380/2001 (c.d. Testo Unico Edilizia) al titolare del permesso di costruire.

Fonte: Lavori Pubblici

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Procedura negoziata fino a 350mila euro. Addio a 10mila bandi di lavori l’anno (-40%) per 600 milioni (-2,5%)

Il governo non è riuscito finora a varare una riforma organica del codice appalti, più volte annunciata fin dal discorso di insediamento in Parlamento (con polemiche immediate sul ruolo dell’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone), ma la legge di bilancio (articolo 1, comma 912) interviene ora «in deroga al codice degli appalti» sul punto più delicato per il settore: le modalità di scelta dell’appaltatore. Questo dopo che già il decreto semplificazioni era intervenuto su un aspetto specifico riguardante la qualificazione dei partecipanti alle gare. Il comma 912 liberalizza di fatto i criteri di affidamento della fascia compresa fra 40mila e 150mila euro per tutti i contratti di lavori, servizi e forniture, consentendo alle stazioni appaltanti di assegnare le commesse con «affidamento diretto» (quindi senza gara formale e senza obblighi di pubblicità) e imponendo solo la consultazione di tre operatori economici scelti con discrezionalità assoluta.

La norma interviene inoltre con una seconda semplificazione (di minore portata) anche sulla fascia di importo fra 150mila e 350mila euro, prevedendo in questo caso l’obbligo di una procedura negoziata (quindi senza gara formale ma con forme minime di pubblicità) e una consultazione di almeno dieci operatori economici (e non 15, qui è la semplificazione). L’intervento sulla fascia fino a 150mila euro è un vulnus in termini di concorrenza. E soprattutto di trasparenza perché questa fascia di mercato sarà di fatto inghiottita in un buco nero senza più alcuna informazione, senza controlli sull’operato della stazione appaltante (neanche da parte dell’Autorità anticorruzione), senza più alcun criterio oggettivo nella scelta dell’appaltatore. Sono le trattative private che in passato hanno consentito di far lievitare clientele e corruzione nei mercati locali degli appalti.L’impatto reale ed economico e gli allarmi lanciati in questi giorni da più parti (dall’Anac, dall’Ance, dai sindacati, dai media) vanno però pesati sulla base della quota di mercato interessata agli effetti prodotti dalla norma. 

Va detto subito che la portata della norma è radicalmente diversa nel mercato delle opere pubbliche a seconda che si parli di lavori o di servizi (progettazione e ingegneria). Nel primo caso la quota interessata è molto elevata in termini di numero di gare perché di fatto scomparirebbero circa 10mila bandi di gara annui, il 40% degli appalti sarebbe cioè assegnata senza gara anche informale o bando, stando a stime annue basate sugli ultimi dati di gennaio-novembre 2018 dell’Osservatorio Cresme-Edilizia e territorio sui bandi di gara. Trattandosi però di importi molto piccoli in un mercato molto grande (circa 25 miliardi di euro annui), la quota di mercato in termini economici sarebbe limitata a circa 600 milioni di euro, pari al 2,5% del mercato. Se il principio costituisce un vulnus in termini di trasparenza e di informazione sul mercato, bisogna mettere però sull’altro piatto della bilancia la necessità di affidare micro-opere (o manutenzioni) rapidamente, se si vuole accelerare la spesa e semplificare la vita delle piccole stazioni appaltanti, in attesa della riforma promessa dal codice. 

Certamente la norma (nata da un emendamento del capogruppo leghista Massimiliano Romeo) si poteva scrivere in termini meno tranchant. Non c’è nessun obbligo di pubblicità e non è neanche una norma transitoria.A questi dati andrebbero aggiunti quelli sulla fascia fra 150mila e 350mila euro che si possono stimare in tremila gare e un importo di 600-700 milioni. La fascia di lavori interessata alle semplificazioni del comma 912 riguarda quindi 13mila gare di lavori e circa 1,2-1,3 miliardi di lavori.Ma l’effetto più devastante degli affidamenti privati per la fascia fra 40mila e 150mila euro sarebbe nel campo dei servizi, in particolare dell’ingegneria e della progettazione. Rielaborando dati Oice anche essi relativi al periodo gennaio-novembre 2018, si può infatti stimare che la fascia di affidamento destinata a essere inghiottita nel buco nero della totale assenza di informazione riguardi oggi circa 4.500 appalti e rappresenti tra l’80 e l’85% delle gare pubblicate. 

Anche qui l’importo economico sarebbe molto più basso, ma non irrilevante, intorno al 15-16% del totale messo in gara. È evidente però che un mercato che non avesse nessuna forma di pubblicità e nessun vincolo oggettivo nei criteri di affidamento per l’85% degli incarichi affidati sarebbe di fatto un mercato morto sotto il profilo delle garanzie perché emergerebbero da questa area oscura solo il 15% dei bandi più grandi, appannaggio di studi strutturati e società di ingegneria. In sostanza, non sapremmo più nulla della stragrande maggioranza degli incarichi affidati dalle amministrazioni pubbliche a ingegneri, architetti e altri professionisti di questa area. Sommate alle 10mila gare per lavori, si può dire che il comma 912 cancella nel settore delle opere pubbliche 15mila gare e ne semplifica altre 4mila a un livello di alta informalità.

 

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Sotto la lente di ingrandimento ci sono i condomini o i complessi che mescolano residenziale e terziario. Il nuovo strumento per valutare questo target di fabbricati si chiama Gbc Condomini: un protocollo che non serve tanto e solo a certificare “lo status quo” o se si sta procedendo con una ristrutturazione corretta, ma a verificare se ciò che si intende fare è davvero economico e sostenibile.

Gbc Condomini fa parte della famiglia dei protocolli sviluppati in modo autonomo dal Green Building Council, l’ente conosciuto soprattutto per la gestione nel nostro Paese alla certificazione americana Leed. Da qualche anno, l’associazione di Rovereto ha messo a punto un ampio ventaglio di strumenti “made in Italy” che, pur nella completa compatibilità con i ranking stranieri, si adattano a chi lavora sul nostro mercato, consentendo una facile osservazione e validazione delle tipologie edilizie italiane.

Gbc condomini è frutto di un lavoro iniziato nel 2015 ed è in fase di pubblicazione. Sta concludendo la prima sperimentazione, che è avvenuta su un palazzo di proprietà di una Fondazione a Brescia. L’azione preliminare dettata dal protocollo è la valutazione dell’edificio: il 70% dei condomini oggi si trova in classe energetica G, ma ciò non è sufficiente a farsi un’idea completa sul loro stato di salute complessivo. Gli aspetti da prendere in considerazione sono anche la durabilità del manufatto e la sua resilienza. Perché ha poco senso studiare involucri o impianti “da favola” se poi il fabbricato è costruito sul greto di un fiume o a rischio frana.

A partire da qui, poi vengono valutati il progetto di riqualificazione, il contesto di partenza, le tecnologie impiegate, il ciclo di vita. «Il focus è restituire una valutazione oggettiva dell’edificio – spiega Lorenzo Balsamelli, coordinatore del protocollo – e al tempo stesso fornire agli investitori, sia che si tratti di mono-proprietà o di condomini, sia nel caso di operatori finanziari, uno strumento di valutazione preliminare della fattibilità di un’opera volta a trasformare un edificio esistente in un edificio sostenibile». Una volta a regime, lo standard sarà erogato dal Gbc e seguito dalla rete dei suoi validatori.

Fanno parte della “famiglia” (e sono già operativi) anche Gbc Home e Gbc Historic Building: per il primo, fra le residenze validate quest’anno c’è Casa Capristo (ristrutturazione di un edificio anni Novanta in provincia di Bergamo) e un condominio a Costabissara (Vi). Per il secondo, dedicato nello specifico al patrimonio antico del nostro Paese, spicca la certificazione rilasciata a marzo a Meis Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della shoah di Ferrara e quella alle Ex-Scuderie Sant’Apollinare in Umbria, edificio che un tempo ospitava le scuderie di un Monastero benedettino e che è stato oggetto di un complesso ed affascinante intervento di restauro, adeguamento sismico e di riqualificazione energetica commissionato dalla Fondazione per l’Istruzione Agraria.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore

Articolo Originale

Nella Legge di Bilancio affidamento diretto dei lavori fino a 150mila euro e struttura per la progettazione di beni e edifici pubblici.

 

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Per la riqualificazione dell’esistente, l’acquisto del box pertinenziale, i lavori in condominio, il sismabonus, l’acquisto di case antisismiche… e per tutti i lavori edili che danno accesso alle detrazioni: quali sono i documenti da custodire gelosamente (perché le Entrate potrebbe chiederceli)?

Fonte: Edil Tecnico

Articolo Originale

Per gli studi professionali che superano una soglia minima organizzativo-gestionale appare opportuno optare per la protezione giuridica del “modello organizzativo gestionale” (Mog), bilanciando i costi del relativo investimento con il valore economico-sociale dei rischi mitigati. Naturali le resistenze alla spesa, ma si può contenerne l’entità.

Architettura snella
È l’aspetto più importante ma probabilmente il più trascurato, poiché chi commissiona il Mog è spinto da esigenze legali e supportato da buone nozioni giuridiche, ma non altrettanto da quelle tecniche di risk management . Al verificarsi di un evento delittuoso, l’idoneità del modello è sancita dal giudice, che guarderà alla sua capacità di prevenire il fatto criminale accertato, non l’intero ventaglio di reati inclusi nel “catalogo 231”. È quindi fondamentale un’attenta analisi preliminare per enucleare e presidiare i soli rischi di reato concretamente rilevanti in termini soprattutto probabilistici. La tecnica per condurre l’analisi è nodale. Talvolta, procedere meccanicamente attraverso griglie preconfezionate, disseminando i processi di semafori sgargianti e bandierine variopinte, porta a non rendersi conto del livello in cui collocare un macro-rischio di reato, gestendo il quale, a cascata, vengono a risultare presidiati tutti i rischi minori. In altre parole, è importante soffermarsi più a lungo sulla mappa dei presidi, dopo aver ultimato quella dei rischi, per evitare sovrapposizioni e sprechi.
Gestire rischi significa attribuire priorità ai presidi, assumendosi anche la responsabilità di stabilirne una minore intensità su aree la cui rischiosità è meno rilevante, tenendo comunque presente che il Mog è tutt’altro che statico e l’attività che appare oggi rischiosa potrebbe non esserlo più domani.

Risparmi
Quanto ai “progettisti” del modello 231, si tratta di acquisire servizi da altri studi professionali, dai quali è prassi beneficiare di una reciproca scontistica. Un ulteriore contenimento dei costi può essere realizzato ispirandosi a processi standard che tratteggiano rischi e presidi per la medesima categoria produttiva. Certo, il difetto di analisi rimane in agguato, nel senso che l’analista maldestro, anziché adattarlo alla realtà aziendale, potrebbe forzare lo standard, con esiti rovinosi.
L’organismo di vigilanza può essere monocratico e per gli enti di piccole dimensioni il ruolo può essere affidato ai dirigenti o al socio più anziano. Sono, però, plausibili anche Odv esterni che servano più studi consorziati.
Fondamentale è concepire presidi efficienti e praticabili, che non imbriglino le attività dello studio e gravino in misura minima sui professionisti chiamati ad attuarli.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore

Semplificazione solo apparente per gli appalti di lavori compresi tra i 40.000 e i 150.000 euro. La Manovra 2019 considera le procedure di gara la fonte delle difficoltà amministrative nell’attivare gli appalti, dimenticando che sono i moltissimi adempimenti e documenti necessari per la programmazione, il reperimento dei finanziamenti, i tre livelli di progettazione, la loro validazione, l’impegno della spesa secondo i complessi procedimenti della nuova contabilità, la nomina delle commissioni, la verifica successiva all’aggiudicazione della regolarità dello status dell’aggiudicatario, le verifiche antimafia e, poi, le molte complessità dell’esecuzione (tra cui in particolare le varianti) le vere cause dei tempi lunghi. Che, per alcuni passaggi, sono per altro fisiologici. In ogni caso, si è scelto di consentire affidamenti diretti per le soglie di appalto tra i 40.000 e i 150.000 euro, in deroga alle disposizioni dell’articolo 36, comma 2, del codice dei contratti. A ben vedere, tuttavia, si tratta di una deroga molto parziale, che pare molto lontana dall’aver realmente semplificato i tanti problemi connessi all’articolo 36, comma 2, che, ricordiamo, è completato dalle 17 pagine delle Linee Guida 4 elaborate dall’Anac.

La legge di bilancio consente per il solo 2019 e in attesa della complessiva riforma del dlgs 165/2001 di effettuare gli affidamenti diretti «in deroga all’articolo 36, comma 2» del codice dei contratti. Tale deroga, però, si limita alle procedure da seguire, che per gli appalti di lavori richiedono di invitare almeno 10 operatori economici, dando poi pubblicazione dei risultati della procedura di affidamento. La deroga consente affidamenti diretti, come si è visto. Che, però, così diretti non sono: infatti occorre una «previa consultazione di almeno 3 operatori economici». Quindi, si pone sempre il solito problema: come scegliere i 3 operatori da consultare, che costituisce esattamente il cuore delle questioni, irrisolte, affrontate con le Linee Guida 4 e dalla giurisprudenza. Nella realtà, la restrizione del mercato a pochi operatori da consultare abbrevia la procedura di selezione in sé e per sé, ma apre enormi questioni in merito al modo col quale giungere a selezionare i 3 da invitare. Le soluzioni proposte, tra cui l’indagine di mercato o la selezione da albi, di fatto rendono i tempi non troppo meno lunghi di una procedura aperta sotto soglia. In ogni caso la «deroga», essendo limitata al comma 2 dell’articolo 36 è più apparente che effettiva. Infatti, in ogni caso occorrerà rispettare tutti i principi ai quali le procedure sotto soglia debbono obbedire: quelli cioè indicati dall’articolo 30 comma 1 del codice (economicità, efficacia, tempestività, correttezza, libera concorrenza, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità, pubblicità , tutela della salute, dell’ambiente, del patrimonio culturale e alla promozione dello sviluppo sostenibile, anche dal punto di vista energetico), e il principio della rotazione degli operatori economici. Dovendosi rispettare questi principi, gli obblighi di trasparenza e pubblicità imporranno comunque alle stazioni appaltanti di rendere evidenti i processi di scelta e di pubblicare gli esiti, anche se la norma non impone di applicare più le previsioni dell’articolo 36, comma 2, lettera b). Tali norme, invece, sono operanti (solo per il 2019 e nelle more della riforma del codice) per gli appalti di lavori di importi superiori ai 150.000 euro e fino ai 350.000 euro, sottratti, quindi, all’applicazione della lettera c) dell’articolo 36, comma 2.

 

Fonte: Italia Oggi

Le super sanzioni che possono portare anche al blocco dello studio, appena inasprite dalla legge anti-corruzione, possono essere scongiurate anche con un adeguato modello organizzativo previsto dal decreto legislativo 231 del 2001. Il decreto 231 è quello che ha introdotto un’autonoma e distinta responsabilità parapenale a carico di società e altri enti collettivi (studi compresi) i cui esponenti abbiano commesso determinati reati, tra i quali primeggiano quelli contro la Pa.
Le sanzioni sono particolarmente severe e contemplano oltre alla confisca di beni, sanzioni pecuniarie e minacciose sanzioni interdittive come il blocco dell’attività, il commissariamento, il divieto di contrattare con la Pa, l’esclusione da finanziamenti e sussidi, il divieto di pubblicizzare beni o servizi. La recente legge anticorruzione, oltre a inserire nel “catalogo reati 231” il delitto di “traffico di influenze illecite”, ha intensificate le sanzioni interdittive: la loro durata minima, per i reati più gravi commessi da una figura apicale, è stata quadruplicata, raggiungendo i quattro anni.

Gli studi professionali
Tra gli enti interessati figurano anche gli studi professionali, fino a oggi non particolarmente avvezzi – per le limitate dimensioni strutturali, la loro dibattuta inclusione tra i destinatari del Dlgs 231 e, soprattutto, l’esigenza di contenimento dei costi – a ricorrere alle misure organizzative interne di prevenzione di eventi criminosi.
Ma sono motivazioni davvero e sempre valide? Oltre ai professionisti intenzionati a cogliere le opportunità di crescita, possono ingrandirsi anche gli studi associati e le società tra professionisti. Nelle strutture più ampie, ai professionisti possono affiancarsi anche soci non professionisti, dipendenti e collaboratori. E ancora: proliferano gli studi multidisciplinari, destinati a offrire una estesa gamma di servizi integrati o complementari, costituendo talvolta distinte entità giuridiche per ciascuno dei settori di attività. Sono tutte realtà che presentano esigenze di coordinamento e organizzative, oltre a problematiche legate alle dinamiche interne e ai processi decisionali. Giunge quindi il momento di assumere un direttore generale o un amministratore, eventualmente prescelto tra gli associati. Non occorre, tuttavia, che lo studio abbia raggiunto tali dimensioni per poter incorrere nella responsabilità amministrativa disciplinata dal Dlgs 231. Cassazione e giurisprudenza di merito hanno infatti ormai dissipato gran parte dei dubbi circa l’applicabilità della norma agli studi professionali, laddove sia netta la loro distinzione con i soggetti per essi operanti. A conferma, basti richiamare il recente sequestro preventivo operato nei confronti di uno studio legale associato di Milano per il concorso nel reato di riciclaggio di un suo avvocato che aveva aiutato un cliente ad occultare i proventi di evasione fiscale.

Il modello organizzativo
Peraltro, non scarseggiano tra i reati presupposto della “responsabilità 231”, quelli riconducibili ai professionisti, come quelli contro la Pa, i reati colposi in materia di sicurezza sul lavoro, le violazioni al diritto d’autore, i reati informatici, il riciclaggio. Non è arduo, poi, dimostrare che l’illecito penale di un professionista sia stato posto in essere nell’interesse o a vantaggio dello studio di appartenenza, avendo questo come finalità il perseguimento di un profitto economico rappresentato dal corrispettivo versato dai clienti per lo svolgimento delle prestazioni professionali. Escludendo gli studi individuali non strutturati e le piccole realtà organizzative, per gli altri si tratta di valutare l’opportunità di adottare un modello di organizzazione e gestione su misura, idoneo a prevenire la commissione di reati inclusi nel “catalogo 231”, che li schermi dal severo arsenale sanzionatorio o ne attenui l’impatto.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore

Nodo trasparenza. Il comma 912 elimina 10mila bandi di lavori annui (-40%) per 600 milioni (-2,5%). Impatto devastante sui piccoli servizi di progettazione: destinati a scomparire 4.500 avvisi (-85%)

Il governo non è riuscito finora a varare una riforma organica del codice appalti, più volte annunciata fin dal discorso di insediamento in Parlamento (con polemiche immediate sul ruolo dell’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone), ma la legge di bilancio (articolo 1, comma 912) interviene ora «in deroga al codice degli appalti» sul punto più delicato per il settore: le modalità di scelta dell’appaltatore. Questo dopo che già il decreto semplificazioni era intervenuto su un aspetto specifico riguardante la qualificazione dei partecipanti alle gare.
Il comma 912 liberalizza di fatto i criteri di affidamento della fascia compresa fra 40mila e 150mila euro per tutti i contratti di lavori, servizi e forniture, consentendo alle stazioni appaltanti di assegnare le commesse con “affidamento diretto” (quindi senza gara formale e senza obblighi di pubblicità) e imponendo solo la consultazione di tre operatori economici scelti con discrezionalità assoluta.
La norma interviene inoltre con una seconda semplificazione (di minore portata) anche sulla fascia di importo fra 150mila e 350mila euro, prevedendo in questo caso l’obbligo di una procedura negoziata (quindi senza gara formale ma con forme minime di pubblicità) e una consultazione di almeno dieci operatori economici (e non 15, qui è la semplificazione). L’intervento sulla fascia fino a 150mila euro è un vulnus in termini di concorrenza. E soprattutto di trasparenza perché questa fascia di mercato sarà di fatto inghiottita in un buco nero senza più alcuna informazione, senza controlli sull’operato della stazione appaltante (neanche da parte dell’Autorità anticorruzione), senza più alcun criterio oggettivo nella scelta dell’appaltatore. Sono le trattative private che in passato hanno consentito di far lievitare clientele e corruzione nei mercati locali degli appalti.
L’impatto reale ed economico e gli allarmi lanciati in questi giorni da più parti (dall’Anac, dall’Ance, dai sindacati, dai media) vanno però pesati sulla base della quota di mercato interessata agli effetti prodotti dalla norma. Va detto subito che la portata della norma è radicalmente diversa nel mercato delle opere pubbliche a seconda che si parli di lavori o di servizi (progettazione e ingegneria). Nel primo caso la quota interessata è molto elevata in termini di numero di gare perché di fatto scomparirebbero circa 10mila bandi di gara annui, il 40% degli appalti sarebbe cioè assegnata senza gara anche informale o bando, stando a stime annue basate sugli ultimi dati di gennaio-novembre 2018 dell’Osservatorio Cresme-Edilizia e territorio sui bandi di gara.
Trattandosi però di importi molto piccoli in un mercato molto grande (circa 25 miliardi di euro annui), la quota di mercato in termini economici sarebbe limitata a circa 600 milioni di euro, pari al 2,5% del mercato.
Se il principio costituisce un vulnus in termini di trasparenza e di informazione sul mercato, bisogna mettere però sull’altro piatto della bilancia la necessità di affidare micro-opere (o manutenzioni) rapidamente, se si vuole accelerare la spesa e semplificare la vita delle piccole stazioni appaltanti, in attesa della riforma promessa dal codice. Certamente la norma (nata da un emendamento del capogruppo leghista Massimiliano Romeo) si poteva scrivere in termini meno tranchant. Non c’è nessun obbligo di pubblicità e non è neanche una norma transitoria.
A questi dati andrebbero aggiunti quelli sulla fascia fra 150mila e 350mila euro che si possono stimare in tremila gare e un importo di 600-700 milioni. La fascia di lavori interessata alle semplificazioni del comma 912 riguarda quindi 13mila gare di lavori e circa 1,2-1,3 miliardi di lavori.
Ma l’effetto più devastante degli affidamenti privati per la fascia fra 40mila e 150mila euro sarebbe nel campo dei servizi, in particolare dell’ingegneria e della progettazione. Rielaborando dati Oice anche essi relativi al periodo gennaio-novembre 2018, si può infatti stimare che la fascia di affidamento destinata a essere inghiottita nel buco nero della totale assenza di informazione riguardi oggi circa 4.500 appalti e rappresenti tra l’80 e l’85% delle gare pubblicate.
Anche qui l’importo economico sarebbe molto più basso, ma non irrilevante, intorno al 15-16% del totale messo in gara. È evidente però che un mercato che non avesse nessuna forma di pubblicità e nessun vincolo oggettivo nei criteri di affidamento per l’85% degli incarichi affidati sarebbe di fatto un mercato morto sotto il profilo delle garanzie perché emergerebbero da questa area oscura solo il 15% dei bandi più grandi, appannaggio di studi strutturati e società di ingegneria. In sostanza, non sapremmo più nulla della stragrande maggioranza degli incarichi affidati dalle amministrazioni pubbliche a ingegneri, architetti e altri professionisti di questa area. Sommate alle 10mila gare per lavori, si può dire che il comma 912 cancella nel settore delle opere pubbliche 15mila gare e ne semplifica altre 4mila a un livello di alta informalità.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore

Le associazioni che raggruppano le PMI italiane intervistate da Agendadigitale.eu: pareri concordanti sulla necessità di sostenere le piccole imprese nel processo di trasformazione digitale ma vedute divergenti sulle misure del Governo in tema di Industria 4.0, in attesa del nuovo tavolo a gennaio.

Fonte: Agenda Digitale

Articolo Originale

L’Inail, in data 20 dicembre 2018, ha emanato l’Avviso pubblico ISI 2018, mettendo a disposizione delle imprese Euro 369.726.206,00 per la realizzazione di interventi in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Il nuovo avviso si pone l’obiettivo di:

– incentivare le imprese a realizzare progetti per il miglioramento documentato delle condizioni di salute e di sicurezza dei lavoratori;

– incentivare le microimprese e le piccole imprese operanti nel settore della produzione agricola primaria dei prodotti agricoli per l’acquisto di nuovi macchinari ed attrezzature di lavoro caratterizzati da soluzioni innovative per abbattere in misura significativa le emissioni inquinanti, ridurre il livello di rumorosità o del rischio infortunistico o di quello derivante dallo svolgimento di operazioni manuali. Ciò al fine di soddisfare l’obiettivo del miglioramento del rendimento e della sostenibilità globali dell’azienda agricola mediante una riduzione dei costi di produzione o il miglioramento e la riconversione della produzione assicurando, al contempo, un miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori.

Le domande di finanziamento dovranno essere presentate, attraverso apposita procedura informatica, dal 11 aprile 2019 e, inderogabilmente, fino al 30 maggio 2019.

Le linee di indirizzo per la concessione degli incentivi economici sono stati aggiornati con delibera CIV Inail n. 20 del 27 novembre 2018. La necessità di questo aggiornamento è motivata dall’esigenza di rendere le linee di finanziamento alle imprese sempre più rispondenti agli indirizzi strategici del CIV.

In estrema sintesi, viene confermato l’impianto generale dei bandi ISI, gestiti da un’unica piattaforma, e si introduce un nuovo sotto-asse di finanziamento nell’ambito dell’Asse 1 – ISI Generalista. 

Pertanto, gli assi di finanziamento risulteranno cosi articolati:

Asse 1 – ISI Generalista 

1.1 progetti dì investimento

1.2 modelli organizzativi e di responsabilità sociale

Asse 2 – Riduzione del rischio da movimentazione manuale di carichi (MMC)

Asse 3 – Bonifica da materiali contenenti amianto

Asse 4 – Micro e piccole imprese operanti in specifici settori di attività

Asse 5 – Micro e piccole Imprese operanti nel settore della produzione agricola primaria dei prodotti agricoli.

Vengono poi ulteriormente aggiornate le tipologie di intervento alla luce di nuove soluzioni tecnologiche presenti sul mercato, di risultati della ricerca utili a specializzare ulteriormente gli assi di finanziamento, di ulteriori studi sulle tipologie dì intervento.

Di particolare interesse, nell’ambito dei progetti di investimento, l’introduzione di un nuovo intervento per la “Riduzione dei rischi negli ambienti confinati” anche in relazione agli eventi di elevata gravità verificatisi tra il 2017 e il 2018.

Per quanto riguarda i progetti per l’adozione di modelli organizzativi e di responsabilità sociale, viene prevista la possibilità di definire un sotto-asse con uno specifico finanziamento, all’interno dell’Asse 1 ISI – Generalista, finalizzato ad aumentare la diffusione di tali interventi prevenzionali.

Per l’Asse 2 ISI – Tematica, viene confermato l’ambito di intervento dedicato alla Riduzione del rischio da movimentazione manuale di carichi (MMC), poiché trasversale a molti settori produttivi. Vengono poi ammessi al finanziamento progetti che propongono dispositivi tecnologicamente avanzati per la diminuzione del rischio medesimo.

Relativamente all’Asse 3 ISI – Amianto, viene confermato lo stanziamento pari al 30% del finanziamento totale al netto delle risorse destinate all’agricoltura e il finanziamento delle micro e piccole imprese per specifici settori di attività.

Per quanto riguarda l’Asse 4, dedicato alle micro e piccole imprese operanti in specifici settori di attività, le attività economiche introdotte sono:

– la Pesca (la piccola pesca e la grande pesca precedentemente assicurata presso l’ex IPSEMA);

– il Settore Tessile-Confezione-Articoli in pelle e calzature appartenenti al settore manifatturiero con specifici codici Ateco (C13 – C14 – C15).
Volendo, in estrema sintesi, dare conto schematicamente delle novità introdotte, la delibera CIV in esame:

1. Conferma le seguenti tipologie di progetto finanziabili previste dalla Relazione Programmatica 2018-2020 (Cfr. Delibera CIV n. 6 del 10 maggio 2017) e successivamente parzialmente modificate dalla Relazione Programmatica 2019-2021 (Cfr. Delibera CIV n. 12 del 20 giugno 2018) che prevede quanto segue:

– incentivi per il sostegno di progetti per la prevenzione nelle imprese, relativi a tutti i settori merceologici e profili di rischio (ISI-Generalista), che rappresentano un elemento già consolidato e significativo. Nell’ambito dei progetti per l’adozione di modelli organizzativi e di responsabilità sociale, si evidenzia la nuova norma UNI ISO 45001 introdotta per la certificazione dei sistemi di gestione in luogo della norma BS OHSAS 18001;

– incentivi per il sostegno di progetti di innovazione orientati alla prevenzione nelle imprese, operanti in tutti i settori merceologici e per identificati profili di rischio (ISI -Tematica), visti gli andamenti infortunistici e tecnopatia e gli esiti dei precedenti Bandi ISI;

– incentivi per progetti di bonifica da materiali contenenti amianto (ISI-Amianto);

– incentivi per il sostegno di progetti di innovazione orientati alla prevenzione nelle Micro e Piccole Imprese, operanti in specifici settori di attività con particolari profili di rischio (ISI-Micro e Piccola Impresa);

– incentivi per il sostegno di progetti di innovazione tecnologica orientati alia tutela dell’ambiente ed alla prevenzione, con particolari profili di rischio nelle imprese agricole (ISI-Agricoltura);

2. Valorizza i progetti per l’adozione di modelli organizzativi e di responsabilità sociale, prevedendo un nuovo sotto-asse di finanziamento nell’ambito dell’Asse 1 – ISI Generalista, per aumentare la diffusione di tali interventi prevenzionali, sulla base di risultanze scientifiche che hanno dimostrato l’efficacia di questi progetti nella riduzione del rischio infortunistico e tecnopatico.

3. Conferma le risorse finanziarie previste nei Bilancio di previsione 2018 adottato con Delibera CIV del 31 gennaio 2018 n. 3 e successivamente risultanti dalle seguenti disposizioni normative:
variazione in diminuzione pari a 27 milioni di euro per il Fondo per le vittime dell’amianto come previsto nella Legge di Bilancio 27/12/2017 n. 205, art. 1, comma 189 (recepito dal CIV con il provvedimento di variazione n. 1 al Bilancio di previsione 2018 del 4 luglio 2018 n. 15);
variazione in aumento pari a 70 milioni di euro relativa a risorse impegnate e non erogate nei Bandi ISI degli anni precedenti (recepito dal CIV con il provvedimento di variazione n. 2 al Bilancio di previsione 2018 del 14 novembre 2018 n. 19), in coerenza con quanto stabilito con la delibera del CIV del 29 novembre 2016 n. 20;
variazione in diminuzione pari a 25 milioni di euro per il cosiddetto “Decreto Genova” (Decreto Legge 28/09/2018 n. 109 convertito, con modifiche, dalla Legge 16 novembre 2018, n. 130).

4. Conferma, per l’Asse 2 Tematica, dei progetti relativi alla riduzione del rischio da movimentazione manuale di carichi (MMC), favorendo la partecipazione delle imprese che, pur presentando alti rischi da MMC, hanno un basso rischio assicurativo e valorizzando i progetti che introducono innovazioni tecnologiche avanzate.

5. Individua, per l’Asse 4 Micro e Piccole Imprese, i settori della Pesca e, nell’ambito del settore manifatturiero, i comparti relativi al Settore Tessile – Confezione – Articoli in pelle e calzature finalizzando la partecipazione di tali imprese ad una diminuzione dei relativi indici di frequenza e di gravità.

6. Prevede un’ulteriore semplificazione delle procedure garantendo, altresì, un significativo aumento delle tipologie di interventi nell’ambito di ciascun asse di finanziamento e una loro formulazione estensiva per favorire la partecipazione delle aziende e per evitare che siano respinti progetti non coerenti con la presentazione delle domande.

7. Attiva un ulteriore intervento di redistribuzione delle risorse, con l’obiettivo di ridurre al minimo possibile i residui delle somme stanziate ma non assegnate e ampliare il numero delle aziende ammesse a finanziamento.

Fonte: Tecnici 24

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Un intervento si sofferma sulla nascita del D.Lgs. 81/2008 e sull’evoluzione normativa della normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Il concetto di prevenzione e le caratteristiche della riforma del 2008.

Fonte: Punto Sicuro

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Nonostante la riduzione della spesa per investimenti il saldo delle risorse rimane ancora largamente positivo. Ma bisogna correre per tramutare gli stanziamenti in lavori

Lo spostamento di risorse dalla spesa per investimenti pubblici alla spesa pubblica corrente è sempre una pessima notizia per la crescita ed è il male che ha devastato l’economia italiana negli ultimi quindici anni a dispetto delle tante promesse di spending review. Nulla di nuovo, quindi, quando mercoledì il governo ha chiuso l’accordo con Bruxelles proponendo un taglio, politicamente facile da percorrere, di 2,25 miliardi agli investimenti (rimodulazione di fondi Fs per 600 milioni, di cofinanziamenti a fondi strutturali Ue per 850 milioni e al Fondo sviluppo ecoesione per 850 milioni) cui si aggiungono fondi accantonati del ministero delle Infrastrutture per 300 milioni (cui si potrebbero aggiungere varie altre voci di spese in conto capitale non facilmente identificabili di altri ministeri). Una frenata fatta a costo di rimangiarsi tre mesi di tambureggiante campagna sul rilancio della crescita sostenuto dal rilancio degli investimenti pubblici.

Oltre gli slogan di una parte e dell’altra, però, bisogna capire qual è il saldo della manovra sugli investimenti. E non c’è dubbio che, in termini di risorse, sia un saldo ancora largamente positivo. Oltre ai 15 miliardi aggiuntivi in tre anni (5 nel 2019) destinati al nuovo fondo del Mef per gli investimenti si aggiungono infatti i piani straordinari, bisogna tenere conto del piano anti-dissesto idrogeologico (2,6 miliardi nel 2019, 3,7 nel 2020, 4,2 nel 2021). Qui si mescolano risorse vecchie e nuove, come anche nel piano straordinario di manutenzione strade che vale 1,1 miliardi nel 2019. L’Ance stima che fossero cifre largamente presenti nei saldi, nulla di nuovo.

Sul fronte delle riduzioni introdotte nell’accordo con la Ue bisognerebbe stimare però l’effetto concreto. Nel caso delle Fs, per esempio, il gruppo ferroviario stima di non subire alcun effetto perché al buco aperto dalla rimodulazione nel tempo dei fondi le Fs rimediano in autofinanziamento (o con mutui Bei). Si aggiunga che 600 milioni pesano su un contratto di programma 2017-2021 che ha finanziamenti per 53,6 miliardi (sui fondi per il Sud si veda l’articolo in basso).

Il bilancio resta quindi positivo in termini di risorse. Ma bisogna ricordare che già con i governi Pd le risorse stanziate sono cresciute ma non si è riusciti a spenderle. Qui è il nodo: riuscire ad aprire i cantieri è molto complicato e non saranno nuove cabine di regia a sbloccare. Anche il tira e molla sulla riforma del codice appalti parla di idee non proprio chiarissime. Rispetto al passato, poi, questo governo ha un handicap in più: le analisi costi-benefici su tutte le grandi opere fa perdere tempo quando bisognerebbe correre. Sembra un tempo breve ma tenere ferme le opere anche solo sei mesi (come è successo con il Terzo valico) per poi magari liberarla con integrazioni progettuali, ha un effetto devastante nel breve periodo di un anno. Il fattore tempo non è chiaro spesso ai governi. Basta perdere quattro mesi a inizio anno per rinviare pezzi robusti di spesa vera all’anno successivo. Ecco la vera sfida, non quella dei numeri.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Dal 4 gennaio 2019 non sarà più possibile per gli operatori economici che partecipano a gare per l’affidamento di contratti pubblici rivolgersi all’ANAC per un’eventuale richiesta di parere.
Fonte: Lavori Pubblici

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È stato firmato ieri, a Roma, il Protocollo d’Intesa tra Accredia, l’Ente unico nazionale di accreditamento, UNI, l’Ente italiano di normazione e ITACA, l’Istituto per l’innovazione e la trasparenza negli appalti e la compatibilità ambientale, che punta a fornire alle stazioni appaltanti una migliore conoscenza e fruizione della normazione tecnica e delle valutazioni di conformità accreditate.
Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

In premessa si nota che la “Proposta di modifica dell’ambito soggettivo dell’art. 80 del Codice dei contratti pubblici” (leggi articolo) approvata come atto di segnalazione n. 5 del 12 dicembre 2010 al governo e parlamento, pur affrontando e cercando di risolvere una modesta questione interpretativa relativamente ai soggetti di cui all’articolo 80, comma 3, del Codice, che non devono incorrere nei motivi di esclusione, non coglie nel segno ed è criticabile sotto molteplici punti di vista.
Fonte: Lavori Pubblici

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Potrebbero scendere in piazza a manifestare i costruttori, delusi dai primi provvedimenti relativi ai lavori pubblici. La legge di Bilancio ha modificato la soglia di affidamento diretto degli appalti per i Comuni che passa da 40 mila a 200 mila euro: i sindaci potranno affidare i lavori di importo inferiore ai 200 mila euro, senza bando e senza gara. La novità è significativa perché gli appalti sotto quella soglia equivalgono a circa il 70% delle commesse, quasi 7 miliardi di euro l’anno. Secondo i costruttori dell’Ance così si aggira anche la normativa Antimafia visto che la certificazione è richiesta per gli appalti superiori ai 150 mila euro e lamentano pure che, per fare in fretta, il ponte di Genova verrà costruito in deroga assoluta a tutte le norme del codice dei contratti. Una modalità criticata anche dall’Autorità Anticorruzione che l’ha definita «la sconfitta di un codice». E c’è allarme per l’iniziativa del Comune di Roma, poi ridimensionata ai casi di emergenza, di ricorrere al Genio militare per il piano di manutenzione straordinaria delle strade voluto dalla sindaca Virginia Raggi perché l’aggiramento delle regole della trasparenza e della concorrenza sarebbe stato giustificato dalla necessità di recuperare il tempo perduto.

Fonte: Corriere della Sera

È legittimo che la stazione appaltante chieda ai concorrenti a una gara d’appalto di lavori – come è sua facoltà – il possesso di una certificazione ambientale, in aggiunta all’attestato Soa. Lo precisa l’Anac in un parere di precontenzioso (n. 1129 del 5 dicembre 2018) che segue la richiesta di una impresa che, viceversa, aveva sostenuto la sufficienza dell’attestato Soa per partecipare alle gare di appalto. L’Anac legittima la richiesta della certificazione Emas (reg. 1221/2009) o di certificazione Iso 14001 come requisito di ammissione alla gara, in relazione al fatto che l’articolo 71 del codice dei contratti pubblici prevede che i bandi di gara contengano i criteri ambientali minimi (cosiddetti Cam) di cui all’articolo 34 del codice stesso. Quest’ultima norma, a sua volta stabilisce al comma 1 che l’obbligo di inserimento nella documentazione di gara riguarda almeno le specifiche tecniche e le clausole contrattuali contenute nei Cam. Per quanto concerne i criteri di selezione dei concorrenti, nello specifico, l’allegato 2 del dm 11 gennaio 2017 (ora sostituito dal dm 11 ottobre 2017 che peraltro non innova su questo profilo) prevede, al paragrafo 2.1, che l’appaltatore dimostri la propria capacità di applicare misure di gestione ambientale durante l’esecuzione del contratto e, quale modalità di verifica, che l’offerente sia in possesso di una registrazione Emas o certificazione Iso 14001 o sistemi equivalenti. L’Anac richiama quanto specificato nel decreto del ministero dell’ambiente per rilevare che tali criteri non sono obbligatori ma, al pari dei criteri premianti suggeriti per la valutazione delle offerte, rappresentano una chiara indicazione (rimessa alla valutazione discrezionale della stazione appaltante) al fine del conseguimento degli obiettivi ambientali del Piano d’azione per la sostenibilità ambientale dei consumi della pubblica amministrazione (Pan Gpp), dal quale i Cam prendono le mosse. Dal momento che nel decreto del ministero dell’ambiente era stato precisato che, seppure non obbligatori, i Cam «soprattutto in caso di gare per lavori, sono fortemente consigliati per i risvolti positivi che può avere la gestione ambientale dell’impresa o la corretta gestione del personale», l’Anac chiarisce che «in questo senso, la certificazione Emas non si pone in contrasto con il sistema unico di qualificazione ma lo integra». Da ciò deriva che l’attestazione Soa, nell’ambito degli interventi per i quali possono essere richiesti i Cam, non costituisce condizione sufficiente per partecipare alle gare di appalto di lavori di importo superiore ai 150 mila euro. La certificazione, però, può anche essere oggetto di avvalimento, così come aveva già affermato la giurisprudenza nella vigenza del codice del 2006 e così come confermato con il nuovo codice, laddove uno specifico criterio di delega (art. 1, comma 1, lett. zz) del dlgs 11/2016 faceva riferimento anche al fatto che l’oggetto di avvalimento potesse essere costituito da «certificazioni di qualità o certificati attestanti il possesso di adeguata organizzazione imprenditoriale ai fini della partecipazione alla gara».

Fonte: Italia Oggi

Oggi l’intesa in conferenza unificata su due decreto Mit che assegnano risorse per progetti di Autorità portuali, comuni, province e città metropolitane

Arriverà oggi, salvo imprevisti, il via libera della conferenza unificata ai due schemi di decreto del ministero delle Infrastrutture che sbloccano complessivamente quasi 200 milioni di euro di risorse da destinare a comuni, città metropolitane, province e Autorità portuali. Se l’approvazione è quasi scontata – per l’esigenza contabile di chiudere l’intesa entro l’anno, approfittando dell’ultima riunione in calendario nel 2018 – non è ancora certissima la modalità per l’attuazione della misura. Ma andiamo con ordine. 

Fondo per la progettazione degli enti locali, la questione dell’attuazione
I provvedimenti sono due. Il primo mette a disposizione complessivamente 89,55 milioni di euro nell’arco del triennio 2018-2020 da assegnare a 14 città metropolitane (14,925 milioni di euro), alle Province (37.312.500 euro) e ai comuni (37.312.500 euro). Lo schema definito dal Mit rappresenta una seconda edizione, per così dire, di un provvedimento già definito all’inizio dell’anno (Dm il 13 marzo 2018) che però il ministro Danilo Toninelli ha deciso di riformulare (considerando anche che il decreto non è mai stato pubblicato, né in Gazzetta e né sul sito del Mit), sia perché all’inizio era stato erroneamente istruito presso la conferenza Stato-città (invece dell’unificata), sia perché era arrivata la nota sentenza della corte Costituzionale n.74/2018. Nell’assegnazione delle risorse, il provvedimento prevede di dare priorità agli interventi di adeguamento sismico di edifici pubblici e scuole. Ciascun comune può presentare richiesta di cofinanziamento per massimo tre progetti. Ciascun progetto potrà ricevere al massimo 60mile euro. 

Dopo l’ultima riunione tecnica sul provvedimento, è rimasta però aperta una questione, che riguarda la fase attuativa. Il ministero dell’Economia avrebbe infatti espresso dei dubbi sul fatto che a definire le modalità e i termini di accesso ai fondi, cofinanziamento ed erogazione, sia un «decreto direttoriale». Per il ministero dell’Economia sarebbe invece meglio che la fase attuativa venga regolamentata attraverso un decreto ministeriale. Il nodo sarà sciolto oggi. 

Risorse per 109 milioni a 79 amministrazioni per infrastrutture prioritarie 
Con il secondo provvedimento si assegnano risorse alla «progettazione di fattibilità delle infrastrutture e degli insediamenti prioritari per lo sviluppo del Paese, nonché per la project review delle infrastrutture già finanziate». Il provvedimento, in attuazione dell’articolo 202 del Codice appalti, ripartisce 109 milioni circa di euro a varie amministrazioni, tra Autorità portuali, città metropolitane, comuni capoluogo di città metropolitane e altri comuni capoluogo. Più precisamente, a 15 autorità portuali vengono assegnati 29,88 milioni per 79 progetti considerati ammissibili. Alle 14 città metropolitane vengono assegnati 24,9 milioni. Ai 14 capoluoghi di città metropolitane vengono assegnati 29,88 milioni e, infine, ai 36 comuni capoluogo di regione o provincia autonoma vengono assegnati 24,9 milioni. In tutti i casi, ciascun ente riceve una quota fissa – che per esempio è di un milione di euro per le autorità portuali, 800mila euro per le città metropolitane e 1,2 milioni per i comuni capoluogo di città metropolitane (salvo chi ha chiesto cifre inferiori) – cui si aggiunge una quota variabile in funzione del fabbisogno espresso. Le somme sono riferite al triennio 2018-2020. 

AUTORITÀ PORTUALI E GRANDI COMUNI, ECCO I BENEFICIARI 

CITTÀ METROPOLITANE E PROVINCE, ECCO I BENEFICIARI 

Fonte: Edilizia e Territorio

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Con il decreto 4 ottobre 2018 il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha confermato, per il 2018, la riduzione contributiva prevista dall’articolo 29 del D.L. n. 244/1995 e successive modifiche e integrazioni per gli operai a tempo pieno del settore edile (leggi articolo). L’Inps con la circolare 13 dicembre 2018, n. 118 fornisce le indicazioni operative per l’ammissione al regime agevolato.
Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Dopo la crescita registrata a settembre, a ottobre 2018 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione nelle costruzioni diminuisca dell’1,6% rispetto al mese precedente.
Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Nell’attesa che il processo di revisione delle Linee guida n. 5 venga completato e considerato l’avvicinarsi della data di avvio della nuova procedura prevista per l’individuazione e la nomina dei Commissari di gara (15 gennaio 2019) ai sensi degli artt. 77 e 78 del D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti), l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha chiarito gli operatori in merito alla copertura assicurativa dei componenti delle commissioni giudicatrici.
Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Alla fine si farà. Con buona pace di tutti i progettisti, la centrale unica per la progettazione delle opere pubbliche diverrà operativa entro la fine del mese di gennaio 2019 con un DPCM che definirà denominazione, allocazione, modalità di organizzazione e funzioni.
Fonte: Lavori Pubblici

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Nonostante le prime bozze avessero anticipato fuochi d’artificio, alla fine la pubblicazione in Gazzetta del Decreto Legge n. 135/2018 (c.d. D.L. Semplificazioni) ha confermato un nulla di fatto con una piccola modifica al D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti) che in buona sostanza non semplifica praticamente nulla (leggi articolo).

 Fonte: Lavori Pubblici

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Designato da Fs e Toninelli. In contrasto con la legge Madia. Alla presidenza Gemme

Si sono scervellati per settimane intorno al quesito se per sostituire Gianni Armani come amministratore Anas fosse più opportuno privilegiare la discontinuità pescando un manager fuori dall’azienda. Oppure se fosse opportuno privilegiare la continuità promuovendo qualche rodato dirigente interno. Alla fine il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, e Gianfranco Battisti, amministratore delle Fs e azionista unico Anas, hanno imboccato una terza via pescando tra le quarte file Anas un funzionario con un curriculum di profilo modesto: Massimo Simonini, 55 anni. Ieri il nome di Simonini è stato formalmente indicato come amministratore dall’assemblea degli azionisti, cioè le Fs, mentre per la carica di presidente è stato scelto Claudio Andrea Gemme, il professionista genovese che il ministro Toninelli avrebbe voluto commissario dopo il crollo del Ponte Morandi, ma che fu messo da parte perché in potenziale conflitto di interessi.

La doppia designatura per la guida dell’Anas sarà comunicata al ministero dell’Economia prima della formalizzazione definitiva con un passaggio che alle Fs giudicano di routine. Ma che in questo caso tanto di routine potrebbe non essere. Perché la scelta di Simonini potrebbe confliggere con quanto stabilito dalla legge Madia (numero 296 del 2006) a proposito della individuazione degli amministratori per le aziende pubbliche. In base a quella norma può essere designato chi è stato alla guida di una società pubblica o privata con un bilancio non in perdita nei 5 anni precedenti la nomina. E dal curriculum pubblicato sul sito Anas non risulta che Simonini abbia questi requisiti.

L’incarico che riveste è quello di Dirigente responsabile di ponti, viadotti e gallerie e in termini aziendali è un “quarto riporto” rispetto al capo azienda. Sopra di lui c’è il Responsabile della rete, al di sopra del quale c’è un direttore Operazioni e coordinamento del territorio che è il riporto diretto rispetto all’amministratore delegato. Simonini entrò in Anas nel 1996 quando il padre Luigi era capo di Compartimento Anas; la sorella Stefania è avvocato del prestigioso studio legale Cancrini e Piselli, specializzato in appalti pubblici.
L’Anas è la più grande stazione appaltante d’Italia gravata da un contenzioso legale di ben 9 miliardi con le aziende fornitrici.

 Fonte: Il Fatto Quotidiano

E sul possesso del sistema di gestione ambientale l’Anac spiega che è consentito l’avvalimento

 Fonte: Edilportale

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(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 19 dic 

Negli emendamenti del governo alla legge di Bilancio dovrebbe esserci l’annunciata norma che alza da 40mila a 200mila euro la soglia entro la quale gli enti pubblici possono affidare gli appalti senza gara, con affidamento diretto (senza neppure procedura negoziata a inviti). C’e’ un rischio corruzione? E’ stato chiesto a Danilo Toninelli, Ministro delle Infrastrutture, durante la diretta di ‘Circo Massimo’, Radio Capital. ‘Sono felice – ha risposto il ministro – che ieri sia stata approvata la legge #spazzacorrotti. L’agente sotto copertura sara’ un grande deterrente contro la corruzione. Circa la norma di cui mi chiede, la questione e’ all’esame di Palazzo Chigi. Voglio vedere prima i numeri’.
Secondo i dati Anac (Autorita’ Anticorruzione) nel 2017 il mercato degli appalti tra 40 e 150mila euro valeva 6,2 miliardi di euro: si puo’ dunque stimare che tra 40 e 200mila il valore sia di almeno 7-8 miliardi. Il valore totale degli appalti pubblici (sopra 40mila euro) e’ stato nel 2017 di 138,9 miliardi di euro, di cui 23,1 miliardi lavori, 56,4 forniture e 59,3 servizi.

 Fonte: Il Sole 24 Ore – Finanza & Mercati

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In un atto di segnalazione il presidente dell’Anac chiede di includere tra i soggetti da verificare chi si cela dietro società schermo

All’indomani dell’approvazione definitiva della legge «spazza-corrotti» e mentre in Commissione Bilancio è stato dichiarato inammissibile un emendamento della Lega che puntava ad quintuplicare da 40mila a 200mila euro la soglia per l’affidamento diretto degli appalti, Cantone chiede a Governo e Parlamento di rafforzare le norme che dovrebbero impedire a pregiudicati di reati sensibili (tipo corruzione) o a soggetti colpiti da misure di prevenzione antimafia di partecipare alle gare d’appalto. Le norme attuali, segnala Cantone, sono facilmente aggirabili: basta creare una società schermo e il gioco è fatto.

Il problema nasce dalle difficoltà di interpretazione delle norme del codice (articolo 80, comma 3) che elencano i rappresentanti di impresa che devono dichiarare di il possesso dei cosiddetti «requisiti di moralità», in pratica l’assenza di condanne. Nel lungo elenco dei soggetti da controllare le norme includono il «socio unico persona fisica ovvero il socio di maggioranza in caso di società con meno di quattro soci».

Le difficoltà,rileva Cantone nell’atto di segnalazione, nascono dal fatto che le norme fanno esplicitamente riferimento alle persone fisiche, rendendo così facilmente eludibili i controlli nel caso in cui la quota di maggioranza dell’impresa concorrente alla gara non sia posseduta da una persona in carne e ossa, ma da un’altra azienda magari controllata da un soggetto che si voleva tenere fuori dal mercato pubblico. Il paletto contro il rischio infiltrazione può essere così facilmente aggirato.

Cantone segnala che, non a caso, sulla questione le sentenze dei giudici amministrativi si sono divise in due orientamenti. Secondo una prima interpretazione, la norma che limita i controlli alle persone fisiche andrebbe seguita in maniera letterale, dunque i requisiti di moralità andrebbero richiesti soltanto ai soci persone fisiche «anche nel caso del socio di maggioranza nelle società con meno di quattro soci». Altre sentenze, invece, tenendo conto degli obiettivi di legalità e trasparenza del codice, hanno seguito un criterio «più sostanzialistico», arrivando a includere anche le persone giuridiche tra i soggetti da controllare. E dunque estendendo i controlli lungo le catene societarie.  

Per Cantone entrambi gli orientamenti mostrano qualche limite. Il primo, di fatto rischia di rendere inefficaci le norme. «Può infatti essere sufficiente la creazione intenzionale di una sola società, da anteporre all’impresa che partecipa alla gara, per consentire – si legge nell’atto di segnalazione – all’imprenditore che effettivamente ne detiene il controllo e sul quale gravano precedenti penali escludenti di accedere agli appalti pubblici».

D’altro canto ,seguendo l’intepretazione che include nei controlli anche le società si rischia di ampliare troppo le verifiche a carico delle Pa, finendo per includere soggetti che magari non hanno potere di ingerenza effettiva sull’impresa che partecipa alla gara. E dunque appesantendo inutilmente procedure già piuttosto faticose.

Per Cantone però una soluzione c’è. Ampliare i controlli a chi detiene la maggioranza della società che partecipa alla gara tramite un’altra società, ma limitandosi a quella persona fisica. È questa, in sintesi, la proposta inviata a Palazzo Chigi e alle Camere, che tra l’altro nelle prossime settimane dovrebbero discutere un primo pacchetto di modifiche al codice appalti da inserire nella la legge di conversione del decreto Semplificazioni. «Qualora si consideri di interesse prioritario introdurre misure antielusive delle norme in materia di accesso agli appalti pubblici nei confronti degli operatori economici che partecipano in forma societaria – conclude il presidente dell’Anticorruzione -, si segnala l’opportunità di una modifica della norma in esame nel senso di ricomprendere tra i soggetti da verificare nel caso delle società di capitali “il soggetto, persona fisica che detiene la totalità ovvero la maggioranza anche indiretta delle quote o dei titoli rappresentativi del suo capitale sociale”».

 Fonte: Edilizia e Territorio

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La novità segue l’approvazione dei criteri ambientali minimi (Cam) da parte dell’Ambiente. Il chiarimento in un parere di precontenzioso

A volte il possesso di un’attestazione Soa regolarmente in corso non basta a garantire l’accesso alle gare per lavori pubblici. Dopo l’approvazione di Criteri ambientali minimi (Cam) da parte del ministero dell’Ambiente le Pa possono richiedere che le imprese esibiscano anche un certificato ambientale (Emas, Iso 14001 ) a titolo di requisito di qualificazione. È l’importante chiarimento che arriva dall’Anticorruzione, in risposta alla richiesta di parere (precontenzioso) inviata da un concorrente a una gara per la riqualificazione di una scuola in Piemonte.

A sollevare il problema un’impresa che riteneva illegittima la richiesta della stazione appaltante sulla base del principio secondo il quale per provare l’idoneità dei costruttori a realizzare lavori pubblici superiori a 150mila euro basta l’attestato Soa. E che al massimo le indicazioni dei Cam sulle certificazioni ambientali dovrebbero essere usate criterio premiale nella fase di valutazione delle offerte.

L’Anac respinge questa impostazione. Innanzitutto l’Autorità come prima cosa riconosce che il ricorso ai criteri di selezioni indicati dal decreto del ministero dell’Ambiente (Dm 11 ottobre 2017 e i chiarimenti pubblicati successivamente) non è obbligatorio. rappresentano però una chiara indicazione alle stazioni appaltanti per il raggiungimento degli obiettivi ambientali previsti dal piano di azione per le Pa. Inoltre, si legge nel parere, «soprattutto in caso di gare per lavori, sono fortemente consigliati per i risvolti positivi che può avere la gestione ambientale dell’impresa o la corretta gestione del personale». In questo senso, «quindi, la certificazione Emas non si pone in contrasto con il sistema unico di qualificazione ma lo integra».

La conseguenza è che la clausola del bando che richiede il possesso di un certificato ambientale come requisito a una gara di lavori, per l’Anac, non è illegittima. Con la postilla che il suo possesso può anche essere oggetto di avvalimento.

 Fonte: Edilizia e Territorio

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In Italia sono presenti circa 30mila enti appaltanti e, nel settore delle costruzioni, sono circa 26mila le aziende già certificate per i sistemi di gestione

È stato firmato a Roma il protocollo d’intesa tra Accredia, l’ente unico nazionale di accreditamento, Uni, l’ente italiano di normazione e Itaca, l’Istituto per l’innovazione e la trasparenza negli appalti e la compatibilità ambientale, che punta a fornire alle stazioni appaltanti una migliore conoscenza e fruizione della normazione tecnica e delle valutazioni di conformità accreditate.
Il protocollo prevede la collaborazione dei tre enti nella realizzazione di attività di formazione, diffusione e aggiornamento che, dopo il via libera della conferenza delle regioni e delle province autonome, è stato siglato, presso la sede di Accredia, alla presenza di Giuseppe Rossi, presidente di Accredia, Piero Torretta, presidente di Uni, e Anna Casini, Presidente di Itaca. 

Dopo l’entrata in vigore del Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 50/2016), la normazione tecnica e le valutazioni di conformità accreditate – certificazioni, prove e tarature – hanno assunto un ruolo centrale. 
Le certificazioni accreditate «a norma Uni» per la qualificazione degli operatori economici, delle stazioni appaltanti e come mezzi di prova per dimostrare la conformità dei prodotti o servizi ai requisiti richiesti dall’appalto così come ai criteri ambientali minimi, frequente rappresentano una novità di rilievo nella nuova disciplina degli appalti pubblici. Le certificazioni infatti non solo consentono di verificare le caratteristiche di servizi, materiali e prodotti ai requisiti richiesti ma permettono anche di semplificare i compiti delle stazioni appaltanti, che si affidano alle attività di verifica svolte dagli organismi di certificazione e dai laboratori, accreditati da Accredia. Inoltre, il nuovo codice ha previsto un criterio premiante per le stazioni appaltanti che introducono sistemi di gestione della qualità degli uffici e dei procedimenti di gara, certificati da organismi accreditati, finalizzato alla qualificazione delle stesse. 

Basti pensare che in Italia sono presenti circa 30mila stazioni appaltanti e, nel settore delle costruzioni, sono circa 26mila le aziende già certificate per i sistemi di gestione, di cui 23.700 per la qualità UNI EN ISO 9001 e circa 2.200 per la gestione ambientale UNI EN ISO 14001.
Spesso però il richiamo alla normazione tecnica e alle valutazioni di conformità accreditate presente nella documentazione di gara è poco precisa e rischia di generare un aumento nei tempi di aggiudicazione e contenzioso. Per questo motivo, i tre enti hanno deciso di cooperare e attivare un supporto operativo alle amministrazioni, 

La prima attività nell’ambito del protocollo, prevista già ad inizio 2019, consisterà nella divulgazione sulle piattaforme web coordinate da Itaca di una serie di moduli formativi e-learning rivolti alle stazioni appaltanti, e focalizzati sulle disposizioni del codice appalti in cui si richiama esplicitamente la normazione tecnica e le valutazioni di conformità accreditate.

«Quello degli appalti pubblici è un settore nevralgico per il nostro Paese, con un volume d’affari generato che si avvicina ai 139 miliardi di euro pari a circa l’8% del Pil. Per questo, è necessario che i bandi di gara, laddove facciano riferimento alle valutazioni di conformità accreditate per qualificare gli operatori economici e i prodotti e servizi, oggetto dei bandi, contengano delle indicazioni precise, così da agevolare imprese e Pa e ridurre la possibilità di contenzioso», ha dichiarato Giuseppe Rossi. «Su questo aspetto, Accredia, già da diverso tempo, ha offerto la sua collaborazione alle pubbliche amministrazioni, sia con la pubblicazione delle linee guida per le stazioni appaltanti, sulle quali stiamo lavorando con Uni per un aggiornamento, sia mettendo a disposizione le proprie banche dati su accreditamenti e certificazioni, per fornire tutte le informazioni possibili relative a questo mercato». 

«Gli acquisti delle pubbliche amministrazioni sono strumenti di politica industriale in conseguenza dell’influenza esercitata dal loro peso sugli operatori, che in alcuni casi agiscono in mercati quasi esclusivamente pubblici», ha affermato Piero Torretta. «Analoga influenza determina – o meno – il grado di innovatività dei settori. Poichè questi fenomeni si estendono lungo la catena di fornitura, il ricorso puntuale e corretto alle norme Uni da parte delle stazioni appaltanti diventa un obiettivo irrinunciabile per il Paese». 

«L’importante esperienza del piano nazionale straordinario di formazione sulla nuova disciplina dei contratti pubblici, erogato da Itaca, Sna e dalle Regioni italiane alle stazioni appaltanti e alle centrali di committenza, ha permesso di scoprire l’enorme potenzialità di un sistema formativo a rete di livello centrale e locale». È quanto dichiara il presidente di Itaca Anna Casini. «Il codice dei contratti pubblici ha assegnato alle Regioni un ruolo preminente di supporto e assistenza alle stazioni appaltanti di ambito territoriale nell’applicazione della nuova disciplina, a tutela della trasparenza e della legalità. Da questa esperienza nasce proprio l’idea di questo protocollo d’intesa. Le attività formative che realizzeremo con Uni e Accredia rappresentano un valido ausilio alle strategie di incentivazione dello sviluppo delle conoscenze nelle pubbliche amministrazioni nell’ottica del perseguimento di servizi pubblici sempre più efficienti ed innovativi».

 Fonte: Edilizia e Territorio

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Le gare italiane pubblicate sulla gazzetta comunitaria sono passate dalle 779 unità dei primi undici mesi del 2017 alle 952 del 2018 (+22,2%)

Sono negativi gli ultimi dati sul mercato della progettazione di opere pubbliche in Italia: nell’ultimo mese sono state bandite 202 gare per servizi di sola progettazione (40 sopra soglia), per un valore di 43,0 milioni di euro (33,1 sopra soglia), rispetto al precedente mese di ottobre il numero cala del 29,1% e il valore del 52,9%; rispetto a novembre 2017 si registra un calo del 29,9% in numero e dell’80,8% in valore. Il crollo del valore è dovuto al confronto con i 32 maxi accordi quadro Anas da 192 milioni di euro, pubblicati nel mese di novembre 2017, senza i quali novembre 2018 sarebbe a +55,8%. Secondo l’osservatorio Cresme Europa Servizi negli undici mesi del 2018 le gare sono state 2.844, -11,7% sul 2017, per un importo complessivo di 530,5 milioni, -25,3% rispetto agli stessi mesi del 2017. Escludendo i maxi bandi Anas già il valore degli undici mesi sarebbe a +3,3%.

Da gennaio a novembre per il totale dei servizi di ingegneria e architettura sono state bandite 5.317 gare per un importo complessivo di 1.074,3 milioni di euro che, confrontati con i primi undici mesi del 2017, mostrano il calo dello 2,7% nel numero (+22,2% sopra soglia) ma l’aumento del 6,3% nel valore (-1,6% sopra soglia). 

«Dati in campo negativo a novembre per i bandi di sola progettazione – ha dichiarato Gabriele Scicolone, presidente Oice –: pesa il confronto con i maxi accordi quadro Anas pubblicati a novembre 2017, prescindendo dai quali novembre sarebbe ampiamente positivo, così come gli undici mesi dell’anno in corso. Rimane ancora sopra i livelli dello scorso anno il mercato di tutti i servizi di ingegneria e architettura, ma siamo molto preoccupati sul futuro.
Crediamo che le voci di un intervento di revisione totale delle regole, condito da norme di semplificazione non ancora definite, abbiano già provocato un rallentamento dell’azione amministrativa negativo per il settore della progettazione. È poi ancora in ballo la cosiddetta centrale di progettazione nella legge di bilancio: temiamo molto che questa diventerà, alla fine, una centrale di subappalto di progettazione e di relativi supporti, uno strumento inutile, costoso e inefficiente, oltre che antistorico».

«Abbiamo inoltre più che una preoccupazione – ha continuato Scicolone – su come si vuole semplificare il settore: si crede di risolvere tutto con affidamenti diretti fino alla soglia europea, con il ritorno all’appalto integrato e all’incentivo del 2% per progettare a favore di dipendenti tecnici della Pa che a nostro avviso dovrebbero essere incentivati a svolgere con efficienza la funzione di Rup e di gestione della commessa. E poi una riforma complessiva del codice, con una legge delega, un nuovo decreto delegato e un regolamento attuativo non aiuteranno certamente a sbloccare alcunché, semmai il contrario. Siamo a favore di interventi mirati – ha concluso il presidente Oice – che puntino a ridurre i “tempi di attraversamento” a velocizzare l’azione amministrativa, ma nel rispetto della centralità del progetto esecutivo e dei ruoli di ogni attore coinvolto nella complessa procedura che porta ad un’opera pubblica che deve essere ben programmata, progettata, validata e realizzata, oltre che ben remunerata».

Per il totale dei servizi di ingegneria e architettura, nel mese di novembre cala sia il numero sia il valore delle gare: ne sono state rilevate 408 per un valore di 82,8 milioni di euro, -21,4% in numero e -65,2% in valore rispetto a novembre 2017. Rispetto al precedente mese di ottobre ancora -32,6% in numero e -43,9% in valore.

Le gare italiane pubblicate sulla gazzetta comunitaria sono passate dalle 779 unità dei primi undici mesi del 2017, alle 952 degli undici mesi appena trascorsi, con un aumento del 22,2%. Nell’insieme dei paesi dell’Unione europea il numero dei bandi presenta, nello stesso periodo, un incremento dell’11,1%. Cresce negli undici mesi del 2018 l’incidenza del nostro Paese continuando però ad attestarsi su un modesto 3,6%, un dato di gran lunga inferiore rispetto a quello di paesi di paragonabile rilevanza economica: Francia 24,3%, Germania 23,9%, Polonia 13,4% e Svezia 4,3%.

 Fonte: Edilizia e Territorio

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L’emendamento presentato dai relatori prova anche a rendere meno faticoso l’iter per la concessione delle risorse

Il fondo gestito da Cassa depositi e prestiti per finanziare l’attività di progettazione dei Comuni e riservato in via prioritaria ai progetti dotati di cofinanziamento Ue potrebbe essere rivolto anche alle opere da realizzare con il contributo dei privati. La novità è contenuta in uno degli emendamenti alla legge di Bilancio presentato dai relatori in commissione al Senato che prevede anche diverse altre misure nel tentativo di rendere più efficiente e fluida la gestione delle risorse con l’obiettivo dichiarato di «accelerare ulteriormente la spesa per investimenti pubblici».

L’emendamento interviene sulla Finanziaria del 1996 (legge 549/1995) che ha istituito il Fondo per la progettualità gestito da Cdp. Il Fondo ha natura “rotativa” e pertanto le sue disponibilità vengono ricostituite attraverso i rimborsi da parte degli utilizzatori e anticipa le spese per le attività di progettazione di Comuni, Regioni e altre amministrazioni pubbliche. La prima novità riguarda la possibilità di rivolgersi al fondo anche per progettare le opere da realizzare insieme ai privati in aggiunta «alla realizzazione degli interventi ammessi al cofinanziamento comunitari». Le risorse, inoltre, potranno essere usate per anticipare le spese relative alla valutazione di impatto ambientale e alla redazione dei documenti di tutti i livelli progettuali previsti dalle norme.

Un’altra novità forte, in caso di approvazione dell’emendamento, riguarderebbe la cancellazione dell’obbligo di assegnare le risorse del fondo in base a percentuali predefinite. Salterebbero così l’obbligo di distribuire il 30% del fondo all’edilizia scolastica, il 60% a progetti da realizzare nelle aree depresse e il restante 10% a progetti relativi alle cosiddette opere strategiche. Con la coercizione proposta rimarrebbe solo l’indicazione secondo la quale «quote del fondo possono essere destinate in via prioritaria» a scuole, interventi antisismici e, appunto, opere da realizzare con formule di partenariato pubblico privato. La possibilità di riservare il 30% del fondo ai progetti di edilizia scolastica, prevede sempre l’emendamento, rimarrebbe comunque almeno fino al 31 dicembre 2020.

L’emendamento inoltre farebbe saltare anche il tetto che al momento impone di finanziare progetti entro una quota massima del 10% del costo presunto dei lavori, facendo piazza pulita anche del paletto che obbliga a corredare con un faticoso elenco di documenti istruttori la richiesta di finanziamento dei progetti di opere superiori a 4 milioni. Semplificato anche il procedimento di revoca eliminando il passaggio obbligatorio in Cda di Cassa depositi.

 Fonte: Edilizia e Territorio

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Un emendamento dei relatori al Ddl bilancio affida l’organizzazione della nuova struttura a un Dpcm da approvare entro gennaio

Più tempo per organizzare la centrale per la progettazione delle opere pubbliche. Va in questo senso un emendamento alla manovra presentato dai relatori del Ddl bilancio in Senato. La proposta emendativa prevede la sostituzione integrale dell’attuale norma sulla centrale per la progettazione delle opere pubbliche (commi 86-93). La novità più rilevante è che la sua istituzione non avverrà più dal 1° gennaio 2019, come prevede l’attuale testo. L’attuazione della nuova struttura viene invece demandata a un Dpcm da adottarsi entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge di bilancio, cioè entro il 30 gennaio, se la norma sarà approvata. 

Il Dpcm dovrà indicare «denominazione», «allocazione», «modalità di organizzazione» e «funzioni» della nuova struttura. Di fatto, l’emendamento tira una riga su tutto quello che si è detto finora sul futuro assetto della struttura, rimettendo la questione al governo su tutte gli aspetti più sensibili, a cominciare sull’incardinamento della centrale e sulla sua gestione. Confermato il ricorso facoltativo alla struttura da parte delle varie amministrazioni pubbliche. Confermata anche la dimensione del personale che vi lavorerà: massimo 300 addetti, di cui massimo 70% tecnici e massimo 5% con qualifica di dirigente.

Quello che cambia in modo rilevante, sono invece compiti e funzioni della centrale. Se, approvato in questi termini, l’emendamento rimette tutto in discussione. Viene infatti integralmente cancellata la lista molto dettagliata delle attività previste dal Ddl bilancio per essere sostituita da una norma molto più vaga. La struttura, prevede l’emendamento, svolge la sua attività al «fine di favorire lo sviluppo e l’efficienza della progettazione e degli investimenti pubblici, di contribuire alla valorizzazione, innovazione tecnologica, efficientamento energetico e ambientale nella progettazione e nella realizzazione di edifici e beni pubblici, alla progettazione degli interventi di realizzazione e manutenzione, ordinaria e straordinaria, di edifici e beni pubblici, anche in relazione all’edilizia statale, scolastica, universitaria, sanitaria e carceraria, alla predisposizione di modelli innovativi progettuali ed esecutivi per edifici pubblici e opere similari e connesse o con elevato grado di uniformità e ripetitività».

LEGGI L’EMENDAMENTO DEI RELATORI SULLA CENTRALE DI PROGETTAZIONE

 Fonte: Edilizia e Territorio

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Confermato nell’articolo 1, commi 86-93 del Disegno di legge di Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019, approvato dalla Camera dei Deputati l’8 dicembre 2018, il provvedimento relativo alla Centrale per la progettazione delle opere pubbliche.

 Fonte: Lavori Pubblici

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Un documento si sofferma sulla cultura organizzativa e della sicurezza. La cultura della sicurezza è suscettibile di cambiamenti? Come affrontare il cambiamento di simboli e valori? Cosa è una cultura informata?

 Fonte: Punto Sicuro

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Siamo merce e non si tratta di una grande novità. Abbiamo accettato senza problemi di barattare i nostri dati personali con uno o più servizi della società dell’informazione. Un dato di fatto che non può essere oggetto di discussioni o dibattiti perché ognuno è libero di rivelare a chi vuole anche i dettagli più intimi della sua vita.

Tecnicamente si chiama privacy e nessuna legge al mondo può definirne i contorni, ma può fare altro. Proprio la natura “economica” dei dati personali li rende simili al denaro e quindi a un bene di “valore” con un proprietario e questo consente a una norma di imporre dei criteri a protezione e tutela di essi. In questo senso l’Unione europea con l’emanazione del Gdpr ha posto una pietra miliare in materia, riconoscendo da un lato la valenza economica del dato personale, dall’altro la necessità della sua protezione dai rischi di uso improprio.

Nel contesto hanno assunto un ruolo centrale il tema degli incidenti alla sicurezza dei dati e sulla questione le idee sono ancora piuttosto confuse perché nell’immaginario collettivo si tende a considerare tale soltanto il furto di informazioni. Se per la stragrande maggioranza l’ennesima violazione della Piattaforma Rousseau è palesemente un incidente di sicurezza, molti meno considererebbero tale un improvviso malfunzionamento informatico che priva un pronto soccorso dei risultati della analisi dei pazienti. Eppure si tratta di due situazioni analoghe perché la sicurezza delle informazioni si occupa di evitare che la disponibilità, la riservatezza e l’integrità delle informazioni venga meno.

Diventa centrale comprendere i rischi che si devono fronteggiare e questo per due ottime ragioni. La prima perché la sicurezza, per quanto strano possa sembrare, è relativa. Non è accettabile che essa impedisca a un’organizzazione di perseguire i suoi obiettivi. Per riprendere un esempio precedente, non sarebbero ragionevoli forti limitazioni all’accesso ai dati dei pazienti in un pronto soccorso dove è in gioco il diritto alla vita. In secondo luogo il contesto e la natura di quello che si vuole proteggere implica diverse necessità di sicurezza. Da molti anni gli istituti finanziari sono alle prese con la protezione dei sistemi di home banking per la semplice ragione che sono un obiettivo privilegiato dei criminali data la natura del bene che gestiscono. Poi esistono elementi soggettivi come la “visibilità” che inevitabilmente influenzano il livello di rischio. La Piattaforma Rousseau per ragioni evidenti è certamente più esposta ad attacchi rispetto a la maggioranza dei
siti presenti sul web.

Tutte queste considerazione, però, implicano che le organizzazioni facciano un salto di qualità culturale, introducendo nella loro quotidianità il tema della valutazione del rischio connesso alle nuove tecnologie con tutte le conseguenza in materia di sicurezza che implica. Si tratta di abbandonare un approccio basato su regole immutabili perché nessuno può stabilire quali siano contromisure adeguate senza avere una chiara visione dei rischi da contrastare. Questo sarà il primo passo, perché comunque gli incidenti continueranno a verificarsi, quindi sarà necessario immaginare come contenerne le conseguenze e distinguere tra sicurezza proattiva e reattiva: non basta prevenire è necessario anche sapere curare.
Sostenere che la conoscenza sia una discriminante della capacità umana di agire correttamente appare di una banalità assoluta; altrettanto evidente è l’idea secondo cui essa si basa sulle informazioni. Nessuno potrà sollevare obiezioni degne di nota se sosteniamo che su di esse si decidono i destini di nazioni, uomini e aziende.

Facciamo un passo avanti. La nostra stessa vita dipende da una quantità enorme di oggetti ognuno dei quali opera sulla base di informazioni: i termostati regolano accensione e spegnimento delle caldaie tenendo conto delle temperature, i navigatori satellitari ci guidano in funzione della nostra posizione, i sistemi antifurto permettono di accedere a un’abitazione se viene inserito un codice corretto. Quando le informazioni perdono anche soltanto una delle loro tre caratteristiche essenziali (integrità, riservatezza e disponibilità) questi e decine di altri oggetti non svolgeranno correttamente la loro funzione. A questo punto andiamo fino in fondo.
Siamo stringhe. E non guardatevi le scarpe, perché non sono quelle. Stiamo parlando di sequenze di numeri, lettere, simboli. La nostra esistenza su questo pianeta è rivelata e determinata da un certo numero di sequenze alfanumeriche: il codice fiscale, l’Iban e il numero della carta d’identità ne sono esempi. Sono queste informazioni che ci definiscono e rappresentano univocamente con invidiabile sintesi. È lapalissiano, come abbiamo già evidenziato, che per ogni essere umano tali stringhe siano un bene prezioso.

Se noi siamo informazioni le cui scelte sono determinate dalle informazioni e viviamo circondati da oggetti il cui funzionamento dipende dalle informazioni, quanto è importante che esse abbiano un «carattere assolutamente attendibile e degno di credito» così come recita la terza definizione di sicurezza tratta dal Dizionario della lingua Italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli?

Alessandro Curioni, Presidente di Di.Gi. Academy

 Fonte: Il Sole 24 Ore

Schematizzati in modo più chiaro gli illeciti professionali. Annunciati emendamenti sui limiti 80-20 e 60-40 delle concessionarie

 Fonte: Edilportale

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Le prime indicazioni dell’Anci e Comuni: i casi in cui è ancora possibile scegliere i commissari interni (ma non il presidente)

Nessuno slittamento per l’entrata a regime delle nuove regole sui commissari esterni per l’aggiudicazione degli appalti. L’Anac ha confermato la volontà di partire dal 15 gennaio prossimo, utilizzando l’apposito strumento per procedere al sorteggio dei componenti della commissione giudicatrice. Anche le prime istruzioni operative fornite dall’Anci ai comuni è da leggere soprattutto come una ulteriore conferma sull’entrata a regime della nuova procedura. La nota dell’Anci, infatti, aggiunge poco alle istruzioni operative sull’attuazione degli articoli 77 e 78 del codice appalti già fornite dall’Anticorruzione nel luglio scorso

L’obbligo scatta per i bandi con scadenza dal 15 gennaio in poi
Per prima cosa, l’Anci ricorda ai comuni che dal 15 gennaio 2019 cessa la possibilità di scegliere in autonomia i commissari di gara ed entra allo stesso tempo in vigore il nuovo criterio per la formazione delle commissioni, indicato appunto dagli articoli 77 e 78 del codice. La procedura passa per l’utilizzo di un apposito tool che l’Anac ha predisposto e reso operativo dal 10 settembre scorso allo scopo di selezionare, attraverso un sorteggio, i componenti esterni, incluso il presidente della commissione. Il ricorso all’applicativo Anac è obbligatorio, ricorda l’Anci (richiamando le linee guida Anac), quando i «bandi o gli avvisi prevedono termini di scadenza della presentazione delle offerte a partire dal 15 gennaio 2019». La nuova procedura va applicata a tutti i bandi con aggiudicazione in base al criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

Comuni non capoluogo di provincia
Nel caso dei comuni non capoluogo di provincia che si rivolgono alle centrali di committenza, spiega l’Anci, «è considerato interno alla stazione appaltante il commissario di gara scelto tra i dipendenti dei diversi enti aggregati, anche nell’ipotesi in cui non sia stato perfezionato l’iter di costituzione delle forme aggregative, ma a condizione che si sia deliberato di dar vita a forme aggregative». 

Commissari interni e presidente esterno
L’obbligo di nomina dei commissari, prosegue la nota Anci, «è assoluto – commissari e presidenti – per tutti gli appalti di lavori sopra un milione di euro e per servizi e forniture sopra la soglia comunitaria». In casi specifici, «le stazioni appaltanti potranno, invece, nominare alcuni componenti interni – ad esclusione del Presidente – nel rispetto del principio di rotazione». Le eccezioni sono possibili in tre circostanze. I primi due casi sono gli affidamenti sottosoglia di servizi e forniture e l’affidamento di lavori di importo inferiore al milione di euro. Il terzo caso è l’affidamento di contratti «che non presentano particolare complessità». «Sono considerati di non particolare complessità – spiega l’Anci – le procedure svolte attraverso i sistemi dinamici di acquisizione» (art. 55) e le «procedure interamente gestite tramite piattaforme telematiche di negoziazione» (art. 58).

La procedura per gli appalti complessi
Nel caso dei affidamento di «contratti di servizi e forniture di elevato contenuto scientifico, tecnologico o innovativo», l’Anci ricorda che l’Anac può scegliere i componenti della commissione giudicatrice «anche tra gli esperti interni alla stazione appaltante, previa richiesta della stazione appaltante e con un confronto con la stessa». In questo caso, l’Anci ricorda che la richiesta motivata va inviata all’Anac «entro 30 giorni antecedenti il termine per la richiesta dell’elenco dei candidati».

LE ISTRUZIONI OPERATIVE DELL’ANCI SUI COMMISSARI DI GARA

Fonte: Editoria e Territorio

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La copertura assicurativa per i danni derivanti dall’attività non sarà più richiesta all’iscrizione ma al momento di svolgere il primo incarico.

L’obbligo di copertura assicurativa contro i danni derivanti dall’attività di commissario di gara non dovrà più essere assolto al momento dell’iscrizione all nuovo albo gestito dall’Anac, ma solo al momento di accettazione dell’incarico. È una delle semplificazioni che l’Autorità Anticorruzione ha intenzione di varare in vista della scadenza del 15 gennaio, data a partire dalla quale le stazioni appaltanti dovranno obbligatoriamente attingere all’elenco di esperti gestito dall’Autorità per nominare i commissari di gare d’appalto, da aggiudicare con il criterio dell’offerta più vantaggiosa.

La precisazione, insieme all’ampliamento del ventaglio delle varie sottosezioni in cui è diviso l’elenco, arriva a poche settimane dal “big bang” che impedirà alle stazioni appaltanti di continuare a nominare i commissari tra i propri dipendenti per una larga fetta di appalti. Per i lavori dovranno essere nominati soltano membri esterni in caso di gare con importo superiore al milione. Per i servizi la stessa cosa accadrà per le gare oltre la soglia comunitaria di 221mila euro. Non solo, sul fonte dei lavori, anche per le gare sotto al milione – in caso di aggiudicazione all’offerta più vantaggiosa – almeno il presidente dovrà essere scelto tra gli esperti indipendenti.

Il problema, è che al momento il servizio messo in piedi dall’Anac – raggiungibile da qui– conta circa un migliaio di iscritti. Un numero ancora insufficiente a garantire la piena operatività del sistema. E questo spiega la scelta di agevolare il più possibile la corsa alle iscrizioni in questo ultimo periodo. Anche consentendo, almeno per un primo periodo, la possibilità di iscriversi all’albo senza dover garantire da subito la disponibilità di coperture assicurative, con premi spesso molto onerosi. La garanzia, allora, dovrà essere esibita soltanto all’accettazione del primo incarico da commissario.

Una mano a far saltare il tappo delle iscrizioni, sperano a Via Minghetti, dovrebbe arrivare anche dal semplice fatto che tra pochi giorni inizia il nuovo anno. Cosa c’entra? È probabile, si ragiona, che tanti professionisti abbiano tenuto finora “congelata” l’intenzione di iscriversi per non dover pagare a vuoto la tassa di iscrizione da 168 euro. Un po’ come accade con le immatricolazioni delle auto. In fondo basta aspettare pochi giorni e si dovrà pagare soltanto la quota del 2019.

Quello che è certo è che al momento non sono in vista ripensamenti. Dall’Autorità piuttosto filtrano inviti ad “allacciare le cinture”. La data di partenza rimane fissata, come previsto, per il 15 gennaio.

Fonte: Editoria e Territorio

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I top manager italiani (8 su 10) sono ben consapevoli dei cambiamenti dell’industria 4.0 ma si dichiarano incerti sulle strategie da implementare e mancano figure professionali adeguatamente preparate.

Fonte: Business People

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Stop alla legge della Regione Puglia che introduce regole speciali per il dibattito pubblico

Le Regioni non possono utilizzare i propri poteri per bloccare la realizzazione di un’opera pubblica di rilevanza nazionale per un tempo indefinito. È questa una delle motivazioni che hanno portato la Corte costituzionale a bocciare ieri un pezzo molto rilevante della legge pugliese n. 28 del 2017 (clicca qui per la sentenza), anche nota come «legge sulla partecipazione», una delle norme manifesto del governatore Michele Emiliano.

Poche settimane fa lo stesso presidente della Regione aveva chiesto al premier, Giuseppe Conte di rinunciare all’impugnativa, frutto di un’iniziativa del’esecutivo Gentiloni, spiegando che «se fosse stata applicata in passato una legge sulla partecipazione, siamo certi che conflitti come quello determinatosi sulla scelta dell’approdo Tap, si sarebbero potuti evitare, concertando la soluzione migliore per questa opera strategica». La legge 28/2017, infatti, non sarebbe stata applicabile al gasdotto, ormai in fase troppo avanzata, ma in caso di conferma della Consulta sarebbe stata utilizzata in futuro per situazioni simili.

Il punto contestato dal Governo riguardava la possibilità di attivare un «dibattito pubblico» (cioè, il coinvolgimento dei territori in fase di progettazione di un’infrastruttura) per alcune opere nazionali «per le quali la Regione Puglia è chiamata a esprimersi». Tra queste rientrano infrastrutture stradali e ferroviarie, elettrodotti, impianti per il trasporto e lo stoccaggio di combustibili, porti, aeroporti, dighe, reti di radiocomunicazione, trivellazioni a terra e a mare. Stando a questo assetto, quando la Regione fosse stata chiamata a emanare un qualsiasi atto collegato all’intervento, avrebbe potuto sospendere il suo procedimento, congelando l’opera, in attesa della consultazione popolare.

Per la Consulta, però, ci sono almeno due problemi. Il primo è che, a maggio scorso, il Dpcm 76 del 2018 ha disciplinato una procedura nazionale di dibattito pubblico. Si tratta – spiega la sentenza – «di una disciplina esaustiva dell’istituto»; per questo «è da escludere che soggetti diversi da quelli individuati possano prendere l’iniziativa». Vengono, insomma, invase le competenze statali.

C’è, però, un secondo problema, più sostanziale. La consultazione popolare nazionale, infatti, è stata organizzata cercando «un punto di equilibrio» tra le esigenze della partecipazione e quelle dell’efficienza. Resta, cioè, fondamentale evitare «un ingiustificato appesantimento dell’intera procedura» che porta a realizzare gli interventi. Il potere di sospendere l’emanazione degli atti della Regione, in attesa della consultazione popolare, consente di fatto «di bloccare la realizzazione dell’opera per un tempo indefinito». Un assetto normativo «preoccupante», per la Consulta, che viola il principio di buon andamento della Pa. Ed è per questo incostituzionale.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Nuove norme da applicare ai bandi pubblicati dopo il 15 dicembre. Affidare la riforma alla delega rischia di scontrarsi con i tempi lunghi dell’approvazione del Ddl

La sostanza rimane più o meno la stessa, ma cambia la forma. Più chiara e (si spera) semplice da applicare per le stazioni appaltanti che avevano trovato non poche difficoltà nel dare un attuazione univoca alle norme che permettono di escludere dalle gare d’appalto le imprese con macchie sul curriculum.

Con l’unica norma rimasta nel decreto Semplificazioni dopo lo stralcio del “pacchetto appalti”, il governo interviene sulle cause di esclusione per “gravi illeciti professionali”, disciplinate dall’articolo 80 (comma 5) del codice dei contratti.

Il decreto, che prende il numero 135/2018, contiene una norma che sostituisce interamente la lettera c) che regola i gravi illeciti, sostituendola con una nuova norma, articolata in tre minicapitoli. Il primo ribadisce che tocca alla stazione appaltante dimostrare “con mezzi adeguati” che i comportamenti contestati in precedenza all’impresa la rendono inaffidabile. Il secondo stabilisce che (in sintesi) può essere escluso chi abbia fornito informazioni fuorvianti o abbia tentato di influenzare a proprio vantaggio le decisioni della commissione giudicatrice. Il terzo precisa che merita il cartellino rosso anche l’imprenditore la cui “performance” in un precedente appalto abbia causato la risoluzione per inadempimento o abbia portato a una condanna di risarcimento danni. 

Qui c’è la prima sostanziale novità. Dal nuovo testo sparisce infatti il riferimento al fatto che la risoluzione del contratto debba essere stata «non contestata in giudizio ovvero confermata all’esito di un giudizio». Dunque in qualche modo accettata dall’impresa o confermata da un Tribunale. Inoltre, è questa l’altra novità, in questo caso la stazione appaltante deve motivare la scelta di escludere il concorrente tenendo conto anche del tempo trascorso dalla violazione e della sua gravità.

Le norme “semplificate” sull’esclusione per gravi illeciti si applicano ai bandi pubblicati dopo il 15 dicembre (o nel caso di procedure senza bando alle lettere di invito spedite dopo la stessa data).

Di certo, però, non è questa la norma che permetterà di sbloccare gli investimenti incagliati e l’immobilismo denunciato dalle imprese. Tutta l’attenzione si sposta ora sulla conversione in legge del decreto, fase in cui il Governo ha già annunciato di voler fare atterrare una serie di emendamenti di semplificazione del codice appalti. Uno, per restituire ai concessionari l’opportunità di eseguire in proprio gli appalti senza incorrere nella “tagliola” delle quote sulle gare, è già stato annunciato dal Mise. Molti altri ne serviranno, per andare incontro alle criticità evidenziate da aziende e stazioni appaltanti. Magari senza smontare le cose che hanno dimostrato di poter funzionare. E anche provando a portare avanti le innovazioni che possono portare a maggiori efficienze nel lungo periodo.

Qualunque direzione il Governo decida di prendere è però chiaro che è questo il treno su cui salire per mettere subito benzina nello sfiancato motore edilizio. Rimettersi alla delega significa semplicemente rinviare (forse sine die, viste le crescenti difficoltà di Governo) il problema.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il sottosegretario allo Sviluppo economico Cioffi annuncia la modifica al codice tramite un emendamento in sede di conversione del Dl Semplificazioni

Il ministero dello Sviluppo economico proporrà una modifica al codice degli appalti per dare ai concessionari la possibilità di eseguire in proprio gli appalti, senza includere anche queste attività nelle quote di contratti da assegnare con gara. La modifica, annuncia il sottosegretario del Mise Andrea Cioffi, arriverà con un emendamento che sarà presentato in sede di conversione del decreto Semplificazioni.

La modifica va a toccare una corda sensibilissima per società concessionarie (non solo autostradali) e sindacati. Ed è stata al centro di un lunghissimo tira e molla nella fase di stesura e poi di correzione del Dlgs 50/2016. A rimettere in gioco la questione sarebbe, secondo Cioffi, il parere del Consiglio di Stato, espresso lo scorso giugno sullelinee guida Anac (n.11/2018), deputate a regolare la questione di come calcolare le quote di appalto da assegnare obbligatoriamente con gara da parte dei concessionari (60% nelle autostrade, 80% negli altri casi).

Nel parere, il Consiglio di Stato ha escluso che in base alla normativa attuale i lavori eseguiti dai concessionari con mezzi propri possano essere esclusi dal calcolo della quota minima di appalti da assegnare con gara. Una norma con questo scopo, ricorda Palazzo Spada, era anche stata inserita nel correttivo del 2017 (Dlgs 56/2017) nel tentativo di mitigare l’obbligo di esternalizzare l’80% dei lavori «sottraendovi tra l’altro – si legge nel parere – proprio le prestazioni eseguite direttamente dal concessionario».

Il punto che ha spinto Palazzo Spada a bocciare questa possibilità deriva dal principio contenuto nella legge delega che sta alla base del codice del 2016, secondo cui i concessionari hanno due possibilità: affidare con gara o eseguire in house in base alle quote stabilite.

Nello stesso parere, però, Palazzo Spada, pur ribadendo che non ci sono altre strade di interpretazione, sottolinea che la norma presenta alcuni dubbi di costituzionalità. «In particolare – si legge nel parere di giugno – l’obbligo di esternalizzare, per raggiungere la soglia dell’80%, anche attività che potrebbero essere eseguite in proprio avvalendosi esclusivamente della propria organizzazione aziendale, e dei mezzi, strumenti e risorse esclusivamente appartenenti al concessionario, sembra in contraddizione con i principi scaturenti dall’art. 41 cost.», che sancisce la libertà di impresa.

Di qui l’iniziativa annunciata da Cioffi. «Riteniamo – spiega il sottosegretario – che lo spirito della norma sia quello di garantire il massimo livello di trasparenza negli affidamenti. Stiamo lavorando, come suggerito anche nello stesso parere della Commissione speciale, ad una modifica dell’articolo 177 del Codice dei Contratti. Questo per garantire ai concessionari che intendano eseguire direttamente i lavori, di poterlo continuare a fare come in passato». «La modifica – conclude Cioffi – sarà inserita in fase di conversione tramite un emendamento al Decreto legge Semplificazioni».

Fonte: Edilizia e Territorio

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E’ netta la posizione della Commissione europea sul tema dei pagamenti Pa, come emerge dal parere emanato su richiesta specifica dell’Ance. L’Associazione nazionale costruttori, infatti, circa un mese fa ha interpellato gli uffici di Bruxelles sulle clausole di pagamento utilizzate dalle due più grandi stazioni appaltanti, Anas e Rfi, che prevedono il saldo dei lavori dopo 4/5 mesi dalla loro realizzazione.

Fonte: Lavori Pubblici

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Confermato nell’articolo 1, comma 67 del Disegno di legge di Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019, approvato dalla Camera dei Deputati l’8 dicembre 2018, il provvedimento relativo alle centrali di committenza provinciali.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Nell’attesa dell’entrata in vigore della nuova procedura prevista per l’individuazione e la nomina dei Commissari di gara (dal 15 gennaio 2019) ai sensi degli artt. 77 e 78 del D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti), l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) ha pubblicato una nota operativa per supportare i Comuni.

Fonte: Lavori Pubblici

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Con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135 (decreto “semplificazioni”)recante “Disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione” che è già in vigore.

Fonte: Lavori Pubblici

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I risultati di un questionario diffuso tra gli RLS sulle cause dell’aumento degli infortuni sul lavoro in Italia. Cosa fare per migliorare la prevenzione, le criticità che generano insicurezza e l’importanza di una formazione efficace.

Fonte: Punto Sicuro

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Leed e Breeam per i complessi terziari, Casa Clima per l’efficienza dell’involucro, Protocollo Itaca legato alla qualificazione dei bandi regionali, Lbc che promuove immobili autosufficienti, Well sul benessere indoor, Envision per le infrastrutture green e anche la grande famiglia dei protocolli made in Italy di Gbc, con focus peculiari su edifici storici e condominio. Sono tutti sistemi di rating per certificare la qualità energetica degli immobili e sono spesso complementari: per tutti l’obiettivo è migliorare la qualità dell’ambiente, abbattere le emissioni in edilizia e spingere il mercato verso un’economia circolare.
L’industria delle costruzioni pesa per per oltre il 40% sulle emissioni di CO2 e per un terzo sull’uso di acqua potabile. Eppure mai queste certificazioni hanno fatto sistema. Venerdì, a Milano, negli spazi del Politecnico e su iniziativa di Gbc Italia, i rappresentati dei diversi protocolli si sono però seduti attorno a uno stesso tavolo. Nel giorno in cui in Polonia si è chiusa la Conferenza sul clima Cop24, la parola chiave è stata decarbonizzare, è da qui che passa il futuro e il business dell’immobiliare. «Sarà la domanda a selezionare la qualità dell’offerta- ha spiegato Marco Dettori, presidente di Assimpredil Ance Milano -. Chi non garantirà certi standard, non avrà più appeal». L’integrazione è l’unica strada per un cambio di passo. «I protocolli devono imparare a dialogare – ha concluso Giuliano Dall’Ò, presidente di Gbc Italia -. Insieme bisogna ragionare su come innovare, innalzare il livello e far percepire alla committenza i vantaggi di progettare, realizzare e gestire green».

Fonte: Il Sole 24 Ore

A novembre 2018 il valore dei bandi pubblici nel settore costruzioni, per appalti superiori ai 2 milioni, è calato, rispetto ai valori registrati nel mese di novembre 2017, del 75,2%. Una diminuzione che, comprendendo anche quelli inferiori ai 2 milioni, passa al -65,4%. I dati emergono dall’Osservatorio mensile condotto da Integra, il consorzio di cooperative attivo nel settore delle costruzioni e dei servizi. «Il dato registrato quest’anno è l’effetto dell’onda lunga avvenuta dopo il blocco totale degli appalti nel 2016», ha spiegato a MF-Milano Finanza il presidente di Integra, Vincenzo Onorato, sottolineando che «è diventato quantomai necessario comprendere l’esigenza di una politica di rilancio del settore». Sebbene il calo fosse nell’aria, i dati mostrano una situazione strutturale. «Il mercato si sta posizionando intorno ai 12-14 miliardi, valori registrati dopo la crisi, e credo rimarremo su questa soglia», ha detto Onorato.

Attualmente il valore totale del mercato è di 13,05 miliardi, di poco superiore a quello dello stesso periodo del 2017, ma si prevede che a fine anno si attesti sotto l’anno precedente. «Si potrebbe parlare di inversione di tendenza rispetto ad anni drammatici come il 2016 e il 2017 (rispettivamente 10,5 e 14,5 miliardi, ndr) ma la soglia minima per una ripresa dovrebbe essere pari almeno a 15 miliardi di volumi a fine anno». Tra le maggiori cause da imputare al calo vi sono certamente la burocrazia, che dilata eccessivamente i tempi di avvio di pubblicazione del bando, e la scarsa capacità progettuale di alcune stazioni appaltanti.

Fonte: Milano Finanza

Presentati i risultati di ‘Civico 5.0’: solo il 6% degli edifici è in classe A mentre il 39% è in classe G

Fonte: Edilportale

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Un documento si sofferma sulla cultura organizzativa e della sicurezza. Cosa è la cultura della sicurezza? Quali sono gli elementi principali della cultura e il ruolo delle forze sociali? Quali sono le leve per il cambiamento e lo sviluppo?

Fonte: Punto Sicuro

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Via dal codice gli esempi che caratterizzavano la vecchia norma e che avevano causato più di una difficoltà operativa

Cambia lo scenario dell’accesso agli appalti pubblici. Con l’allungamento, ma anche il chiarimento, della lista di situazioni che porteranno le imprese ad essere escluse dalle procedure di gara. È questo, stando alle bozze uscite dal Cdm, l’unico tassello della riforma del Codice appalti rimasto nel decreto semplificazioni, atteso a breve alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale.

Il decreto interviene sulle regole in materia di contratti pubblici, per assicurare «la piena coerenza delle norme interne in tema di partecipazione alle gare con il contesto europeo», garantendo la piena tutela delle stazioni appaltanti in caso di «gravi illeciti professionali».

È un riferimento a uno dei passaggi più contestati del Codice appalti del 2016, l’articolo 80 sui requisiti di accesso alle gare, nella parte in cui colpisce con l’esclusione dalle procedure di appalto le imprese che si siano rese colpevoli di «gravi illeciti professionali», cioè di condotte che possano mettere in dubbio la loro integrità o affidabilità.

Questo punto mirava a valorizzare il curriculum degli operatori, premiando chi non si è mai macchiato di carenze in fase di esecuzione di un appalto. Il problema è che, al momento dell’applicazione, ha scatenato una molteplicità di interpretazioni diverse di stazioni appaltanti e giudici. Tanto che la norma è finita anche sotto la lente della Corte di Giustizia Ue.

Il decreto, allora, individua una soluzione, riscrivendo il Codice. E stabilisce che l’impresa, adesso, sarà esclusa quando la stazione appaltante dimostri con mezzi adeguati che l’operatore economico si è reso colpevole di gravi illeciti professionali, tali da rendere dubbia la sua integrità o affidabilità. Non ci sono più gli esempi che caratterizzavano la vecchia norma e che avevano causato più di una difficoltà operativa.

Negli altri casi non sarà più l’amministrazione ad avere l’onere di dimostrare l’illecito «con mezzi adeguati». L’operatore, allora, sarà escluso quando abbia tentato di influenzare indebitamente il processo decisionale della stazione appaltante o di ottenere informazioni riservate «ai fini di proprio vantaggio» oppure abbia fornito, anche per negligenza, informazioni false o fuorvianti suscettibili di influenzare le decisioni sull’esclusione, la selezione o l’aggiudicazione. O, ancora, quando abbia omesso le informazioni dovute ai fini del corretto svolgimento della procedura di selezione.

Ultima esclusione ci sarà quando l’impresa abbia dimostrato significative o persistenti carenze nell’esecuzione di un precedente contratto di appalto o di concessione che ne hanno causato la risoluzione per inadempimento o la condanna al risarcimento del danno o altre sanzioni comparabili. In questo caso, la stazione appaltante dovrà fare riferimento al tempo trascorso dalla violazione e alla sua gravità. L’elenco, rispetto alla precedente versione, punta a una maggiore chiarezza, perché quando richiede che le situazioni critiche abbiano determinato «la risoluzione per inadempimento» o abbiano comportato «una condanna per risarcimento o altre sanzioni comparabili».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Per le infrastrutture (come sempre) l’avvio è più lento: 5,8% entro il 2021. La tabella elaborata dall’ufficio studi della Camera

Il Dpcm Conte in pubblicazione in Gazzetta, che ripartisce il Fondo Investimenti (comma 140 legge di Bilancio 2017) per 35,53 miliardi di euro, stabilisce che le somme spendibili nei primi tre anni (2018-2020) sono pari a 4.280 milioni di euro, il 12% del totale. Di fatto, visto che il decreto arriva a fine 2018, sono spendibili in due anni, il 2019 e 2020. Il fondo ripartisce le risorse di cassa (spesa effettiva) dal 2018 al 2033, ma sono risorse subito impegnabili (contratti) e se necessario anticipabili con prestiti da Bei e CdP. Il nodo della spesa pubblica per investimenti è però sempre il contrario: più che problemi di cassa ci sono problemi di tempi lunghi, e dunque di risorse ferme nei cassetti. Dopo il Dpcm, infatti, che ripartisce le risorse per macrocapitoli di investimenti statali, dovranno essere fatti decreti ministeriali o predisposti i programmi specifici di spesa (ad esempio gli addendum ai contratti di programma con Anas e Rfi). In più, dopo la sentenza della Consulta, sui provvedimenti attuativi dovrà essere raggiunta l’intesa con Regioni e Comuni ove siano coinvolte loro competenze.

Il problema dei tempi lunghi di spesa riguarda (da sempre) soprattutto le opere pubbliche per infrastrutture di trasporto. Nel Dpcm 2018 del Fondo Investimenti è previsto che le risorse gestite dal Ministero delle Infrastrutture (13,2 miliardi, il 37%) spendibili nei primi tre anni siano solo 770 milioni, il 5,8% del totale contro una media del 12,8%. Non è una limitazione imposta al Mit, ma una presa d’atto del prevedibile tempo necessario per trasformare le risorse in cantieri. I fondi per le metropolitane, ad esempio, 2,3 miliardi di euro, su cui pure il bando per le richieste dei Comuni è stato avviato già nel marzo scorso e scade il 31 dicembre prossimo, non produrranno spesa prima di due-tre anni: nel bando si fissa infatti il 31 dicembre 2021 come limite ultimo per firmare i contratti di appalto.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Dalla bozza di decreto legge ‘Semplificazioni’ portata in Consiglio dei Ministri scompaiono i nuovi princìpi dei contratti pubblici.

Fonte: Edilportale

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Il consiglio Fs ufficializzerà il nuovo vertice il 19, slitta la separazione dei due gruppi

Sciolto il nodo del rinnovo del vertice Anas: la scelta del nuovo amministratore delegato è caduta su un dirigente interno, Massimo Simonini, mentre alla presidenza andrà Claudio Andrea Gemme, manager di lungo corso che era stata candidato dla ministro Toninelli anche come commissario alla ricostruzione del Ponte di Genova.

Il consiglio di amministrazione delle Fs ufficializzerà il nuovo vertice della controllata stradale nella riunione del 19 dicembre, su proposta dell’amministratore delegato, Gianfranco Battisti. Sulla nomina c’è il via libera del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli.

Non si farà, invece, entro l’anno la separazione Fs-Anas, come sembrava in un primo tempo nelle intenzioni di Toninelli e della componente M5S del governo. Il dossier ha bisogno ancora di tempo per sciogliere vari nodi, primo fra tutti dove sarebbe collocata la società, se al Mef o altrove, e come sarebbe pagato il pacchetto azionario. La decisione quindi slitta e non è escluso che, con l’eventuale conclusione dell’ingresso in Alitalia, Fs possa costituire almeno nella prima parte del 2019 un gruppo multimediale a 260 gradi ferro-cielo-strada-gomma.

Simonini, 55 anni, è attualmente un dirigente di terzo livello, responsabile di «Ponti, viadotti e gallerie» dell’Assetto Infrastrutturale Rete nella direzione Operation e coordinamento territoriale. Segue tutta la filiera di attività dalla programmazione al collaudo, compresa l’attività di diagnostica e monitoraggio di cui spesso parla il ministro Toninelli come attività prioritaria su cui concentrare risorse e attività.

Gemme, 70 anni, Cavaliere del lavoro, grande esperto di energia ed efficienza energetica, presidente del gruppo tecnico industria e ambiente e membro dell’advisory board di Confindustria, ha lavorato come managere e amministratore in grandi gruppi industriali prevalentemente pubblici come Finmeccanica, Ansaldo, Fincantieri (in cui attualmente è presidente della controllata Fincantieri Sistemi) .

Fonte: Edilizia e Territorio

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Perplessità del Quirinale sull’urgenza: resta solo una norma sull’illecito professionale. Delusi i costruttori. Approvato il mandato a riformare il codice

Il Governo prende tempo sulla riforma del codice appalti. A sorpresa, il pacchetto di correzioni al codice, con le prime misure di snellimento delle gare pubbliche per favorire gli investimenti, è stato stralciato dal testo del decreto Semplificazioni, approvato ieri dal Consiglio dei ministri. Nel testo, in tema di appalti (e a meno di nuove modifiche in corsa) alla fine è rimasta solo una micro-correzione relativa alle esclusioni dalle gare delle imprese con macchie sul curriculum (il cosiddetto illecito professionale).

Le ipotesi della vigilia su un possibile alleggerimento del testo, indicato da molti come parecchio “ballerino”, sono state, dunque, confermate. A pesare, secondo indiscrezioni, sarebbero state anche le perplessità del Quirinale sull’effettiva urgenza delle misure sugli appalti inserite nel decreto. Voci che in qualche modo trovano fondamento nelle parole pronunciate dallo stesso vicepremier Luigi Di Maio che, illustrando il decreto in una diretta Facebook, ha spiegato che «l’articolo 3» con le misure su imprese e lavoro è destinato ad arricchirsi in Parlamento, grazie agli emendamenti che saranno presentati in sede di conversione. In quell’articolo, ha commentato Di Maio, avrebbero dovuto trovare posto molte altre norme di semplificazione che «adesso non vedete nel decreto perché non potevano entrarci subito».

Dall’operazione di stralcio si è salvata solo la piena tutela delle stazioni appaltanti in caso di gravi illeciti professionali o carenze nell’esecuzione di precedenti contratti. Una misura pensata, in base a quanto spiega il Governo, per garantire «la piena coerenza delle norme interne in tema di partecipazione alle gare con il contesto europeo».

La cancellazione del “pacchetto appalti” ha sollevato le proteste dei costruttori che non hanno nascosto la delusione per la decisione di rinviare le norme pensate per produrre un impatto immediato sugli investimenti, a partire dagli appalti per le piccole e medie opere pubbliche. «Ci aspettavamo un segnale importante per far ripartire il Paese, che invece ancora una volta viene rimandato a data da destinarsi – attacca il presidente dell’Ance Gabriele Buia – Non è così che possiamo convincere l’Europa, ma soprattutto non è così che possiamo far fronte alle necessità di un Paese che ha un gap infrastrutturale di 84 miliardi e che necessita di immediati interventi di messa in sicurezza e manutenzione del territorio».

È andata invece come previsto sul secondo binario messo in campo dal Governo per riformare il sistema dei contratti pubblici. È stato infatti approvato il disegno di legge che include la delega a riscrivere il codice degli appalti entrato in vigore ad aprile 2016. «Il codice sta bloccando gli investimenti – ha commentato Di Maio -. Dobbiamo eliminare un terzo delle norme. Il Governo si fa dare una delega e poi taglia tutto quello che non serve».

Impossibile escludere correzioni dell’ultim’ora, ma l’impianto della delega almeno per quanto riguarda gli appalti, segnalano fonti vicine a Palazzo Chigi, sarebbe stato confermato. Dunque: mandato al governo a riformare il codice entro un anno, con correttivi possibili entro due anni dall’entrata in vigore. Addio alla soft law dell’Anac, da sostituire con un regolamento.

Questi i paletti di partenza che ora saranno sottoposti all’esame del Parlamento.  Così come dal Parlamento dovrebbero arrivare anche le prime correzioni immediate da inserire durante la conversione in legge del decreto Semplificazioni. È chiaro allora che saranno dunque decisivi i prossimi mesi per capire come finirà la partita degli appalti (cui guarda con grande preoccupazione il mondo delle imprese): scossoni di Governo permettendo.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Osservatorio Cresme: dati in crescita per Comuni, Lombardia e opere tra uno e cinque milioni. In flessione grandi lavori, Anas e Liguria

La frenata di novembre non provoca stravolgimenti all’andamento complessivo del mercato dei lavori pubblici. Dopo 11 mesi, secondo il monitoraggio del Cresme Europa Servizi, il risultato rimane ancora positivo: i 20.646 bandi per 21,768 miliardi corrispondono a una crescita del 27,3% per il numero di gare e del 9,1% per il valore delle opere rispetto allo stesso periodo del 2017. Il mese scorso, invece, nonostante un incremento del 3,6% delle procedure, l’importo delle opere ha perso il 19,5% (1,5 miliardi).

Stazioni appaltanti 
Le amministrazioni comunali guidano la classifica degli enti con 12.107 bandi (il 58,6% di tutte le gare promosse sull’intero territorio nazionale) per un importo di 5,429 miliardi (incidenza del 24,9%). Nel confronto con il periodo gennaio-novembre 2017, il numero di avvisi aumenta del 26,4% e l’importo del 21,8 per cento.
Più bandi ma meno “ricchi” per le Ferrovie, che hanno pubblicato 293 appalti (+36,9%) per 3,78 miliardi (-31,4%). 
I gestori di reti, infrastrutture e servizi pubblici locali hanno totalizzato 1.808 gare (+42,4%) per 2,736 miliardi (+14,2%). Segni entrambi negativi invece per l’Anas che ha pubblicato 280 bandi (-13,8%) per 821 milioni (-19%).

Classi d’importo 
Una sola fascia rimane con segni negativi, quella delle grandi opere superiori ai 50 milioni: -12% per la quantità di procedure (44) e -40% per i valori (4,3 miliardi). Tutte in positivo le altre classi, con i risultati migliori che arrivano dai bandi compresi tra uno e cinque milioni (2.294 per 5,1 miliardi, +43% per i bandi e +44% per gli importi).

Regioni 
La Lombardia, a un mese dal termine dell’anno, sfonda quota 3 miliardi (3,2, +19%) grazie a 4.487 gare (+32%). Al secondo posto si piazza la Campania con 1.252 opere (+25%) per 2,334 miliardi (+110%), al terzo la Toscana con 1.576 procedure (+36,5%) per 1,994 miliardi (+30,4%). I risultati peggiori per valori messi in gara sono quelli di Liguria (337 milioni, -26%), Friuli Venezia Giulia (335 milioni, -21,3%) e Sardegna (458 milioni, -17,9%).

Novembre 
L’avviso più rilevante del mese scorso porta la firma dell’Azienda Zero – Uoc Crav di Padova che ha mandato in gara la concessione della gestione dell’ospedale di Cortina d’Ampezzo (Codivilla-Putti), con lavori di ristrutturazione e completamento dell’immobile pe run valore complessivo di 207,5 milioni.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Istat: il settore dà lavoro a 1 milione 423 mila addetti (+0,8% rispetto al terzo trimestre del 2017)

Nessun dato che faccia pensare a una scossa. Anzi. Ma almeno non ci sono segnali negativi negli ultimi dati diffusi, ieri, dall’Istat sull’occupazione nelle costruzioni. Secondo l’Istituto nazionale di statistica il settore nel terzo trimestre di quest’anno ha dato lavoro a 1 milione 423 mila addetti. Il dato vale una lieve crescita (+0,8%) rispetto al numero di occupati registrati nel terzo trimestre del 2017 (1 milione 412mila addetti).

A trainare i risultati sono gli autonomi che l’istat accredita di una crescita del 2,4 per cento, al termine di un ciclo di 11 trimestri negativi, registrato a partire dal terzo trimestre del 2015 e interrotto soltanto da un’isolata crescita dell’1% riscontrata nei primi mesi del 2017. Restano invece stabili gli occupati alle dipendenze delle imprese (874mila, -0,2 per cento).

Fonte: Edilizia e Territorio

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Le risorse finanzieranno i progetti di messa in sicurezza degli edifici pubblici. Priorità alle scuole.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Assegnate a Città Metropolitane e Comuni le risorse del Fondo progettazione opere prioritarie.

Fonte: Edilportale

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Salta del tutto la norma di riforma del codice appalti dal decreto legge semplificazioni. Questi gli sviluppi delle ultimissime ore prima del Consiglio dei ministri che stamattina dovrebbe approvare il provvedimento. C’è stata altissima tensione ieri nel governo, in particolare sulla norma taglia-gare che, in nome della semplificazione, avrebbe pesantemente abbattuto anche il livello di trasparenza del settore. Si tratta, in sostanza, dell’innalzamento da un milione di euro a 2,5 milioni di euro della soglia fino alla quale è consentito affidare un contratto di esecuzione di lavori senza svolgere una gara ordinaria ma con una procedura negoziata (vale a dire una trattativa privata) con una consultazione informale con almeno 15 operatori economici. La differenza sostanziale rispetto a una gara formale è che l’amministrazione sceglie discrezionalmente e sopratutto svolge direttamente il confronto con le imprese. Ma soprattutto l’impatto sulla trasparenza sarebbe dato dalla cancellazione di un numero enorme di gare (e quindi di informazioni al mercato) considerando che circa il 95% delle gare attuali hanno un importo a base d’asta inferiore a 2,5 milioni.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Protocollo fra Confindustria, Regioni, Agid e Itaca per favorire appalti innovativi

Lungo «tira e molla» sulla riforma degli appalti. Alla fine il Consiglio dei ministri ha deciso di tenere nel decreto legge semplificazioni solo una norma sul subappalto (articolo 80 del codice), tralciando (come anticipato ieri dal Sole 24 Ore) le due norme più pesanti sul taglia-gare e sul ritorno in grande scala del massimo ribasso.
La presenza della norma sul subappalto è tuttavia fondamentale perché consente di inserire nel corso della conversione parlamentare altre disposizioni di riforma del codice appalti. Una norma ponte per far entrare altri pezzi della riforma su cui attualmente non c’è accordo all’interno della maggioranza fra Lega e M5S, né fra il governo e altre istituzioni. Non è un mistero infatti che la norma che, innalzando da uno a 2,5 milioni la soglia per affidare lavori senza gara formale, avrebbe potuto spazzare via il 90% delle gare di appalto di lavori, non piaceva né al presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, né al Quirinale. A questa norma si è opposto il vicepremier Di Maio.

Duro il commento dell’Ance, quando, a metà giornata, sembrava che non entrasse nessuna norma nel Dl. «Se sarà confermato l’impianto finora emerso – ha detto il presidente Gabriele Buia – significherà che il governo ha deciso di non adottare alcuna misura efficace per rilanciare l’economia a cominciare dallo snellimento delle procedure di spesa necessarie per sbloccare le opere pubbliche».
Ma sugli appalti si gioca anche una partita per l’innovazione che ieri hanno sottolineato Confindustria, Agid, Itaca e Conferenza delle Regioni firmando un protocollo sugli appalti innovativi . Gli acquisti effettuati dalla Pa possono diventare strumento di politica industriale per la loro influenza su mercato, filiere produttive e qualità dell’occupazione. «Per portare avanti una strategia di politica industriale a 360° – dice Giulio Pedrollo, vicepresidente di Confindustria per la politica industriale – è necessario uno sforzo congiunto di innovazione da parte di imprese e Pa per attuare una politica integrata e di sistema. Innovare è non solo una grande opportunità, ma una necessità irrinunciabile per stare sul mercato». Stefan Pan, vicepresidente di Confindustria per le politiche regionali e la coesione territoriale, ha insistito sulla sinergia pubblico-privato.
«Con questa intesa – dice – si intende promuovere la “cultura” della corretta conoscenza e utilizzo degli appalti innovativi verso un sistema di appalti pubblici efficace, trasparente, digitale e intelligente. Per guidare il cambiamento sono però necessari un forte indirizzo di governo, visione strategica e un elevato livello di qualificazione della Pa».

Fonte: Il Sole 24 Ore

Al vaglio del Senato un Ddl che punta a «ufficializzare» l’obbligatorietà Sanzioni a carico degli enti che non adottano e depositano Mog e Odv

È stato presentato e assegnato alla commissione Giustizia del Senato il disegno di legge 726, che mira a introdurre un’importante modifica al Dlgs 231/2001 in materia di responsabilità da reato degli enti: l’obbligatorietà del modello organizzativo e dell’organismo di vigilanza.
Attualmente la normativa rimette alla discrezionalità del singolo ente la scelta se assumersi il compito della prevenzione degli illeciti attraverso un’adeguata organizzazione interna, che si traduce, per un verso, nell’adozione e attuazione di un modello organizzativo (Mog) idoneo a prevenire la commissione di reati, per l’altro, nell’istituzione di un organismo di vigilanza (Odv) incaricato di far rispettare il modello e di curarne l’aggiornamento. Tuttavia, il ricorso alla compliance viene fortemente caldeggiato dal decreto 231. Il nuovo disegno di legge punta a rafforzare tale impianto sancendo espressamente l’obbligatorietà.
Entrando nel dettaglio, l’articolo 1 contempla l’aggiunta di un nuovo comma (3 bis) all’articolo 1 del decreto 231. La previsione si riferisce espressamente a tutte le società a responsabilità limitata (Srl), alle società per azioni (Spa), alle società in accomandita per azioni (Sapa), alle società cooperative e alle società consortili che, anche solo in uno degli ultimi tre esercizi, abbiano riportato un totale dell’attivo dello stato patrimoniale non inferiore a 4,4 milioni o ricavi delle vendite e delle prestazioni non inferiori a 8,8 milioni. L’obbligo vale anche per le società che, in base all’articolo 2359 del Codice civile, controllano una o più Srl, Spa, Sapa, società cooperative e società consortili che fuoriescano dai limiti medesimi.
Il nuovo comma assoggetta questi enti all’obbligo di approvare il modello di organizzazione e gestione e di nominare l’organismo di vigilanza, nonché di depositare la relativa delibera del consiglio di amministrazione o dell’assemblea dei soci, o decisione dell’organo amministrativo. La violazione dell’obbligo di deposito o il deposito tardivo comportano il pagamento di una sanzione amministrativa.

Va detto che è diffusa la convinzione che, seppure in mancanza di obblighi formali, gli adempimenti contemplati dal Dlgs 231/2001 già configurino un dovere per gli enti. Da un punto di vista concreto, va pure considerato che i forti incentivi delineati dalla normativa, a fronte di un rischio-reato in costante aumento, sono talmente importanti da ridurre drasticamente i margini di scelta.
La tesi risulta confermata dai diversi atti di normazione regionale o settoriale, che pongono la compliance 231 come requisito imprescindibile. È la stessa relazione al Ddl 726 a menzionare il caso della Regione Calabria che, con la legge 15 del 2008, ha imposto alle imprese operanti in regime di convenzione di adeguarsi alle disposizioni del Dlgs 231. Nella stessa ottica si segnalano il decreto n. 588/2010 e la delibera del 30 maggio 2012 della Regione Lombardia, dove l’adozione del Modello e del codice etico viene posta, in alcuni casi, come condizione essenziale per l’accesso alla contrattazione con la Regione. Ancora, viene citata la legge n. 15 del 2011 della Regione Abruzzo, che impone la compliance 231 agli enti dipendenti e strumentali, mentre i decreti n. 1179-1180/2001 della Regione Sicilia contemplano degli incentivi finanziari per le aziende sanitarie private che adottino i Mog. Quanto alle normative di settore, seguono logiche analoghe il regolamento dei
mercati di Borsa Italiana (delibera n. 15786/2007), e il regolamento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, pubblicato il 14 novembre 2012.

D’altro canto, le conseguenze del mancato adeguamento al decreto 231 non riguardano soltanto gli enti, giacché l’adozione del modello costituisce una delle forme attraverso le quali si estrinseca l’adempimento dei doveri di corretta gestione degli organi sociali. La giurisprudenza ha infatti sancito la responsabilità di amministratori di società che non si siano attivati per l’introduzione del Modello 231, condannandoli a risarcire l’ente della sanzione pecuniaria inflitta ai sensi dell’articolo 10 del decreto 231 (così, in particolare, la sentenza n. 1774/2008 del Tribunale di Milano). Questo approdo trova il suo fondamento nell’articolo 2381 del Codice civile, che impone agli organi delegati delle Spa di predisporre assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati alla natura e alle dimensioni dell’impresa. In definitiva, gli adempimenti del decreto 231 già oggi rappresentano uno strumento sempre più necessario. Il Ddl fonda proprio su questa presa d’atto l’esigenza di rendere ancora più efficace lo strumentario 231, “ufficializzandone” l’obbligatorietà.

Fonte: Il Sole 24 Ore

È convocato per stamattina alle ore 9:30 il Consiglio dei Ministri n. 32 per l’esame di un ordine del giorno che prevede ai primi due punti:

  1. il Decreto-Legge in materia di semplificazione e sostegno per cittadini, imprese e pubblica amministrazione (Presidenza);
  2. il Disegno di legge recante deleghe al Governo per le semplificazioni, i riassetti normativi e le codificazioni di settore (Presidenza – Pubblica Amministrazione).

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Non è conforme alla normativa di settore l’operato della commissione giudicatrice che ha rettificato in corso di gara la formula aritmetica dettata dalla lex specialis ai fini dell’attribuzione dei punteggi alle offerte economiche.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

UNI ha elaborato una brochure per diffondere la nuova norma UNI ISO 45001Sistemi di gestione per la salute e sicurezza sul lavoro – Requisiti e guida per l’uso”, che definisce gli standard minimi di buona pratica per la protezione dei lavoratori in tutto il mondo.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

È in vigore dal 7 dicembre la legge della regione Lombardia4 dicembre 2018, n. 17recante  “Legge di revisione normativa e di semplificazione 2018”, pubblicata sul Supplemento n. 49 del Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia del 6 dicembre 2018.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Le richieste di Federazione FINCO in audizione in Commissione Lavori pubblici del Senato sul Codice Appalti: solo le imprese realmente qualificate facciano i lavori e no all’eliminazione del tetto al subappalto.

Fonte: Infobuild

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Risorse per le auto della polizia. La quota alle Infrastrutture scende dal 41 al 37%. Più fondi anti-dissesto idrogeologico (1,88 miliardi)

Nel Dpcm di ripartizione della quota 2018 del Fondo Investimenti (legge di Bilancio 2017, comma 140), 35,53 miliardi di euro ripartiti dal governo e di prossima pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale con la firma di Giuseppe Conte, compare una destinazione del tutto nuova rispetto al precedente Dpcm da 46,8 miliardi di euro firmato da Paolo Gentiloni nel 2017: il «potenziamento infrastrutturale e dei mezzi per l’ordine pubblico, la sicurezza e il soccorso».
In sostanza un “fondo Salvini”, a cui andranno 3,021 miliardi di euro, l’8,5% del totale. Si tratta, come per tutto il fondo Investimenti, di risorse statale spalmate in bilancio su 15 anni, ma immediatamente impegnabili, e anticipabili dal governo tramite finanziamenti di Bei o Cassa Depositi e prestiti.

Nella tabella elaborata dalla Ragioneria generale dello Stato, su richiesta delle Commissioni parlamentari, emerge un puntuale confronto dei vari capitoli di spesa
Ad esempio emerge che i fondi per le infrastrutture (di trasporto e non solo), gestiti dal Mit, pur restando prevalenti, scendono dal 45,6% del totale al 37%, in questo Dpcm 13,2 miliardi di euro (qui la tabella completa). 

Scendono poi di molto i fondi per le opere idriche (comprese fognature e depurazione), gestiti in gran parte dal ministero dell’Ambiente: solo 792 milioni nel Dpcm 2018, il 2,2% del totale, rispetto ai 2,6 miliardi del Dpcm 2017 (il 5,6%).

Scendono anche le risorse per la prevenzione del rischio sismico su edifici pubblici, dall’11,2% (5,2 miliardi) al 4,7% (1,6 miliardi).

Scendono anche i fondi per la riqualificazione delle periferie urbane, da 980 a 354 milioni, dal 2,1 all’1%. 

Restano stabili i fondi le attività industriali ad alta tecnologia e sostegno all’export(dal 19,8 al 19,3%), 6,8 miliardi nel Dpcm 2018, mentre salgono leggermente le risorse per informatizzazione e digitalizzazione (dal 2,7 al 3,8%) che però passano dalla sola amministrazione giudiziaria a tutta la pubblica amministrazione. 

fondi per la ricerca restano 1,4 miliardi, salendo però in percentuale dal 3,0% al 3,9.

Oltre alla comparsa del nuovo fondo per la sicurezza (infrastrutture e mezzi), 3,02 miliardi, l’8,5% del totale), a salire in modo marcato sono i fondi per la difesa del suolo e gli interventi anti dissesto idrogeologico e bonifiche, dall’1,8 al 5,3%, da 857 milioni a 1,88 miliardi.

Sale poi l’edilizia pubblica, compresa scolastica e sanitaria, dal 12,1 al 15,8%, nel Dpcm 2018 5,6 miliardi di euro.

MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE 
Si veda la tabella 
Tra i 13,2 miliardi assegnati a capitoli del Ministero delle Infrastrutture, ci sono come previsto i rifinanziamenti di Rfi e Anas, ma in misura largamente inferiore a quanto le due società si aspettassero nei mesi scorsi per alimentare il loro piano di investimenti.Rfi ottiene 5,9 miliardi di euro, rispetto ai circa 10 miliardi che “dietro le quinte” i dirigenti di Rete ferroviaria dicevano di aspettarsi nel gennaio scorso, una volta approvata la legge di Bilancio che stanziava altri 36 miliardi per il fondo Investimenti. 
All’Anas vanno invece 1.091 milioni, rispetto ai 3,3 miliardi che Armani e i suoi manager calcolavano nel febbraio scorso.
È anche vero che le risorse 2018 del Fondo Investimenti dovevano arrivare a inizio anno, mentre ora, arrivando a dicembre, dovrebbero essere seguite a stretto giro dalla prima erogazione del Fondo Investimenti Pa centrali (50,2 miliardi di euro in 15 anni).
Tra le altre voci spiccano gli 1,66 miliardi di euro per l’adeguamento e messa in sicurezza dell’autostrada A24/A25, e i 2,3 miliardi per il trasporto rapido di massa (si veda il servizio).

Il Ministero delle Infrastrutture fa sapere soltanto che «su Anas ed Rfi, c’è l’idea di riprogrammare risorse dei contratti di programma spostandoli, per quanto riguarda Anas, sulla viabilità cosiddetta minore e in grave crisi, vista peraltro la progressiva riclassificazione di nuove arterie che vanno sotto responsabilità Anas. E dall’altra, Rfi sta investendo di più su reti locali e regionali, accelerando elettrificazioni, raddoppi delle linee o ristrutturazioni».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il Ministro a Radio24 conferma che ai dati tecnici seguirà una fase di decisione politica. Nessuna indicazione sui tempi

«Io ho preso un impegno scritto con gli italiani nel contratto di governo, di aspettare l’analisi costi-benefici e l’analisi tecnico legale. Poi ci siederemo intorno a un tavolo con gli alleati di governo per arrivare a una decisione». Così il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha risposto, su Radio 24, a una domanda di Oscar Giannino circa l’ipotesi avanzata da Matteo Salvini di tenere un referendum sulla Tav Torino-Lione se non dovesse arrivare una decisione del ministero delle Infrastrutture in tempi ragionevoli. «Sul referendum – ha aggiunto Toninelli – mi chiedo poi come potrebbe essere posto il quesito…». 

Il ministro ha dunque confermato (lo aveva già fatto in Parlamento) la decisione maturata circa un mese fa di “aggiungere” all’analisi costi-benefici trasportistica affidata alla struttura di missione del Ministero (guidata da Alberto Chiovelli con la consulenza tra gli altri di Marco Ponti) una successiva analisi giuridico-legale affidata all’avvocatura dello Stato, sul livello di prescrittività di accordi e contratti già firmati sulle opere sotto analisi, e sui costi che deriverebbero dal non rispettare tali atti o contratti.

Toninelli, inoltre, nella sequenza delineata “risultati analisi-ci sediamo intorno a un tavolo” ha confermato anche quello che gli stessi tecnici dicono da sempre (compreso lo stesso professor Ponti considerato “anti-Tav”), e cioè che nessuna analisi costi-benefici contiene un risultato certo, matematico, sul fare o meno un’opera. Contiene scenari previsionali alternativi su trasporti ed economia, e diverse opzioni su incentivo-disincentivo di diverse “modalità” (ad esempio politiche su tariffe autostradali o incentivi al trasporto merci). Insomma, ai numeri deve sempre seguire una decisione politica-strategica sulla visione futura di trasporti, ambiente, relazioni internazionali. Alla fine lo pensa anche Toninelli, quando dice «ci siederemo intorno a un tavolo».

Il conduttore Oscar Giannino ha poi fatto notare che il contratto di governo non è stato presentato agli italiani, ma è semplicemente un patto post elettorale tra Cinquestelle e Lega. «È vero che il contratto è stato definito dopo le elezioni – ha risposto Toninelli – ma noi lo abbiamo messo in consultazione sulla rete, per questo dico che è un patto con gli italiani».

Va anche ricordato che il contratto di governo non parla di analisi-costi benefici sulle grandi opere, ma contiene solo un passaggio sulla Torino-Lione: «Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il Mit ha definito i due schemi di decreto per finanziare Autorità portuali, città metropolitane, comuni capoluogo e piccoli enti locali

In arrivo quasi 200 milioni per finanziare la progettazione di centinaia di opere di grandi e piccoli amministrazioni pubbliche. Le risorse saranno assegnate con due diversi schemi di provvedimento che il ministero delle Infrastrutture ha appena finito di scrivere e che sono stati già trasmessi a Regioni e comuni per ottenere al più presto l’intesa in conferenza unificata. 

Risorse per 109 milioni a 79 amministrazioni per infrastrutture prioritarie
Il provvedimento che prevede la quota maggiore di risorse è quello per finanziare «la progettazione di fattibilità delle infrastrutture e degli insediamenti prioritari per lo sviluppo del Paese, nonché per la project review delle infrastrutture già finanziate». Il provvedimento, in attuazione dell’articolo 202 del Codice appalti, ripartisce 109 milioni circa di euro a varie amministrazioni, tra Autorità portuali, città metropolitane, comuni capoluogo di città metropolitane e altri comuni capoluogo. 

Più precisamente, a 15 autorità portuali vengono assegnati 29,88 milioni per 79 progetti considerati ammissibili. Alle 14 città metropolitane vengono assegnati 24,9 milioni. Ai 14 capoluoghi di città metropolitane vengono assegnati 29,88 milioni e, infine, ai 36 comuni capoluogo di regione o provincia autonoma vengono assegnati 24,9 milioni. In tutti i casi, ciascun ente riceve una quota fissa – che per esempio è di un milione di euro per le autorità portuali, 800mila euro per le città metropolitane e 1,2 milioni per i comuni capoluogo di città metropolitane (salvo chi ha chiesto cifre inferiori) – cui si aggiunge una quota variabile in funzione del fabbisogno espresso. Le somme sono riferite al triennio 2018-2020.

I progetti 
Le risorse, spiega il decreto, dovranno essere utilizzate prioritariamente per realizzare i Piani urbani per la mobilità sostenibile (Pums) e i piani strategici triennali del territorio metropolitano. Solo se le amministrazioni hanno già provveduto a definire questo livello di progettazione strategica, le risorse potranno essere utilizzate per «la predisposizione di progetti di fattibilità, o di project review riferiti a opere contenute in tali strumenti di pianificazione o, comunque di prioritario interesse nazionale, in coerenza con la nuova politica di pianificazione infrastrutturale e con priorità per i fabbisogni infrastrutturali individuati nell’allegato al Def 2017». 

I tempi e l’anticipo del 50% 
Gli enti beneficiari dovranno comunicare al Mit (dipartimento infrastrutture – Direzione generale per l’edilizia statale e interventi speciali) l’elenco dei piano e/o dei progetti. L’invio va effettuato entro 90 giorni dalla pubblicazione sul sito del ministero di un apposito decreto direttoriale che disciplina modalità e tempi per la presentazione delle proposte. Tuttavia, precisa lo schema di decreto, le proposte relative ai Pums e ai piani strategici «sono automaticamente approvate e possono essere immediatamente attuate». Gli enti riceveranno un anticipo del 50% delle risorse riferite a ciascun anno. 

Fondo progettazione per gli enti locali 
Con il secondo schema di decreto il Mit assegna i fondi statali al «cofinanziamento della redazione dei progetti di fattibilità tecnica ed economica e dei progetti definitivi di opere degli enti locali». Anche in questo caso i fondi sono riferiti al triennio 2018-2020. Lo schema di decreto, in ottemperanza alla nota sentenza della corte Costituzionale n.74/2018, sostituisce (modificandolo) il decreto Mit 13 marzo 2018 n.99. Potranno essere finanziati progetti di adeguamento sismico e messa a norma di edifici pubblici. Sono però ammissibili al cofinanziamento «solo le spese derivanti da obbligazioni giuridicamente vincolanti contratte dopo la comunicazione di ammissione al finanziamento». 

Risorse per quasi 90 milioni a città metropolitane, province e comuni
Le risorse ammontano esattamente a 89,55 milioni di euro assegnate alle 14 città metropolitane (per 14,925 milioni), a 86 province (per 37,312 milioni) e a un numero ancora imprecisabile di comuni che faranno richiesta dei fondi (per 37,312 milioni). Nell’assegnazione delle risorse sarà data priorità agli interventi di adeguamento sismico di edifici pubblici e scuole. Ciascun comune può presentare richiesta di cofinanziamento per massimo tre progetti. Ciascun progetto potrà ricevere al massimo 60mila euro.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Il Consiglio di Stato impone l’annullamento della gara a causa di una avaria al portale del mercato elettronico delle pubbliche amministrazioni (Mepa)

Il principio di massima partecipazione e di selezione della migliore offerta impongono l’annullamento della procedura di gara telematica a causa di problemi tecnici. Ciò nell’ottica di garantire il generale interesse all’apertura concorrenziale dei mercati, nonché i principi di imparzialità e buon andamento di cui all’art. 97 della Costituzione (Consiglio di Stato Sez. V, 9 novembre 2018, n. 6323). Con questa pronuncia, il massimo organo di giustizia amministrativo ha confermato la sentenza con la quale il Tar Calabria- Catanzaro aveva ritenuto legittima la determinazione della Direzione regionale dell’Inps di annullare in autotutela la procedura di gara per l’affidamento dei lavori di messa in sicurezza dell’involucro edilizio della sede di Cosenza, a causa di una avaria al portale del mercato elettronico delle pubbliche amministrazioni (Mepa).

Il contenzioso 
L’avaria del sistema elettronico non aveva consentito agli operatori abilitati ai bandi per la categoria OG1 di presentare la propria offerta, sebbene il bando di gara in questione avesse precisato che «saranno invitate: a) tutte le ditte abilitate nel Mepa al bando relativo alla cat. OG1 essendo le lavorazioni appartenenti alla categoria OS6 ricomprese nella categoria citata; b) tutte le ditte comprese nel settore OS6 in possesso dell’importo della classifica richiesta». Ragion per cui un operatore abilitato ai bandi per la categoria OG1 si era rivolto all’Autorità nazionale anti corruzione (di seguito “Autorità”), affinché rendesse un parere di precontenzioso vincolante ai sensi dell’art. 111 del codice dei contratti pubblici. Parere che veniva reso con delibera n. 437/2017, con la quale l’Autorità dichiarava «l’operato della stazione appaltante non conforme alla disciplina normativa di settore». Di qui la decisione dell’Inps di annullare in autotutela la procedura di gara, che tuttavia veniva impugnata (senza successo) innanzi al Tar Calabria dall’impresa che aveva formulato la miglior offerta.

La sentenza del Consiglio di Stato 
Nel riproporre il gravame in grado di appello, la ricorrente aveva censurato la motivazione della pronuncia del giudice di prime cure («le criticità tecniche […] avevano indebitamente ristretto la platea degli operatori economici posti nelle condizioni di offrire, pregiudicando quindi il principio di selezione della migliore offerta»), contestando, per un verso, l’illegittimità dell’annullamento della procedura di gara, per non aver la stazione appaltante aver dato avviso ai partecipanti dell’avvio del relativo procedimento e, per altro verso, l’assenza di motivi di interesse pubblico a supporto di tale provvedimento dal momento che la gara aveva registrato la presenza di un notevole numero di operatori (« ben diciotto ditte») e, per più, l’operatore economico che aveva investito l’Autorità della questione «non aveva impugnato il bando, né partecipato alla gara, né si era costituita nel primo grado di giudizio». Censure che il Consiglio di Stato ha ritenuto entrambe prive di pregio.

Il Collegio di Palazzo Spada ha infatti confermato l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui fino a quando non sia intervenuta l’aggiudicazione definitiva rientra nel potere discrezionale dell’amministrazione disporre la revoca del bando di gara e degli atti successivi, laddove sussistano concreti motivi di interesse pubblico tali da rendere inopportuna, o anche solo da sconsigliare, la prosecuzione della gara (Consiglio di Stato: Sez. VI, 6 maggio 2013, n. 2418 e Sez. IV, 12 gennaio 2016, n. 67), con la conseguenza che non sorge alcun obbligo in capo alla stazione appaltante di procedere alla notifiche degli avvisi di avvio del procedimento, né all’aggiudicatario provvisorio né a terzi (ex plurimis, Cons. Stato, V, 18 luglio 2012, n. 4189).

L’Alto Collegio ha altresì rilevato che nel caso di specie «un’intera categoria di potenziali concorrenti […] non aveva potuto presentare le proprie offerte, in ragione di un ostacolo di natura tecnico-informatica ad essa non imputabile», e che proprio tale ostacolo aveva impedito all’operatore economico autore della richiesta di parere di partecipare alla gara. Il che implica che l’annullamento della gara, oltre ad essere “blindato” dal parere dell’Autorità, trova fondamento nell’ interesse pubblico «al ripristino di effettive condizioni di concorrenziali nella procedura di gara». Ripristino che deve necessariamente tempestivo perché teso ad assicurare i principi dell’ordinamento nazionale e comunitario che postulano la massima partecipazione alle pubbliche gare, in condizioni di piena parità fra tutte le imprese idonee, ai fini dell’emersione della migliore offerta e dell’ottimale utilizzazione delle risorse pubbliche impiegate (Consiglio di Stato, Sez. III, 18 ottobre 2016, n.4344).

Fonte: Edilizia e Territorio

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Di Maio annuncia l’avvio di tavoli di confronto su Codice Appalti, fatturazione elettronica, debiti della PA e sgravi fiscali.

Fonte: Edilportale

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Con Decreto direttoriale 23 novembre 2018, n. 89 il Ministero del Lavoro, di concerto con il Ministero della Salute e quello dello Sviluppo economico, ha adottato il ventesimo elenco, di cui al punto 3.7 dell’Allegato III del Decreto interministeriale 11 aprile 2011, dei soggetti abilitati per l’effettuazione delle verifiche periodiche delle attrezzature di lavoro ai sensi dell’articolo 71, comma 11, del Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni.

Il Decreto si compone di sette articoli:

– l’articolo 1 (rinnovo delle iscrizioni) rinnova l’iscrizione per i soggetti per i quali la Commissione di cui al D.I. 11.04.2011 ha potuto tempestivamente concludere la propria istruttoria;

– l’articolo 2 (iscrizione nell’elenco) decreta l’inserimento ex novo della società ivi indicata, nell’elenco dei soggetti abilitati;

– l’articolo 3 (subentro nell’elenco) decreta il subentro nell’elenco della società indicata nel decreto in luogo di un’altra società che viene, di conseguenza, cancellata dell’elenco stesso;

– l’articolo 4 (variazione delle abilitazioni) apporta le variazioni alle iscrizioni già in possesso sulla base delle richieste pervenute nei mesi precedenti;

– l’articolo 5 (proroga delle iscrizioni) proroga ulteriormente i soggetti per i quali è tuttora in corso l’attività di istruttoria tecnica da parte della Commissione delle istanze di rinnovo dell’iscrizione quinquennale, al fine di garantirne la continuità operativa;

– l’articolo 6 (elenco dei soggetti abilitati) specifica che con il decreto in esame si adotta l’elenco aggiornato, in sostituzione di quello presente nel decreto del 10 agosto 2018, n. 72;

– l’articolo 7 (obblighi dei soggetti abilitati) riporta, come di consueto, gli obblighi cui sono tenuti i soggetti verificatori abilitati. Nello specifico viene previsto che i soggetti abilitati siano tenuti a riportare in un apposito registro informatizzato copia dei verbali delle verifiche effettuate, nonché i seguenti dati: regime di effettuazione della verifica (affidamento diretto da parte del datore di lavoro o da parte del titolare della funzione), data del rilascio, data della successiva verifica periodica, datore di lavoro, tipo di attrezzatura con riferimento all’allegato VII del decreto legislativo n. 81/2008, costruttore, modello e numero di fabbrica o di matricola e per le attrezzature certificate CE da parte di Organismi Notificati il relativo numero di identificazione. Tali soggetti devono inoltre conservare per un periodo non inferiore a dieci anni, tutti gli atti documentali relativi all’attività di verifica. Il registro informatizzato deve essere trasmesso per via telematica, con cadenza trimestrale, al soggetto titolare della funzione. Tutti gli atti documentali relativi all’attività di verifica sono conservati a cura del soggetti abilitati per un periodo non inferiore a dieci anni. il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, entro il periodo di validità quinquennale dell’Iscrizione nell’elenco dei soggetti abilitati, può procedere al controllo della permanenza dei presupposti di base dell’Idoneità dei soggetti abilitati. Qualsiasi variazione nello stato di fatto o di diritto che i soggetti abilitati intendono operare deve essere preventivamente comunicata al Ministero del lavoro e delle politiche sociali che si esprime sulla ammissibilità della variazione comunicata.

Fonte: Tecnici24

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Nuove sanzioni, più soft, da parte della Regione Lombardia in materia di attestato di prestazioni energetiche degli edifici. La sua redazione in modo non conforme alle norme nazionali e regionali comporta la sospensione da 60 a 180 giorni dall’elenco regionale dei soggetti certificatori accreditati. Precedentemente la sospensione equivaleva a sei mesi. Le nuove regole sulla sospensione dall’elenco dei certificatori si applicano per le violazioni contestate dopo il 7 dicembre 2018. Tutte queste novità le ha introdotte la Lombardia, con la legge regionale 4 dicembre 2018, n. 17 (pubblicata sul bollettino ufficiale della regione del 6 dicembre 2018, supplemento n. 49) rubricata «legge di revisione normativa e di semplificazione 2018»; tra le altre cose, la nuova normativa regionale, con l’articolo 23, ha modificato l’articolo 27 della legge regionale n. 24/2006, relativamente alle sanzioni per le violazioni in materia di certificazione energetica. La reiterazione della violazione per lo stesso o per un altro motivo di non conformità nei cinque anni successivi alla commissione della violazione amministrativa, accertata con provvedimento esecutivo ai sensi dell’articolo 8-bis della legge 689/1981, comporta la cancellazione dall’elenco regionale da un anno a due anni (precedentemente la cancellazione equivaleva a due anni). Decorsi i quali se il soggetto interessato vuole ottenere nuovamente l’accreditamento dovrà dimostrare di aver superato un idoneo corso di formazione.

Fonte: Italia Oggi

Affidamento dei lavori su progetto definitivo, reintroduzione dell’incentivo ai progettisti dipendenti pubblici e unico regolamento attuativo tra le novità in arrivo.

Fonte: Edilportale

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Lo hanno già proposto nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’applicazione del Codice dei contratti e lo hanno ribadito nell’incontro con il Vicepremier, Matteo Salvini, e con il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Giancarlo Giorgetti: è necessario varare entro la fine dell’anno un decreto legge #sbloccacantieri per rimettere in moto i lavori nel settore dell’edilizia.

Fonte: Lavori Pubblici

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Tra la Centrale unica per la progettazione (contenuta all’interno del ddl di Bilancio per il 2019), il ripristino dell’incentivo del 2% alla progettazione per i tecnici della p.a. e la possibilità di andare in gara con un progetto esecutivo per le opere di manutenzione ordinaria e straordinaria (contenute dentro la bozza di D.L Semplificazioni), sembra che il Governo abbia tutta l’intenzione di fare un passo indietro nel tempo, prevedendo soluzioni a problemi che probabilmente non esistono più.

Fonte: Lavori Pubblici

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Nelle scorse settimane Wide Group ha ottenuto la certificazione di qualità ISO 9001:2015 per l’attività di erogazione di servizi e consulenze in ambito assicurativo. La certificazione ISO 9001 di Wide Group è stata rilasciata da Asacert UK, la branch inglese del Gruppo Asacert.

Fonte: Intermedia

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Liuzzi (M5S): “Le piccole imprese potranno beneficiare di un credito d’imposta del 50% per adeguare le competenze del proprio personale, le medie un credito del 40% e le grandi del 30%”.

Fonte: Key4biz

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L’articolo 95 dello schema di Dlgs non risolve il nodo del «se e come» le imprese in procedura possa proseguire contratti o partecipare a gare

A causa della prolungata crisi del settore dell’edilizia e delle grandi opere sono sempre più numerose le imprese che negli ultimi anni sono state assoggettate a procedure concorsuali. Tale grave situazione, che ha coinvolto, com’è noto, anche alcuni tra i maggiori Gruppi italiani, ha avuto pesanti ripercussioni pure sulle procedure di affidamento di contratti pubblici e, a valle, sulla prosecuzione dei contratti già affidati, con conseguenti ritardi nei lavori o addirittura col fermo dei cantieri.

In tale ambito, sono note agli operatori del settore le problematiche sorte a causa del mancato coordinamento delle disposizioni del Codice dei contratti pubblici con la vigente Legge Fallimentare in merito all’ammissione delle imprese sottoposte a procedure concorsuali alle gare per l’affidamento di tali contratti.

L’Anac ha tuttora in corso la procedura di consultazione relativa alla bozza delle Linee Guida di attuazione del Decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, recanti “Requisiti aggiuntivi delle imprese fallite o ammesse al concordato ai sensi dell’articolo 110, comma 5, lettera b) del Codice”. La predetta norma, difatti, apre alla possibilità che anche l’impresa fallita, purché autorizzata all’esercizio provvisorio (art. 104 della Legge Fall.), analogamente a quella in regime di concordato con continuità aziendale (articolo 186 bis L.Fall.), partecipi alle procedure di affidamento di appalti e concessioni, sia destinataria di subappalti ed esegua i contratti già sottoscritti, previa autorizzazione del giudice delegato.
In alcuni casi tassativi, l’Anac può subordinare tale partecipazione a un avvalimento obbligatorio, c.d. “rinforzato”, attraverso il quale l’impresa ausiliaria si impegna, sia nei confronti della stazione appaltante che nei confronti dell’impresa concorrente, a mettere a disposizione le risorse per l’esecuzione del contratto e al successivo subentro, laddove l’impresa ausiliata non sia più in grado di eseguire correttamente l’appalto o la concessione. Tale disciplina, tuttavia, ha incontrato non pochi problemi interpretativi a causa del mancato coordinamento tra le due normative (contratti pubblici / fallimento).

Lo schema del “Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza”, attualmente al vaglio delle Commissioni competenti del Parlamento per i necessari pareri, ed in particolare l’art. 95, non sembra, tuttavia, aver pienamente risolto le criticità evidenziate da Anac circa il perimetro applicativo dell’articolo 110 del Codice dei contratti pubblici e il coordinamento con altre disposizioni del Codice e la Legge Fallimentare (si veda l’articolo 95, alla pagina 60 del file pdf).

Anche l’Ance, dal canto suo, sia in occasione della procedura di consultazione avviata da Anac che in sede di audizione presso la Commissione Giustizia del Senato nell’ambito dell’iter del Decreto Legislativo di riforma delle procedure concorsuali, ha evidenziato, tra le altre cose, la necessità di un maggior coordinamento tra le due discipline anche al fine di evitare fenomeni distorsivi della concorrenza e del principio di parità di trattamento.

Sarebbe, dunque, quanto mai opportuno che si intervenisse sullo schema del Decreto Legislativo al fine di risolvere le anzidette criticità tenendo tuttavia conto della necessità di bilanciare, da un lato, lo spirito della riforma sulla Crisi d’impresa, che mira ad evitare la dispersione delle capacità produttive, mantenendo le componenti positive delle imprese in crisi, anche nell’interesse de creditori, e a garantire la tutela dei livelli occupazionali, e dall’altro, la necessità, evidenziata da più parti, di scongiurare che l’assoggettamento delle imprese affidatarie ad una procedura concorsuale possa pregiudicare il puntuale perseguimento dell’interesse pubblico alla corretta esecuzione dell’appalto o della concessione.

Fonte: Edilizia e Territorio

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L’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 84/E ha fornito chiarimenti relativi alla cessione del credito corrispondente alla detrazione spettante per interventi di riqualificazione energetica degli edifici e per quelli finalizzati alla riduzione del rischio sismico.

Fonte: Infobuild

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Ampliati gli spazi per l’appalto integrato. Alla fine sembra che il Governo si sia deciso a rivedere, in parte, l’idea iniziale di limitare il ricorso al c.d. appalto integrato.

Fonte: Lavori Pubblici

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Dello Buono: «Dopo un anno di prova vedremo il da farsi, potremmo decidere di sanzionare enti e funzionari inadempienti»

«L’Ainop deve diventare il Google delle opere pubbliche – sostiene Dimitri Dello Buono, capo della segreteria tecnica del Mit – uno strumento per collegare informaticamente tutte le informazioni già esistenti, un collegamento in tempo reale tra le banche dati».

Sì, va bene, ma che succede se gli enti gestori non inseriscono i dati? Nel decreto Genova non sono previste sanzioni. «Bella domanda – risponde Dello Buono – Sì è vero, per ora non abbiamo previsto sanzioni. Stiamo cambiando il modus operandi della pubblica amministrazione, lasciamo un anno di “volontariato”, vediamo che succede, le difficoltà tecniche che ci saranno, mettiamo a sistema le varie banche dati, anche quelle già esistenti come quelle di Anas e Rfi, o i sistemi informatici delle varie Regioni. Ci faremo un’idea delle difficoltà tecniche ma anhe dell’atteggiamento collaborativo o menio dei vari oggetti. Poi dopo un anno potremo decidere che è finito il periodo di prova e pensare ad istituire sanzioni a carico di enti o funzionari inadempoenti».

«Stiamo lavorando al decreto attuativo – spiega Dello Buono – con un tavolo tecnico con soggetti come Cnr, ordini professionali, Mit, Difesa, Protezione civile, Consiglio superiore dei lavori pubblici, Anas, Università. E un tavolo per la parte informatica. Il testo è quasi pronto, lo manderemo prima possibile alla Conferenza unific.

«Per ora non abbiamo visto nulla – spiega Giuseppe Rizzuto, direttore di Itaca, organo tecnico delle Regioni in materia di opere e appalti pubblici – ma sull’obiettivo generale siamo assolutamente d’accordo. Lo strumento è interessante, anche se il lavoro da fare è imponente. Credo sia necessario procedere per step. La parte informatica tutto sommato mi sembra la meno complessa, la parte difficile è decidere e uniformare le informazioni da raccogliere, e sulla base di quale tipo di rilievi (di approfondimento tecnico) si devono basare tali rilievi. Siamo pronti a collaborare quando arriverà la bozza di decreto».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Previsto dal decreto Genova. Quasi pronta la bozza di decreto attuativo. Dello Buono: «Entro il 30 aprile un primo screening»

Una nuova banca dati nazionale sulle infrastrutture pubbliche (strade, ferrovie, porti, dighe, aeroporti, metropolitane, edifici pubblici) che contenga per la prima volta non solo dati amministrativi e finanziari sulle opere in corso o programmate, ma anche dati fisici sullo stato di conservazione e manutenzione delle opere già esistenti. L’Ainop, l’Archivio nazionale informatico delle opere pubbliche, previsto dall’articolo 13 del decreto Genova , è in fase di avvio al ministero delle Infrastrutture. Facciamo il punto della situazione con Dimitri Dello Buono, capo della segreteria tecnica del Ministro Danilo Toninelli. «Stiamo lavorando al decreto attuativo previsto dall’articolo 13 comma 5 – spiega Dello Buono – la bozza è quasi pronta, poi dovrà andare all’intesa in Conferenza unificata. Stiamo facendo di tutto per emanare queste istruzioni operative in tempo per rispettare il termine fissato dal Dl Genova (dal 15 dicembre l’inserimento dei dati nell’Ainop, ndr), ma alla peggio si potrà partire a gennaio. L’importante è che l’inserimento dei dati avvenga entro il 30 aprile, come previsto sempre dall’art. 13 c. 5».

L’obiettivo di fondo dell’Ainop è avere una mappatura dello stato di conservazione delle infrastrutture pubbliche in Italia, che oggi a livello nazionale non c’è (ogni gestore ha – o non ha – la sua), per poi programmare l’eventuale necessità di ulteriori rilievi tecnici e/o di interventi di manutenzione straordinaria o di demolizione/ricostruzione nei casi più gravi. «Tutto nasce dopo il crollo del Ponte – spiega Dello Buono – cercavamo informazioni sul ponte Morandi ma erano sparse, non coordinate, non disponibili on line, o non disponibili per nulla. Oggi ci sono mille problemi nello scambio di informazioni sulle opere pubbliche, anche quando a chiederlo è il Mit. A volte sono problemi tecnici, a volte del tutto pretestuosi. Vogliamo invece che tutte le informazioni siano inserite dagli enti gestori di ogni opera in un’unica piattaforma informatica, e siano condivisi e scambiabili. Stiamo ragionando se l’Ainop, una volta raccolti i dati, debba avere una parte aperta a tutti e una riservata alle amministrazioni pubbliche. Fosse per me metterei tutto aperto. L’Ainop deve diventare il Google delle opere pubbliche».

Il nodo però è “quali informazioni” sono effettivamente ad oggi disponibili. E soprattutto la diversa qualità delle informazioni disponibili, ad esempio tra quelle che manderanno Anas e Rfi e quelle delle Province o dei piccoli Comuni sulle loro strade ed edifici. Il decreto Mit in preparazione definirà i contenuti tecnici e amministrativi da inserire, compresa una sorta di “classificazione” circa «lo stato e il grado di efficienza» dell’opera, come previsto dal Dl Genova. «Stiamo definendo un livello minimo di informazioni necessarie – spiega Dello Buono – tutti dovranno inserire i dati ma è chiaro che il piccolo ente inserisce quello che ha, anche solo le informazioni di base e i documenti in pdf. Poi dopo questo primo screening, da maggio in poi, potremo capire cosa e quanto serve per approfondire le conoscenze e poi per intervenire con la manutenzione straordinaria. Vedremo quanti soldi serviranno e poi ci porremo il problema di dove reperirli». I nuovi fondi per gli investimenti inseriti nella legge di Bilancio, 97 miliardi di euro in 15 anni, dovrebbero fornire una capienza sufficiente.

Ma facciamo un passo indietro.

Cos’è l’Ainop, quali opere censisce 
Il decreto Genova (decreto legge 28 settembre 2018, n. 109, convertito dalla legge 16 novembre 2018, n. 130) prevede l’istituzione presso il Ministero delle infrastrutture e dei
trasporti dell’Archivio informatico nazionale delle opere pubbliche, composto da nove sezioni (cioè le tipologie di opere):
a) ponti, viadotti e cavalcavia stradali; 
b) ponti, viadotti e cavalcavia ferroviari; 
c) strade archivio nazionale delle strade, di seguito ANS; 
d) ferrovie nazionali e regionali, metropolitane; 
e) aeroporti; 
f) dighe e acquedotti; 
g) gallerie ferroviarie e gallerie stradali; 
h) porti e infrastrutture portuali; 
i) edilizia pubblica. 

L’ultima voce è pressoché illimitata, sembra cioè comprendere tutti gli edifici realizzati da soggetti pubblici, dalle scuole i Municipi, gli edifici sanitari, le sedi di ministeri ed enti pubblici, le case popolari, etc…

Quali informazioni per ogni opera 
È sempre il decreto Genova a indicare quali informazioni devono essere inserite nell’Ainop, per ogni opera: 

a) i dati tecnici, progettuali e di posizione con analisi storica del contesto e delle evoluzioni territoriali; 
b) i dati amministrativi riferiti ai costi sostenuti e da sostenere; 
c) i dati sulla gestione dell’opera anche sotto il profilo della sicurezza; 
d) lo stato e il grado di efficienza dell’opera e le attivita’ di manutenzione ordinaria e straordinaria, compresi i dati relativi al controllo strumentale dei sistemi di ritenuta stradale in acciaio o in cemento; 
e) la collocazione dell’opera rispetto alla classificazione
europea; 
f) i finanziamenti; 
g) lo stato dei lavori; 
h) la documentazione fotografica aggiornata; 
i) il monitoraggio costante dello stato dell’opera anche con applicativi dedicati, sensori in situ e rilevazione satellitare; 
l) il sistema informativo geografico per la consultazione, l’analisi e la modellistica dei dati relativi all’opera e al contesto territoriale. 

Il coordinamento con le banche dati esistenti. La Bdap 
Il decreto Genova stabilisce che «i dati e le informazioni» che dovranno confluire nell’Ainop, «già rilevati dalla banca dati delle amministrazioni pubbliche (BDAP)» dovranno essere «forniti dalla Bdap all’Ainop». La Bdap è gestita dal Ministero dell’Economia e principalmente rileva la spesa sui progetti in corso, sui progetti di investimento (nel caso delle infrastrutture le nuove opere o le manutenzioni straordinarie). Tradizionalmente la Ragioneria dello Stato è gelosa dei dati della Bdap e poco propensa a condividerli “in automatico” con altre banche dati pubbliche. Dopo anni di insistenza solo nell’agosto scorso il Dipe (Presidenza del Consiglio) è riuscito a firmare con la Rgs un accordo per condividere sulla stessa piattaforma i dati della Bdap (Mef) e del Cup (Dipe).

Il caricamento dei dati e l’aggiornamento 
L'”alimentazione” dell’Ainop, con i dati sopra previsti e gli aggiornamenti, deve essere fatto dagli enti gestori delle diverse infrastrastrutture: le Regioni, le Province autonome di Trento e di Bolzano, gli enti locali, l’Anas, Rete Ferroviaria Italiana, i concessionari autostradali, i concessionari di derivazioni, i Provveditorati interregionali alle opere pubbliche, l’ente nazionale per l’aviazione civile, le autorità di sistema portuale e logistico, l’Agenzia del demanio e i soggetti che a qualsiasi titolo gestiscono o detengono dati riferiti a un’opera pubblica o all’esecuzione di lavori pubblici. 
Sulla base dei dati forniti, l’Ainop dovrà generare un codice identificativo della singola opera
pubblica (Iop), «riportandone le caratteristiche essenziali e distintive quali la tipologia, la localizzazione, l’anno di messa in esercizio e l’inserimento dell’opera nell’infrastruttura».
Da scioglilingua questo passaggio del decreto Genova sul dialogo tra banche dati: «L’AINOP, attraverso la relazione istituita fra Codice IOP e CUP, assicura
l’interoperabilita’ con la BDAP».

Il decreto Mit 
Un decreto del Ministero delle Infrastrutture deve definire le modalità con gli enti gestori delle infrastrutture inseriscono i dati nell’Ainop, o rendono disponibili i dati informatici già caricati sulle infrastrutture nelle eventuali già esistenti banche dati informatiche. Il Dm – che deve avere l’intesa nella conferenza unificata – deve precedere l’avvio operativo dell’Ainop, ma i tempi sono stretti, perché il Dl Genova stabilisce che il caricamento deve cominciare dal 15 dicembre, per concludersi entro il 30 aprile 2019.

Il monitoraggio costante 
Il Dl Genova stabilisce che l’Ainop deve essere «sviluppato tenendo in considerazione la necessita’ urgente di garantire un costante monitoraggio dello stato e del grado di efficienza delle opere pubbliche, in particolare per i profili riguardanti la sicurezza». Una volta costituito la prima volta, entro aprile, l’Ainop deve cioè essere costantemente aggiornato con le informazioni circa lo stato di manutenzione e sicurezza delle infrastrutture.

Sistema di monitoraggio dinamico 
L’articolo 14 del Dl Genova stabilisce che il Mit dve curare «la realizzazione e gestione, in via sperimentale, di un sistema di monitoraggio dinamico da applicare alle infrastrutture
stradali e autostradali, quali ponti, viadotti, rilevati, cavalcavia e opere similari, individuate dal Ministero stesso con apposito decreto, che presentano condizioni di criticita’ connesse al
passaggio di mezzi pesanti». Il riferimento è a sensori e altri sistemi di monitoraggio strumentale in tempo reale, anche tramite il Bim. 
È prevista una sperimentazione di 12 mesi, poi il Mit dovrà stabilire se e come rendere automatiche e obbligatorie queste rilevazioni.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Martini (Cgil): «L’attuale codice combatte la corruzione e tutela il lavoro. Non è vero che blocca il mercato». Macale (Filca): «Sbagliato allargare massimo ribasso e procedura negoziata»

Duro comunicato della Filca (sindacato edilizia della Cisl) contro le politiche del governo in materia di infrastrutture ed economia. Esplicito il titolo: «Su grandi opere, appalti, pensioni e fisco il governo sta sbagliando tutto».

Pesanti critiche al decreto legge sul Codice appalti (oggi in consiglio dei ministri anche dalla Cgil). «Conseguenze disastrose» e «arretramento della legislazione sugli appalti pubblici». Sono i rischi che deriveranno dall’approvazione del Dl semplificazioni con le modifiche al codice appalti, secondo il segretario confederale della Cgil Franco Martini. Per Martini non c’è «nulla di più falso» del «mantra secondo cui il nuovo Codice avrebbe bloccato il mercato degli appalti pubblici». «Il nuovo Codice Appalti – ricorda il dirigente sindacale – dopo una lunga gestazione, recepisce tre direttive europee che hanno come elemento centrale: la trasparenza, la legalità, la lotta alla corruzione, la tutela dei diritti dei lavoratori». «Tutti elementi innovativi – aggiunge – che escono notevolmente impoveriti e azzerati dalle nuove proposte del Governo». Per questo, Martini chiede «che vengano ascoltate le organizzazioni sindacali affinché si impediscano scelte sbagliate e negative per il nostro Paese».

Così invece il segretario nazionale della Filca Cisl Stefano Macale: «I provvedimenti attuati o annunciati su materie come le grandi opere, il Codice appalti, le pensioni e il fisco sono uno schiaffo a quei principi di legalità, giustizia sociale, sviluppo e rispetto dei diritti che sono alla base della società e sono propedeutici al rilancio del Paese». 
«Le grandi opere – aggiunge Macale – sono forse il simbolo di questa maggioranza giallo-verde: sul Terzo valico c’è il disco verde anche da parte di chi ha curato l’analisi costi-benefici, ma tutto è chiuso in un cassetto del ministero dei Trasporti. Sulla Tav, invece, il governo ha deciso di tergiversare, forse per non innervosire i No Tav, che manifesteranno sabato. Con buona pace dell’economia del Paese e delle decine di migliaia di lavoratori edili impegnati in quei cantieri».

«La ricetta del governo per la modifica del Codice appalti – prosegue il segretario nazionale della Filca Cisl Stefano Macale – è invece sbagliata e pericolosa: alzare a 5,5 milioni di euro la soglia per il massimo ribasso significa alimentare il lavoro nero, aumentare i rischi per i lavoratori, visto che i costi per la sicurezza sono i primi ad essere sacrificati, e avere opere di pessima qualità, e quindi pericolose per la collettività. Aumentare a 2,5 milioni di euro la procedura negoziata senza bando, che quindi interesserebbe oltre il 90% delle gare, è invece un incentivo alla corruzione e alla mancanza di trasparenza del mercato. Sulle pensioni – prosegue Macale – chiediamo di rafforzare l’Ape sociale: la quota 100 per i lavoratori edili è un sogno, vista la peculiarità del loro lavoro. Infine il fisco: la Cisl ha raccolto oltre mezzo milione di firme per una riforma equa. Si parta da quella proposta, altro che flat tax!», ha concluso il segretario nazionale della Filca.

Rincara la dose la Cgil
– “Si chiama Decreto Semplificazioni, ma è un vero e proprio stravolgimento con conseguenze disastrose e di arretramento della legislazione sugli appalti pubblici. Il mantra, per giustificare questa scelta, è che il nuovo Codice avrebbe bloccato il mercato degli appalti pubblici, nulla di più falso. La questione vera è che questo Governo, con in testa il Ministero delle Infrastrutture, utilizzando la giustificazione della valutazione costi-benefici, ha bloccato la realizzazione delle grandi opere e sospeso l’avvio di quelle strategiche che avevano l’autorizzazione per essere messe a gara”. È quanto dichiara il segretario confederale della Cgil Franco Martini.
“ll nuovo Codice Appalti – ricorda il dirigente sindacale – dopo una lunga gestazione, recepisce tre direttive europee che hanno come elemento centrale: la trasparenza, la legalità, la lotta alla corruzione, la tutela dei diritti dei lavoratori attraverso l’applicazione corretta dei contratti di lavoro e il contrasto al lavoro nero e al dumping salariale”. Inoltre, sottolinea “insieme a Cisl e Uil abbiamo posto l’attenzione sulla riduzione e qualificazione delle stazioni appaltanti; sulla trasparenza nell’iter delle gare pubbliche; sul contrasto al subappalto e al proliferare della trattativa privata, oltre alla centralità dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Tutti elementi innovativi del nuovo Codice, che escono notevolmente impoveriti e azzerati dalle nuove proposte del Governo”.
“Con il Decreto Semplificazione – avverte Martini – si produce un ulteriore passo indietro. Si dà la possibilità di procedere all’appalto senza un progetto esecutivo, ma sulla sola base di una semplice relazione. Si consente di dilatare all’inverosimile la procedura di trattativa privata senza bando di gara alimentando la discrezionalità. Diviene marginale il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa ripristinando la procedura al massimo ribasso entro la soglia di 5.500.000 euro”. Il segretario confederale evidenzia poi un ulteriore aspetto negativo “viene cancellata l’obbligatorietà di indicare in fase di gara le imprese a cui affidare il subappalto, una decisione devastante che indebolisce il contrasto alla penetrazione delle mafie nel sistema degli appalti”.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Progettisti e sindacati temono ‘effetti devastanti’ per il ritorno all’appalto integrato e l’aumento di procedure negoziate e aggiudicazioni con massimo ribasso.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Tra le principali criticità emerse nel corso di questi primi 30 mesi di applicazione delle nuove regole per i lavori pubblici in Italia hanno riguardato il numero “abnorme” di provvedimenti attuativi, necessari per completare la riforma di cui al D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti).

Fonte: Lavori Pubblici

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Continua oggi all’8a Commissione del Senato l’indagine conoscitiva sull’applicazione del Codice dei contratti con l’audizione dei rappresentanti della CNA (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa) mentre tra martedì e mercoledì si sono svolte quelle

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Il sistema gestionale del futuro rappresenta un’evoluzione del concetto di ERP deve combinare le tecnologie di ultima generazione a competenze di settore.

Fonte: Key4biz

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Un anno per sostituire il codice, entro l’anno successivo il regolamento attuativo. Al bando i «rinvii a strumenti di normazione secondaria»

Nuovo codice appalti entro un anno, seguito, entro un altro anno, dal regolamento esecutivo e attuativo, ed eventualmente entro i due primi anni di vigenza gli ulteriori correttivi o integrazioni. A prevederlo è lo schema di Ddl delega sulle Semplificazioni predisposto dal governo che oggi dovrebbe essere approvato dal Consiglio dei ministri insieme alle prime norme urgenti di modifica, inserite nel Dl Semplificazioni, anche questo all’esame del Cdm di oggi. Il nuovo codice, si legge nel testo, sarà adottato «con uno o più Dlgs», «sentita l’Anac» e previo parere di Consiglio di Stato e Conferenza unificata entro un anno dall’entrata in vigore del Ddl delega. Le disposizioni attuative, da emanare con uno o più Dpr, dovranno arrivare «entro 24 mesi», sempre dall’entrata in vigore del Ddl delega, che in un solo articolo condensa una serie di indicazioni. Una prima indicazione è una più stretta aderenza alle direttive comunitarie. Si prevede che la rubrica di ciascun articolo del nuovo codice debba indicare «il corrispondente articolo delle direttive europee di cui è data attuazione». La seconda indicazione è di rendere il codice il più immediatamente esecutivo possibile «limitando i livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive europee». 

Ma soprattutto, il nuovo codice suona come un ben servito alla soft law. Tra i «principi e criteri direttivi» indicati c’è infatti la raccomandazione di «eliminare i rinvii a strumenti di normazione secondaria diversi da quelli di cui al comma 3», cioè i decreti legislativi. 
La conferma della volontà di cancellare la stagione delle linee guida dell’Anac arriva dalla lista di materie che il Ddl indica come prioritarie per la definizione del regolamento attuativo del codice appalti. Il regolamento dovrà disciplinare, le seguenti materie: nomina, ruolo e compiti del responsabile del procedimento; progettazione di lavori, servizi e forniture, e verifica del progetto; sistema di qualificazione e requisiti degli esecutori di lavori e dei contraenti generali; sistemi di realizzazione dei contratti e selezione delle offerte; categorie di opere generali e specializzate; direzione dei lavori e dell’esecuzione; esecuzione del contratto, contabilità, sospensioni e penali; collaudo e verifica di conformità; tutela dei lavoratori e regolarità contributiva; affidamento dei contratti di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato, formazione e gestione degli elenchi di operatori economici; requisiti degli operatori economici per l’affidamento dei servizi di architettura e ingegneria; lavori riguardanti i beni culturali; contratti da svolgersi all’estero.

Non passa inosservato che alcune di queste materie sono state già regolamentate dall’Anac o dal ministero delle Infrastrutture. È il caso, per esempio della guida dell’Anac sul Rup, della direzione lavori e dell’esecuzione del contratto, oggetto di un decreto Mit. Anche il sottosoglia è stato regolamentato nel dettaglio dall’Anac con le linee guida n.4. E sulle categorie (generali e specialistiche) si è intervenuto con il decreto sulle cosiddette categorie “superspecialistiche”. Anche le norme attuative sui beni culturali sono già state regolate con un provvedimento ad hoc, in vigore. 
Si è inoltre lavorato – senza che però provvedimenti o linee guida siano ancora usciti – anche sul tema della progettazione: lo schema di Dm Mit sui livelli di progettazione è al rush finale (in un comitato ristretto insediato al Mit), mentre il decreto ministeriale “collegato” sulla progettazione semplificata (fino a 2,5 mln) viene di fatto superato dal Dl Semplificazione che introduce le prime modifiche sul codice appalti. 

Nuovi sono invece il tema della «tutela de lavoratori e regolarità contributiva» e quello dei «lavori all’estero», che il nuovo regolamento dovrà affrontare. Un tema che invece il regolamento non affronterà – perché non indicato nel Ddl delega – è quello della qualificazione delle stazioni appaltanti, una delle grandi incompiute dell’attuale codice, e – al momento – grande assente del prossimo codice. 

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Bianchi, vicepresidente dei costruttori, in audizione al Senato: colpa del nuovo codice la frenata degli investimenti negli ultimi due anni

«Riparametrare il reato d’abuso d’ufficio». È una delle proposte avanzate dall’Associazione nazionale costruttori (Ance)nel corso di un audizione sulla riforma degli appalti davanti alla Commissione Lavori pubblici del Senato. «Se il Paese è bloccato – ha detto Edoardo Bianchi, vicepresidente dell’associazione con delega ai lavori pubblici – è anche perchè per un amministratore o un funzionare oggi è più facile non firmare che mandare avanti un progetto. Il reato d’abuso d’ufficio, è uno di quei reati contestati molto di frequente a monte, ma poi non così frequentemente confermato a valle. Per questo pensiamo che vada riparametrato, anche se non cancellato». Altra richiesta per «permettere alla Pa di agire» è quella di riformare il ruolo del Cipe nell’approvazione dei progetti. «Tra un passaggio e un altro abbiamo calcolato che possono passare più di tre anni e mezzo».

Sulle modifiche al codice l’Ance ha ribadito la richiesta di poter contare da subito su un provvedimento ponte, con 4-5 modifiche dall’impatto immediato per far ripartire gli investimenti e poi una riforma complessiva «e profonda» del Dlgs 50/2016. Una linea che il Governo sembra peraltro aver sposato con le correzioni al codice inserite nel Dl semplificazioni e il Ddl deleghe che prevede anche il mandato al Governo per una riforma più complessiva da portare avanti entro un anno. «In 10 anni il settore ha perso il 47% degli investimenti – ha detto Bianchi – il calo degli ultimi due anni è imputabile alle difficoltà di applicazione del nuovo codice».

Tra i punti da correggere Bianchi ha citato i vincoli sul subappalto, l’offerta economicamente più vantaggiosa ma soprattutto il massimo ribasso, «che deve essere espunto dal nuovo codice» almeno per le opere fino a 5,5 milioni (soglia europea per i lavori) per le opere che non rivestono interesse transfrontaliero . La proposta dell’Ance in questa direzione è quella di applicare il criterio dell’esclusione automatica delle offerte anomale, sorteggiando solo dopo la presentazione delle offerte il criterio di calcolo delle medie economiche (metodo antiturbativa). Tra gli altri vari punti su cui intervenire, secondo l’Ance, inoltre, «è necessario eliminare la possibilità di far partecipare alle gare imprese fallite o in concordato in continuità», dal momento che «la partecipazione alle gare di imprese fallite o in concordato in continuità costituisce un fenomeno distorsivo del mercato, che penalizza le imprese sane».

«Purtroppo – ha sottolineato Bianchi – ai tempi ha cominciato lo Stato ha dare il cattivo esempio creando una bad company per Alitalia. Ora ci provano tutti. Le imprese saltano, fanno una bad company e dopo due anni ce le ritroviamo sul mercato senza il fardello dei debiti. È facile fare l’imprenditore scaricando ogni cinque anni il contatore dei debiti»

Ultimo punto l’abolizione dello split payment. Con in subordine l’estensione del meccanismo del «reverse charge» anche per i fornitori e non solo per i subappaltatori, in modo da rendere l’Iva neutra per i costruttori che acquistano i materiali per eseguire i lavori. «Con lo split payment un costruttore esegue lavori per 100 e si vede pagare 78 perché la Pa trattiene l’Iva- ha concluso Bianchi -. A valle però succede che l’impresa deve pagare l’Iva per gli acquisti sui materiali e può compensare l’Iva non ricevuta a monte solo con i subappaltatori grazie al meccanismo del reverse charge». Per questo l’Ance propone di «abrogare lo split payment o, comunque, rendere l’Iva una partita contabilmente neutra prevedendo, per le imprese soggette a monte allo split payment, l’applicazione del reverse charge a valle anche sulle forniture».

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

La delega elimina le linee guida vincolanti, ma mantiene l’interpretazione sull’applicazione del codice.Rimane la vigilanza, più spazio al precontenzioso

L’Anac rischia di perdere i gradi di Autorità di regolazione del mercato degli appalti, resteranno però i poteri di vigilanza sul mercato e verranno rafforzati quelli di «consulenza» di pubbliche amministrazioni e imprese attraverso l’attività di precontenzioso . La bozza di Ddl deleghe che include il mandato al Governo per riformare il sistema degli appalti chiude l’esperimento soft law e il tentativo di creare una vera attività di regolazione del mercato. L’Autorità Anticorruzione torna così all’era pre-Cantone, almeno sul fronte dell’attività “normativa” vincolante per Pa e imprese. Un ridimensionamento che, almeno secondo le prime indiscrezioni, non avrebbe comportato reazioni eccessivamente negative ai piani alti di Via Minghetti, dove verrebbe considerato comunque molto importante aver mantenuto, e in prospettiva rafforzato, il ruolo di accompagnamento del mercato da svolgere attraverso le linee guida non vincolanti e i pareri su richiesta.

Con l’arrivo del regolamento governativo spariranno invece gli atti con forza cogente nei confronti delle amministrazioni. Addio alla regolazione “flessibile”. Si tornerà al modello in auge ai tempi del codice del 2006, con un regolamento unico emanato dal governo in forma di Dpr, dopo aver ricevuto il parere del Consiglio di Stato.

Quanto alle linee guida già prodotte è possibile che non tutto il lavoro fatto dall’Autorità vada perduto. La bozza della delega, che potrebbe essere discussa già oggi in Consiglio dei ministri insieme al Dl semplificazioni, lascia già intravedere che su punti specifici (affidamenti sottosoglia, nomina dei Rup) almeno nei contenuti, alcune linee guida dell’Anac potranno essere recuperate dal nuovo regolamento. Tutte le altre dovrebbero invece conseguentemente perdere efficacia. E visto che nel frattempo sono andate in Gazzetta, come un qualunque altro atto normativo, c’è chi si chiede se per decretarne il fine vita servirà anche un provvedimento di abrogazione espresso.

Stando a quanto c’è scritto nella bozza di legge delega l’Autorità non dovrebbe invece perdere tutti gli altri poteri di vigilanza e controllo sul mercato che il nuovo codice ha reso molto più penetranti rispetto al passato. Dovrebbero restare dunque i controlli sulle varianti, le verifiche sugli appalti in house, la gestione dell’albo dei commissari i gara e soprattutto il potere di raccomandazione e successiva impugnazione dei bandi irregolari. Non sarebbe in discussione neppure il potere di proporre il commissariamento delle imprese a rischio corruzione, peraltro previsto da una legge diversa dal codice appalti: il Dl 90/2014. Insomma resterebbe in piedi tutto quel sistema di controlli che, secondo i detrattori, ha reso l’Anac uno “spauracchio” talmente temuto dai funzionari pubblici, da paralizzarne l’attività. Questo almeno in teoria. Nella delega si stabilisce infatti che l’Autorità deve perdere i poteri di regolazione vincolante, ma c’è alcun paletto che impone, riscrivendo il codice, di mantenerne tal quali come oggi i poteri di controllo sul mercato.

Quanto all’attività di risoluzione delle controversie prima di arrivare alle Aule dei tribunali (precontenzioso), la delega spinge verso un estensione dell’attività svolta dall’Anac, ma non è chiaro se attraverso pareri vincolanti, come in qualche caso accade oggi, o meno.

Semplificazione «massima» sottosoglia 
Anac a parte un altro punto della delega che merita di essere sottolineato riguarda gli appalti sotto soglia europea (5,5 milioni per i lavori, 221mila euro per i servizi). Qui la delega spinge molto sulle esigenze di semplificazione. Il nuovo codice dovrà prevedere un disciplina tutta nuova e «opportunuamente differenziata» rispetto alle norme applicabili al resto degli affidamenti. Soprattutto la spinta è nella direzione della «massima semplificazione» delle procedure che dovranno essere imporontate alla massima «rapidità». Per proporre correttivi ci saranno poi due anni di tempo, periodo raddoppiato rispetto a quanto accaduto con il codice del 2016, rimasto peraltro ancora oggi largamente inattuato.

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Tra le modifiche contenute nel Dl Semplificazioni all’esame del Cdm previsto oggi, c’è «l’inversione procedimentale» (opzionale) nel sottosoglia

Eliminare il dispendio di tempo necessario per la verifica amministrativa dei requisiti di tutti i partecipanti alle gare di lavori servizi e forniture. È questo lo scopo di una modifica al codice che riguarda le procedure aperte nelle gare sottosoglia introdotta dal Dl Semplificazioni. Lo schema di decreto legge, salvo imprevisti, dovrebbe essere approvato oggi dal Consiglio dei ministri insieme al disegno di legge delega che riguarda, tra le altre cose, anche la riforma del codice appalti. 

La novità in arrivo (se il testo sarà confermato) riguarda l’introduzione della possibilità di invertire rispetto ad oggi l’ordine delle due fasi della procedura, anticipando cioè l’esame delle offerte tecniche rispetto alla verifica dei requisiti amministrativi, in analogia con quanto è consentito nei settori speciali. La stazione appaltante potrà scegliere di adottare questa soluzione – peraltro contenuta e prevista all’articolo 56 della direttiva 2014/24/Ue – ma dovrà indicarla nel bando di gara. E dovrà indicare nel bando anche «le modalità della verifica sugli offerenti, anche a campione, della documentazione relativa dell’assenza dei motivi di esclusione e del rispetto dei criterio di selezione». 

La nuova opzione offerta alla stazione appaltante è indicata nel nuovo comma 5-bis che si inserisce dopo il comma 5 dell’articolo 36 del codice dedicato appunto ai contratti sottosoglia. Ecco il testo integrale del comma (come indicato nella bozza di entrata in Cdm del decreto legge Semplificazioni: «5-bis. Nelle procedure aperte, le stazioni appaltanti possono decidere che le offerte siano esaminate prima della verifica dell’idoneità degli offerenti. Tale facoltà può essere esercitata se specificamente prevista nel bando di gara o nell’avviso. Se si avvalgono di tale facoltà, le amministrazioni aggiudicatrici garantiscono che la verifica dell’assenza di motivi di esclusione e del rispetto dei criteri di selezione sia effettuata in maniera imparziale e trasparente, indicando nei documenti di gara le modalità della verifica sugli offerenti, anche a campione, della documentazione relativa dell’assenza dei motivi di esclusione e del rispetto dei criteri di selezione. Nel caso di applicazione dell’articolo 97, comma 8, sulla base dell’esito di detta verifica, si procede a ricalcolare la soglia di anomalia».

La nuova norma specifica che nel caso di affidamenti al massimo ribasso, andrà ricalcolata la soglia di anomalia (che potrebbe essere modificata a seguito dell’eliminazione delle offerte di concorrenti che non hanno passato il vaglio delle successive verifiche sui requisiti amministrativi indicati all’articolo 80). Non è chiarissimo cosa succede se una stazione appaltante che decide di affidare un appalto sottosoglia con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa vogli anche approfittare dell’inversione procedimentale. In questo caso sembra perdere di significato il riferimento all’articolo 97, comma 8. A meno che, l’intero comma 5-bis, nell’intenzione del legislatore – sia pure non chiaramente espressa – debba applicarsi alle sole procedure aperte sottosoglia con aggiudicazione al massimo ribasso. 

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

Consiglio di Stato: in questo caso non vale la regola che permette di sostituire la ditta ausiliaria con un’altra in possesso dei requisiti

Qualora nell’ambito dell’avvalimento l’impresa ausiliaria abbia rilasciato una dichiarazione mendace, omettendo di indicare un reato commesso da un ex amministratore, l’ente appaltante deve procedere all’esclusione del concorrente che aveva intenzione di avvalersi della suddetta impresa ausiliaria. 

Non è infatti applicabile alla fattispecie la previsione normativa che consente, a fronte della riscontrata carenza dei requisiti generali in capo all’impresa ausiliaria, di sostituire quest’ultima senza incorrere nella sanzione dell’esclusione. 

Inoltre relativamente alla commissione di reati va tenuta distinta l’ipotesi delle fattispecie di reato espressamente indicate come causa di esclusione da quelle in cui sussiste a carico del concorrente solo un onere di denuncia, lasciando all’ente appaltante ogni valutazione al riguardo, specie sotto il profilo della sussistenza del grave illecito professionale. Ciò tenendo presente che comunque la presentazione di documenti o dichiarazioni non veritieri costituisce di per sé causa di esclusione dalla gara. 

Sono queste le principali affermazioni contenute nella sentenza del Consiglio di Stato, Sez. V, 19 novembre 2018, n. 6529, che da un lato si occupa del profilo specifico degli oneri dichiarativi nell’ambito dell’avvalimento, dall’altro offre lo spunto per individuare i criteri che devono guidare i concorrenti a fronte della eventuale commissione di reati. 

Il fatto 
Un ente appaltante aveva svolto una procedura aperta per l’affidamento di un appalto integrato di progettazione ed esecuzione di lavori. A fronte dell’intervenuta aggiudicazione l’impresa seconda classificata proponeva ricorso contestando, tra le altre cose, che l’aggiudicataria aveva presentato una dichiarazione poi risultata non veritiera in relazione ai requisiti dell’impresa ausiliaria di cui la prima intendeva avvalersi. In particolare nella dichiarazione risultava omessa l’intervenuta condanna penale nei confronti dell’ex direttore tecnico dell’impresa ausiliaria per un reato relativo alla gestione di rifiuti non autorizzata. 
Il Tar Lazio, investito della controversia, ha respinto il ricorso anche con specifico riferimento alla censura sopra indicata. Il giudice amministrativo ha infatti ritenuto che, pur trattandosi di una dichiarazione oggettivamente non veritiera, essa si riferisse a una condanna penale che non influiva in alcun modo sulla moralità professionale dell’impresa ausiliaria, trattandosi di un reato di scarsa rilevanza e che risultava commesso in epoca molto risalente nel tempo rispetto al momento di indizione della gara.

La decisione del giudice di primo grado è stata oggetto di appello presso il Consiglio di Stato che, nel riformare la sentenza del Tar, si è in particolare soffermato proprio sul profilo da ultimo segnalato.

La dichiarazione mendace dell’impresa ausiliaria 
Il punto di partenza della fattispecie in esame è che l’impresa ausiliaria, pur avendo il suo ex direttore tecnico commesso un reato legato alla gestione dei rifiuti, ha omesso ogni riferimento allo stesso nella dichiarazione rilasciata. 
Secondo il Consiglio di Stato questa omissione è di per sé causa di esclusione dalla gara, a prescindere dall’indagine sulla qualità e gravità del reato di cui si tratta. 
Questa conclusione viene fondata sulla considerazione che la dichiarazione mendace costituisce un’autonoma fattispecie di esclusione dalla gara, a prescindere dal possesso o meno dei requisiti generali – e quindi a prescindere dall’indagine sul rilievo del reato in questione come integrante un’ipotesi di esclusione – in quanto viene a minare il rapporto fiduciario tra ente appaltante e concorrente.

Una conferma in questo senso si troverebbe anche nel dato testuale della norma. L’articolo 89, comma 1 del D.lgs. 50 stabilisce infatti che nell’ambito dell’avvalimento l’impresa principale deve presentare, tra le altre cose, una dichiarazione sottoscritta dall’impresa ausiliaria attestante il possesso dei requisiti generali. Nel caso di dichiarazioni mendaci si procede all’esclusione del concorrente e all’escussione della garanzia.

In realtà il punto sta proprio nello stabilire quando una dichiarazione possa considerarsi mendace. La norma sembra collegare la dichiarazione mendace al possesso dei requisiti generali, per cui una dichiarazione può essere considerata tale solo se nasconde un fatto o una circostanza che ha rilievo ai fini del possesso di detti requisiti.

Va poi tenuta nella debita considerazione anche la previsione contenuta nel comma 3 dell’articolo 89, secondo cui l’impresa ausiliaria nei cui confronti sussistono cause di esclusione deve essere sostituita. Questa previsione mal si concilia con quella contenuta al precedente comma 1, che sancisce l’esclusione del concorrente nel caso di dichiarazioni mendaci dell’impresa ausiliaria. In altri termini la dichiarazione mendace dell’impresa ausiliaria dovrebbe produrre contestualmente due effetti, tra loro contrapposti: da un lato l’esclusione del concorrente (e dell’impresa ausiliaria), dall’altro la sostituzione dell’impresa ausiliaria.

Questa contraddizione è stata superata nella pronuncia in commento sulla base di un ritenuto rapporto di specialità della previsione del comma 3 rispetto a quella del comma 1. Si tratta in verità di una conclusione tanto netta quanto debole nella sua argomentazione, non essendo del tutto chiaro come si venga a definire il dichiarato rapporto di specialità tra le due previsioni.

La questione si arricchisce poi di ulteriori elementi se si esaminano anche le previsioni contenute all’articolo 80 in materia di requisiti generali ovvero di cause di esclusione dalle gare. Infatti al comma 5 è stata inserita dal Decreto correttivo (Dlgs 56/2017) la causa di esclusione consistente nel fatto che l’operatore economico abbia presentato in sede di gara documentazione o dichiarazioni non veritiere. In realtà anche in questo caso occorre valutare quando una dichiarazione può considerarsi non veritiera, nel senso che va delimitato il campo di quello che ragionevolmente deve formare oggetto di dichiarazione.

I reati e le dichiarazioni mendaci 
Proprio con riferimento al rapporto tra commissione di reati e dichiarazioni mendaci la pronuncia del Consiglio di Stato svolge alcune importanti considerazioni.

Secondo il giudice amministrativo la dichiarazione non veritiera è sanzionata in via generale, in quanto circostanza che incide negativamente sull’affidabilità del futuro contraente, e ciò a prescindere da ogni considerazione su fondatezza, gravità e pertinenza degli episodi non dichiarati. Il legislatore ha inteso sanzionare la reticenza in sé considerata, in attuazione dei principi di lealtà e affidabilità, che devono indurre gli aspiranti contraenti alla più totale correttezza e trasparenza.

Sotto altro profilo l’eventuale condanna può assumere rilievo in quanto espressione del grave illecito professionale, dovendosi ritenere tale qualsiasi condotta legata all’esercizio dell’attività professionale che abbia dato luogo a fattispecie penali. 
Inoltre, sotto il profilo degli effetti, vanno tenute distinte le condanne penali relative agli specifici reati elencati al comma 1 dell’articolo 80 da quelle che possono avere influenza ai fini di configurare il grave illecito professionale. Nel primo caso l’esclusione è un atto vincolato, discendendo direttamente dalla legge, mentre nel caso del grave illecito professionale la valutazione sulla rilevanza del reato quale causa di esclusione è rimessa alla stazione appaltante, fermo restando che il concorrente non può compiere alcuna autonoma valutazione in merito alla rilevanza dei reati che devono essere comunicati all’ente appaltante.

Questo insieme di affermazioni estende in maniera molto ampia i contenuti dell’obbligo dichiarativo dei concorrenti in relazione ai reati commessi. L’impostazione non sembra fare differenza in relazione alla tipologia di reati e alla loro gravità: qualunque reato va dichiarato, restando poi in capo all’ente appaltante la valutazione ultima sulla loro effettiva incidenza ai fini di consentire o meno la partecipazione alla gara del concorrente.

I reati e le cause di esclusione 
Le considerazioni svolte consentono di operare qualche ulteriore riflessione in merito al rapporto tra commissione di reati e cause di esclusione dalle gare, con riferimento all’estensione dell’obbligo informativo che grava sul concorrente.

Vi sono delle tipologie di reati il cui accertamento con sentenza passata in giudicato o decreto penale di condanna o sentenza patteggiata producono di per sé l’esclusione del concorrente dalla gara. Si tratta dei reati puntualmente elencati all’articolo 80, comma 1, e che sono ritenuti di una gravità tale da comportare l’automatica esclusione, senza che residui alcun apprezzamento discrezionale in capo all’ente appaltante. 
In questa ipotesi è evidente che sussiste un obbligo informativo a carico del concorrente, che più ragionevolmente condurrà lo stesso alla rinuncia alla partecipazione alla gara.

Diverso è il discorso per gli altri reati che non rientrano nell’elencazione sopra richiamata. In questo caso la commissione del reato può incidere negativamente sulla “moralità professionale” del concorrente. L’articolo 80, comma 5, lettera c) prevede infatti che il concorrente sia escluso qualora lo stesso si sia reso colpevole di gravi illeciti professionali, tali da rendere dubbia la sua integrità o affidabilità, che l’ente appaltante può dimostrare con mezzi adeguati. Rispetto a questa ipotesi si tratta di stabilire quanto esteso sia l’obbligo informativo a carico dei concorrenti.

Vi è al riguardo una tesi estensiva, fatta propria dalla giurisprudenza prevalente e a cui si richiama anche la sentenza in commento, secondo cui il concorrente sarebbe tenuto a dichiarare qualunque reato, a prescindere dalla sua tipologia, gravità e periodo più o meno risalente nel tempo in cui è stato commesso. Ciò in aderenza al principio secondo cui non spetta al concorrente operare alcun tipo di valutazione, dovendosi egli limitare a registrare il fatto storico, sulla cui rilevanza solo l’ente appaltante può esprimersi.

La conseguenza ultima è che se il concorrente omette di dichiarare un reato, qualunque esso sia, egli incorre nella causa di esclusione di cui al comma 5, lettera f- bis, che sanziona la documentazione o dichiarazione non veritiera presentata nella procedura di gara. 
In realtà questo approccio interpretativo non convince del tutto. Infatti, essendo la commissione del reato legata all’eventuale sussistenza del grave illecito professionale, i reati che vanno dichiarati sono solo quelli che attengono a tale ipotesi, che sono cioè in grado di incidere sulla moralità ed affidabilità del concorrente.

Evidentemente appare corretto ritenere che il concorrente debba muoversi con criteri prudenziali, e quindi nel dubbio in merito alla rilevanza di un reato debba dichiararlo lasciando la valutazione ultima all’ente appaltante. Nel contempo sembra ragionevole escludere dall’onere dichiarativo quei reati che per tipologia non hanno alcuna attinenza con l’illecito professionale e la cui conoscenza risulta quindi del tutto indifferente per l’ente appaltante.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, n.14 del 16 gennaio 2018, è stato adottato il “Regolamento recante procedure e schemi-tipo per la redazione e la pubblicazione del programma triennale dei lavori pubblici, del programma biennale per l’acquisizione di forniture e servizi e dei relativi elenchi annuali e aggiornamenti annuali” in attuazione dell’articolo 21, comma 8, del d.lgs. 50/2016.

Fonte: Lavori Pubblici

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Quando è legittimo il ricorso al soccorso istruttorio operato dalla stazione appaltante in sede di valutazione delle offerte? A rispondere a questa domanda ci ha pensato la Sezione Terza del Consiglio di Stato con la sentenza n. 6752/2018 con la quale ha respinto il ricorso presentato per l’annullamento di una decisione di primo grado che aveva ritenuto illegittimamente applicato lo strumento del soccorso istruttorio.

Fonte: Lavori Pubblici

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Ampliati gli spazi per l’appalto integrato. Alla fine sembra che il Governo si sia deciso a rivedere, in parte, l’idea iniziale di limitare il ricorso al c.d. appalto integrato.

Fonte: Lavori Pubblici

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Se queste sono le proposte del Governo del cambiamento per semplificare e per riformare il codice, possiamo tranquillamente dire che i progettisti possono prepararsi a chiudere“.

Sono queste le parole del Presidente OICE Gabriele Scicolone in riferimento alle proposte di modifica al D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti) contenute nell’art. 17 della bozza del D.L. Semplificazioni che il Governo sta preparando.

Fonte: Lavori Pubblici

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Con la conversione in Legge del decreto sicurezza introdotta una nuova modifica per l’invio notifica preliminare cantieri e introdotte nuove disposizioni relative al piano di emergenza interno per gli impianti di stoccaggio e lavorazione dei rifiuti.

Fonte: Punto Sicuro

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Un nuovo studio prevede i rischi che si prospettano per la salute e la sicurezza: intelligenza artificiale, robot collaborativi, realtà virtuale e aumentata, piattaforme online e altre innovazioni sono destinate a cambiare le modalità di lavoro.

Fonte: Punto Sicuro

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Un intervento al convegno SAFAP 2018 presenta alcune procedure di ispezione e verifica di impianti ed attrezzature in ambienti sospetti di inquinamento o confinati. L’accesso agli ambienti confinati, i risultati e le check list.

Fonte: Punto Sicuro

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Segmentazione delle risposte fra pubbliche amministrazioni, professionisti e aziende private, articoli del Codice Appalti più commentati, numeri sulle proposte di abrogazione, modifica o conferma. I dettagli sulla consultazioni ministeriale.

Fonte: Agenda Digitale

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Le linee di indirizzo del Civ per la redazione del bando Isi per il 2018.

Gli incentivi Inail per la sicurezza del lavoro dovranno andare anche alle imprese che adottano modelli organizzativi e di responsabilità sociale.

Fonte: Italia Oggi

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«Necessario un intervento dell’Autorità per meglio cadenzare l’entrata in vigore della previsione e definirne modalità di applicazione più funzionali»

L’attuale dibattito sull’efficacia della soft law nel settore della contrattualistica pubblica rischia – a breve – di arricchirsi di un ulteriore caso concreto che, se non corretto in tempo, potrebbe determinare un sostanziale blocco delle gare d’appalto.

Al pesante calo delle gare d’appalto (oltre il 40%) che si sta già registrando a causa dell’obbligo per le Pa di effettuare comunicazioni solo per posta elettronica (da cui consegue la necessità di effettuare le procedure concorsuali attraverso una piattaforma telematica), si dovrebbe aggiungere il sistema di estrazione a sorte dei commissari di gara, di cui agli articoli 77 e 78 del codice dei contratti e della linea guida n. 5(delibera 648 del 18 luglio 2018) con cui sono state diramate le istruzioni operative per l’iscrizione all’Albo dei Commissari. 
Bisogna però dire che, l’entrata in vigore dell’Albo dei commissari – fissata per il 15 gennaio 2019 – non deriva direttamente dall’articolo 216 c.12 del Codice (quindi non è dipesa dal legislatore), ma da provvedimenti dell’Anac. Tali provvedimenti hanno regolato la fase transitoria in attesa dell’entrata in vigore dell’Albo dei commissari.

In particolare, con la linea guida n. 5 (Punto n. 1.2) del 10 gennaio 2018, si prevede che «l’Autorità con ulteriori linee guida disciplini i termini del periodo transitorio da cui scatta l’obbligo del ricorso all’Albo».

Quindi, con la delibera 648 del 18 luglio 2018 (che per la precisione non è formalmente una linea guida, ma un Comunicato del Presidente dell’Anac) si prevede che «ai fini dell’estrazione degli esperti, l’Albo è operativo, per le procedure di affidamento delle quali i bandi e gli avvisi prevedono termini di scadenza della presentazione dell’offerte a partire, dal 15 gennaio 2019».

Ne deriva che per tutte le gare in cui viene prevista l’offerta economicamente più vantaggiosa e nelle quali il termine per la presentazione dell’offerta sia successivo al 15 gennaio 2019, le stazioni appaltanti dovranno obbligatoriamente attingere da tale Albo sia per la nomina dei commissari di gara sia per la nomina del presidente di commissione. 
Questo vale per tutti gli appalti di lavori superiori a 1 milione di euro, nonché per i servizi e le forniture superiori alla soglia comunitaria.

Occorre osservare, peraltro, come, ad oggi, facendo delle ricerche sul portale dell’Anac siano riscontrate circa 1.100 iscrizioni nell’Albo dei commissari, un numero che appare palesemente insufficiente a fronteggiare le esigenze delle varie amministrazioni su tutto il territorio nazionale (si possono in media calcolare un numero di gare mensili di oltre 500, con almeno tre componenti la commissione di gara: quindi 1500 commissari al mese!). E ciò, senza neppure considerare le iscrizioni di soggetti non effettivamente interessati o, ancora peggio, che – spaventati dalle responsabilità – decidano di non accettare l’incarico!

Se si aggiungono anche: le inevitabili e fisiologiche lungaggini conseguenti alla richiesta da parte delle amministrazioni all’Anac; il tempo di risposta di quest’ultima; la necessaria effettuazione del sorteggio; il recapito dell’invito ai commissari sorteggiati; la fissazione delle date per i diversi incontri della commissioni di gara, ecc., ben si comprende come il pericolo di totale blocco sia oggettivo e reale.

Ma v’è di più!

Occorre anche prendere in considerazione che, in questo modo si introduce nel procedimento di scelta del contraente un subprocedimento legato alla scelta dei commissari di gara, con tutte le conseguenze anche in tema di ricorsi davanti al giudice amministrativo e di contestazioni che possono ripercuotersi anche sulle procedure di aggiudicazione.
Appare evidente, allora, la delicatezza del tema. 

Evidentemente, chi ha ipotizzato questo meccanismo ha preso in considerazione soltanto i sacrosanti principi dell’anticorruzione senza preoccuparsi delle negative ricadute di tale regolamentazione sul sistema degli appalti. Ancora una volta, sorge la domanda se sia corretto e possibile sacrificare il sistema produttivo del Paese in nome dell’esigenza di combattere la corruzione, o se non vi siano, quanto meno, strumenti che valorizzino l’operato e l’efficacia della pubblica amministrazione non corrotta, vale a dire la gran parte della stessa.

Tornando alla scadenza del 15 gennaio 2019, siamo ancora in tempo per intervenire ed evitare i pericoli di blocco dell’attività. Auspichiamo, pertanto, che l’Anac intervenga con immediatezza per meglio cadenzare l’entrata in vigore della previsione e definirne modalità di applicazione più funzionali.

Questo non significherebbe affatto perdere autorevolezza ed efficacia nell’azione da parte dell’Anac, ma al contrario, evitando il blocco delle gare, porterebbe ad un incremento della fiducia di tutti gli operatori nel suo ruolo istituzionale di reale controllo.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Nel decreto che andrà in Consiglio dei ministri questa settimana l’alleggerimento delle procedure di gara sotto i 5,5 milioni

Sarà necessariamente una risposta interlocutoria quella che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, darà domani sulla Torino-Lione ai comitati «Si Tav», invitati a Palazzo Chigi dopo la manifestazione di Torino. Inevitabile per il governo attendere l’analisi costi-benefici commissionata dal ministro delle Infrastrutture Toninelli in stretto raccordo con ilvicepremier Di Maio e attesa per la fine del mese. Al tempo stesso il premier vorrà rimarcare come il suo governo lavora per la crescita, per gli investimenti e per il rilancio delle infrastrutture piccole e grandi. Per dare credibilità a questa posizione Conte non si limiterà a promettere qualche norma aggiuntiva nella legge di bilancio e a ricordare i 15 miliardi in più già stanziati in quel provvedimento. Annuncerà lo sblocco del terzo valico Genova-Milano, prima opera per cui arriva la “pagella” dei tecnici, e la riapprovazione nel Consiglio dei ministri di mercoledì o giovedì di un decreto legge semplificazioni potenziato. In particolare, nel decreto è stato inserita la prima tranche della riforma del codice degli appalti, che modifica e alleggerisce le procedure di gara per le piccole opere «sottosoglia», quindi inferiori ai 5 milioni di euro. Nella stessa riunione del governo dovrebbe essere varato il disegno di legge delega che rimette mano complessivamente al codice degli appalti varato dal governo Renzi e correttto già una volta dal governo Gentiloni. Una profonda riforma del codice appalti è quello che chiedono anche le imprese.

Dopo due mesi nel “congelatore” riapproderà dunque questa settimana (forse già domani) al consiglio dei ministri il decreto semplificazioni che era stato approvato «salvo intese» lo scorso 15 ottobre. Tra le novità, rispetto alle norme già annunciate, c’è la proroga per il rimborso del prestito Alitalia (nel termine di 30 giorni dal completamento della cessione degli asset). Ma c’è anche l’abolizione del Sistri, il sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti. Non ci saranno nuove proroghe della concessione ai privati e si studia un sistema la cui gestione sarà effettuata direttamente dal ministero dell’Ambiente. Fino alla definizione del nuovo sistema, dal 1° gennaio 2019 i soggetti su cui ricade l’obbligo potranno usare il tradizionale metodo “cartaceo” oppure la modalità telematica consentita in base al Codice dell’amministrazione digitale. Spunta anche la modifica alle norme sull’esecuzione immobiliare per proteggere dal pignoramento degli immobili gli imprenditori in crisi a causa di crediti non saldati dalla Pubblica amministrazione. Confermate le altre misure: dai 50 milioni al Fondo di garanzia a difesa proprio degli imprenditori che hanno crediti con la Pa, alle nuove semplificazioni per le startup, alla validità giuridica per la tecnologia blockchain. Non c’è invece – almeno secondo le ultime bozze – la norma sull’Rc auto “equa” fortemente voluta dai Cinque Stelle e dal ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio per ridurre i costi soprattutto nelle aree del Sud più penalizzate. Finora avrebbe pesato il secco “no” della Lega.

Sul fronte lavoro, in bilico le due norme che “correggono” il decreto dignità. Con la prima si prova a dare maggior peso alla contrattazione nazionale nel gestire le causali che sono tornate obbligatorie nei contratti a termine. Con la seconda, si era ipotizzata la cancellazione del contributo aggiuntivo, 0,5%, in caso di rinnovi dei contratti interinali e stagionali.

Fonte: Edilizia e Territorio

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Si va dalla gronda di Genova, che vale 5 miliardi, al completamento dell’ospedale Morelli diReggio Calabria che ne costa 114,9.

Sono 27 le grandi opere italiane di importo superiore a 100 milioni ferme, in bilico o congelate e valgono un investimento complessivo di 24,6 miliardi. Il monitoraggio stavolta lo ha fatto l’Ance, l’associazione nazionale dei costruttori, con il proprio sito sbloccantieri.it che ha per obiettivo censire a tutto campo le opere bloccate. Si va dalla gronda di Genova, che vale 5 miliardi, al completamento dell’ospedale Morelli diReggio Calabria che ne costa 114,9.

Le grandi opere ferme sono concentrate maggiormente al Nord (si veda la mappa pubblicata in alto): 16 opere per un totale di 16 miliardi di euro di investimento.

Questo spiega perché proprio dal “Nord produttivo” siano partite la contestazione più dura al governo e la richiesta di un rilancio immediato dei cantieri bloccati. Il tema delle infrastrutture bloccate o a rilento non è certo una novità attribuibile solo a questo governo. E in effetti nella protesta delle imprese c’è un allarme più generale, che va dalle leggi farraginose ai passaggi infiniti di approvazione delle opere dalla burocrazia infinita all’eterna riprogrammazione delle priorità a seconda del colore politico si scagliano ora le imprese unite. Il grande male che tutti promettono e nessuno riesce a risolvere.

Non c’è dubbio, però, che il bersaglio delle imprese sia anche il governo attuale in modo puntuale. L’accusa è quella di fare poco o nulla per la crescita, sia nella manovra, dove si tagliano gli incentivi per industria 4.0, sia proprio per le infrastrutture. Un governo che a parole vuole rilanciare gli investimenti pubblici ma poi si attarda nel fare per l’ennesima volta l’analisi alle singole opere. Con un conflitto interno fortissimo fra la Lega che le opere infrastrutturali vuole farle di corsa e i Cinque stelle che hanno nel proprio dna costitutivo movimenti come i “no Tav” capaci di orientare pesantemente il consenso pro o contro il Movimento nelle regioni dove operano. Un conflitto che genera paralisi quando le stesse ricette di politica economica del governo richiederebbero che sullo sblocco di grandi e piccole opere si corresse.

Le opere ferme, per altro, non si trovano soltanto al nord perché anche nel centro-sud il monitoraggio Ance ha individuato numerose opere: quattro al centro per un investimento di 5,3 miliardi e sette nel Mezzogiorno per 3,1 miliardi di euro. L’Ance calcola l’effetto che produrrebbe uno sblocco di tutte le opere ferme: impatto sull’economia (comprteso l’indotto) per 86 miliardi e 380mila posti di lavoro.

L’altro argomento che usa l’Ance rigurarda i fondi Ue per le infrastrutture prioritarie. L’Italia si colloca al terzo posto, con un aiuto di 1,5 miliardi (su un investimento di 3,8), fra i paesi europei beneficiari dopo Germania e Francia. La Torino-Lione è la prima opera beneficiaria con 451 milioni. «Mettere in discussione il progetto – dice Ance – significa mettere a rischio i finanziamenti europei, oltre a rischiare una penale».

Fonte: Edilizia e Territorio

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Completare le opere strategiche programmate e iniziate è priorità per cittadini e imprese: no a nuove incompiute“. È l’appello lanciato dai vertici Ance riuniti a Torino per il Consiglio di Presidenza nazionale allargato al Comitato di Ance Torino e ai Presidenti territoriali di Ance Piemonte in vista degli Stati Generali delle Associazioni di impresa che si terrà nel capoluogo piemontese.

Fonte: Lavori Pubblici

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Un documento presenta una raccolta di sentenze sul tema della responsabilità penale del responsabile del servizio di prevenzione e protezione. Le definizioni dell’RSPP e il collegamento funzionale con il datore di lavoro.

Fonte: Punto Sicuro

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Una tecnologia di manifattura additiva in grado di realizzare prodotti a elevate prestazioni in materiale composito: anche quest’anno l’Industria 4.0 l’ha fatta da padrone al Premio nazionale dell’innovazione, il concorso legato a idee e business plan del mondo universitario. Ad aggiudicarsi il premio assoluto è stato il progetto Moi, vincitore della Start Cup Lombardia.

«Si tratta di un sistema all’avanguardia – ha spiegato il capogruppo Gabriele Natale – che prevede l’utilizzo di una macchina a controllo numerico in grado di depositare delle fibre continue impregnate di resina termoindurente al fine di creare oggetti a elevate prestazioni orientando le fibre in funzione del carico che dovranno sopportare».

Il Pni – a cui concorrono i migliori progetti d’impresa innovativa vincitori delle 15 competizioni regionali (StartCup) che coinvolgono le 47 università e incubatori associati, oltre a numerose istituzioni – ha visto quest’anno la partecipazione di 2.388 neoimprenditori, per un totale di 797 idee d’impresa e 315 business plan presentati. I vincitori sono stati selezionati tra le 59 startup finaliste da una giuria composta di esponenti del mondo dell’impresa, della ricerca universitaria e del venture capital, sulla base di criteri come originalità dell’idea imprenditoriale, realizzabilità tecnica, interesse per gli investitori, adeguatezza delle competenze del team, attrattività per il mercato. Il montepremi complessivamente erogato è stato pari a un milione di euro, di cui 400mila in denaro e 600mila in servizi offerti dagli atenei e dagli incubatori.

«Per il secondo anno consecutivo il vincitore del Pni è una startup che contribuisce al filone di Industry 4.0 – commenta Giovanni Perrone, presidente di PNICube – Questo a testimonianza dell’attualità della ricerca e delle applicazioni innovative delle università italiane che, attraverso le loro idee imprenditoriali, possono attivamente contribuire alla crescita e all’innovazione di uno degli asset fondamentali dell’economia del Paese, la manifattura».

Per quanto riguarda gli altri premi , quello dedicato al Cleantech&Energy è andato a InnovaCarbon, dalla StartCup Calabria, con una tecnologia per la depurazione di acque contaminate da sostanze organiche attraverso un filtro assorbente composto da nanomateriali dalle altissime performance. Quello per l’Ict è stato aggiudicato a Ofree (StartCup Veneto) con una provocatoria applicazione che permette alle persone di convertire il tempo speso giocando ai videogiochi in donazioni, in modo coinvolgente. A vincere il premio Life Sciences è stato Relief (StartCup Toscana) che ha sviluppato uno sfintere endouretrale per il ripristino della continenza urinaria: scarsa invasività e facilità di utilizzo le caratteristiche salienti della soluzione.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Ordine Architetti Roma: ‘i minimi sono giustificati da ragioni di interesse pubblico’. Promuovere la sicurezza negli appalti equiparando i corrispettivi dei professionisti della sicurezza ai costi della sicurezza tradizionalmente intesi.

Fonte: Edilportale

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Tutte le novità del testo approvato dal comitato tecnico-scientifico sulla prevenzione incendi, destinato a sostituire il Dm del 1998

È stato approvato nella seduta del 28 novembre del Comitato centrale tecnico scientifico per la prevenzione incendi (Ccts) del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, l’attesa bozza di decreto con la quale vengono aggiornati i criteri per la valutazione del rischio antincendio e la gestione delle emergenze nei luoghi di lavoro. Si tratta, nello specifico, del regolamento destinato a sostituire lo “storico” decreto 10 marzo 1998. L’emanazione del provvedimento era stata prevista, dieci anni fa, dal cosiddetto “testo unico” sulla sicurezza, ossia dal Dlgs 81 del 2008. Più volte, negli anni, si era arrivati ad abbozzarlo, ma negli ultimi mesi il testo è stato elaborato e poi emendato, fino ad arrivare in pochissimo tempo alla versione concordata del 28 novembre. Un’accelerata che il provvedimento non aveva mai conosciuto. 

La bozza, ormai delineata dai Vigili del Fuoco, stabilisce i criteri da seguire sia per valutare il rischio incendio all’interno dei luoghi di lavoro che per stabilire le conseguenti misure da adottare per ridurre la probabilità di innesco e per contenere le conseguenze in caso di incendio. Sono comprese, ovviamente, le misure organizzative e gestionali da attuare, che comprendono l’eventuale stesura del piano di emergenza e la designazione e la formazione degli addetti al servizio antincendio. Rispetto alla versione della bozza di decreto presentata nella seduta del 10 luglio scorso, in sede di Ccts, la struttura del testo è stata molto semplificata, passando da 60 a 42 pagine. In particolare, vengono accorpati in un unico capitolo i criteri di prevenzione incendi e le misure di protezione per le attività non normate (prive di regola tecnica), soggette o non soggette al controllo da parte dei Vigili del Fuoco. Va ricordato che le cosiddette “attività soggette” sono quelle individuate dal Dpr 151 del 2011 (allegato I). 

L’iter nel comitato tecnico e i prossimi step
La semplificazione della bozza è arrivata in sede di Ccts con il pressing delle categorie professionali «unite e solidali», afferma Marco Di Felice, componente del Ccts e membro del gruppo di lavoro “Sicurezza” del Consiglio nazionale degli ingegneri. Proprio per mezzo del suo gruppo di lavoro, guidato dal consigliere Gaetano Fede, il Cni aveva portato avanti una contestazione radicale del testo, inviando a settembre una lettera al Capo del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, Gioacchino Giomi. Oltre alla semplificazione del testo, si chiedeva che il decreto andasse a inglobare i metodi e i principi più moderni propri del Codice di prevenzione incendi (Dm 3 agosto 2015). Seppure la bozza di regolamento conservi un’impostazione prescrittiva, qualche apertura, seppure scarsa, verso concetti più moderni c’è stata (si veda oltre). Oltre ad una struttura più snella, inoltre, vengono meglio precisati alcuni concetti chiave, come il rapporto tra la nuova norma e le attività dotate di regola tecnica. In pratica, escludendo le sole attività con «spiccate finalità impiantistiche», se un’attività ha la sua regola tecnica di prevenzione incendi va seguita quella, salvo poi riferirsi al nuovo decreto per ciò che riguarda le misure gestionali. «Laddove il luogo di lavoro coincida con una attività normata (o rientri nell’ambito di una attività normata) – si legge nella bozza – devono essere applicate le regole tecniche pertinenti, integrate con le misure gestionali dell’allegato III». «Era un concetto quasi implicito, ma non era sancito chiaramente, abbiamo voluto che fosse scritto bene», riferisce ancora Di Felice. Tale principio va a incidere pesantemente sul campo di applicazione del nuovo Dm, considerando che nel novero della attività normate, oltre a quelle dotate di regola tecnica prescrittiva, vanno aggiunte le attività che rientrano nel campo di applicazione del Codice, comprese le 34 “ex non normate”. Ora la bozza di Dm deve passare al vaglio del ministero del Lavoro (si tratta di un decreto interministeriale), che dovrebbe sovrintendere al coordinamento col Dlgs 81 del 2008. 

I contenuti/1. Campo di applicazione 
In linea con quanto previsto dall’attuale normativa, il futuro decreto interministeriale si applicherà ai luoghi di lavoro. Questi sono intesi come luoghi interni alle aziende, alle unità produttive e alle relative pertinenze, accessibili ai lavoratori (la definizione è quella dell’articolo 62 del Dlgs 81 del 2008). Non solo, limitatamente alle disposizioni che riguardano la nomina degli addetti antincendio e la loro formazione (capitolo che riserva corpose novità), è prevista l’applicazione del Dm anche ai cantieri e agli stabilimenti a rischio di incidente rilevante. Rispetto al Dm 10 marzo 1998, una delle novità risiede nell’aver previsto misure per la progettazione delle vie di esodo, per l’estinzione degli incendi e per l’individuazione dei sistemi di segnalazione e di allarme, da applicare anche alle attività soggette a controllo da parte dei Vigili del Fuoco e non dotate di specifica norma antincendio (per queste attività il Dm 10 marzo costituiva comunque un riferimento). Si tratta di una categoria che con l’entrata in vigore del Codice si è assottigliata. Dunque, per quanto riguarda i criteri di prevenzione e le misure di protezione inserite nel nuovo testo, questi trovano nelle attività “non soggette e non normate”, ossia quelle a minor rischio incendio, il loro campo principale di applicazione.

I contenuti/2. Impianti e depositi
Rispetto alle attuali disposizioni, un’altra novità riguarda i luoghi di lavoro che hanno soprattutto finalità impiantistiche, non frequentati assiduamente dai lavoratori, ma oggetto solo di «sporadiche operazioni di controllo/verifica». Si tratta di una macro-categoria, che include, ad esempio, depositi e impianti per la produzione o il trasporti di gas e liquidi infiammabili, impianti per la produzione di calore o per la produzione (o trasformazione) dell’energia elettrica. A queste attività la bozza riserva particolare attenzione, in quanto stabilisce che le regole di prevenzione incendi ad esse applicabili vanno integrate, non solo con le disposizioni relative alla gestione della sicurezza, ma anche con le quelle di prevenzione e protezione che la stessa bozza riserva alle attività non normate. 

I contenuti/3. Piano di emergenza (anche con meno di 10 lavoratori)
La redazione del piano di emergenza resta obbligatoria per tutte le attività soggette a controllo da parte dei Vigili del Fuoco e per i luoghi di lavoro con meno di 10 lavoratori. Indipendentemente dal numero dei lavoratori, il piano di emergenza diventa un obbligo nei luoghi di lavoro aperti al pubblico «caratterizzati dalla presenza contemporanea di più di 50 persone». Per tali attività, purché non rientranti tra quelle elencate nel Dpr 151 del 2011, viene previsto un piano di emergenza semplificato nei contenuti. 

I contenuti/4. Valutazione del rischio incendio da aggiornare entro 5 anni
Per i luoghi di lavoro esistenti alla data di entrata i vigore del nuovo decreto, la valutazione del rischio incendio (parte integrante del Dvr) andrà aggiornata alla nuova normativa nel caso si verifichino le condizioni in base alle quali il Dlgs 81 del 2008 (art. 29 comma 3) impone la revisione della valutazione dei rischi. Questo sempre che le eventuali modifiche al processo produttivo o all’organizzazione del lavoro, gli eventuali infortuni o il grado di evoluzione tecnica, e le altre condizioni citate nell’articolo 29 del “testo unico”, riguardino il rischio incendi. In ogni caso, stando alla bozza, l’aggiornamento della valutazione del rischio incendio e il conseguente adeguamento delle misure preventive, protettive e gestionali, va fatto entro cinque anni dall’entrata in vigore del nuovo decreto.

I contenuti/5. La formazione: in arrivo requisiti ad hoc per i docenti
Innovazioni di rilievo arrivano sul fronte della formazione. Per la prima volta vengono definiti i requisiti e i titoli che devono possedere i docenti dei corsi di formazione e di aggiornamento per addetti antincendio. In particolare, per i formatori nasce un’abilitazione ad hoc, che si raggiunge frequentando corsi tenuti dal Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e superando i relativi esami. Di norma, per ricoprire il ruolo di formatori per la parte teorica e pratica dei corsi per addetti antincendio, il percorso prevede la frequenza (con esito positivo) di un corso di 60 ore. Per insegnare la sola pratica, le ore di formazione per i docenti si riducono a 28 ore. I contenuti minimi dei corsi abilitanti sono definiti nel dettaglio nella bozza di decreto. Sono esonerati dai corsi di 60 e 28 ore coloro che abbiano una documentata esperienza di formatori. In particolare, per essere dispensati, bisogna avere all’attivo almeno 90 ore di formazione in qualità di docenti in corsi antincendio. Uno “sconto” arriva anche per i professionisti iscritti nelle apposite liste del Viminale. Questi possono “di diritto” tenere corsi teorici, senza cioè doversi abilitare, ma, per trasmettere agli addetti i contenuti pratici, devono accumulare ore di formazione, in tutto 12 (erano 28 nel testo presentato a luglio). Abilitarsi, però, non basta: i docenti, compresi quelli dispensati dal percorso abilitante, devono aggiornarsi con cadenza almeno quinquennale. In cinque anni i docenti dei corsi teorico-pratici devono accumulare 16 ore di formazione. Per chi insegna solo la parte teorica tali ore scendono a 12. Diventano otto nel caso di docenti abilitati all’erogazione dei soli moduli dal contenuto pratico. I corsi e i seminari per il mantenimento dell’iscrizione all’elenco del ministero dell’Interno sono validi per conservare l’abilitazione alla docenza dei soli moduli teorici del corso per addetti antincendio.

I contenuti/6. I corsi di aggiornamento per addetti antincendio
Resta fissata a 4, 8 e 16 ore la durata minima dei corsi per addetti antincendio, variabile, dunque, a seconda del rischio incendio derivante dal Dvr. Nelle tre tipologie di corso, compresi quelli di 4 ore, è obbligatoria l’esercitazione pratica per l’utilizzo di mezzi estinguenti. Ad esclusione di ciò, i contenuti minimi dei corsi di formazione per addetti antincendio non variano. La novità maggiore risiede nell’aver definito i contenuti minimi dei corsi di aggiornamento per gli addetti al servizio antincendio, che, in relazione al rischio, possono durare due, cinque o otto ore. L’aggiornamento va completato almeno ogni cinque anni.

I contenuti/7. Il rischio zero e i metodi prestazionali
Come suggerito dagli Ingegneri, la bozza di Dm recepisce alcuni concetti prelevati dal Codice. Sono le cosiddette ipotesi fondamentali poste alla base della normativa prestazionale del 2015, riassunte in due concetti: il rischio di incendio di un’attività non può essere ridotto a zero; e, in condizioni ordinarie, l’incendio di un’attività si avvia da un solo punto di innesco. Riguardo alla normativa prestazionale, un’importante apertura all’innovazione viene introdotta rispetto alla bozza di luglio. In particolare, quanto alle attività non normate, è possibile utilizzare metodologie prestazionali per definire la strategia di prevenzione incendi e per progettare le vie di emergenza nel caso le misure contenute nel decreto che andrà a sostituire il Dm 10 marzo 1998 non possano essere rispettate (per la definizione del numero e della larghezza delle uscite di piano e delle scale, il decreto conserva il metodo per moduli contenuto nel Dm 10 marzo 1998).

Fonte: Edilizia & Territorio

Articolo Originale

L’Anac contro la Pa che interpreta in modo parziale l’articolo 35 del codice, disapplicandolo ai contratti sottosoglia

È illegittima la norma del bando che prevede di non assegnare all’impresa aggiudicataria l’anticipazione finalizzata all’avvio del cantiere. Lo afferma senza mezzi termini l’Anac in un parere di precontenzioso – approvato con la delibera n.1050/2018 – promosso congiuntamente dall’impresa e dalla stazione appaltante. 
La vertenza riguardava un appalto da poco più di un milione di euro a base d’asta mandato in gara dalla provincia di Cuneo e aggiudicato al termine di una procedura ristretta e con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa (all’impresa Verardi & C). 

Secondo la stazione appaltante è indubbio che l’anticipazione sia dovuta all’impresa per gli appalti di importo superiore alla soglia comunitaria. Per gli appalti sottosoglia e affidamento con procedura ristretta, l’amministrazione propende per l’interpretazione opposta, e cioè che «non è dovuta l’anticipazione del prezzo e non trova applicazione l’art. 35 co. 18 del Codice dei Contratti». A sostegno di questa tesi si afferma che «il divieto di anticipazione del
prezzo inserito nel capitolato speciale d’appalto relativo alla gara in oggetto sarebbe pienamente valido alla luce di un’interpretazione sistematica del testo di legge. Infatti, l’art. 35 che prevede, al comma 18, l’obbligo di corresponsione dell’anticipazione da parte della stazione appaltante all’appaltatore riguarda le procedure sopra soglia comunitaria e sembrerebbe non applicarsi alla procedura di cui all’oggetto che invece è di importo inferiore a tale soglia e quindi disciplinata dal successivo art. 36 in cui dell’anticipazione del prezzo non si fa menzione».

Tocca invece all’Anac ricordare che è invece obbligatorio «in tutte le procedure di gara», l’accreditamento dell’anticipazione «all’impresa, indipendentemente dalla sua richiesta, entro sei mesi dalla data dell’offerta». L’anticipazione del 20%, ricorda l’Anac, «è subordinata alla costituzione di garanzia fideiussoria bancaria o assicurativa di importo pari all’anticipazione maggiorato del tasso di interesse legale applicato al periodo necessario al recupero dell’anticipazione stessa secondo il cronoprogramma dei lavori».

La norma contrarie a questa conclusione, rintracciabili nel decreto legge n.79/1997, sono da considerarsi, secondo l’Anac, tacitamente abrogate «per incompatibilità con la nuova disciplina, peraltro di grado gerarchicamente superiore». Di più: «La collocazione della norma nell’ambito dell’art. 35 rubricato “Soglie di rilevanza comunitaria e metodi di calcolo del valore stimato degli appalti” è stata giudicata “infelice e inconferente” dalla dottrina, mostrandosi come una scelta erronea e non sorretta da adeguata motivazione». 

Prevale insomma «la portata generale» dell’obbligo di corrispondere l’anticipatore all’appaltatore individuato con procedura competitiva. Obbligo in linea con «la ratio che sorregge il principio di anticipazione delle somme erogate dall’amministrazione al fine di dare impulso all’iniziativa imprenditoriale, assicurando la disponibilità delle stesse nella delicata fase di avvio dei lavori e di perseguire il pubblico interesse alla corretta e tempestiva esecuzione del contratto». «Non avrebbe quindi senso – prosegue l’Anac – precludere tale facoltà di accesso all’anticipazione per affidamenti di importo inferiore che spesso vedono protagoniste imprese di dimensioni medio piccole e maggiormente tutelate dal legislatore».

Conclusione: «l’art. 35 D.lgs. 50/2016 va considerato dunque una norma di carattere generale che detta disposizioni in ordine alle modalità di calcolo del valore dell’appalto e non una norma specifica relativa ai contratti sopra soglia in contrapposizione alla successiva di cui all’art. 36» e «la disposizione del Capitolato che prevede il diniego all’erogazione dell’anticipazione del prezzo deve ritenersi illegittima in quanto contraria alla normativa di settore».

Fonte: Edilizia & Territorio

Articolo Originale

La Camera dei Deputati ha approvato la settimana scorsa in via definitiva il disegno di legge, già approvato dal Senato, di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, recante disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Delega al Governo in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle Forze di polizia e delle Forze armate.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

La dichiarazione mendace presentata dall’operatore economico, anche con riguardo alla posizione dell’impresa ausiliaria, comporta l’esclusione dalla gara.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Entro i primi mesi del 2019 verrà realizzato un portale unico nazionale per la pubblicità delle procedure di gara e di programmazione. La decisione è frutto di un incontro al Mit in cui è stato condiviso con le Regioni e le Province autonome sul tema un modello di “cooperazione applicativa”.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Oggi non basta progettare e installare correttamente un impianto di sicurezza, è necessario garantire che la manutenzione di questo impianto sia sempre di ottimo livello. Per questa ragione sono state pubblicate numerose norme afferenti a questo delicato

Fonte: Punto sicuro

Articolo Originale

Un documento Inail sui lavori elettrici in bassa tensione si sofferma sulla valutazione del rischio, sulla sicurezza degli operatori, sulle prescrizioni di sicurezza, sulle responsabilità delle figure professionali e sulla valutazione del personale.

Fonte: Punto sicuro

Articolo Originale

Incompatibilità successiva non solo per i dipendenti apicali

Divieto di pantouflage ad amplissimo raggio per le pubbliche amministrazioni. Il nuovo Piano nazionale anticorruzione che l’Anac ha messo in consultazione estende praticamente a tutti i livelli degli operatori pubblici il divieto introdotto dall’art. 1, comma 42, lettera l), della legge 190/2012, cioè la «incompatibilità successiva», nota anche appunto come pantouflage. La norma, che ha inserito il comma 16-ter nel corpo dell’art. 53 del dlgs 165/2001, impone ai dipendenti pubblici, che negli ultimi tre anni di servizio abbiano esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni, il divieto di svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell’attività dell’amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri. A rafforzare il sistema sanzionatorio per contrastare l’incompatibilità successiva, il divieto dispone la nullità dei contratti conclusi e degli incarichi conferiti ai dipendenti pubblici. Lo schema di nuovo Piano nazionale anticorruzione si sofferma sulla questione dell’identificazione del concetto di esercizio di poteri autoritativi e negoziali, considerando che il divieto di pantouflage riguarda i dipendenti che dispongano ed esercitino detti poteri. Le indicazioni dell’Anac sono molto interessanti, perché evidenziano non solo i presupposti per l’applicazione delle regole anti pantouflage, ma anche perché aiutano ad identificare con precisione l’estensione dei poteri autoritativi, utile anche per la fissazione di regole su competenze, flussi procedurali e ulteriori misure anticorruzione. Secondo l’Anac in prima battuta sono da considerare come dipendenti che dispongono di poteri autoritativi e negoziali coloro che li esercitano concretamente ed effettivamente con «l’emanazione di provvedimenti amministrativi e il perfezionamento di negozi giuridici mediante la stipula di contratti in rappresentanza giuridica ed economica dell’ente». Dunque, l’esercizio di poteri deve necessariamente sfociare nell’adozione di provvedimenti, atti e decisioni tali da costituire, regolare, modificare o estinguere situazioni giuridiche nei confronti di soggetti terzi. L’incompatibilità successiva è voluta dal legislatore proprio allo scopo di evitare la tentazione che soggetti privati possano condizionare le decisioni dei dipendenti pubblici, allettandoli con incarichi successivi alla conclusione del rapporto di lavoro pubblico. Lo schema di Pna fornisce un elenco esemplificativo dei soggetti che dispongono degli effettivi poteri autoritativi e negoziali: si tratta dei dirigenti, anche incaricati a contratto ai sensi dell’art. 19, comma 6, del dlgs 165/2001 o dell’art. 110 del dlgs 267/2000, nonché «coloro che esercitano funzioni apicali o a cui sono conferite apposite deleghe di rappresentanza all’esterno dell’ente (cfr. orientamento Anac n. 2 del 4 febbraio 2015)». Ma non basta. Il rischio di conflitto di interessi, secondo lo schema di piano, si estende anche «al dipendente che ha comunque avuto il potere di incidere in maniera determinante sulla decisione oggetto del provvedimento finale, collaborando all’istruttoria, ad esempio attraverso la elaborazione di atti endoprocedimentali obbligatori (pareri, perizie, certificazioni) che vincolano in modo significativo il contenuto della decisione». Quindi, il divieto di pantouflage non riguarda esclusivamente i dipendenti inquadrati nei vertici organizzativi che dispongono di poteri di azione e decisione, ma si estende «a coloro che abbiano partecipato al procedimento». È evidente che la portata del divieto, così inteso, è estesissima. Come molto ampia è anche l’elencazione dei provvedimenti tipici dell’esercizio dei poteri autoritativi e negoziali: si tratta di contratti per l’acquisizione di beni e servizi, come anche dei provvedimenti che incidono unilateralmente, modificandole, sulle situazioni giuridiche soggettive dei destinatari, nonché degli atti di concessione di vantaggi o utilità al privato, come autorizzazioni, concessioni, sovvenzioni, sussidi e vantaggi economici di qualunque genere.

Fonte: Italia Oggi

Quando un’impresa subentra a un’altra in un contratto di appalto, l’appaltatore uscente deve mettere a disposizione, in modo completo e trasparente, le informazioni sul costo del personale; è sempre necessario predisporre un «piano di compatibilità» o un «progetto di assorbimento». Sono queste alcune delle indicazioni che fornisce all’Anac il Consiglio di stato parere (21 novembre 2018, n. 2703) rispetto alle linee guida (non vincolanti) in materia di clausole sociali, previste dall’art. 50 del codice dei contratti pubblici, messe in consultazione prima dell’estate scorsa. Si tratta delle linee guida sugli affidamenti dei contratti di concessione e di appalto di lavori e servizi diversi da quelli aventi natura intellettuale, con particolare riguardo a quelli relativi a contratti ad alta intensità di manodopera (più del 50% dell’importo del contratto), per promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato; per questi casi si prevede l’applicazione da parte dell’aggiudicatario, dei contratti collettivi di settore di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81. Con il parere, di carattere «semplicemente interpretativo», i magistrati della sezione consultiva premettono di non condividere la scelta compiuta dall’Anac di trattare nelle linee guida le «clausole sociali» e le «clausole sociali diverse» perché «solleverebbero problematiche a sé stanti, il cui rilievo richiederebbe, se mai, di predisporre linee guida ad esse specificamente dedicate». Da qui la richiesta di espungere dalla bozza l’intero capitolo 6 intitolato «le clausole sociali diverse dal riassorbimento del personale» e di mantenere soltanto il rinvio generale alla loro liceità e possibilità. Nel merito, il parere ha precisato innanzitutto che occorre eliminare «l’asimmetria informativa fra i potenziali imprenditori entranti, l’imprenditore entrante e l’imprenditore uscente, che è titolare, nell’ambito che interessa, di una posizione dominante, o comunque di vantaggio informativo». L’obiettivo è mettere in condizione il concorrente di essere nella stessa condizione dell’appaltatore uscente cosicché il primo possa formulare una «offerta sostenibile». Se poi l’impresa uscente non mettesse a disposizione (anche tramite la stazione appaltante) tutte le informazioni questo comportamento potrebbe costituire anche «grave errore professionale». Ottenute le informazioni il Consiglio di stato ha prescritto che i concorrenti predispongano un «piano di compatibilità o progetto di assorbimento» dal quale si evinca come «concretamente l’offerente intenda rispettare la clausola sociale, o, detto altrimenti, spiegare come e in che limiti la clausola sia compatibile con l’organizzazione aziendale da lui prescelta». Nel parere si suggerisce alle stazioni appaltanti anche di valutare questi piani «assegnando tendenzialmente un punteggio maggiore, per tale profilo, all’offerta che maggiormente realizzi i fini cui la clausola tende». Rispetto al rapporto fra clausola sociale e contratti collettivi il parere ha precisato che se una impresa non ha firmato il Ccnl deve applicare la clausola sociale, ma se lo ha firmato dovrà invece applicare la clausola sociale prevista nel contratto.

Fonte: Italia Oggi

È illegittimo escludere da una gara un consorzio di produzione e lavoro se una consorziata perde i requisiti; è sufficiente la sua sostituzione con altra impresa consorziata e la perdita dei requisiti è irrilevante per il consorzio. Lo ha affermato il Consiglio di stato sezione quinta con la sentenza del 23 novembre 2018, n. 6632 che ha analizzato la fattispecie in cui una società consorziata appartenente ad un consorzio di cooperative di produzione e lavoro era stata posta in liquidazione coatta amministrativa. La stazione appaltante aveva disposto l’esclusione dalla gara del consorzio e degli altri soggetti raggruppati, ma il consorzio aveva promosso ricorso. Respinto in primo grado, in appello i giudici hanno dato ragione al consorzio premettendo che i consorzi di cui alla legge 422 del 1909 «sono soggetti giuridici a se stanti distinti, dal punto di vista organizzativo e giuridico, dalle cooperative consorziate che ne fanno parte. Infatti partecipano alla procedura di gara utilizzando requisiti loro propri, e, nell’ambito di questi, facendo valere i mezzi nella disponibilità delle cooperative che costituiscono articolazioni organiche del soggetto collettivo». Pertanto, in virtù di questo rapporto, l’attività compiuta dalle consorziate è imputata unicamente al consorzio, così come il concorrente è solo il consorzio, mentre non assumono tale veste le sue consorziate, nemmeno quella designata per l’esecuzione della commessa. Da ciò consegue che l’impresa che esegue la commessa all’occorrenza può sempre essere estromessa o sostituita senza che ciò si rifletta sul rapporto esterno tra consorzio concorrente e stazione appaltante. Inoltre, dicono i giudici, la circostanza che anche la consorziata indicata quale esecutrice debba dichiarare il possesso dei requisiti di partecipazione di ordine generale (oltre che speciale), non è idonea a giustificare una diversa conclusione, atteso che il detto possesso è richiesto al solo fine di evitare che soggetti non titolati possono eseguire la prestazione. Quindi la perdita dei requisiti da parte della consorziata esecutrice (sottoposta nel caso di specie a liquidazione) comporta semplicemente l’onere di estrometterla o sostituirla con altra consorziata, ma non incide sul possesso dei requisiti di partecipazione del consorzio concorrente.

Fonte: Italia Oggi

Certificazione Iso 14001 o Emas per l’impresa appaltatrice

Aggiornate le Faq del ministero dell’ambiente sui criteri ambientali minimi (Cam) da inserire nelle gare di appalto; libertà delle stazioni appaltanti di inserire Cam «nuovi o più stringenti» come elementi premianti; prima della gara per i lavori il progetto esecutivo deve essere già conforme ai Cam. Sono questi alcuni dei passaggi dell’aggiornamento del 15 novembre (il precedente era di giugno) delle Faq (Frequently asked questions) del ministero dell’ambiente sui criteri ambientali minimi (Cam). Si tratta dei requisiti ambientali definiti per le varie fasi del processo di acquisto, utili a individuare la soluzione progettuale, il prodotto o il servizio migliore sotto il profilo ambientale lungo tutto il ciclo di vita dell’opera. Gli aggiornamenti riguardano i criteri ambientali minimi per la fornitura e il servizio di noleggio di arredi per interni quelli per l’affidamento di servizi di progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione di edifici pubblici e quelli per le forniture di articoli tessili. Relativamente ai Cam per progettazione e lavori di edifici pubblici, il ministero ha precisato che il codice appalti (art. 71) stabilisce che i bandi di gara contengano i criteri ambientali minimi di cui all’articolo 34. Inoltre, relativamente ai criteri progettuali, cioè alle specifiche tecniche, i Cam vanno inseriti nel capitolato speciale d’appalto. In base al comma 2 dello stesso articolo 34 anche i criteri premianti sono da tenere in considerazione e «la stazione appaltante può quindi inserire nella documentazione di gara uno o più dei criteri premianti presenti nel documento Cam ma non ignorarli, fermo restando che può elaborarne di nuovi e più stringenti». In ogni caso la stazione appaltante «deve mettere a gara il progetto esecutivo o, in caso di lavori, deve avere un progetto esecutivo già conforme ai Cam».

L’appaltatore «deve eseguire quanto previsto dal progetto esecutivo esistente e a suo carico può rimanere l’esecuzione di disegni di dettaglio come i particolari costruttivi». Nelle nuove Faq si legge anche che il computo metrico estimativo e l’elenco prezzi unitari «dovrebbero comprendere tutte le voci di spesa previste dal progetto approvato e messo a base di gara; se così non è, la stazione appaltante non può ribaltare i maggiori oneri derivanti dagli adempimenti di norma, non solo in merito ai Cam, direttamente sull’impresa senza fare alcuna verifica economica. A questo fine la stazione appaltante deve svolgere un’adeguata analisi dei prezzi anteriormente alla pubblicazione di un bando di gara per lavori e non può scaricare sugli offerenti costi non previsti nel progetto esecutivo». Va ricordato che le Faq contengono anche risposte a specifici quesiti come, ad esempio, sulla certificazione Iso 14001 o Emas o equivalenti è stato chiesto se essa sia richiesta anche al gruppo di progettazione. A tale proposito il ministero ha precisato che «trattandosi di sistemi di gestione ambientale il criterio si riferisce alla ditta appaltatrice che esegue i lavori. Potrebbe riferirsi anche agli studi di progettazione in caso di offerta per gara di progettazione, ma comunque il criterio non è obbligatorio ai sensi del codice appalti e sta alla stazione appaltante decidere se
inserirlo nella documentazione di gara». Per quel che attiene al criterio 2.6.1 (Capacità tecnica dei progettisti) le Faq chiariscono che per «professionista accreditato» si deve intendere un professionista che ha sostenuto e superato un esame di accreditamento presso organismi di livello nazionale o internazionale accreditati secondo la norma internazionale Iso/Iec 17024.

Fonte: Italia Oggi

Cantone, Anac: ‘entro fine anno un decreto con 3-4 novità’. Dal Ministero delle Infrastrutture gli esiti della consultazione.

Fonte: Edilportale

Articolo Originale

Oltre 1.900 proposte di modifica (e richieste di abrogazione) al codice dei contratti, riassunte nel report statistico del Mit

Aggiudicazione al massimo ribasso, subappalto, soglia di anomalia e affidamenti sottosoglia. Sono questi i temi più gettonati dagli “stakeholders” nella consultazione pubblica sul codice appalti realizzata tra l’8 agosto e il 10 settembre. Gli oltre 1.900 contributi pervenuti sono stati elaborati dal Mit che ne ha dato conto in un report. Va subito detto che si tratta di un report puramente statistico, nel senso che il documento analizza le varie proposte e «criticità» da un punto esclusivamente quantitativo, deludendo le aspettative di chi si aspettava un’analisi più contenutistica e qualitativa. 

Le indicazioni vanno pertanto lette tra le righe o – per meglio dire – tra i numeri. Uno dei temi più ricorrenti è per esempio quello del massimo ribasso (articolo 95, commi 4 e 5), che ha raccolto più di una segnalazione su dieci. La maggioranza ha chiesto al Mit di modificare la norma (62%) mentre circa un terzo delle proposte è per cancellarla (31%). Impossibile poter dire di più. Peraltro, la scheda è accompagnata da una sibillina glossa del Mit per segnalare che «tuttavia gli interventi vertono sull’offerta economicamente più vantaggiosa». 

C’è anche una rilevante quota di proposte (7,3% del totale) per intervenire sui criteri che determinano la soglia di anomalia nelle gare, e in particolare il criterio di calcolo per determinarla in relazione alle offerte presentate. La pressoché totalità delle richieste è per mantenere il meccanismo ma apportando modifiche. 

Ancora più successo, per così dire, ha avuto il subappalto, che ha riguardato l’8,4% delle proposte inviate al Mit. I temi caldi, segnala il Mit, hanno riguardato, i limiti al subappalto, sia in riferimento alla quantità che alla categoria di lavori, servizi o forniture. Le proposte, aggiunge il report, hanno riguardato anche l’indicazione della terna dei subappaltatori in sede di offerta, i limiti di affidamento del subappalto «anche con riferimento alle imprese che abbiano partecipato infruttuosamente alla stessa gara», il pagamento diretto e « la rilevanza, ai fini della qualificazione dell’appaltatore, di una quota dei lavori, servizi e forniture affidati in subappalto». Tra le poche indicazioni chiare segnalate dal report c’è la richiesta, a larga maggioranza (54% degli interventi), di cancellare sia il limite al subappalto per le imprese che hanno partecipato alla stessa gara senza vincerla, sia l’indicazione della terna dei subappaltatori. In netta minoranza (7%) gli interessati a mantenere lo status quo. Il resto (39%) propone modifiche e/o integrazioni. 

A proposito di abrogazioni, il tema che in assoluto ha raccolto più “haters” attiene al capitolo della trasparenza e riguarda in particolare la pubblicazione degli atti relativi alle procedure di affidamento sui diversi siti (art. 29, commi 1 e 2): l’89% delle proposte sono per cancellare la norma dal codice, l’11% per modificarla, nessuno ha chiesto di conservarla. Appena più moderati gli “abrogazionisti” intervenuti contro l’avvalimento e i meccanismi di sostituzione delle imprese ausiliarie che perdono i requisiti (settori speciali inclusi): il 76% delle proposte ne chiede l’eliminazione dal codice. 

Sono state molto attenzionate anche le norme sugli affidamenti sottosoglia (art. 36), che hanno raccolto – nell’ambito dei “temi liberi” – l’8,1% delle proposte. Proposte che in larghissima maggioranza esprimono una richiesta di riforma normativa (87%) e solo in minima parte di cancellazione (10%). 

E per finire un po’ di statistica complessiva. Il documento del Mit tiene conto di 1.908 contributi che sono stati inviati a partire dal 9 agosto ma che hanno visto un’impennata a ridosso della scadenza, con oltre la metà dei documenti (1.114 documenti) inviati negli ultimi cinque giorni, di cui ben 669 l’ultimo giorno. Il maggior numero di contributi (369) riguarda il capitolo collettaneo definito “altre tamatiche”, dove si trovano in prevalenza proposte sui contratti sottosoglia (art.35), criteri di aggiudicazione (art.95) e livelli di progettazione (art.23). La componente più propositiva degli “stakeholders” è quella delle imprese private, con una quota di partecipazione del 56,76% alla consultazione. Seguono le pubbliche amministrazioni (30,08%) e i liberi professionisti (12,74%). 

Fonte: Edilizia e Territorio

Articolo Originale

La possibilità di cedere la detrazione prevista dal Decreto-Legge n. 63/2013 (c.d. Sismabonus) riguarda tutti i soggetti che sostengono le spese in questione, compresi coloro che, in concreto, non potrebbero fruire della corrispondente detrazione in quanto l’imposta lorda è assorbita dalle altre detrazioni o non è dovuta. La cessione riguarda, inoltre, i soggetti IRES nonché i cessionari del credito che possono, a loro volta, cedere il credito ottenuto.

Fonte: Lavori Pubblici

Articolo Originale

Quali sono gli aspetti più importanti della norma UNI ISO 45001 sui sistemi di gestione? Cosa devono fare le aziende entro l’11 marzo 2021? Si dovrà modificare il Testo Unico? Ne parliamo con Lucina Mercadante della Contarp Inail.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Il 22 gennaio 2019 a Brescia un corso permetterà di acquisire le conoscenze e capacità necessarie per redigere correttamente le Schede di Dati di Sicurezza (SDS) ai sensi del regolamento REACH.

Fonte: Punto Sicuro

Articolo Originale

Crescono gli investimenti delle imprese italiane per l’innovazione digitale e nel 2019 è previsto un incremento medio del +2,6% del budget ICT, con investimenti concentrati nella dematerializzazione dei documenti, Big Data Analytics e sistemi ERP. La ricerca dell’Osservatorio Startup Intelligence e Academy Polimi.

Fonte: EconomyUp

Articolo Originale

Per il Consiglio di Stato prevale quella del contratto del subentrante, se prevista. Da rimuovere l’asimmetria di informazioni tra impresa uscente ed entrante

La clausola sociale contenuta nei contratti “leader” vincola i soggetti che subentrano in un appalto pubblico solo se le intese collettive già applicate da tali soggetti non disciplinano in alcun modo l’istituto. Questo il parere del Consiglio di Stato (osservazioni numero 2703/2018) sulle linee guida redatte da Anac in merito al nuovo codice degli appalti (Dlgs 50/2016).
L’articolo 50 del codice impegna le stazioni appaltanti a inserire nei bandi di gara per appalti di servizi l’obbligo per l’aggiudicatario di garantire la stabilità occupazionale del personale impiegato (rinviando alle clausole previste dai contratti collettivi firmati da soggetti comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale).
La norma, secondo i giudici amministrativi, va letta tenendo conto del complessivo assetto in cui si inserisce la libertà sindacale nel nostro ordinamento. In tale ottica, la clausola sociale inserita in un bando di gara per iniziativa della stazione appaltante può essere efficace, nel suo assetto concreto, solo in via suppletiva, ossia nel caso in cui l’imprenditore offerente non abbia sottoscritto alcun contratto collettivo, ovvero sia parte di un contratto collettivo che delle clausole sociali si disinteressa.
Se, invece, l’impresa ha sottoscritto un contratto collettivo che disciplina una clausola sociale, i contenuti che devono essere osservati sono quelli previsti dal contratto collettivo stesso.
Questa lettura, ove fosse accolta dall’Anac, depotenzierebbe molto la finalità della norma, che è quella di valorizzare le clausole stabilite dai cosiddetti contratti leader, cioè quei «contratti collettivi di settore di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015 numero 81» stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale (o dalle loro rappresentanze aziendali).
Il Consiglio di Stato rileva poi l’esigenza di rimuovere l’asimmetria di informazioni che si può creare tra impresa uscente e quelle che intendono subentrare in un servizio, rinforzando il diritto di queste ultime di chiedere informazioni sulle attività oggetto della gara.
Se tali informazioni sono in possesso della stazione appaltante, è applicabile l’istituto generale del diritto di accesso, che consente all’interessato di averne conoscenza. Se, invece, si tratta di informazioni di cui è in possesso solo l’imprenditore uscente, secondo il Consiglio di Stato è rintracciabile nel sistema un obbligo di renderle note che prescinde da specifiche disposizioni contrattuali, derivante dalla previsione degli articoli 1375 (il contratto deve essere eseguito secondo buona fede) e 1175 del codice civile (le parti devono comportarsi secondo correttezza).
Infine, i giudici amministrativi raccomandano di prevedere che l’offerta contenga un vero e proprio “piano di compatibilità” o “progetto di assorbimento”, nel senso che essa deve illustrare in quale modo concretamente l’offerente, ove aggiudicatario, intenda rispettare la clausola sociale. Con questo piano, quindi, il concorrente dovrebbe spiegare come, e in che limiti, la clausola stessa sia compatibile con l’organizzazione aziendale da lui prescelta.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Pubblicata sul sito dell’Agenzia delle Entrate la Guida “Ristrutturazioni Edilizie: le agevolazioni fiscali”, con con gli ultimi aggiornamenti che riguardano in particolare l’attivazione del portale Enea per la comunicazione dei lavori effettuati

Fonte: Infobuild

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È nulla la clausola presente in un bando di gara che impone a pena di esclusione che, in caso di avvalimento, l’impresa ausiliata debba essere in possesso di propria attestazione SOA.

Fonte: Lavori Pubblici

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Le linee guida ANAC di natura “non vincolante”, previste genericamente al comma 2 dell’art. 213 del D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti), non risultano idonee a rappresentare parametro di legittimità/illegittimità delle determinazioni adottate dalle singole stazioni appaltanti nella fissazione delle regole di gara.

 Fonte: Lavori Pubblici

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In esclusiva i dati principali illustrati a Milano. Quest’anno solo +2% per il ritmo lento di edilizia non residenziale e opere pubbliche

La ripresa del settore delle costruzioni, dopo dieci anni di crisi, è già cominciata. È quel che emerge dal Rapporto annuale del Cresme (la principale società indipendente di ricerca nel settore dell’edilizia) presentato ieri a Milano. Per quest’anno il Cresme prevede una crescita del 2,0% in valori reali degli investimenti in costruzioni, con una ripresa significativa soprattutto nell’edilizia residenziale privata (+1,5%), sia nuova (+3,4%) che di rinnovo (+1%), e nell’edilizia non residenziale privata (+3,4%), sia nuova (+5,6%) che rinnovo (+2,2%). 
Anche le opere pubbliche, dopo dieci anni di calo pressoché senza soste, e una perdita del 37% in valori reali dal 2007 al 2017, quest’anno dovrebbero secondo i dati Cresme far registrare il primo segnale di inversione, con un +1,5% rispetto al 2017. Si tratta però di un dato modesto, e soprattutto distante da quel +4,8% che il Cresme prevedeva (per le opere pubbliche nel 2018) basandosi sulla quantità di risorse stanziate dai precedenti governi, che però nel 2018 non si sono ancora trasformate in cantieri. 
Questo “ridimensionamento” del settore pubblico spiega in parte la diversa previsione 2018 del Cresme rispetto a un anno fa , da +2,5 a 2,0%. L’altro fattore è l’edilizia non residenziale privata (commerciale e uffici), che ha risentito del rallentamento della crescita economica, e dunque anziché crescere come previsto (+3,4% nel 2017 e nel 2018) ha rallentato il ritmo: +2% nel 2017 (rispetto al +2,9% nel 2016) e +1,7% quest’anno.

Il Cresme è comunque convinto che la ripresa sia partita, in uno scenario medio per i prossimi anni che preveda ancora tensioni con l’Unione europea, ma senza rotture, e una crescita forse più bassa di quella prevista dal governo, ma comunque moderata e costante. 
«Nel quadriennio 2019-2022 – scrive il Cresme – tutti i motori delle costruzioni dovrebbero essere accesi, e determinare una crescita del settore con tassi superiori al 2% tra il 2019 e il 2021, ma con dinamiche calanti: +2,5% nel 2019, +2,3% nel 2020, +2,1% nel 2021. Nel 2022 si doverbbe scendere sotto il 2%». 
Nel 2019-2021 dovrebbero essere in particolare le nuove costruzioni a trainare il mercato, nel residenziale, non residenziale e anche opere pubbliche. 

Anche con la crescita, comunque, il settore delle costruzioni in Italia resterrebbe ridimensionato rispetto al primo decennio degli anni duemila. Oggi il settore (investimenti in nuovo e rinnovo) vale il 29% in meno rispetto alla media 2005-2007, dopo la crescita prevista dal Cresme avrà nel 2023 un valore del 23% inferiore (sempre in valori reali) rispetto alla media 2005-2007. Anni di crescita economica, boom immobiliare e grandi opere che non torneranno più per l’edilizia, nonostante il recupero residenziale, i bonus fiscali, gli investimenti in infrastrutture previsti.

Il Cresme non può peraltro non immaginare scenari anche più avversi, cioè quelli di una perdurante incertezza nei rapporti con l’Europa o ancor peggio di crisi del debito pubblico modello Grecia. In quel caso “addio alla crescita” anche in edilizia, un settore che risente molto della fiducia nel futuro, del costo dei mutui, della capacità di spesa di famiglie e imprese.

LA METAMORFOSI DEL SETTORE 
Interessante il confronto con dieci anni fa. Nel 2008 il recupero (che negli anni novanta era sotto la metà sel settore) valeva il 57% del totale (investimenti e manutenzione ordinaria), mentre oggi vale il 73,8%. 
Nelle opere pubbliche da alcuni anni si insiste nella necessità di fare più manutenzione: ebbene, nel 2008 la manutenzione straordinaria rappresentava il 43% degli investimenti in opere pubbliche, oggi è già salita al 52%.

 Fonte: Edilizia e Territorio

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Dopo i picchi positivi di questa estate si torna ai livelli di marzo. Peggiorano sia i giudizi per i piani di costruzione, sia le prospettive sull’occupazione

Diminuzione generalizzata dell’indice della fiducia delle imprese, con un brusco passo indietro soprattutto per quelle che operano nel settore delle costruzioni. Le tendenze, relative al mese di novembre, sono registrate dall’Istat. Per quanto riguarda le imprese in generale l’indice della fiducia, sottolinea l’Istat, «diminuisce per il quinto mese consecutivo, passando da 102,5 a 101,1». Il peggioramento riguarda tutti i settori, incluso quello delle costruzioni, dove il calo è particolarmente marcato – da 138,9 di ottobre si passa a 132,5 di novembre – e nettamente superiore alle flessioni registrate nei settori manifatturiero (da 104,9 a 104,4) e dei servizi (da 103,6 a 101,8). Fa eccezione il commercio al dettaglio, che invece migliora le aspettative, passando da 101,6 di ottobre a 102,0 di novembre.

In particolare il settore delle costruzioni, il peggioramento del clima di fiducia ha riguardato sia i giudizi sugli ordini (con un saldo di -17,5), sia le aspettative sull’occupazione (con un saldo di -7,5) e ha trainato al ribasso l’indice complessivo della fiducia che, in un solo mese, ha visto un brusco calo di 6,4 punti. Di fatto, dopo il picco positivo toccato nei mesi di luglio e agosto (rispettivamente 139,9 e 139,3) si è tornati al livello di marzo (132,6), mettendo a segno il terzo livello più basso dell’anno, superato solo da gennaio (129,2) e febbraio (132). 

Tutti i tre segmenti indagati dall’Istat sono stati caratterizzati da forti arretramenti del clima di fiducia nel mese di novembre, rispetto al precedente mese di ottobre. La componente “costruzione di edifici” è passata da 124,7 a 117,2, con saldi negativi sia per i piani di costruzione (-31,9), sia per l’occupazione (-10,1). La componente “ingegneria civile” è passata da 108,4 a 105,5, con saldi negativi sia per i piani di costruzione (-17,6), sia per l’occupazione (-22,1). La componente “lavori di costruzione specializzati” è passata da 154,5 a 147,7, con saldi negativi sia per i piani di costruzione (-9,7), sia per l’occupazione (-2,4). 

IL COMUNICATO DELL’ISTAT 

LA SERIE STORICA

Fonte: Edilizia e Territorio

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La diffusione della cultura dell’innovazione lungo l’intero ciclo formativo, dalla scuola all’università è necessaria all’economia e può stimolare l’occupazione giovanile. Ecco perché bisogna sperare che gli emendamenti alla Manovra correggano i tagli agli incentivi in Formazione e alle ore di Scuola-Lavoro.

Fonte: Agenda Digitale

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Gli emendamenti al Decreto Fiscale approvati dalla Commissione Finanze del Senato. Oggi il testo va in Aula

È stato approvato dalla commissione Finanze del Senato l’emendamento presentato dal relatore Emiliano Fenu (M5S) che apre una rete di sicurezza contro il rischio di revoca dei fondi delle grandi opere finanziate dal decreto Sblocca Italia del 2014. Il decreto, da convertire entro il prossimo 22 dicembre, dovrebbe andare in Aula già oggi.

Salvagente per i fondi delle opere Sblocca Italia 
L’emendamento approvato dalla Commissione introduce il decreto 22-bis al testo del decreto Fiscale. La norma concede più tempo per appaltare o avviare i lavori senza incorrere nel rischio di perdere i finanziamenti. Tra le opere interessate figurano il tunnel del Brennero, l’Alta velocità Verona Padova, il Terzo Valico, l’asse autostradale Trieste-Venezia, il corridoio ferroviario adriatica da Bologna a Lecce e anche la tratta Colosseo-Piazza Venezia della linea C della metro di Roma, il completamento della linea 1 della metropolitana di Napoli, la tranvia di Firenze e il Quadrilatero Umbria-Marche e anche un adeguamento della Salerno-Reggio Calabria. In particolare. si interviene sul termine previsto dal decreto del 2014 prevedendo che le condizioni di appaltabilità e canteriabilità delle opere, a cui in caso di ritardi è legata la revoca dei fondi, si realizzano quando gli adempimenti già indicati con decreto delle Infrastrutture, vengono completati entro il 31 dicembre dell’anno «successivo» (questa è la novità dell’emendamento) a quello in cui le risorse sono rese effettivamente disponibili.

Rottamazione e Durc 
Ha un impatto sulle imprese che operano nel campo degli appalti anche un altro emendamento presentato dal relatore e approvato dalla Commissione di Palazzo Madama. la novità riguarda l’articolo 3 del decreto legge, dove al comma 10, si inserisce la lettera f-bis: tra i vantaggi dell’adesione alla rottamazione ter arriva anche quello del rilascio del Durc (il documento unico di regolarità contributiva) alle imprese, necessario per chi lavora in appalti e subappalti pubblici. La norma prevede che in caso di adesione alla definizione agevolata delle pendenze l’impresa ottiene il diritto al rilascio del Durc. Questo diritto viene meno, con conseguente perdita della regolarità contributiva, in caso di mancato «ovvero di insufficiente o tardivo versamento dell’unica rata ovvero di una rata di quelle in cui è stato dilazionato il pagamento delle somme dovute».

Fonte: Edilizia e Territorio

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È disponibile la guida aggiornata al 23 novembre 2018 dell’Agenzia delle Entrate “Ristrutturazioni edilizie: Le agevolazioni fiscali” nella quale sono stati inserite le ultime novità relative alle proroghe, ai beneficiari e alla comunicazione all’Enea dei lavori effettuati.

Fonte: Lavori Pubblici

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La valutazione delle offerte tecniche è espressione della discrezionalità della commissione giudicatrice e per questo sindacabile dal giudice amministrativo nei limiti del travisamento dei fatti, palese illogicità o manifesta irragionevolezza. Ma la richiesta di verifica della conformità dell’offerta in riferimento alle prescrizioni della lex specialis impone al giudice amministrativo delle valutazioni che attengono alla fase di individuazione dei legittimi concorrenti alla procedura, cui segue, quando la cerchia dei partecipanti alla procedura è definito, la valutazione tecnica della commissione.

Fonte: Lavori Pubblici

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Il Tar Lombardia contro il comune di Milano che non ha verificato i contenuti del contratto. I giudici: l’impresa doveva essere esclusa

Se non viene a crearsi una «entità dotata di una propria autonomia organizzativa ed economica funzionalizzata allo svolgimento di una attività volta alla produzione di beni e servizi» non si può parlare di affitto di ramo d’azienda valido ai fini dell’espletamento di un appalto pubblico. 
È questo il verdetto del Tar Lombardia – con la pronuncia n.2546/2018 – che è costato all’impresa l’annullamento dell’aggiudicazione definitiva di un appalto integrato da oltre 20 milioni di euro. Si tratta, più precisamente dell’appalto mandato in gara dalla città metropolitana di Milano per la “progettazione esecutiva e realizzazione dei lavori di riqualifica e potenziamento della strada provinciale ex SS. 415 «Paullese», 2° Lotto, 1° stralcio, tratto «A»”, un appalto del valore a base d’asta pari a 22,741 milioni, che l’impresa si è aggiudicata offrendo poco più di 16,52 milioni di euro. Il Tar Lombardia ha inoltre disposto il subentro a favore del secondo classificato (un Rti guidato dall’impresa Turchi Cesare), che aveva anche promosso il contenzioso di fronte al giudice di primo grado. 

Secondo quanto riporta la pronuncia del Tar, l’impresa aggiudicataria aveva stipulato un contratto di affitto di ramo d’azienda allo scopo di dimostrare il possesso del requisito di fatturato del migliore quinquennio (che il bando indicava in 56,385 milioni di euro). Sempre da quanto emerge dalla sentenza, il contratto tra i due operatori prevedeva «la consegna della documentazione per comprovare i requisiti posseduti che consentiranno di ottenere l’attestazione Soa», oltre ad alcuni beni (una «baracca», una «pompa varisco», un «laser», tre «ventose», e un miniescavatore). Tuttavia, secondo i giudici «il contratto stipulato tra Gi.Ma.Co. (aggiudicataria, ndr) e Lucchini Artoni (impresa locatrice, ndr), a dispetto del nomen iuris adoperato dalle parti, non può essere qualificato come affitto di ramo d’azienda» .

Il contratto, spiegano i giudici, «non ha ad oggetto il trasferimento di un complesso di beni che oggettivamente si presenta quale entità dotata di una propria autonomia organizzativa ed economica funzionalizzata allo svolgimento di un’attività volta alla produzione di beni o servizi, limitandosi a contemplare – oltre alla consegna della documentazione sopra indicata – la consegna di alcuni beni (in tutto solo sette) che risultano trasferiti nella loro autonoma individualità, come se fossero oggetto di un contratto di noleggio di mezzi e attrezzature o altre analoghe tipologie contrattuali, anziché essere trasferiti nella loro funzione unitaria e strumentale in quanto destinati all’esercizio dell’impresa, come sarebbe invece necessario ai fini della configurabilità di un contratto di affitto di ramo di azienda». «In altri termini – concludono i giudici – la lettura del contratto non consente di ritenere che, al di là della cessione dei singoli beni sopra individuati, le parti abbiano convenuto il trasferimento in affitto di un vero e proprio ramo d’azienda quale sotto-organizzazione intesa nel suo complesso». 

LA PRONUNCIA DEL TAR LOMBARDIA 

Occorre aggiungere inoltre che l’impresa locataria era in stato di liquidazione e che il via libera al contratto di cessione di ramo d’azienda è stato disposto dal giudice delegato della procedura di concordato. Queste circostanze, tuttavia – cioè l’autorizzazione del giudice e il parere favorevole del commissario giudiziale – non sono rilevanti, in quanto «rispondono a finalità del tutto estranee alla verifica del possesso dei requisiti di partecipazione alle procedure ad evidenza pubblica». La verifica del possesso dei requisiti, è un compito che spetta invece alla stazione appaltante che però, in questo caso, non ha lavorato bene. Infatti, concludono i giudici, la stazione appaltante invece di aggiudicare l’appalto – prima in via provvisoria e poi confermandolo con l’aggiudicazione definitiva – avrebbe dovuto escluderla dalla gara «in quanto priva del relativo requisito» (cioè la cifra d’affari). 

Fonte: Edilizia e Territorio

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I segnali non si traducono in cantieri, 2018 a +1,5% Manca il 30% sul 2006 Per le opere pubbliche un aumento del 3,2% e del 3,9% entro due anni

«Il 2018 non è l’anno delle opere pubbliche. Almeno in termini di investimenti. Lo saranno, sulla base dei dati delle aggiudicazioni, dei bandi di gara e delle potenzialità di spesa, il 2019, il 2020 e il 2021». Lo scrive il Cresme nella sua Relazione congiunturale sul «mercato delle costruzioni 2019» che sarà presentata oggi a Milano. E le opere pubbliche – che nel 2018 farebbero registrare una modesta crescita dell’1,5% composta da un -0,7% della Pa in senso stretto e un +2,8% delle grandi società partecipate – sono lo specchio di un settore che da tempo prova ad accelerare, per recuperare dieci anni di crisi durissima, ma si ferma a una crescita modesta del 2%. E in termini reali manca ancora un 30% per tornare ai livelli di investimento del 2006.
Certo, non mancano i segnali che una nuova fase di mercato – sia sul versante del settore pubblico che delle nuove costruzioni private – potrebbe aprirsi, ma -avverte il Cresme – solo «se il clima non degenera e non si cade nel baratro». Se cioè si ricompone la frattura con l’Unione europea e lo spread scende a livelli più fisiologici, in modo da garantire stabilità e condizioni favorevoli agli investimenti, allora dal settore delle costruzioni può venire un contributo importante per il ritorno alla crescita. La previsione dell’istituto di ricerca parla di un +2,5% a prezzi costanti nel 2019 (+3,2% per le opere pubbliche) e +2,3% per il 2020 (+3,9% per le opere pubbliche).
Le potenzialità di una crescita robusta ci sono e lo ammette la stessa Unione europea se è vero – come sottolinea il Cresme – che dall’European Economic Forecast di Bruxelles, fresco di stampa, arriva una previsione di crescita del 2,6% nel 2019 e addirittura del 4,4% nel 2020. È la previsioni più alta fra tutte quelle elaborate quest’anno dai vari centri di ricerca per il settore. A conferma che i programmi di rilancio degli investimenti presentati dal governo italiano vengono presi sul serio, almeno su questo fronte.

I segnali delle potenzialità di crescita per l’anno prossimo ci sono ma sono sulla carta e sottoposte a troppe condizioni. Marcia la macchina di carta di bandi nelle opere pubbliche e permessi nel settore privato senza che ancora si traducano in mattoni e cantieri. Sul fronte delle nuove abitazioni, per esempio, già quest’anno si è registrato un +3,5% (ma è poca cosa se negli anni della crisi si è perso oltre il 70% degli investimenti in termini reali) mentre i permessi di costruire rilasciati ammontano a +11,3% nel 2017 e +8,7% nel primo trimestre 2018. E sul fronte del «non residenziale» la superficie autorizzata con i permessi è cresciuta rispettivamente del 28,8% e del 53%. Sul campo delle opere pubbliche i bandi per i lavori sono cresciuti del 34%, quelli per le progettazioni del 67% e le aggiudicazioni di lavori dell’83%. Tutta carta, certo, che non si traduce ancora a sufficienza in posti di lavoro, ma prova a segnare il senso del risveglio in un orizzonte sempre ambivalente. La crisi delle imprese – e soprattutto ormai delle grandi imprese – non si ferma e il Rapporto Cresme quantifica in 11,2 miliardi il buco nero di «fatturato massimo perso» nel periodo 2007-2017 con la scomparsa di 110 imprese della classifica top del settore fra cessazioni, liquidazioni, conocrdati o in amministrazione straordinaria. Il dato è una stima massima in quanto per ogni società si sceglie il livello di fatturato più alto nel decennio. In questo universo di crisi in parte arrivate al capolinea, in parte ancora in corso, spiccano i nomi storici da Condotte a Mantovani, da Tecnis a Unieco a Mazzi.
Sul versante dell’offerta la nuova stagione pone anche il tema della «metamorfosi delle costruzioni», che si è vista per esempio nell’uso micro dei bonus fiscali sul risparmio energetico ma non decolla sul fronte macro della riqualificazione urbana. Si aprono finestre interessanti, qua e là, ma la nuova edilizia fa fatica a diventare dominante. Il Cresme ci crede e ritiene che le tre parole-chiave per il rilancio del settore siano sostenibilità (ambientale, sociale, economica), digitalizzazione e automazione. «È una sfida epocale per un settore fortemente tradizionale e conservatore ma con una forte capacità di attivazione occupazionale, che richiede una politica industriale con l’obiettivo di migliorare la qualità del proprio capitale fisso edilizio e infrastrutturale».

Fonte: Il Sole 24 Ore

L’impatto del passaggio generazionale sui rischi di continuità dell’impresa è uno dei temi più delicati della media impresa italiana, in quanto si stima che circa 2 milioni di imprese familiari lo affronteranno nei prossimi dieci anni. Ridurne le criticità è uno degli obiettivi del risk management. Tre sono le principali azioni suggerite. Prima di tutto occorre distinguere, nell’impresa familiare, diverse sfere da analizzare separatamente e gestire congiuntamente nel momento della successione: la sfera familiare e degli affetti, la sfera della proprietà, la sfera del management aziendale. La definizione di regole nell’interesse della continuità dell’impresa, unita alla gestione anticipata rispetto alla data prevista di passaggio, rappresentano una prima misura efficace per ridurre il rischio. Come disse Marchionne: «Non fare nulla per la famiglia, non fare nulla senza la famiglia». Una seconda misura utile nel passaggio di testimone può essere il coinvolgimento di competenze esterne a livello manageriale o di consiglio di amministrazione. Infine, l’affidamento della gestione a un manager esterno dell’impresa familiare che apporti competenze organizzative e capacità di sviluppo deve essere bilanciato dall’esercizio da parte della famiglia del ruolo attivo di azionista professionale.
Mentre esistono scuole di management, vi è poca formazione disponibile per preparare al ruolo di azionista. Pertanto tra i rischi di un’impresa bisogna considerare quelli fondamentali che nascono dalla sua organizzazione e dalla sua evoluzione, determinati dalle sue regole di governance e dal suo assetto proprietario. Il secondo tema più presente nel risk management sono ovviamente i rischi operativi delle imprese. Uno studio elaborato dall’Osservatorio Cineas-Mediobanca sottolinea l’importanza dello sviluppo di una gestione integrata, presidiando in modo nuovo i rischi conosciuti ed evidenziando quelli nuovi relativi al patrimonio immateriale di impresa. Le imprese che gestiscono efficacemente il rischio sono anche quelle che presentano i migliori risultati economici. Per essere adeguata la gestione deve essere coerente e integrata, ovvero svolta in modo da analizzare nel loro insieme i rischi operativi e le loro interazioni. La percentuale di imprese che possiede una gestione integrata dei rischi è più che raddoppiata negli ultimi due anni e raggiunge il 37% del campione elaborato dallo studio. I rischi verso i quali esiste maggiore sensibilità da parte delle imprese manifatturiere restano la sicurezza sul lavoro e la difettosità del prodotto. Occorre tuttavia guardare a nuove e più efficaci modalità per gestire questi rischi. Prendiamo ad esempio il settore chimico, che presenta un livello di incidenti sul lavoro di molto inferiore a quello della media dell’industria manifatturiera.
Una delle misure adottate dalle imprese di questo settore è stata quella di non limitarsi all’analisi degli incidenti effettivamente avvenuti, ma di rilevare ed esaminare nel dettaglio anche le situazioni anomale senza conseguenze, i near miss, e rivedere le misure di sicurezza anche se non vi è stato incidente. Nelle imprese l’attenzione al rischio si concentra sulle attività di produzione, ma molti rischi emergenti colpiscono a monte, ossia la ricerca e sviluppo, o a valle, ossia il marketing e le relazioni con il cliente. Parliamo di fenomeni sempre più frequenti quali il furto della proprietà intellettuale, il cybercrime, le violazioni della privacy ed altri ancora, che impattano sul patrimonio immateriale e sulla reputazione dell’impresa. Di fronte a questi rischi la ricerca dimostra che gli imprenditori si sentono impreparati e non conoscono gli strumenti di difesa a disposizione. In particolare, sfuggono le nuove offerte nate dal settore assicurativo. In un ambiente competitivo sempre più complesso e articolato è evidentela necessità di alimentare la cultura del rischio e la conoscenza dei nuovi pericoli. Da qui la necessità di elaborare competenze che favoriscono un’efficace gestione del rischio – anticipazione degli eventi futuri, valutazione degli impatti potenziali e predisposizione della organizzazione più appropriata – per competere nei mercati in continua evoluzione: è per questo che chi gestisce meglio il rischio presenta risultati migliori. Gli imprenditori sono sempre più informati e coscienti del fatto che la gestione del rischio è necessaria e sempre più propensi a dotarsi delle competenze di risk management. Tuttavia la gestione del rischio è vissuta ancora molto spesso solamente in chiave difensiva. Mentre una buona difesa è assolutamente essenziale; l’imprenditorialità si esprime anche nell’affrontare e nel gestire attivamente il rischio e soprattutto nel ricavare esperienza per meglio organizzare e proteggere l’impresa dai rischi e sui mercati.

Fonte: Milano Finanza

La legge di Bilancio per il 2019 prova a razionalizzare il sistema degli appalti pubblici a livello locale.

Il comma 4 dell’articolo 16 modifica infatti l’articolo 37 del Codice appalti stabilendo, che – in attesa (da quanto tempo ormai!) della qualificazione delle stazioni appaltanti – le Province e le Città metropolitane operino obbligatoriamente come centrali di committenza di lavori pubblici per tutti i Comuni non capoluogo.

La soluzione, corretta e ispirata alla logica di valorizzare l’esistente, è altresì confortata dai risultati dello studio realizzato dall’Accademia per l’autonomia in collaborazione con Promo Pa Fondazione e l’Università di Roma Tor Vergata, che analizza 58 Stazioni uniche appaltanti (provinciali e di area metropolitana) e 865 Centrali uniche di committenza comunali, proponendo un modello organizzativo nel quale Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni possano individuare, all’interno di una stessa area territoriale, ambiti di complementarietà e specializzazione e dove le province si configurano come centri strategici di aggregazione e di innovazione nel sistema degli acquisti a livello locale.
Così si andrebbe verso il raggiungimento di un duplice obiettivo: ridurre il grado di estrema centralizzazione degli appalti dell’ultimo decennio che così tanto male ha fatto alle piccole imprese e al loro potenziale di crescita ma al contempo garantire quella razionalizzazione (sinora mai avvenuta) necessaria tramite l’eliminazione di un numero congruo di punti ordinanti, in particolare quelli troppo piccoli quanto a volumi delle loro gare, che hanno il solo effetto di distorcere la domanda pubblica verso decisioni spesso poco coordinate con l’indirizzo generale di politica industriale per il Paese.

In mancanza di un quadro normativo chiaro sui livelli di qualificazione – che sperabilmente rivoluzioni anche le carriere del procurement officer e ne valorizzi le competenze acquisite sul campo anche con riconoscimenti pecuniari e di carriera – lo studio ritiene appunto auspicabile che sui territori i diversi soggetti possano trovare forme di collaborazione basate sulla capacità/possibilità di svolgere alcune funzioni piuttosto che altre e che, in particolare, «le Stazioni uniche appaltanti a livello di area vasta (Provincia o Città metropolitana) potrebbero puntare a un livello di qualificazione che le consentano di gestire appalti sopra una certa soglia e specializzarsi nella gestione di gare di lavori che per dimensione non sarebbero accessibili a enti locali di piccola-media
dimensione».
Infatti il comma 4 può aprire interessanti spazi di manovra nel momento in cui si stanno rilanciando gli investimenti pubblici con la possibilità, prevista dal Ddl della finanziaria in discussione, di utilizzare liberamente gli avanzi di amministrazione appunto per investimenti, liberando risorse per decine di miliardi di euro. Il ruolo affidato alle Province potrà dunque essere determinante, a patto però che si agisca sul versante delle competenze e delle risorse umane, indebolite dalla riforma Delrio, come dimostra un’analoga ricerca condotta sul tema sempre dall’Accademia per l’autonomia.
Gli uffici tecnici delle Province vanno perciò messi in grado di far fronte alle nuove funzioni previste dal comma 4, nonché di predisporre in tempi rapidi i bandi necessari a sbloccare gli investimenti e realizzare le opere. É necessario pertanto da un lato, prevedere un processo di aggiornamento e formazione del personale delle Province in materia di appalti pubblici e dall’altro, reperire rapidamente nuove figure professionali da immettere nel sistema. Mentre sul primo punto esiste un’offerta formativa già presente e diffusa sul territorio, per la selezione d’ingresso è auspicabile pensare a concorsi a livello regionale, che possano rispondere in modo più efficace alle esigenze dei territori.

Fonte: Il Sole 24 Ore

La norma è per monitorare i consumi ma prevede le stesse procedure del 65%

La nuova comunicazione all’Enea degli interventi di risparmio energetico non qualificato e dei grandi elettrodomestici, detraibili dall’Irpef al 50% (si veda «Il Sole 24 Ore» del 22 novembre) è stata introdotta ai fini del monitoraggio e della valutazione del risparmio energetico conseguito. Tuttavia, cosa succede se si omette la comunicazione?
La norma istitutiva prevede infatti la comunicazione avvenga in analogia a quanto già previsto per le detrazioni Irpef e Ires del 50%, 65%, 70% e 75% per la riqualificazione energetica qualificata degli edifici della legge 296/2006. In questo caso la mancata comunicazione all’Enea, entro 90 giorni dalla fine dei lavori, della scheda informativa degli interventi realizzati e dell’attestato di certificazione energetica, comporta la decadenza del beneficio fiscale.

La decadenza del «qualificato»
Il motivo di questa decadenza, non sta in una norma specifica, ma nel fatto che l’omesso invio di questa comunicazione può essere sanato con l’istituto della “remissione in bonis” (circolare 7/E delle Entrate), cioè pagando la sanzione di 258 euro, accompagnato dall’invio tardivo (entro il 31 ottobre 2019 per i lavori ultimati dopo il 2 agosto 2018) della comunicazione. In generale, infatti, questa sanatoria di adempimenti fiscali è possibile solo per quelle pratiche, che, se non vengono effettuate, comportano la decadenza dal beneficio o dal regime opzionale. Conseguentemente, l’omesso invio all’Enea di questa documentazione (non sanata con la remissione in bonis) comporta la decadenza dell’agevolazione. Si segnalano, comunque, alcune sentenze di senso contrario, a favore del contribuente (Ctr di Milano del 16 maggio 2018, n. 2181 e Ctr di Milano del 9 marzo 2015, n. 853, si veda «Il Sole 24 Ore» del 14 giugno 2018 e del 28 maggio 2015).
La remissione in bonis si perfeziona con il pagamento della sanzione di 258 euro e con l’invio della comunicazione entro il termine di presentazione della prima dichiarazione dei redditi che scada
successivamente al termine previsto per effettuare la comunicazione ovvero eseguire l’adempimento stesso (circolare 28 settembre 2012, n. 38/E, paragrafo 1.2). Non più sanabili, invece, le omesse comunicazioni all’Enea relative ai lavori ultimati fino al 2 luglio 2018.

Decadenza del«non qualificato»
Anche per il risparmio energetico non qualificato, la decadenza non deriva espressamente dalla norma, ma dalla possibile applicabilità allo stesso della remissione in bonis, analogamente a quanto accade al”qualificato”.
Pertanto, se questo istituto fosse applicabile anche all’omessa comunicazione dei dati dei grandi elettrodomestici e degli interventi per il risparmio energetico non qualificato, il suo mancato invio, senza la successiva “remissione in bonis” comporterebbe la decadenza del beneficio fiscale.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Costruttori e Comuni chiedono di ridurre i tempi di realizzazione, che arrivano a 15 anni

Molte prescrizioni non sono volute dalla Ue Non si era mai visto finora che l’Anci, l’associazione dei Comuni, e l’Ance, quella dei costruttori, arrivassero a stilare una proposta unica di modifica del codice degli appalti. Eppure i due soggetti, che di solto stanno su opposti fronti della barricata, essendo gli uni i committenti e gli altri gli esecutori, hanno effettivamente creato un documento inviato al governo con le proposte per snellire e rilanciare le infrastrutture. Al contempo, anche Utilitalia, l’associazione delle utility, ha elaborato tre proposte minime per uscire dalle secche: la principale è l’abolizione dell’articolo 177, non previsto dalla normativa comunitaria, che ha introdotto l’obbligo per le utilities di affidare tutte le attività interne di gestione a soggetti esterni con gara, con implicazioni sull’occupazione e l’efficienza dei processi e senza una comprensibile logica nella prospettiva degli appalti.
Ma il punto è che oggi, per un motivo o per l’altro, è tutto bloccato. «Il problema vero spiega Gabriele Buia, presidente dell’Ance – è il fattore tempo. Non è possibile pensare che ci vogliano 15 anni per completare un’opera dal momento dell’autorizzazione». Inoltre, poiché i Comuni per spendere i soldi devono attendere di riceverli, e ci vuole molto tempo, il presidente dell’Ance propone «di creare un Fondo rotativo nazionale che permetta agli enti locali più efficienti di mandare avanti le opere». C’è poi il caso Anac, l’authorithy anticorruzione: nel corso del tempo, da ente che controlla si è trasformato in ente che introduce norme: «I funzionari pubblici hanno paura e domandano all’Anac pareri su pareri – dice Buia – . Secondo noi deve limitarsi a un ruolo di vigilanza, non regolatorio». Una posizione condivisa anche da altri. Il tema più importante sarebbe infine quello di far finanziare le infrastrutture dagli investitori istituzionali, non solo italiani: «Ma per far questo – dice Federico Merola, docente di International project finance alla Luiss – occorre intervenire con una visione strategica chiara passando ad un nuovo PPP istituzionale e sociale e superando le riserve degli investitori internazionali, modificando le norme di conseguenza».

Fonte: Affari e Finanza

Il Commissario straordinario per la ricostruzione del viadotto Polcevera dell’autostrada A10 Marco Bucci con il decreto n. 7 del 19 novembre 2018 ha avviato una procedura negoziata senza pubblicazione di bando ai sensi dell’art. 32 Direttiva 2014/24/UE Parlamento europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014 al fine di individuare due super-consulenti a cui affidare:

  • i servizi di assistenza tecnica/direzione lavori;
  • i servizi di verifica della progettazione (preventiva e in corso d’opera).

Fonte: Lavori Pubblici

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Lo sostiene il Consiglio di Stato nel parere sulle linee guida dell’Anac. In più i bandi di gara devono prevede l’obbligo di corredare l’offerta con «piani di riassorbimento» degli addetti

Nei cambi di appalto il vecchio gestore deve dare al l’impresa subentrante tutte le informazioni i proprio possesso su costi e organizzazione dei lavoratori. Inoltre le stazioni appaltanti devono prevedere l’obbligo di corredare l’offerta con un «piano di compatibilità» o «progetto di assorbimento» dei lavoratori impiegati dalla vecchia impresa. Sono le due indicazioni chiave contenute nel parere del Consiglio di Stato, varato il 21 novembre,sulle linee guida Anac relative all’applicazione della clausola sociale negli appalti. Un parere molto articolato – e in diversi passaggi assai critico – che contiene le maggiori novità proprio nei punti in cui prova a spiegare come superare concretamente le difficoltà legate all’obbligo di riassorbire il personale, contemperando questa esigenza con quella più generale e insuperabile che tutela la libertà di organizzazione dell’impresa.

Informazioni ai concorrenti 
Per applicare la clausola sociale travalicare i limiti della libertà di impresa, per il Consiglio di Stato bisogna innanzitutto eliminare «l’asimmetria informativa fra i potenziali imprenditori entranti, l’imprenditore entrante e l’imprenditore uscente, che è titolare, nell’ambito che interessa, di una posizione dominante, o comunque di vantaggio informativo». In pratica, dice Palazzo Spada il gestore dell’appalto uscente conosce tutti gli aspetti relativi al costo e all’organizzazione del personale utilizzato nell’appalto. Sa di quante persone c’è bisogno, di quale prestazione chiedere a ciascuno e soprattutto quali sono i veri costi in gioco. Tutte informazioni che i concorrenti devono essere in condizione di conoscere per «concorrere alla gara con un’offerta sostenibile».

Per il Consiglio di Stato non servono nuove norme per obbligare il gestore uscente a fornire queste informazioni. Nelle norme dell’ordinamento è già rintracciabile un sistema di regole che permette di affermare che «dal contratto tra stazione appaltante ed impresa sorgono obblighi di informazione a favore delle imprese che partecipano alla gara». Dunque l’appaltatore uscente – è questa l’indicazione fornita all’Anac che dovrà rimettere mano alle linee guida – deve mettere queste informazioni a disposizione dei concorrenti, anche attraverso la stazione appaltante.